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Prima inter sparses
posted on 2021-09-20 02:37

Google annuncia l’arrivo in autunno di computer da tasca Pixel equipaggiati con processore fatto in casa. Nel 2023 arriverebbero anche i primi Chromebook.

Amd, intanto, non sembra intenzionata a produrre chip Arm ma ritiene opportuno fare sapere che, alla bisogna, è pronta a farlo.

Intel intende produrre chip Arm per conto terzi, nel quadro di una strategia di rilancio per uscire dalla attuale crisi strategica.

La notizia di Microsoft che progetta chip Arm data a Natale scorso.

Apparentemente una intera industria è al lavoro per colmare il ritardo che ha scoperto di avere nei confronti di una aziendina spesso accusata di non fare più innovazione da quando se ne è andato il titolare.

Mentre approfondisco la faccenda dei commenti per il blog, chi vuole lasciare comunque un commento da qui può accedere liberamente alla pagina commenti di Muut per QuickLoox. Non è ancora (ri)collegata a questi post (è lo scopo di tutto l’esercizio). Però lo sarà.

Chiuso per stereotipi
posted on 2021-09-19 00:28

Ricordo come fosse ieri le letture su Apple che con il system-on-chip M1 chiudeva la piattaforma Mac e fondamentalmente eliminava la libertà di ciascuno di decidere che software fare girare sulla propria macchina.

Poi ho visto che cosa ha fatto Alyssa Rosenzweig, sviluppatrice Linux.

Che Linux girasse su M1 era solo questione di tempo. Che questi Mac siano più chiusi dei precedenti è solo uno stereotipo che si è ascoltato decine di volte e finisce sempre per essere smentito.

Con un pizzico di cattiveria, penso anche a quelli per cui la libertà è dovuta. Con tutti i limiti dell’argomento, più si è capaci di esercitare la libertà, più si è liberi. La sola capacità di aspettare Rosenzweig è certo libertà, ma di un altro valore.

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Il rovescio alla riparazione
posted on 2021-09-18 01:48

La stampante Stylus Photo R360 di Epson ha servito egregiamente la mia famiglia allargata per molti anni, tanto da non essere più in commercio.

Ora però ha mostrato un messaggio di errore: il tampone che assorbe l’inchiostro in eccesso usato eventualmente in stampa è saturo. Prima di riprendere a stampare bisogna rivolgersi al distributore.

Andare per distributori con una stampante in macchina allo scopo di cambiare un tampone di assorbimento dell’inchiostro non è esattamente una priorità di oggi e allora metto al lavoro Google. Scopro due cose.

La prima è dove si trova il tampone e che è possibile ripulirlo. Prima di optare per una stampante nuova, che potrebbe essere anche una Epson, provo a raggiungere il tampone. Mi improvviso distributore, imbraccio il cacciavite e comincio a togliere viti.

Un lavoraccio perché le viti servono solo a validare gli incastri e gli incastri sono micidiali per numero e tenuta. Però arrivo al tampone. Lo tocco con il polpastrello dell’indice, ritiro il polpastrello suddetto e lo esamino. È pulito, non c’è traccia di inchiostro.

Lo sospettavo già dopo avere scoperto la seconda cosa: la R360 mostra quell’avviso di tampone saturo indipendentemente dalle condizioni del tampone in questione. Ha un suo contatore interno, che si aggiorna secondo logiche a me tuttora sconosciute, fino al giorno in cui dirama l’avviso di tampone saturo, così, perché è ora.

Esistono nella Internet grigia programmini che si offrono di resettare il contatore della stampante. Alcuni sono a pagamento, altri probabilmente sono malware.

Non ne faccio esperienza perché per arrivare al tampone è necessario liberare dagli incastri il pannello di controllo. Il pulsante di accensione, che fa parte del pannello, è collegato alla scheda logica da un cavo piatto, lungo esattamente la distanza necessaria per arrivare al connettore, più tre o quattro millimetri.

Nel momento esatto in cui il pannello di controllo è libero di spostarsi, il cavo piatto si sfila dolcemente dal connettore. Quest’ultimo è a pochissima distanza dalla parte superiore del case della stampante. Provare a riconnettere il pulsante di accensione è inutile: perché il cavo piatto arrivi al connettore, il pannello deve essere a posto e così facendo si incastra solidamente al case in alto; ovvero, non lascia alcuno spazio di manovvra. Per come sono disposti i pezzi, servono pinze sottili e mano da chirurgo e smontare tutta la stampante invece delle sole parti che lasciano accesso al tampone.

