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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Barra dritta

Sarà che si avvicina Wwdc; di fatto mi ritrovo a guardare con gusto a cose che da tempo trascuravo o rifuggivo.

Per esempio, sono diventato via via restio a installare aggeggi che affollino la barra dei menu su Mac. Solo che BitBar è troppo semplice e ingegnoso per non provarlo.

Il principio è semplice: BitBar può mostrare a partire dalla barra dei menu l’effetto di qualsiasi script in funzione su Mac.

Bella idea. Moltiplicata per la rete, eccellente idea: chiunque può creare facilmente uno script apposta per BitBar sotto forma di plugin. Ne esistono già decine, opera di altrettanti sviluppatori che hanno contribuito.

Gratis, open source.

Invece che più affollata, la barra dei menu diventa più furba e così ci piace.

Rispondere con gusto

Insegnare è una cosa difficile. Insegnare online è diabolicamente difficile. Perché il diavolo si nasconde dove ben sappiamo.

Per questo, gli insegnanti bravi si fanno domande su tutto. Ogni aspetto è degno di riflessione e suscettibile di miglioramento. L’ottimo è nemico del bene ovviamente e alla fine una lezione bisogna averla, anche se non c’è stato tutto il tempo che si sarebbe voluto eccetera. Nel contempo, è incredibile come pochi dettagli messi a posto finiscano per fare una grande differenza.

Da guardare Julia Evans, che doveva trasmettere nozioni su Udp e sockets e ha cominciato a chiedersi come avrebbe potuto migliorare l’esperienza di apprendimento. Il tema è tecnico – c’è da imparare, per chi vuole! – e però nulla vieterebbe di adottare lo stesso approccio con i Cartaginesi, la partita doppia, le proprietà della sfera o la geografia astronomica.

Interessante più di tutto che il suo lavoro sia improntato sullo studente. Su quello che potrebbe volere, le risposte che potrebbe dare, la gratificazione che fa bene all’imparare. Il pulsante Ho imparato qualcosa! è semplice, candido, fantastico. Lo studente che prova gusto nel rispondere impara meglio.

Tutto quanto può essere copiato e riutilizzato con poca fatica. A parte qualche gioco di animazione divertente e non strettamente necessario, siamo a Html e Css, la base, la scuola primaria dell’informatica, quello che dovrebbe essere insegnato e usato nelle scuole al posto di Office, al posto di Google Docs, al posto di tutto.

Detto questo, si capisce bene quanto siano assurde le idee di mettere mezza classe in aula e mezza a casa a guardare l’altra mezza o altre genialate buttate lì in questo periodo per vedere se si rivolta abbastanza opinione pubblica oppure se si possono fare passare senza troppo baccano. Idee di gente che palesemente non si è mai posta domande come Julia Evans. Non che debba essere requisito per la docenza, eh; anche se dovrebbe rientrare nella cultura generale.

La ragione e i dati

Passerà Mac ai processori Arm? Predico che a WWDC in programma tra una settimana ci sarà un annuncio, ma nessun nuovo Mac già pronto. Al massimo qualche prototipo per gli sviluppatori, se va strabene una promessa per l’autunno. Altrimenti, 2021.

Il giorno prima che Mac passasse a Intel spiegai in una mailing list perché non sarebbe successo. Avevo assolutamente ragione; meglio, il mio ragionamento era impeccabile.

Peccato che non fossi aggiornato. Mi mancavano dati. Dati che ignoravo e facevano a pezzi il mio impeccabile ragionamento.

Ho imparato a cercare sempre e il più possibile i dati necessari al ragionamento, perché gli uni e l’altro si completano e sono reciprocamente necessari. Per quello scrivo predìco: il mio ragionamento non fa una grinza. Solo che potrebbero mancarmi dati.

Ieri ho letto una buona notizia su MacStories: The Iconfactory collabora con uno sviluppatore indipendente e pubblica una app gratuita e open source per facilitare l’installazione dei font su iPad.

Installare su iPad font diversi da quelli forniti di serie presenta rischi di sicurezza e avere una app open source per farlo offre garanzie superiori; se qualcosa non quadra, chiunque può dare l’allarme.

Quindi è più facile installare nuovi font su iPad e farlo in sicurezza, grazie a una app open source.

Otto anni fa ho avuto un lunghissimo scambio di opinioni sul blog di Paolo Attivissimo attorno alla chiusura di iPad e ai rischi di monopolio dell’informazione.

Paolo convinto che su App Store non possano esistere app open source. I suoi lettori preoccupatissimi da scenari apocalittici dove perdiamo ogni libertà di uso degli strumenti informatici.

Ragionamenti ineccepibili. Tanta ostinazione nel negare i dati.

