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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Desertica a distanza

Decine di migliaia di persone si trasferiscono a fine agosto per nove giorni nel deserto del Nevada a Black Rock e formano una città temporanea che ospita performance artistiche, spettacoli, feste in modo autogestito. Niente sponsor, marchi, organizzazioni: ognuno porta sé e il proprio vissuto, oltre ad acqua, viveri e riparo, perché con il deserto non si scherza.

La manifestazione si chiama Burning Man e quest’anno, per cause che si intuiscono, avverrà in forma digitale, come è accaduto per molti altri eventi a cominciare da Wwdc.

Digitalizzare Burning Man è un’impresa pazzesca, come racconta TechCrunch. L’evento è l’ultimo avamposto delle controculture da West Coast, stile New Age o hippy, e la gente si sposta in un ambiente estremo proprio alla ricerca della massima libertà espressiva fuori dai vincoli consueti.

Burning Man fa anche soldi. Il biglietto standard quest’anno sarebbe costato quattrocentosettantacinque dollari; l’anno scorso hanno partecipato settantottomila persone.

Creare un’esperienza di rete ugualmente coinvolgente e, se non ugualmente profittevole, almeno capace di sostenere l’organizzazione, non passa dal ricreare Black Rock in realtà virtuale. La cosa più ovvia e più banale, fare finta di non essere in rete, non può funzionare.

Invece è stato deciso di creare una serie di app che complessivamente riportano l’esperienza complessiva del burner durante i nove giorni di happening. C’è realtà virtuale ma anche chat con navigazione di mappe bidimensionali, teatro immersivo, feste a tema lunare e altro ancora, raccontato da TechCrunch con dovizia di particolari.

Gli obiettivi non sono cercare di rifare in rete quello che si sarebbe fatto nel deserto ma offrire esperienze capaci di ricreare emozioni e sensazioni, nonché ampliare la platea dei partecipanti; biglietto a parte, vivere nove giorni nel deserto ha un costo e richiede capacità fuori dalla media delle persone. I burner nell’animo, che non possono permettersi il viaggio in Nevada per ragioni economiche e/o psicofisiche ma condividono lo spirito di Burning Man al punto di spendere qualche decina di dollari per partecipare a una edizione online, potrebbero essere molti, in tutto il mondo.

L’edizione 2020 di WWDC è stata un enorme successo di partecipazione, per avere consentito a chiunque di avere accesso alle risorse e alla conoscenze di Apple, che prima richiedevano il viaggio a San José, millecinquecento dollari di biglietto, vincere la lotteria degli accrediti.

L’edizione 2020 di Burning Man potrebbe esserlo oppure no; in ogni caso, l’evento si trasformerà online in qualcosa di molto diverso dalla tendopoli sotto il sole di Black Rock.

Qualsiasi cosa facciamo, online è diversa da offline.

Ci pensavo a proposito dello studio condotto dall’università di Milano Bicocca su come i genitori degli studenti hanno recepito la didattica a distanza nei mesi di lockdown.

Inconciliabile con il lavoro, hanno detto i due terzi. Un terzo considererebbe di abbandonare il lavoro se dovesse ripresentarsi.

A parte che mescolare il parere di genitori di bimbi alle primarie con quelli di chi aveva in casa maturandi, boh.

Ma pare proprio che parlassero della didattica a distanza. Quella vera, curata per raggiungere l’obiettivo, elaborata da docenti competenti, capace di valorizzare il canale digitale.

Non di lezioni tradizionali filmate, il contrario – o il peggio – della didattica a distanza.

Potrebbero portare il loro sapere ai responsabili di Burning Man e semplificargli in compito, no?

Exit strategy

Scrive Eric J. Savitz su Barron’s:

Apple vale veramente duemila miliardi? Le sue azioni sono arrivate vicinissime allo storico traguardo la scorsa settimana, con la chiusura di venerdì a 444 dollari, che portava il titolo al 5 percento di distanza dalla soglia. Si tratta comunque di una capitalizzazione di mercato di 1,9 migliaia di miliardi, grosso modo il prodotto interno lordo dell’Italia.