La stampante è platealmente progettata in modo che la sua apertura provochi il distacco del cavo del connettore di accensione e possiede un contatore interno che inibisce arbitrariamente la stampa a un momento dato.

Le mia scarse capacità di scassinatore di stampanti hanno certamente influito e, con il senno di poi, avrei dovuto rischiare un malware e resettare il contatore prima di cercare di raggiungere fisicamente il tampone. Ma è possibile concepire un cavo troppo corto per consentire l’apertura della stampante e inventarsi il trucco del tampone saturo per compromettere volutamente il funzionamento dell’apparecchio? Perché di questo si tratta. L’intenzione era pulire il tampone (una spugnetta di gommapiuma), non manomettere chissà che cosa.

La mia famiglia allargata avrà una nuova stampante, non Epson. Il diritto alla riparazione di cui ogni tanto si farnetica dovrebbe contemplare l’esistenza, che arriva prima, del dovere di progettazione onesta.

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Il primo catalizzatore
posted on 2021-09-17 00:10

Tengo particolarmente al ricordo di Sir Clive Sinclair perché ho usato un Macintosh nel 1984.

Prima di Macintosh avevo già usato un Apple //, che mi piaceva moltissimo. Era un computer della redazione, che durante le vacanze di Natale mi portai a casa per giocarci a Lode Runner. Ero affascinato.

Poi però usai un Macintosh, il primo arrivato presso la casa editrice dove lavoravo. Fu uno shock culturale: improvvisamente diventata chiaro quanto fosse possibile superare i propri limiti con l’ausilio del computer e quanto potente fosse l’interfaccia grafica per stabilire il legame necessario.

Apple // era straordinario ma non mi aveva dato questa sensazione, intensa ai limiti dello sconvolgimento.

Solo un altro computer mi ha dato la stessa sensazione: ZX Spectrum. Lo comprai appena terminato il servizio militare; le vetrine dei negozi di elettronica di consumo erano pieni dei primi microcomputer, una grande novità.

Scoprii la programmazione, con il Basic dello Spectrum. Una sera andai a dormire pieno di curiosità: avevo lasciato lo Spectrum ad accendere sullo schermo pixel determinati a caso dal randomizzatore del Basic (l’ho già raccontato, ma oggi è morto Sir Clive ed è necessaria la replica). La mattina dopo ero metà incuriosito e metà deluso: lo schermo era attraversato da righe diagonali a distanza regolare. Avevo appena scoperto gli algoritmi pseudorandom.

La maggioranza dei nuovi adepti del microcomputer decantava i giochi, i colori, il sonoro di Commodore 64: intanto tutti i progressi significativi avvenivano su Spectrum, esattamente come in seguito la maggioranza vociante si sarebbe buttata su PC ignara del fatto che i programmi capaci di fare la storia arrivavano da Macintosh.

È su Spectrum che Psion ha pubblicato per la prima volta alcuni dei programmi più brillanti che abbia mai visto, a partire da Psion Chess (in redazione organizzai un torno di scacchi tra computer e Psion Chess si comportò mirabilmente, nonostante la potenza di elaborazione hardware a sua disposizione fosse la peggiore).

È su Spectrum che ho scoperto il linguaggio Lisp. A quei tempi si usavano le Lisp Machine, calcolatori dedicati di costo inavvicinabile a un privato. Spectrum aveva un interprete Lisp ineccepibile, persino con uno spazio di memoria per routine in linguaggio macchina ove servisse velocità.

È su Spectrum che è uscita una avventura testuale come The Hobbit, che faceva progressi mai visti prima nell’interpretazione del linguaggio parlato, oppure un gioco di strategia come Lords of Midnight, un capolavoro di programmazione che riusciva a inserire nei poco più di quaranta chilobyte a disposizione del programma mi pare dodicimila locazioni diverse, con relativa rappresentazione grafica, per quanto stilizzata.

Non ricordo il nome del word processor migliore per Spectrum (quasi inusabile sulla tastiera di gomma), ma riusciva ingegnosamente a presentare sessantaquattro caratteri per riga in luogo dei trentadue normalmente previsti.

