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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

L’abito fa l’abitudine

Per un lavoro vagamente creativo ho installato i font di Apple, San Francisco e New York. L’ho fatto per puro dovere, ma ora devo ammettere che non sono affatto male.

Sì, lo so che Apple li usa ovunque e non sono una novità. Nondimeno, dentro un documento scritto o un layout grafico hanno un perché autonomo, mentre fusi dentro la comunicazione di Apple sembrano semplicemente un’altra cosa fatta da Apple, pulitini, quasi anonimi.

In particolare, New York mi ha sorpreso. Sulla carta non gli avrei dato un centesimo. Invece possiede una bella energia.

Attenzione alle librerie di simboli presenti sulla pagina, perché sono davvero corpose e piene di spunti.

Non sono il mio genere di font per l’uso massiccio quotidiano. Però averci a che fare è stato molto piacevole per l’occhio e il lavoro è stato vestito tipograficamente come meritava. Mi sono già abituato a vederli.

Abbiamo abolito la povertà

Above Avalon scrive che secondo le nostre stime, il mese scorso Apple ha superato la boa del miliardo di utilizzatori di iPhone.

Se leggo i commenti a seguito di una presentazione di nuovi iPhone, non mancano mai le battute sul rene da vendere, meglio pagarsi un viaggio, fai le stesse cose a metà prezzo eccetera.

Non sono ricco e ho un iPhone. Certamente sono fortunato, molto fortunato, in più di un modo: in prospettiva planetaria, so leggere e scrivere, ho l’acqua corrente, un tetto solido, accesso a cure mediche e a servizi sociali di qualità ragionevole quando non buona. Se prendo in considerazione i sette miliardi che siamo, questa è fortuna. Grande fortuna.

Però non mi si faccia passare per privilegiato, ad avere un iPhone. Se siamo un miliardo su sette miliardi, siamo fortunati di sicuro. Non possiamo però essere ricchi o privilegiati.

Scuole di pensiero

È veramente difficile pensare alla nostra scuola in questi giorni senza sentire voglia di fare polemica. A causa del coronavirus sono rimaste chiuse per un quadrimestre, durante il quale abbiamo sentito alla nausea le geremiadi su come fosse brutta la teledidattica e quanto fosse indispensabile riaprire le scuole.

Uno che avesse detto una parola su quello che doveva cambiare, prima di riaprire. L’inadeguatezza degli spazi e delle strutture; il virus della burocrazia, che non uccide nessuno ma mortifica tutti; la necessità di ripensare radicalmente programmi e dinamiche della scuola, che continua a funzionare come nell’Ottocento, solo che siamo nel Duemila.

Contava riaprire e basta. Anzi, contava riaprire esattamente come prima. Ci voleva poco a capire che, come la scuola di prima ieri ha dovuto chiudere, la scuola di prima oggi è candidata a rifarlo. Volevano riaprire le scuole in presenza per esorcizzare il demone della teledidattica, che non capiscono e non sanno praticare. Hanno ottenuto quello che volevano e ora riavranno la teledidattica come conseguenza della loro inettitudine e di quella del governo, il che dice molto sulle rispettive intelligenze.

Andiamo a respirare piuttosto un po’ di aria fresca, grazie alla visita in Estonia del team di Cambridge Mathematics per vedere come fanno da quelle parti a insegnare matematica.

Nelle tre classi che abbiamo visitato, ci siamo concentrati sull’uso della tecnologia digitale. In due di esse consisteva nell’uso di iPad; ogni ragazzo ne aveva uno, sapeva usarlo bene e l’apparecchio era realmente incorporato nella lezione, impiegato soltanto quando c’era una buona ragione per farlo. Gli insegnanti ci hanno parlato con entusiasmo delle possibilità offerte dall’informatica e in tutte le lezioni che abbiamo seguito questa è stata alternata con altre attività complementari, per esempio l’origami. Nella terza classe che abbiamo visitato, abbiamo osservato come funziona la Computer Based Maths. È un progetto centrato sulla statistica, progettato congiuntamente dagli specialisti estoni in insegnamento della matematica e Wolfram. Per quanto sia una parte molto piccola del curriculum estone, volevamo vedere come il docente riusciva a tenere unita una classe con capacità miste e se il software Mathematica supportava un’esperienza di soluzione problemi sia realistica sia efficace, due questioni per noi interessanti visto che a Cambridge abbiamo esplorato un progetto simile, solo concentrato sulla geometria.

