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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

La macchina delle illusioni

Da quando è stato avviato il progetto Titan ho fatto due figlie e portato la prima alle soglie della scuola primaria.

A interrompere il trend arriva l’articolo di Jean-Louis Gassée che fa giustizia di tante stupidaggini date in pasto ai lettori e spiega che la Apple Car, salvo meraviglie segrete che ancora nessuno ha saputo anticipare, è lontana e soprattutto molto improbabile. Finalmente (anche se ulteriori ipotetiche paternità sarebbero benissimo accolte).

Che una società abituata a profitti del trenta percento abbia interesse a competere in un mercato dove bisogna essere grandi maestri per fare il dieci (ci riesce solo Toyota, con un fatturato superiore a quello di Apple), e dove una Tesla ha impiegato anni per uscire dai profitti negativi, è improbabile. E se nel cilindro di Tim Cook c’è one more thing a riguardo, deve essere veramente clamorosa. Nessuno l’ha mai scoperta. Se include anche un impianto di produzione di auto mai visto prima sul pianeta, questo è avvolto nella più totale segretezza, invisibile a un satellite, protetto da una catena del silenzio perfetta. Un conto è nascondere una funzione di macOS, un altro un impianto industriale.

Ma tranquilli: se cronicamente incapaci di amare alla follia i propri acquisti, al punto di volerli conoscere intimamente e fare coppia per lavorare e divertirsi insieme meglio di prima, e costretti a sospirare di sogni impossibili o improbabili per trovare un senso alla vita, nessun problema: la macchina delle illusioni ha già aperto un nuovo fronte con Apple Glass. Escono nel 2021, nel 2022, che importanza ha? L’importante è avere un clic per distrarsi.

Sento i congiunti, metti che sia in arrivo qualche pargolo.

Quattro innovazioni

Cambiare la modalità di utilizzo di una categoria di prodotti. C’erano i computer, poi è arrivato Macintosh. Qualunque computer in vendita oggi discende da lì. Qualunque sistema operativo ha una interfaccia grafica possibile che si ispira a quei principî.

Cambiare la destinazione di utilizzo di una categoria di prodotti. C’era chi definiva iPhone un telefono perché, in una schermata con dodici app, ce n’era una che effettivamente faceva telefonare. Le cose che facciamo con un iPhone, o con Android se è per quello, sono tuttora insospettabili per tanti dirigenti Nokia che ancora soffrono di incubi notturni.

Cambiare il concetto alla base di un prodotto. Sono esistiti computer a tavoletta ben prima di iPad, ma iPad ha saputo rivoltare come il classico calzino il concetto fondante.

Catalizzare l’innovazione. Mettere sul piatto qualcosa che non sai dove andrà a parare, pronto a essere sorpreso da quello che ci farà il mondo. Magari per arrivarci devi essere innovativo tu stesso, magari no; quello che conta è che il qualcosa permetta di esplorare, sperimentare, aprire strade nuove.

Non so se lo studio in corso di allestimento a Stanford porterà veramente all’impiego di watch come strumento di diagnosi preventiva di Covid-19. Penso che neanche a Stanford lo sappiano.

Se però lo studio avesse successo, watch sarebbe stato catalizzatore di una innovazione formidabile che veramente, totalmente nessuno avrebbe saputo non dico prevedere, ma neanche immaginare.

Vorrei vederli, quelli che Apple non innova più. Già per il fatto stesso che una ricerca autorevole sia avviata, una autocritica costituirebbe una posizione onesta.

Il fascino del pesce

Dove Scott Forstall, artefice principe del successo iniziale di iPhone, racconta di quando era a colloquio con NeXT per farsi assumere nello stesso periodo in cui aveva ricevuto un’offerta da una grossa software house situata vicino a Seattle.

Steve Jobs interferisce nella procedura, prende il posto di un reclutatore e dopo una conversazione gli garantisce il posto, a patto che faccia finta di niente e si mostri comunque interessato anche durante i colloqui successivi.

La software house spedisce a casa di Forstall un salmone, a promemoria di come potrebbe mangiare gustoso se accettasse la loro offerta.

Tutti i modi per reclutare un talento sono buoni, ma alcuni più rivelatori di altri.

Forstall sostiene di avere cucinato il salmone e avere accettato l’offerta di NeXT. Secondo me ha preso tre giorni di riflessione e si è accorto che il pesce iniziava a puzzare.

Vivi e lascia girare

Un grande come Adam Engst può prendere un tema abusato come l’abitudine sbagliata di forzare la chiusura delle app su iOS e farne un pezzo istruttivo eccellente da leggere.