Mi chiederei più che altro se l’Italia valga duemila miliardi. se i Padri fondatori avevano pensato a una possibile exit strategy e se magari ci sia spazio per una acquisizione.

L’innesto della coerenza

Lo specchietto per allodole era l’interfaccia grafica, mentre la magia esoterica con cui il primo Macintosh irretiva le folle era la coerenza.

I comandi e le procedure di base erano le stesse, su qualunque programma. Si potevano lanciare decine di applicazioni diverse, però tutte erano esempi di uso di Macintosh: il primo computer che, diversamente da un cassone pieno di programmi difformi, aveva un’identità.

La coerenza si è diluita nel tempo, inevitabile scotto della crescita del mercato. Prima un’applicazione si metteva al servizio dell’utilizzatore; oggi è una testa di ponte nella guerra per l’attenzione e i portafogli.

È anche cambiata la tecnologia a disposizione: lanciare sette macchine virtuali con altrettanti sistemi operativi è solo questione di risorse. Il valore aggiunto della coerenza, in questo scenario, si riduce.

Questa è una delle spiegazioni del caso di quelle persone che adorano Mac al punto di volerlo usare attraverso il Terminale. Il Terminale ha caratteristiche proprie ma, soprattutto, è molto coerente. Fino a che l’uso resta semplice, i comandi sono sempre quelli e i nomi sono talmente concisi e peculiari che sostituiscono la discoverability, altra grande dote della prima interfaccia di Mac.

Che la coerenza abbia poco valore, oggi, lo dimostrano iOS e iPadOS: ambienti dove la logica touch e le dimensioni ridotte dello schermo la emarginano senza pietà. La discoverability attraverso l’evidenza dei menu lascia il passo a quella per tentativi e interazione curiosa. Se prima si imparava a usare una app con metodo, oggi lo si fa con l’esplorazione. Ogni tanto ci viene detta una cosa in più.

Per via di queste premesse l’esperimento di a-Shell (assolutamente da leggere in inglese) è affascinante: un Terminale, ad alta coerenza, per apparecchi dediti al touch e che non la concepiscono, by design.

Open source, gratis, voluminosa, a-Shell è la cosa più vicina a un vero Terminale che si poteva realizzare da fuori Apple. Si possono scaricare comandi Unix aggiuntivi, manipolare file, editare testi, passare elaborazioni ad altre app, programmare in svariati linguaggi, compilare in C (quelli che non è un computer…), persino usare LaTeX.

Sono volutamente svelto sulla parte tecnica, perché la vedo totalmente secondaria. La vera sensazione è la proposta di un ambiente testuale su una piattaforma touch e soprattutto una piattaforma proteiforme. Un Macintosh dei tempi gloriosi faceva qualunque cosa e restava un Macintosh. Un iPad non è mai un iPad; diventa ciò che sta girando in primo piano.

L’innesco della coerenza su sistemi anticoerenti produce una chimera con superpoteri o una esplosione devastante di inutilità? La risposta a quando avrò totalizzato un tempo di uso ragionevole.

Manager e leader

Steve Jobs sapeva che si possono fabbricare milioni di iPhone tutti uguali, ma uno Steve Jobs è irripetibile. Così si adoperò per la successione ad Apple così che alla sua amministrazione seguisse qualcosa di segno diverso.

L’errore è credere che per forza di cose serva sempre uno Steve Jobs e un articolo di Tripp Mickle sul Wall Street Journal, ripreso da MacDailyNews, spiega perché.

Jay Gogue, già presidente della Auburn University, ha dichiarato di avere discusso con Tim Cook della convinzione di Colin Powell [generale dell’esercito statunitense] per cui il management ha il compito di spostare un esercito da un punto a un altro, mentre il leader sposta un esercito dove nessuno avrebbe mai pensato che fosse possibile. “Ci sono momenti per essere un bravo manager e momenti per essere un bravo leader”, dice Gogue. “Lui lo sa”.