Niente di che. Scambio culturale, apertura a strumenti nuovi, sperimentazione ragionevole, progetti concreti. Basta poco per sentirsi un altro pianeta.

Mentre noi ci preoccupiamo che ogni classe abbia la propria lavagna interattiva, in Estonia hanno il videoproiettore, ma preferiscono inviare i contenuti su apparecchi portatili individuali.

E infine:

[I docenti estoni] sono ben preparati […] e liberi di prendere le proprie decisioni in base alla materia e alla loro conoscenza degli studenti. […] C’è una forte enfasi sulla creatività del curriculum e sull’educazione culturale, vista come assolutamente essenziale.

Non so se mostrare che cosa succede non lontanissimo da noi sia fare polemica. Di certo, mi sembra di intravedere un modello più resistente a problematiche come quelle attuali.

Servi del potere

Arriva a GitHub una notifica di richiesta di cancellazione di youtube-dl per violazione di copyright, prontamente esaudita.

youtube-dl è un programma Unix che permette di scaricare i video da YouTube. Certamente ci sono usi del programma che possono essere discutibili, ma gli usi, non il programma in sé. Posso solo auspicare che venga perseguito chi approfitta illegalmente del servizio di YouTube. Poi esistono il fair use, il possesso di media regolarmente acquistati, i video con licenza Creative Commons e tanti altri distinguo. Cancellare youtube-dl è un atto di censura arbitraria e stupida.

Volevo però dire un’altra cosa, attorno alla frase fatta scopare il mare.

Il repository primario di youtube-dl su GitHub è inaccessibile mentre scrivo. Nel contempo, su GitHub si trovano altri repository, perché è software libero; per esempio, l’onomatopeico ewe-tube-dl. Il sito ufficiale di youtube-dl è operante (ecco perché bisogna avere un proprio hosting privato invece di appoggiarsi a servizi di massa).

Non solo: un lettore di Slashdot indica come scaricare video di YouTube direttamente dal browser, con l’aiuto di Vlc media player, altro software libero. (Ecco perché bisogna usare software libero appena si può e magari iscriversi a LibreItalia, che in questo momento sta convincendo qualche scuola italiana a usare software libero come dice la legge, invece di altre soluzioni più brutte).

Non ho verificato le istruzioni, ma anche se non funzionassero per qualche cambiamento dell’ultimo minuto, il principio rimane. Tralascio anche le legioni di estensioni, script, utility e accrocchi vari per ottenere esattamente lo stesso scopo. Pensare che soffocare youtube-dl protegga chissà quale copyright è scopare il mare; è anche fattualmente impossibile soffocare youtube-dl, o qualsiasi altro programma con una licenza free.

Certo, ci sono multinazionali abbastanza infastidite dai programmi liberi e altrettanto compromesse in modo spesso servile con major e conglomerati mediali e pubblicitari. La stessa Apple è stata all’avanguardia nell’uso di software libero, nell’ambito di aziende che producono computer e sistemi operativi proprietari, ma si tiene alla larga dai programmi con licenza Gpl3.

Tirate le somme, è stata soppressa solo una istanza di youtube-dl: quella ufficiale, subito identificabile, su GitHub.

Indovina quale multinazionale è proprietaria di GitHub.

Chi sbaglia fa pagare

Il nuovo aggiornamento di BBEdit contiene più di venti aggiunte, tra cui il recupero dei documenti che sono stati chiusi senza salvare (praticamente l’impossibilità di perdere dati); più di venticinque cambiamenti; più di sessantacinque bug fix.

En passant, è pronto per Apple silicon. Funzionerà nativamente a massima velocità sulle macchine con processore Arm che iniziano ad apparire nel giro credo di tre settimane.

In un universo parallelo c’è chi si lamenta di applicazioni che ancora devono passare a sessantaquattro bit, dopo anni e anni e ancora anni. Sono sviluppatori e software house che vanno stimolati a portarsi in pari, toccandoli nel portafogli se necessario. Per il software obsoleto non devono pagare i compratori, ma i cattivi sviluppatori.

La struttura segue la strategia

Capita che Apple si apra in modi impensabili ai tempi Steve Jobs. È il caso di Come Apple si è organizzata per innovare, articolo su Harvard Business Review cofirmato da Joel Podolny, rettore di Apple University, la struttura voluta proprio da Jobs per preservare lo spirito, l’organizzazione e le regole che contribuiscono al successo dell’azienda.