Il mio primo lavoro da libero professionista, la traduzione di un libro, richiedeva non solo un word processor, ma anche una tastiera almeno decente. Per poterci lavorare acquistai un Ql, che aveva una tastiera decente al minor prezzo possibile, e un word processor notevole (programmato, tu guarda, da Psion).

Clive Sinclair non aveva solo progettato microcomputer, cosa certo non banale ma praticatissima nella prima metà degli anni ottanta; aveva progettato piattaforme catalizzatrici di talento, dove programmatori prodigiosi spostavano in avanti la frontiera di quello che poteva fare il software. Esattamente quello che accadde con Macintosh. Steve Jobs fu un grande catalizzatore di genio programmatorio, ma arrivò dopo Sinclair.

Il creatore di Spectrum e Ql (per tacere di tutto il resto) era anche uno sfidante dello status quo: le sue scelte hardware erano coraggiose e a volte genuinamente folli. Anche dove erano, oltre che folli, poco indovinate (una su tutte, i microdrive di Ql), si distinguevano per ingegno e creatività industriale. Come le meraviglie di Steve Wozniak e degli altri guru del team Macintosh.

Se vogliamo spingere oltre il lecito il parallelo, eccone uno oltraggiosamente paradossale: Sinclair produsse effettivamente l’auto elettrica, cui si dice che Apple stia lavorando da anni.

La quantità di cose che amo dell’informatica e che derivano dal lavoro di Sir Clive è davvero alta e a lui debbo molto della mia formazione.

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Chi siamo, dove andiamo
posted on 2021-09-15 00:13

Sembra ieri e invece era il 2007 quando Steve Jobs annunciò il cambio della ragione sociale, da Apple Computer a Apple.

La cosa fece gran rumore. Avrebbe potuto farne molto di più, se non fosse stato che Jobs si esibì in uno dei suoi più formidabili campi di distorsione della realtà:

Mac, iPod, TV e iPhone. Solo uno di questi è un computer. Quindi cambiamo il nome.

Se avesse detto la verità, avrebbe suscitato un clamore superiore, ma forse Apple ne avrebbe risentito in modo anche ragguardevole. Perché erano tutti computer.

Jobs non poteva ammetterlo, perché tantissimi non avrebbero mai comprato un computer da tasca al posto di un telefono, mentre invece si sarebbero messi in fila per un telefono dotato di nuove possibilità.

E sapeva benissimo che ammetterlo sarebbe stato inutile, per un motivo: tempo qualche anno, a nessuno sarebbe più interessato alcunché di che cosa fossero quegli aggeggi in vendita con la mela sopra.

Eccoci al 2021. Apple distribuisce un aggiornamento di sicurezza straordinario, per chiudere la porta a un attacco piuttosto grave a cui è vulnerabile l’intera linea di prodotti (visto, che sono computer?).

Quando si parlava di computer, in un caso come questo fioccavano gli articoli divulgativi, le interviste, i disassemblaggi del malware da spiegare all’uomo della strada, cronistorie sulla sicurezza informatica, polemiche.

Oggi è rumore di fondo. Chi ci tiene aggiorna al volo, chi non ne sa aggiornerà quando glielo diranno i device, non succederà niente di drammatico.

Intanto Apple manda in onda uno show in diretta planetaria dedicato ai nuovi annunci di prodotto.

Invece di un amministratore delegato su un palco, abbiamo un maestro di cerimonia che dipana un filo rosso tra musicisti, illustratori, medici di pronto soccorso, rider, studenti, sportivi, uomini e donne della strada, cantanti, arrampicatori, ginecologi, trainer, videomaker, attori, allenatori, surfisti, impiegati e chissà quanti ne dimentico. L’umanità rappresentata mentre viene liberata di volta in volta grazie ad watch, iPhone, iPad (classico e mini), naturalmente iPhone 13 normale e Pro, tv+.

La tecnologia c’è e di eccellenza, ma sta immersa tra una serie TV e un trekking sulle colline, meditazioni in palestra e montaggi video, scogliere e quartieri urbani, maggioranze e minoranze, un caleidoscopio creato con dispendio immenso di mezzi e capacità.

Ci siamo arrivati. A nessuno interessa più la tecnologia in quanto tale, perché Jobs ha vinto, anzi, stravinto e il computer, da oggetto con cui interfacciarsi, è diventato oggetto della nostra vita, pervasivo come i rubinetti dell’acqua o le sedie o i pigiami.