Apple è l’azienda più capitalizzata al mondo perché Cook ha consolidato i traguardi raggiunti su strade aperte dalla visione di Jobs. E a pensarci bene dopo tanti anni, per raggiungerli, quei traguardi, serviva anche organizzazione capillare, non solo intuizione e genio.

Scelte del caso

Sempre nello spirito dello slow news cycle mi piace ricordare i tempi in cui Internet era un posto dove si scoprivano le cose e si potevano scoprire cose che non ci si sarebbe mai immaginati.

Molto tempo fa esisteva un sito chiamato URoulette il cui scopo era spedire il visitatore a un altro sito, scelto a caso. Ci avevo costruito sopra una rubrica e il piacere di scriverla era niente rispetto al gusto dell’ignoto.

Oggi Ars Technica dedica spazio a due pazzi di Portland, Clayton Collins e Toby Alden, che in nome della performance artistica costruiscono siti molto vicini a quello spirito.

Per esempio Internet Temple, una chat vecchio stile dedicata alla scoperta di musica alternativa; oppure YouHole, che trasmette video presenti su YouTube scelti randomicamente tra quelli che hanno meno di cinquecento visualizzazioni.

Il rischio di trovare contenuti scomodi o non condivisi è alto, ma anche la chance di imbattersi in qualcosa di inaspettato. Se c’è qualcosa che l’epoca dei social ci ha levato è il fascino della scoperta inattesa, serendipitica. Andrebbe ritrovato.

Avanzassero

In California ci sono 6,2 milioni di studenti. Molti di essi, se non tutti, inizieranno l’anno scolastico a distanza e sappiamo quanto questo sia problematico per le famiglie che hanno meno disponibilità, a partire dagli apparecchi.

Lo Stato californiano si è accordato con il provider T-Mobile e con Apple per fornire iPad e connessione cellulare a prezzi agevolati a un milione di studenti da qui a fine 2020, con centomila macchine già disponibili per l’inizio delle lezioni.

I gloriosi Squallor avevano pubblicato una feroce parodia delle canzoni per beneficenza che esortava Michael Jackson a intraprendere un’altra iniziativa stile Usa for Africa, ma stavolta for italì.

L’anima degli Squallor non c’è più però lo spirito aleggia tra noi in modo molto attuale: avanzassero un po’ di iPad, ci candidiamo volentieri, nel rispetto della distanza tra le rime buccali.

E un disco faccelo / anche per noi…

Leggere o non leggere, questo è il problema

Commenti a profusione sulla notizia che gli scienziati cambiano i nomi ai geni per non farseli convertire a tradimento da Excel.

Zero commentatori a soffermarsi sul fatto che la notizia si basa su uno studio del 2016, di cui si parlò persino qui, dunque in abbondanza. Siamo tutti assuefatti al sovraccarico informativo e si vede. Forse dovremmo diffondere un link in meno, rileggere prima di commentare, guardare una pagina concentrati oppure saltarla, se l’esito finale è identico.

Memento: il lato deteriore delle ricerche sull’intelligenza artificiale ha portato a Gpt-3, terza edizione di un sistema di generazione di linguaggio naturale candidato a eliminare la figura di chi scrive sul web per routine.

Il software è predestinato a soppiantare l’uomo nelle attività non creative e scrivere news rafferme è decisamente una di queste. L’uomo deve farsi trovare all’appuntamento preparato; leggere a cervello spento significa solo che ci si nutrirà di deepfake testuali. Consiglio di evitarlo.

Parlando di intelligenza artificiale, siamo fortunati che ci sia almeno una Apple a lavorare a software (pseudo)intelligente capace di potenziare l’umano invece che prenderne il posto. Invece di perdere tempo con le riesumazioni di The Verge, che stavolta ha perso punti di brutto, dedichiamoci piuttosto alla ricca intervista di John Giannandrea, responsabile Apple per il machine learning, ad Ars Technica.