Qualche anno la stessa Apple University era un mezzo segreto. Oggi Podolny illustra in chiaro dettagli del funzionamento dell’azienda che, pur non strategici e già in qualche modo conosciuti, non erano mai stati mostrati a questo livello di trasparenza.

Il quadro che emerge è di un’eccezione a livello decisionale e strutturale; il motivo per il quale è sciocco considerarla un’azienda come tutte le altre. Le altre, quando raggiungono dimensioni comparabili, se non lo erano già assumono una struttura manageriale centrata sui prodotti, dove comandano manager a capo di divisioni di esperti, incaricati di portare sul mercato prodotti che hanno una gestione autonoma di profitti e perdite e spesso rivaleggiano – attraverso i rispettivi manager – con altri prodotti per conquistare le risorse messe a disposizione dalla società.

Apple invece ha una organizzazione funzionale, qualcosa che accade tipicamente nelle realtà più piccole e, unica nel suo genere, con Steve Jobs è rimasta tale anche quando le dimensioni si sono fatte immense. Organizzazione funzionale significa che la struttura segue la strategia: non esiste una divisione Mac, ma una divisione hardware, che si occupa naturalmente dell’aspetto hardware dei Mac quando occorre e di iPhone, tv eccetera. Al software dei Mac pensa la divisione software. Gli ingegneri non si occupano dei prezzi del prodotto, i finanziari sanno nulla dell’ingegnerizzazione del prodotto stesso.

I Vice President, che rispondono a Tim Cook, e i Senior Manager, che rispondono ai Vice President, sono _ a confronto con altre situazioni_ pochi rispetto alle strutture che dirigono. Una regola spiega che devono conoscere i dettagli dell’organizzazione del proprio team fino almeno a tre livelli gerarchici più in basso. Dopo un esperimento fallito nel 1997, non si chiamano più manager a gestire le aree di competenza, ma esperti; si ritiene che sia più facile formare un esperto in modo che sappia anche fare il manager invece di chiamare un manager e poi farlo diventare un esperto nel suo ramo. I manager di Apple hanno piena contezza del lavoro che svolgono i loro sottoposti.

Questo fa sì che i manager siano molto addentro allo sviluppo dei prodotti, ne sappiano delle fasi di produzione e delle specifiche tecniche e a volte scatenino epiche battaglie decisionali sopra una funzione, una opzione, un comando, che impongono il setaccio di innumerevoli particolari minuti e tuttavia presenti in fogli di lavoro, documenti di progetto, email. Il team che si prende rischi rispetto allo sviluppo di nuove funzioni e ottiene successo rafforza la propria reputazione interna, o all’opposto la perde se le cose vanno male.

Da tutto questo viene l’attenzione talvolta maniacale ai dettagli. L’articolo fa l’esempio degli squircle, gli angoli arrotondati dello hardware (iPad, iPhone, Mac, watch, tutti). La curva di arrotondamento non è affatto un cerchio come può sembrare a prima vista, ma presenta aggiustamenti che migliorano la resa all’occhio.

La cosa interessante di tutto questo è che conoscere il funzionamento interno di Apple aiuta a capire il perché di certe decisioni e a sgonfiare numerose polemiche sul web che partono da una netta ignoranza di come, appunto, procedano le fasi di sviluppo di un prodotto fino al suo arrivo sul mercato. Apple non è un’azienda come le altre e i suoi prodotti sono diversi dagli altri, espressione del fatto che non dipendono da una struttura aziendale dedicata.

Un libro in un articolo

Fuori tema per un giorno: Gödel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante è stato uno dei miei libri formativi, di cui raccomando la lettura a chiunque, sempre: è materia trasversale, non importa che cosa uno abbia studiato e, in larga parte, nemmeno se lo abbia fatto. È più importante essere curiosi, porsi domande. Costa 21,85 euro, con un bimestre di Netflix puoi espandere la tua conoscenza per anni, è quasi Natale, non dico altro.

Certamente è un libro: lungo, denso. Difficile trovare una pagina su cui sorvolare o priva di un gioco di parole, un concetto complesso dietro una spiegazione semplice, un rimando impegnativo.

La lettura di Mente contro macchina: un corollario filosofico del teorema di Gödel sull’incompletezza è gratuita e dura otto minuti. Il titolo non deve spaventare: l’articolo è perfettamente alla portata di una persona capace di leggere questo post. L’inglese dell’articolo è molto scientifico, ordinato e asciutto: per riuscire ad arrivare in fondo bastano una infarinatura e un dizionario a portata di mano.