L’amplificatore di intelligenza originale oggi svolge la stessa funzione per la salute, la forma fisica, la preparazione scolastica, le imcombenze d’ufficio, gli hobby e le aspirazioni, i rapporti umani e quelli da stampare per il capo, senza vincoli di distanza, difficoltà, peculiarità.

Il conglomerato Apple è un’impresa nell’impresa, impegnato nella sfida di trasformare in valore qualunque aspetto della vita quotidiana. La metafora della scrivania si è espansa all’universo conosciuto, almeno quello abitato.

Il computer, anche se nessuno più lo riconosce, è diventato l’ausilio prezioso che avrebbe già voluto essere dagli anni ottanta, che ci aiuta a definire chi siamo, che cosa vogliamo, dove andiamo, e anche a tradurre tutto questo in realtà.

La questione su quanto duri la batteria di watch o se iPad mini sia meglio con USB-C o Lightning, che una volta avrebbe appassionato intere mailing list, è risolta dall’esistenza stessa dell’oggetto, che si autolegittima.

Fu detto cambiare il mondo una persona alla volta. È questo. Psichedelico, rutilante, sopra le righe, sempre al limite della spacconata o del kitsch, sempre evitati con un cambio di scena che trasforma ogni sequenza in una celebrazione olistica con reminiscenze hippy della vita, delle persone, del talento di ciascuno.

Celebrazione interessata, non c’è dubbio, non per questo meno vera. Apple manda in scena il più grande spettacolo del mondo, dedicato allo spettacolo del mondo.

Chi siamo e dove andiamo dipende da noi, ma anche da tutti noi, e anche da loro, i cui droni hanno tributato un omaggio vitale e quasi selvaggio alla California, dove non è cominciato tutto, ma si è girato un angolo che ha cambiato la storia dell’umanità.

Non sappiamo di preciso quando arrivano gli watch Serie 7, ma viene voglia di svegliarsi domani e mettersi in gioco su qualcosa di immensamente sfidante, armati di tecnologia sottile, leggera, fidata, a volte imprevedibile e incostante, sempre in sviluppo, come vorremmo potesse sempre essere l’oggi.

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L’ozio è il padre delle righe di comando
posted on 2021-09-14 01:51

Siccome sono più interessato del solito all’evento Apple di fine estate e devo ingannare l’attesa, mi sono messo a giocare a Bashcrawl, avventura testuale per il Terminale che insegna i fondamentali della shell.

C’è sicuramente di meglio per ingannare un’attesa, ma volevo qualcosa che fosse sufficientemente lontano dai temi dell’evento.

Bashcrawl è semplice semplice e va bene anche per un neofita del Terminale, purché riesca almeno a portare a termine l’installazione e seguire le istruzioni di questo articolo.

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L’eccezione remota
posted on 2021-09-13 01:40

Una regola che vige qui è parlare di cose che, più o meno approfonditamente, si sono già lette.

Poi ci sono le eccezioni. Oggi tocca a The Three Speeds of Collaboration: Tool Selection and Culture Fit.

Non l’ho ancora letto, ma mi tocca. Sono quattordici minuti che, a volo d’uccello, costituiscono l’approccio più brillante e profondo che abbia visto finora alla collaborazione remota.

Ovvero, è una pagina che rafforza la spina dorsale di numerosi argomenti che ho all’ordine del giorno al ritorno dalle vacanze.

C’è anche di mezzo un libro, tra poco cominceranno le pressioni a spendere da Black Friday a Natale, si comincia a compilare la lista dei desideri, che male c’è a essere in anticipo? Quattro euro e ottantasette centesimi per fare un passo avanti si possono contemplare (grazie a kOoLiNuS per la segnalazione della disponibilità su Amazon italiano).

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Le mille bolle ordinate
posted on 2021-09-12 01:13

Da questa estate il blog si generava regolarmente, ma non prima di avere sputato esattamente trentasette righe di messaggi di errore.

Ci sono già fin troppe cose da sistemare e così ho provato a leggere attentamente i messaggi: la colpa era di un octet che il motore di Coleslaw non riusciva a leggere.

Due numeri tipo 105 e 92, di cui non avevo idea. Ma l’esperienza accumulata con Octopress e Jekyll mi ha insegnato che spesso questo tipo di errori nasce da un carattere non ortodosso (per chi ha scritto il motore) presente nelle zone del file originale che vengono interpretate dal motore stesso per preparare la struttura del sito.