C’è la spiegazione a tutto, logica, esaustiva, compresa la nozione che terminare le app compulsivamente aumenta il consumo della batteria. Viene citato un esempio di autonomia addirittura quadruplicata in un iPad e mi pare un po’ esageratamente aneddotico; non lo prenderei come il dato tipico. C’è però effettivamente da guadagnare in autonomia a lasciare vivere le app, o almeno a terminarle con giudizio.

Sono certo che qualcuno interpreterà il tutto come l’ennesimo attentato alla propria libertà di fare quello che vuole sul suo iPhone, visto che lo ha pagato. Non resteremo mai senza confusi sulla differenza tra uso legittimo e uso appropriato. E mai nessuno che si lanci in autostrada a centotrenta orari in prima, perché l’auto è sua e può farci quello che vuole.

Basta la parola

Normalmente lascio che i miei computer si aggiornino da soli. Stavolta ero troppo curioso di vedere iOS 13.5 con le migliorie alle chiamate FaceTime tra gruppi e naturalmente la prima edizione ufficiale dell’infrastruttura di servizio per le app di tracciamento contatti antiCovid-19.

Sono andato a cercare notizie di Immuni. Su GitHub sono visibili zero righe di codice. Solo chiacchiere.

Sul sito di Agenda Digitale, l’articolo su Immuni, quello dove riescono a scrivere Bending Spoons in tre modi diversi, è stato aggiornato tra l’altro con una dozzina di schermate. Roba forte.

Forse si sono convinti che la gente legga Immuni e pensi, più che al nome della app, al risultato dell’esame. Sentirsi sicuri e protetti dopotutto ha notoriamente un effetto positivo sulla salute. La app, beh, c’è tempo, no?

Ultime spiagge

La politica è una faccenda complicata e spesso fatta di strategie che vanno a vantaggio del consenso per una parte ma non per i cittadini (e in questi casi è politica cattiva).

Una di queste strategie è abbracciare una visione per guadagnare il consenso, incassare il consenso stesso e poi tipo vent’anni dopo dire candidamente ci eravamo sbagliati, dopo avere terminato di godere dei vantaggi ottenuti grazie all’errore.

Veniamo all’open source e a Microsoft, un cui alto dirigente ha dichiarato questo:

Quando l’open source è esploso all’inizio del secolo, Microsoft si trovava sul lato sbagliato della storia e l’ho vissuto a livello personale.

Così vent’anni dopo siamo all’offensiva della simpatia, all’open source adesso vogliono tanto bene.

E se lo comprano, a partire da GitHub. Lo compenetrano, a partire da milioni di righe di codice per Linux. Lo sbandierano, invitando all’adozione di strumenti come Visual Studio Code.

Non so quando lo vedremo, ma lo vedremo. A un certo punto Microsoft avrà voluto tanto bene all’open source da essere in grado di dirigerlo come un burattino, in controllo dei progetti di mezzo mondo, in controllo dello sviluppo di Linux, in controllo degli strumenti di sviluppo, in controllo di tutto.

Rimarranno le ultime spiagge. Come è successo negli anni novanta, quando Internet Explorer si stava fagocitando il web. Per fortuna qualcuno mise a punto browser alternativi e standard se non buoni, almeno, decenti. Microsoft ne rimase fuori e perse.

Oggi ha imparato bene la lezione e non solo si trova ovunque nei gruppi che definiscono gli standard ma, appunto, nell’impossibilità di evitare che la gente ragioni open, si premura che lo faccia secondo le sue impostazioni. Che domani, nella sua visione, diventeranno così ubique da essere obbligatorie di fatto.

A salvarci saranno eroi del nostro tempo che ancora quasi nessuno conosce. FreeBsd va sostenuto, per esempio. OpenBsd va sostenuto; è appena uscita la sua versione 6.7.

Loro e altri saranno le ultime spiagge, le possibilità finali di usare tecnologie veramente aperte e veramente libere quando sarà stata perfezionata la Grande Omologazione. L’ultima difesa.

I tempi sono lunghi, ne parleranno soprattutto le prossime generazioni. Intanto bisogna mettere le mani avanti e avvisare.

Impicci e impacci

Tu non sei un insegnante. Quindi dovresti fare a meno di impicciarti in faccende come l’insegnamento a distanza, mi è stato detto.

Verissimo, non sono affatto un insegnante.

Sono andato in un posto pieno di insegnanti: la rivista Tecnica della scuola, una testata prestigiosa come minimo per il fatto che vive dal 1949. Il sito è per certi versi ruspante ma neanche impossibile, considerato che i contenuti sono davvero molti. Attorno alla testata deve esserci attenzione considerevole e primariamente da parte, appunto, degli insegnanti.