L’articolo riesce a riassumere buona parte della tematica principale di Gödel, Escher, Bach. Incredibile, ma vero. Straordinario.

Arriva da Cantor’s Paradise, una newsletter veramente di livello per chi ama il genere, accessibile al neofita (altrimenti sarei morto) e però per niente banale.

Magari andrebbe segnalato a Douglas Hofstadter, l’autore di Gödel, Escher, Bach. Chissà se a settantacinque anni è ancora attivo.

The Atlantic gli ha dedicato un bellissimo ritratto, molto più lungo dell’articolo di cui sopra. Lì, sessantottenne, mostra una visione lucida dell’inganno collettivo attuale a proposito dell’intelligenza artificiale, confusa da moltissimi con l’apprendimento meccanizzato, con conseguenze negative a tutti i livelli, compreso quello lavorativo.

Il suo lavoro sarà ricordato a lungo.

Scelte decisive

La nostra umanità intrinseca concede chiaramente un bel po’ di chance all’amico smanettone che ci dice la sua sui progressi fotografici di iPhone 12. Dopo averci amabilmente chiacchierato, tuttavia, andrei a leggermi la prova di Austin Mann, perché oltre a essere umani è anche necessario essere razionali.

(Bonus: a Glacier National Park ho avuto il privilegio di fare trekking per una settimana e, oltre che umani e razionali, ogni tanto è bello pure essere emotivi, e rivedere quei posti fotografati in quel modo è stato un tuffo al cuore).

La nostra ascendenza scimmiesca ci porta invece a dare retta all’amico smanettone che ci parla dei suoi dischi rigidi. Qui è solo questione di essere seri: mandiamo pure a monte un’amicizia se necessario, perché le cattive compagnie fanno male. L’unico modo di parlare di dischi rigidi senza regredire a uno stadio evoluzionistico precedente è fare riferimento al report periodico di Backblaze. Si possono leggere frasi come questa:

Il Seagate da 14 terabyte (ST14000NM001G) [ha zero guasti] con 21.120 giorni/disco con 2.400 unità, ma è in funzione da meno di un mese. Il prossimo trimestre ci darà un quadro più chiaro.

Capito? Con duemilaquattrocento dischi in funzione, non hanno ancora dati sufficienti per dare un giudizio attendibile. Quando sento qualcuno che dà giudizi sul suo disco, potrei rispondere che l’altro giorno camminavo ai margini del bosco e ho incrociato una biscia, ma questo non mi autorizza a trarre conclusioni sulla fauna che l’italiano medio incontra camminando ai margini del bosco.

Per inciso, il parco totale di Backblaze supera i centocinquantamila dischi, per centosettantacinque milioni di giorni/disco.

Peggio ancora, nessun modello ha un tasso annuale di guasti superiore al 2,54 percento. Vuole dire che, su cento dischi, in un anno potrebbero guastarsene due o tre (trascuro la parte statistica delle deviazioni standard, se non lo dico Sabino mi buca le gomme). Un modello che abbia il doppio dell’affidabilità, cioè un tasso annuale di guasti dell’1,27 percento, nelle stesse condizioni vedrebbe uno o due guasti invece che due o tre.

Sto facendola molto ortogonale e chiedo perdono, ma è per chiarezza: i due modelli hanno uno affidabilità doppia dell’altro, però magari capita che, su cento dischi in un anno, del modello affidabile se ne guastano due perché è andata male e del modello meno affidabile se ne guastano due perché è andata bene.

L’amico smanettone è quello che vede i duecento dischi in taverna, vede due dischi rotti di là e due di qua, e conclude guarda, uno vale l’altro.

Come? L’amico smanettone ha visto dieci dischi in tutta la sua vita, e tira conclusioni? Ah, beh.

Subdolo più della marea

A Venezia sono riusciti a fare funzionare persino il Mose eppure, come testimonia Lorescuba che ringrazio, alla stazione di Venezia fanno fatica a calcolare l’Irql.

Maxischermo Windows in panne alla stazione di Venezia

A dimostrazione che l’acqua alta è un bel problema, ma qualcosa si può fare, mentre altri fastidi più pervasivi e subdoli saranno assai più difficili da eradicare.

A tutela del consumatore

Siamo stati in gita nei boschi in cerca di castagne. Per arrivarci mi sono fatto guidare da Mappe.