Da leggere con intenzione, o ignorare. Capisco che il tempo sia poco e l’attenzione razionata tra diecimila cose. Ma non esiste realmente una via di mezzo tra leggere e non leggere.

Un nome che mancava

Nello scrivere dell’ascesa di Phil Schiller al ruolo di Apple Fellow ho fatto un elenco di alcuni dei personaggi che hanno ottenuto il riconoscimento, limitandomi ai più comuni.

Ho appena scoperto di avere dimenticato un nome primario: Bill Atkinson divenne il terzo Apple Fellow, dopo Steve Wozniak e Rod Holt, insieme a Rich Page, per il suo lavoro su Lisa.

Il dettaglio interessante nel post di Pixel Envy, che riprende un ricchissimo aneddoto di Andy Hertzfeld, è che la carica di Apple Fellow attesta un merito tecnico.

Gli eventi ci dicono che la figura di Phil Schiller va oltre l’ambito ufficiale del marketing. Un giorno, nella storia da raccontare di Apple, ci sarà anche lui.

(Comunicazione di servizio: sarà una giornata intensa e tuttavia non posso dimenticare un compleanno, quindi faccio qui i miei migliori auguri prima di svegliarmi in stato di privazione del sonno).

Posti limitati

Il compimento della carriera di Phil Schiller in Apple è molto diverso da quello, per dire, di Jonathan Ive, che a un certo punto si sentiva gli abiti troppo stretti e voleva più libertà di azione.

Schiller, invece di essere stato un manifesto ideologico di Apple, ne è stato un’anima, dietro le quinte così come sul palco. Infatti non si congeda con rapporti un po’ fumosi di collaborazione che sembrano più di forma che altro; non si congeda proprio. Diventa un Apple Fellow.

I Fellow continuano a interagire con Apple, rispondono a Tim Cook e hanno un ruolo ufficiale, ma godono di totale libertà di azione e hanno l’unico obbligo di condividere la loro visione a intervalli più o meno regolari. È come se fossero pagati per il privilegio di poterli vedere in Apple.

Nella storia ultraquarantennale di Apple i Fellow sono una dozzina e comprendono nomi del calibro di Alan Kay, Donald Norman, Guy Kawasaki, Steve Capps, Steve Wozniak. Sono un capitolo pesante nella storia dell’informatica, non in quella dell’azienda.

Per Schiller è un onore e per noi è una boccata di aria fresca. Una buona notizia è che la successione sembra in buone mani, quelle di Greg Joswiak.

Da che cosa lo si deduce? Ha un soprannome.

Indipendenze di Amazon

Jeff Bezos, l’uomo più ricco del mondo, [proibisce l’uso di PowerPoint nella sua azienda](https://macintelligence.org/blog/2020/01/22/e-solo-un-breve-invito/, una delle più grandi, organizzate ed efficienti del mondo.

Vietare PowerPoint ovunque, sempre, sarebbe stupido. Dovrebbe però essere stupido anche imporlo ovunque e sempre.

Sempre Jeff Bezos verrà ricordato per come ha impostato la comunicazione tra i reparti di Amazon.

Brevemente: ogni reparto sceglie come può essere contattato. A questo punto dovrà essere contattato solo ed esclusivamente attraverso il metodo o i metodi descritti. Niente corsie preferenziali o sistemi alternativi. Il metodo o i metodi scelti devono funzionare allo stesso modo con il mondo esterno.

La tecnologia usata per raggiungere il risultato non conta.

Bezos pensava e pensa soprattutto in termini di comunicazione a livello software. Ma la lezione è potente e andrebbe meditata anche a livelli diversi. Puoi essere contattato solo attraverso i mezzi che hai scelto. I mezzi che hai scelto devono funzionare anche con il mondo esterno. Non esistono eccezioni. La tecnologia usata non conta.