Così avevo solo duecentoquarantotto articoli in cui cercare un carattere strano dentro le intestazioni. Non incoraggiante.

Per fortuna mi sono ricordato di Bubble Sort, un algoritmo che ordina una serie di numeri confrontando in continuazione due di essi fino a quando tutti i confronti di coppia possibili sono stati eseguiti e il file è stato ordinato.

Qui non dovevo ordinare ma compiere piuttosto una bubble search: confrontare coppie e vedere in quale elemento della coppia stava l’errore, per arrivare a eliminare tutti i post in ordine e restare con il colpevole in mano. L’idea sottostante è comunque la stessa, cambia solo lo svolgimento.

Ho preso centoventiquattro post e li ho levati dal motore, poi ho provato a generare il blog. Niente errore; quindi il problema stava da qualche parte nei centoventiquattro file eliminati.

Se avessi visto l’errore, avrei dovuto invertire la scelta; mettere nel motore i centoventiquattro appena levati e togliere quelli che c’erano, per riprovare a mo’ di conferma.

Invece ero sulla strada giusta. Ho diviso i centoventiquattro in due gruppi da sessantadue e ho ripetuto la prova. Il gruppo che dava errore è stato ulteriormente diviso in due metà da trentuno; i trentuno indiziati sono diventati due gruppi da sedici e quindici e così via.

In un quarto d’ora circa ho isolato un maledetto post del trenta luglio con una È nel titolo, cioè in uno dei campi soggetti ad analisi da parte del motore.

Senza il bubble sort, avrei dovuto ingegnarmi maggiormente. E ciò dimostra quanto sia importante leggere i libri di coding destinati, per quando ne avranno voglia, alle figlie. Mettere in ordine non riguarda solo la stanza dei giochi.

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Vive la difference
posted on 2021-09-11 00:32

Mi sembra che articoli come Luxury Surveillance passino il segno, nel loro associare watch o Fitbit a braccialetti di sorveglianza per condannati, solo più costosi e per gente che se li può permettere.

Le persone pagano di più per tecnologie di tracciamento che vengono imposte ad altri, non volenti.

L’idea di fondo è quella del capitalismo di sorveglianza che è certamente un problema; al tempo stesso, c’è un ampio insieme di persone che paga più volentieri per qualcosa che contenga la parola capitalismo all’interno e una sua critica. (Non sto facendo politica, constato un fatto).

I programmi di fitness indetti dalle aziende trendy sono al pari del sistema di controllo sociale cinese; indossare un braccialetto per tenere sotto controllo la frequenza cardiaca o il glucosio nel sangue è vicina alle dinamiche sociali del Grande Fratello (quello di Orwell).

Così non funziona. Esistono i problemi di sorveglianza, di tracciamento, di mancanza di privacy, ma esistono differenze tra questo e quel contesto, e non da poco. Accetteresti di equiparare casa tua a un carcere perché abiti a pianterreno e così ci sono sbarre alle finestre, esattamente come in una prigione? Scommetto di no e scommetto pure che la differenza tra un posto in cui si è liberi e un posto in cui si è costretti risulti evidente.

Esattamente come un braccialetto elettronico per detenuti non si può togliere e un watch invece sì. Si può spegnere, si può configurare, si può togliere, si può cambiare con qualcos’altro oppure farne a meno. Qui il capitalismo di sorveglianza c’entra niente.

Bisognerebbe aggiungere che i sistemi Apple hanno un approccio alla privacy un po’ diverso dal resto. I miei dati di frequenza cardiaca raccolti con watch e custoditi su iPhone li ha visti solo il mio medico.

Per quanto riguarda l’aspetto luxury, aspetto l’annuncio dei nuovi watch di settima o ottava generazione (ho perso il conto), concedendomi il lusso di comprarne uno dopo avere rottamato un modello di prima generazione, che non aveva alcun senso riparare. Comprarmi un nuovo watch a sette anni di distanza dal primo non mi sembra esattamente una ostentazione sprezzante verso chi non se lo può permettere (e nessuno mai che chieda se per caso quella somma ragguardevole raccolta per un watch sia magari il frutto di piccoli sacrifici o di scelte precise; non è il mio caso onestamente, ma le famiglie dove avere quella cosa al polso è una questione di salute e non è facile arrivarci, ma vale la fatica di farlo, esistono; ne conosco alcune e certo non sono le uniche).