Nella serata ho ripensato a un amico che ha installato Immuni e da quel momento ha visto crollare l’autonomia di iPhone.

Gli ho proposto di verificare se il problema sia veramente Immuni oppure qualche processo impazzito, qualche app con problemi momentanei eccetera. Mi ha risposto che no, siccome l’aumento dei consumi coincide con l’installazione di Immuni, per forza si tratta di quella.

Ho guardato la sezione Batteria delle Impostazioni per guardare che cosa fosse successo a livello di consumi nella giornata di ieri, piuttosto atipica per la mia routine.

Consumo batteria di iPhone X

Come premessa, siamo partiti verso le dieci con batteria al cento percento e siamo tornati a casa alle diciotto con batteria al 62 percento. Mappe ha funzionato per sessanta/settanta minuti. Per il resto l’unità è stata usata pochissimo, di domenica, in giro nei boschi con le figlie, dove in certi punti era un lusso avere una connessione Edge.

Come si vede, Mappe ha fatto la parte del leone. In basso si vede perfino il consumo per i momenti in cui iPhone non trovava la rete e ha alzato i consumi nel tentativo di captare un segnale.

Immuni non è presente nell’elenco, che invece mostra le Notifiche di Esposizione. I consumi dell’architettura Apple/Google su cui si basa Immuni sono percepibili ma assolutamente nella norma per una app che di tanto in tanto si sveglia e opera. Si tenga conto che passare una domenica nei boschi, al giorno d’oggi, ti fa incontrare una marea di gente, per quanto in condizioni sicure.

Non saprei che dire al mio amico, se non magari di provare a reinstallare Immuni. O di verificare gli effettivi consumi delle app. Anche lui però dovrebbe saper dire qualcosa a me; può darsi benissimo che ci sia un bug oscuro che si manifesta solo in determinate condizioni hardware e software. L’applicazione non può essere inaffidabile come lui sostiene, però. Altrimenti, ci vorrebbe un bug miracoloso capace di farla funzionare impeccabilmente sulla mia macchina. Ben più elaborato dell’altro.

Ricordando Siracusa

Della Sicilia ho ricordi stupendi, comunque pensavo a John e alle sue inimitabili recensioni di macOS, allora Mac OS X e seguenti, su Ars Technica.

Rimangono inimitabili. Federico Viticci tuttavia ci va molto vicino con la sua recensione di iPadOS e iOS.

Completamente da leggere anche se ci vuole molto. Lo stile di Federico è molto diverso da quello di John e può solo andare così, anche perché nel parlare di iOS e iPadOS è del tutto controproducente andare sotto il cofano della macchina, dove nulla sostanzialmente ci interessa.

Le aperture grafiche delle ventitré (!) pagine sono spettacolari come mai, il lavoro fatto è egregio. C’è una marea di cose interessanti ed estrarre poche cose significative, stavolta, non funziona. Però Federico dice una cosa importante verso la conclusione:

Mi si permetta di riassumere questa recensione annuale di iOS e iPadOS con un eufemismo: il 2020 è stato un anno difficile per tutti. Riguardo al nostro angolo di Internet, questo comprende anche ingegneri e progettisti: qualunque opinione abbiamo sull’azienda, è rimarchevole che siano riusciti a preparare il (primo) rilascio di iOS e iPadOS 14 e far progredire il loro ecosistema di app in modo sostanziale senza alcuna catastrofe pubblica. Non chiedo compassione per una azienda da mille miliardi di dollari: dico che alla fine dei conti, i sistemi operativi sono fatti da persone. E le persone che lavorano in Apple hanno fatto accadere tutto questo malgrado tutti i piani del 2020 per mettere i bastoni tra le ruote di chiunque.

Sulla frase i sistemi operativi sono fatti da persone c’è il link a una toccante riflessione di John Siracusa nel trentesimo anniversario di Macintosh. Non è retorica.

A me piace particolarmente il penultimo paragrafo:

La creatività che iOS 14 ha aperto, che Apple se lo aspettasse o meno, non è una moda sciocca: è la prova bella e ispiratrice del nostro genio che trascende la tecnologia e trasforma il computer che usiamo di più, lo smartphone, in milioni di differenti permutazioni di sé; ognuna diversa dall’altra, ciascuna con una storia differente da raccontare.