Amazon funziona. Non è una congrega di filosofi, lavorano nella logistica, portano risultati, migliorano continuamente. Forse qualcosa hanno capito. Sono molto indipendenti e vogliono esserlo ancora di più.

Indipendenza dalle dipendenze

Il post sulla necessità dell’indipendenza per sopravvivere al virus ha generato un certo dibattito, di cui ringrazio di cuore tutti perché le occasioni di imparare in modo sensato sono rare e le persone di spessore pure. Sono fortunato, molto fortunato ad averne tante che passano di qua.

Devo precisare meglio il discorso dell’indipendenza dall’hardware. Non entro nel mondo dei codici Ateco e do per scontato che vi siano milioni di mestieri soggetti a forti vincoli pratici. Però bisogna tendere all’indipendenza e mai pensare da subito che qualcosa sia impossibile. Potrebbe non solo essere possibile, ma persino essere desiderabile e, semplicemente, mai stato considerato prima. Con la tecnologia le cose sono impossibili solo dopo averci provato.

Un ruolo cruciale lo svolge l’infrastruttura, dove va concentrato il meglio delle energie. Più è articolata e intelligente, più sarà possibile sfuggire ai vincoli. Non sarà sempre possibile, ma più e meglio di prima, quello sì.

Macmomo poneva una domanda decisiva:

Quanto costa creare un’infrastruttura adeguata a permettere il lavoro da casa?

In Italia, poi, è una domanda tremenda. Eppure l’Italia è proprio la risposta: abbiamo la prova evidente di quanto ci costi non averla creata, ora che ci farebbe un gran comodo.

C’è anche il rovescio della medaglia. Si potrebbe peccare di hubris e pensare che l’infrastruttura possa risolvere tutto. Che tutti i casi di lavoro sia catalogabili a priori. Che si possa normalizzare ogni necessità. Chiaramente questo è un eccesso.

Stiamo lontani. Al tempo stesso, dovremmo iniziare a distanziarci anche dall’eccesso opposto, l’infrastruttura zero. Pensare che tutti i file con del testo si aprano in Word. Pensare che qualsiasi funzione aziendale si risolva con un plugin WordPress. Lanciare Excel per disegnare il piano ferie. Prototipare in PowerPoint. La creatività è bellissima, la capacità di improvvisare una soluzione a un problema è invidiabile, essere eclettici è una dote.

Poi però arrivano tempi difficili e, guarda tu, a cavarsela meglio degli altri sono le Big Tech. Sarà una coincidenza naturalmente; comunque, nelle Big Tech non usano le applicazioni come apriscatole e non vivono di plugin, né usano l’email come discarica di byte da replicare all’infinito. A cavarsela meglio degli altri è chi ha l’infrastruttura più solida e cogente. Costa molto? Immagino di sì. Anche le case costano molto, ma tanta gente che conosco appena può accende un mutuo. Una ragione ci sarà.

Pensa solo a quello

Agosto è tradizionalmente slow news cycle: se vivi di notizie, devi faticare più del solito. Per questo mi hanno fatto divertire quelli di Macworld, con il surreale titolo Apple si scrolla di dosso il Covid-19 con un trimestre record alimentato dalla vendita di praticamente qualunque cosa. Però li capisco, da qualche parte un po’ di sensazione bisogna cercare di crearla.

Capisco meno il Corriere, che a febbraio titolava Coronavirus, perché Apple e le altre Big Tech temono il virus cinese. Surreale anche lui, purtroppo da tutt’altra visuale. Considerato che il virus sta creando problemi a tutti tranne che alle Big Tech, non è un capolavoro di analisi.

Va detto anche come le Big Tech se la passino bene perché si sono organizzate, come scrivevo. Devo riprendere l’argomento in un prossimo post.

Piuttosto, ripensavo anche a quando si scriveva che Apple pensa solo agli iPhone. In questo trimestre tutto è cresciuto più di iPhone in termini di fatturato e chissà a che cosa dovrà pensare Tim Cook per stare dietro a chi ha sempre capito tutto.