Scrivi che sto pagando per usare la stessa tecnologia usata per sorvegliare le minoranze oppresse dal sistema, autore di Luxury Surveillance? Mi spiace, proprio no. Sento grande solidarietà per le minoranze oppresse dal sistema, ma dare un watch a tutte quelle persone sarebbe iniziare a liberarle, non il contrario.

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Memorabilia
posted on 2021-09-10 03:13

Ho scritto per una società il memo che segue. Ma le considerazioni contenute sono abbastanza universali da essere condivise più in largo. Magari un giorno verranno ricordate.

Il fine giustifica i mezzi di comunicazione

La comunicazione è terribile.
— Jeff Bezos

Premessa: in una società qualunque, è il collaboratore che va incontro alle necessità dell’azienda; non è l’azienda che va incontro alle necessità del collaboratore. Noi vogliamo essere una società qualunque? O vogliamo essere migliori?

Il vero senso della collaborazione è guadagnarci

Per la società, la risposta migliore è quella che porta il maggiore guadagno, i minori costi, una ragionevole soddisfazione dei collaboratori (sarei più soddisfatto dal lavorare oppure dal vivere di rendita e fare crociere attorno al mondo? Credo la seconda. La mia soddisfazione sul lavoro voglio che sia la più alta possibile, ma troverò sempre un limite di ragionevolezza).

Per un collaboratore, la risposta migliore è avere il massimo guadagno con il minimo sforzo… no, no. Quei tempi sono finiti. La risposta migliore è collaborare. Lavorare insieme alla società; se la società va bene ed è una buona società, il collaboratore avrà più soddisfazioni e guadagnerà di più. Quindi il collaboratore vuole metterci impegno, per tendere a una soddisfazione comune, che gioverà a entrambe le parti.

Si dovrebbe capire che la risposta più conveniente per tutti alla domanda sopra (vogliamo essere una società qualunque oppure essere migliori?) è trovare il punto giusto in cui si incontrano le rispettive necessità, se siamo gente come tanta. Se siamo bravi, società e collaboratore, troveremo il punto perfetto per fare incontrare i rispettivi desideri. Molto meglio delle necessità.

È difficile perché tendiamo tutti, società e collaboratori, a confondere necessità e desideri. La prima responsabile di questa confusione è l’abitudine.

L’ostacolo peggiore è l’abitudine

L’abitudine è desiderare quello che si ha.

L’abitudine, quando si presenta la necessità a chiedere il cambiamento, cerca di cacciarla via per mantenere le cose come sono. Perché l’abitudine ci fa pigri, paurosi, diffidenti. Per difenderla, trasformiamo in necessità tutto quello che abbiamo già.

Purtroppo chiudersi al cambiamento invece di approfittarne è un vicolo cieco. Le abitudini sono come l’alcool: una birra bendispone e scioglie le tensioni. Troppa birra fa perdere il controllo della situazione e quando ce ne accorgiamo è tardi.

Se invece desiderassimo obiettivi che ancora non abbiamo raggiunto? Significa crescita, carriera, self-improvement, maturità, un sacco di cose. Significa trovarsi alla porta il desiderio a chiedere il cambiamento, non più la necessità. Significa accogliere il desiderio, fare un patto insieme, partire per fare cose nuove, più importanti di prima, più belle di prima, più difficili di prima. Ciao ciao, necessità; cambiamo e inseguiamo una vita più interessante.

Tradotto in pratica

Che cosa significa questo giro di parole nella mia vita lavorativa – forse non solo – quotidiana?

Tutto questo riguarda per prima la società. Ha desideri forti: vuole crescere, vuole fare di più, fare meglio; per riuscirci, può solo cambiare. Restare quello che era il primo giorno la farebbe spegnere in poco tempo.

Tra i desideri della società c’è comunicare di più e con più efficacia, internamente e fuori.

Che cosa desidera la società

Internamente, la società lavora alla costruzione di un team coeso, motivato, propositivo, in crescita, unito da qualcosa che vada oltre l’avere lo stesso datore di lavoro, capace di condividere competenze e doti anche con chi non fa parte del mio gruppo di lavoro, capace di lavorare duramente e anche di divertirsi, a volte persino insieme.