Ed è perché soffro sempre quando mi dicono che va usato lo stesso programma per tutti, lo stesso sistema per tutti; va bene, forse, nei più rigorosi collegi svizzeri. Qua siamo umani e usiamo il computer per esprimerci.

Un nuovo format

Una nozione evidente: assistere a una presentazione di prodotto in persona ha tutt’altro sapere rispetto a guardarne una sullo schermo.

Un’altra nozione evidente: Anche dove ci fosse lo spazio in agenda, non è esattamente il momento migliore per recarsi ad Apple Park per vedere la presentazione di un nuovo watch o di un nuovo iPhone.

L’attuale modalità di presentazione dei prodotti può non essere quella ottimale. In compenso, è il meglio che possiamo avere in questo periodo.

Io sono contento, per una serie di ragioni.

La più banale è la popolarizzazione dell’evento. Non conta più avere trovato un posto allo Steve Jobs Theater o trovarsi in un sobborgo di Nanchino a masticare anatra con un iPhone SE in mano: l’evento è uguale per chiunque.

Meno banale: Apple ha ben chiare le soglie di attenzione diverse tra analogico e digitale. Ci sono di sicuro anche ragioni logistiche e di costi; Tuttavia non trovo solo coincidenza che si stia passando da eventi in presenza attorno alle due ore a eventi in rete di un’ora o poco più. Cambia il livello di attenzione che possiamo dare e il modo di comunicare le informazioni. Da spiegare a quelli che pensano di sostituire riunioni di due ore con teleriunioni di due ore o, peggio, chi pretende di insegnare da remoto esattamente come dalla cattedra, però dietro una telecamera.

Un po’ più sottile: la differenza tra diretta e registrato. Gli eventi Apple attuali vogliono dare l’impressione di ascoltare una persona che parla e però sono accuratamente preconfezionati. Nel vecchio mondo qualcuno avrebbe avuto da ridire, un po’ come a un concerto con il playback. Nel nuovo… qualcuno ha notato come il contenuto fili splendidamente, come i concetti vengano trasmessi con efficacia massima, come la perdita di tempo o il momento di noia siano tenacemente combattuti con l’intento di eliminarli?

Immaginiamo di dover insegnare il teorema di Pitagora. Meglio una diretta di un’ora con docente che si inceppa, guarda lo schermo invece dell’obiettivo, si schiarisce la voce, viene interrotto dallo studente che deve andare in bagno eccetera eccetera, o altrimenti quindici minuti di video coinvolgente, curato, ricco, chiaro, interessante e poi quarantacinque minuti di discussione?

Nell’ipotesi che vada comunque colmata l’ora canonica, chiaro. Scommetto a mani basse che nel secondo caso basterebbe mezz’ora per raggiungere lo stesso risultato e nell’ora canonica potrei insegnare due cose invece di una. Il video è un mezzo diverso dalla presenza: se vuoi fare cose efficaci, devi usare al massimo il mezzo che hai, non scimmiottare l’unico che conosci.

Ultimo e meno banale di tutti: Apple ha studiato maniacalmente i modi che aveva a disposizione per mantenere viva l’attenzione su un video di un’ora. Viste le transizioni da un evento all’altro, da una persona a un’altra, tra segmenti differenti di un prodotto? Gli effetti speciali, i movimenti di camera, l’illuminazione?

Quando sono online e vedo due persone di azienda che faticano persino a passarsi la parola senza generare noia, non ce la faccio più. Apple ha alzato l’asticella anche qui. O hai uno straccio di organizzazione, non voglio dire coordinamento, non voglio dire regia, oppure forse è meglio che mandi una email invece che farci perdere tempo.

È l’inizio di un nuovo format. Una lezione su come il digitale sia diverso dall’analogico, come vada sfruttato in modo diverso dall’analogico, come manchi di tante cose rispetto all’analogico e come ne abbia tante altre che invece all’analogico mancano. Soprattutto, una lezione sul fatto che il digitale cominciamo adesso a conoscerlo e a valorizzarlo, anche sotto necessità, e i confronti fatti fino a qui sono impropri, un canale millenario e familiare a tutti contro un canale che a ottobre 2019 era al massimo uno sfizio o una fisima o una toppa.

Forse è improprio che una lezione universitaria online cominci con pochi secondi di volo d’uccello tra i corridoi fino a entrare in aula. O che nell’aprire un cassetto di scrivania si scopra che dentro c’è un laboratorio e, dentro il laboratorio, un docente che si muove in favore di telecamera.

Forse no.