L’archivio degli articoli taggati didattica a distanza contiene ben settecentosessantadue articoli. Lascio al lettore la verifica di quanti pro e quanti contro, questione ora secondaria.

Il più recente di questi settecentosessantadue articoli è datato 18 maggio, ieri.

Il meno recente… 6 marzo 2020.

Mi stupisce poco che in settantaquattro giorni siano passati settecentosessantadue articoli. Più di dieci al giorno. Lo dicevo, è un sito molto attivo.

Mi stupisce che, prima del coronavirus, il tema su Tecnica della scuola fosse assente. Non per modo di dire. Zero articoli. Da zero a dieci al giorno è un bel passo.

Ecco perché mi impiccio senza essere un insegnante. È pieno di insegnanti che si impicciano nella didattica a distanza da due mesi, dopo averla ignorata per una vita.

L’utopia della ricerca

Un tema importante sul mio desktop digitale in quest’ultimo periodo è stato la ricerca.

Dati distribuiti su apparecchi diversi, accessibili in modi diversi, con differenti possibilità di elaborazione e analisi. A guardarlo da lontano è uno scenario da incubo. Senza contare la mole di dati che arriva dalla cerchia esterna (amici, contatti, colleghi, quindi per esempio messaggi in quindicimila formati diversi, su piattaforme molto chiuse). Per non pensare allo spazio esterno, cioè Internet e addentellati.

Viene spontaneo pensare a una qualche soluzione che possa essere univoca e risolvere tutti i problemi, probabilmente perché ci illudiamo che se cerchiamo una cosa su Google lui ci mostri veramente tutto quello che esiste o, perlomeno, la fonte di sicuro più rilevante. Non è così e di molte lunghezze.

L’unica soluzione, che non lo è, è partire da più lontano e concepire un approccio più globale. Ho letto recentemente di costruzione di un’infrastruttura personale di ricerca per la conoscenza e il codice. Molto tecnico, con una prospettiva da programmatore, pieno di riferimenti quasi inutilizzabili senza una grossa esperienza e capacità.

Però la direzione su cui, almeno, riflettere è quella. Stay tuned.

Adozione ad interim

Questo post – e altri che verranno – è scritto con Drafts su iPad.

Per ora l’unica ragione vera è che Drafts riesce a salvare (non a sincronizzare, ma è già qualcosa) su iCloud Drive mentre Editorial si limita a Dropbox, cosa che crea problemi quando, come mi è accaduto, Dropbox ha iniziato a presentare numerosi, troppi errori di sincronizzazione.

Si tratta per ora di una adozione ad interim. L’interfaccia di Drafts è stata progettata da un negromante allucinato, ma voglio avere tempo di esplorare meglio le possibilità di automazione della app prima di cambiare cavallo. Un altro problema potenziale è che mi servono anche funzioni da editor generico che vada oltre Markdown; per ora non ci penso, Editorial continua a essere presente su iPad e se non altro scaricare il blog su Drafts risolve almeno la metà dei casi di utilizzo giornalieri.

Prossimi candidati: IA Writer e 1Writer.

Quis custodiet ipsos custodes?

Un indizio incoraggiante sulla Magic Keyboard per iPad Pro: Pad & Quill ha creato Copertina, una custodia per iPad Pro con Magic Keyboard.

Praticamente una custodia per la custodia di iPad.

Per quale altro prodotto potrebbe mai accadere una cosa del genere?

(Sperando che a nessuno venga in mente di vendere una protezione per Copertina a protezione di Magic Keyboard a protezione di iPad Pro, che al mercato mio padre comprò).

E l’interrogativo retorico di Giovenale trovò risposta, duemila anni dopo.

In stato di svendita

Per chi seguisse le sorti del cloud in Italia, Amazon ha da poco aperto la regione di Europa (Milano) dei propri Amazon Web Services. I lavori sono cominciati nel 2018. In fatto di infrastruttura, indotto e attenzione per l’Italia è essenzialmente una notizia positiva. Dal link si raggiunge la notizia presente sul blog di Amazon.

Microsoft ha appena annunciato un investimento parte del programma Ambizione Italia, iniziato nel 2018, che promette una regione italiana del proprio cloud entro cinque anni.

Dal link si raggiunge il comunicato stampa, che contiene dichiarazioni entusiastiche del presidente del consiglio e del ministro dell’innovazione.

Siccome rappresentano in questa situazione il Paese, da cittadino vorrei sapere se abbiamo comprato qualcosa, o venduto qualcosa, o svenduto qualcosa, o promesso in cambio di promesse, o promesso in cambio di investimenti, o qualcosa d’altro, e l’esatta natura di tutti questi qualcosa.