Esternamente, si impegna per farsi conoscere, ampliare il raggio d’azione, trovare nuovi clienti e nuove commesse, farsi riconoscere autorevolezza, trasmettere un’idea diversa di società, che lavora duramente e sa anche divertirsi. (Sì, siamo sempre gli stessi, quando parliamo tra noi e quando parliamo con il resto del mondo).

Sulla base di quanto già detto, per chi legge questo documento ha senso cercare il miglior punto di incontro tra i propri desideri e quelli della società in tema di comunicazione. Attivamente e propositivamente; è giusto che la società avanzi nuove idee, metà delle volte. L’altra metà tocca a noi.

Una riflessione autentica su questo potrebbe diventare vantaggiosa per tutti. Ed è il messaggio più importante di questo memo.

Ce n’è un secondo, che riguarda i mezzi di comunicazione.

I dati restano, le app passano

Durante gli ultimi confronti è emersa la tendenza a ragionare per mezzi, o per strumenti: per app, per piattaforme, per servizi, presentandoli come i migliori, oppure come necessità, o come abitudini.

Abbiamo già visto quanto necessità e abitudini siano un ostacolo al cambiamento e quindi alla realizzazione dei desideri, di tutti.

È molto importante comprendere che la crescita va in direzione dei dati, non delle app per produrli. Non usiamo AutoCad perché ci chiedono di usare AutoCad; lo usiamo perché dobbiamo produrre file nel formato preferito da AutoCad.

Tra dieci anni useremo ancora AutoCad? Se il formato richiesto continua a essere quello, nessun dubbio. E se cambiasse? In editoria usavano tutti XPress; poi è cambiato il formato di riferimento e oggi usano InDesign. Gli anziani che usano Excel, da giovani usavano 1-2-3. E ha cambiato il 99% delle persone, compresi i difensori strenui di questo o quel programma. Perché il fine era cambiato e il cambiamento si è portato via chi voleva restare fermo.

In nome dei dati, non dovremmo avere un problema a cambiare la app che usiamo per produrli. Altrimenti abbiamo un problema, di abitudine.

Conta il messaggio, non lo strumento

Lo stesso vale per gli obiettivi di comunicazione. È stato detto un gran bene di Teams perché ha la chiamata, la condivisione dei file e la chat. Ora, l’elenco delle piattaforme che hanno le stesse identiche possibilità è ridicolmente lungo. Alcune di queste piattaforme sono gratuite, o sarebbero installabili privatamente su un server della società. Funzionano meglio di Teams? Alcune no, altre sì, altre boh (ne uso tante, ma non proprio tutte).

Se il desiderio della società fosse avere una piattaforma unificata di comunicazione interna, dove si troverebbe il punto di incontro migliore con il mio desiderio? Probabilmente sulla richiesta di avere video-condivisione-chat. Sui dati. Il fatto di avere queste cose sul programma X oppure su Y diventa secondario. Anche perché l’anno prossimo potrebbe essere più conveniente il programma Z…

Lo stesso discorso si applica alla produzione di documenti. Personalmente rimango perplesso ogni volta che sento parlare di licenze Office a pagamento. Perché – con una singola eccezione: le macro di Excel – Office è inutile.

Per inutile intendo dire che è facile produrre senza Office il tipo di documenti che ci servono (questo, per esempio); ed è altrettanto facile produrli in formato Office ove serva. Rimane ugualmente facile leggere file in formato Office in arrivo da terzi.

Il software per farlo, ancora una volta, è vario e può essere gratuito, in forma di app o di piattaforma, su cloud pubblico o privato.

Provocazione: accetteresti di rinunciare a Office e metterti in tasca la metà della quota di licenza che ti permette di usarlo (l’altra metà la risparmia la società e tutti sono più contenti)? Più terra terra: qual è il fine che giustifica Office? Necessità o desiderio? Crescita o abitudine?

Tre stili di lavoro (e di vita)

Ragionare per desideri può fare crescere la società e fare crescere ciascuno di noi, grazie al cambiamento.

Ragionare per necessità ci fa mettere pezze, stare in ritardo sulle cose, restringere la visione.

Ragionare per abitudini ci fa uscire dal mercato, o al più scivolare verso il basso. Magari non proprio oggi, ma il conto arriverà.

Scegliamo.

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