Otto anni dopo, rileggi e capisci che vivono in una bolla diversa dalla realtà.

Ragionare è importantissimo. Ragionare senza usare i dati, senza essere informati, è monco.

Il certo per l’incerto

Ho usato molte volte iPhone come hotspot per iPad e, in incarnazioni precedenti di modelli e sistema operativo, tutto funzionava a dovere. Ogni tanto però lo hotspot veniva visto dopo due o tre tentativi, oppure veniva beccato all’istante anche se si trovava in un’altra stanza.

In questa incarnazione di modelli e sistemi operativi che uso adesso, lo hotspot è del tutto invisibile a distanza; come mi approssimo, compare in modo infallibile. Ovviamente poi funziona anche a distanza, la prossimità è richiesta solo per il collegamento.

La differenza è veramente netta e porta vantaggi e svantaggi. Se sono accanto a iPhone, lo hotspot appare matematicamente e questo è molto gradito. Se sei sul divano e iPhone in camera da letto, e per un motivo qualsiasi la connessione si interrompe, devi alzarti per forza perché.

Complessivamente, preferisco questo comportamento perché è perfettamente prevedibile e finora non ha sbagliato un colpo.

Pensieri da spiaggia

È un punto di partenza, oppure un punto di arrivo. È un corso di laurea breve dell’università della strada sulla tecnologia digitale e le sue ricadute sulla società.

Il menu in spiaggia con un codice QR

Ho visto nella vita numerosi stabilimenti balneari. Una costante è sempre stata il bancone: chiacchiere, disimpegno e magari flirting negli orari morti, ressa a volte indecorosa in quelli di punta.

Poi arriva una circostanza che ti obbliga a distanziar… a sanificar… a fare le cose bene. Le persone devono sentirsi a loro agio e libere, ma ci sono vincoli da rispettare.

Ecco che la tecnologia diventa una soluzione al problema di fare le cose bene. Ha senso sgomitare in mezzo a corpi sudaticci per avere un caffè o un tramezzino? Ovviamente no. O meglio, solo se non hai mai considerato che potrebbe essere svantaggioso. Ci sono quelli che si stufano, che neanche ci provano, che si arrabbiano, che l’anno dopo non tornano.

Questo del cartello è appunto un punto di partenza oppure un punto di arrivo. Per qualcuno è difficilissimo. Come faccio a servire la gente sotto l’ombrellone senza farli alzare? Mi faccio telefonare? Mi faccio mandare un messaggio? Come gli faccio sapere che cosa prevede il menu?

Per qualcun altro è facilissimo. Ho visto i codici QR su una pubblicità, su un giornale, in un negozio. Perché non potrei usarne uno io? Come si fa? Pochi minuti di Google e ci si fa una cultura.

Ma poi? Serve probabilmente della programmazione. probabilmente c’è dietro un database collegato al magazzino, probabilmente serve qualche riga di Php che tenga insieme il meccanismo. Chi programma? Mio cugggino? Magari c’è una piccola software house di qualcuno che conosco in paese. Magari parlo con il nipote che ha messo in piedi un sito con gli amici. Magari chiedo in un forum perché amo fare tutto da solo e passo qualche notte a dormire poco, ma acquisisco una piccola competenza per il mio business familiare.

Le persone stanno più comode sotto l’ombrellone e si sentono anche più sicure. A te cambia poco o nulla anche negli incassi, perché la ressa davanti al bancone era semplicemente una coda e non puoi servire in nessun caso più persone di quelle che sei in grado di servire. Magari riesci a fare digerire ai bagnanti un euro in più sul listino, con cui paghi uno stagionale in più per il servizio.

La faccio semplice? È semplice. Più sicurezza, più servizio, più benessere, più soddisfazione, più controllo sull’attività, più lavoro per tutti, più tutto. È la tecnologia che trasforma la società, in meglio, riassunta in poche righe sotto l’ombrellone.

La vera domanda, e la vera sfida per l’Italia, è perché sia così difficile. Perché ci voglia la pandemia, per organizzarsi in modo da portare un vantaggio a tutti. Perché Php sia un esoterismo per iniziati invece di un patrimonio di qualsiasi ragazzo che abbia passato il biennio di secondaria superiore. Impegnarsi per farlo capire. Serve a tutti, tutti ci guadagnano.

Una lezione da condividere

Nel 2012 Apple diede scandalo: mostrò con iBooks Author che un docente poteva ambire a creare contenuti di qualità per le proprie classi. Per chi era abituato a parcellizzare il libro di testo ufficiale, oggi ragazzi si va da pagina mille a pagina millequindici, deve essere stato uno shock culturale: essere considerato un soggetto attivo e consapevole, invece che un ripetitore. Si creava anche un problema motivazionale, dato che per essere attivi bisogna volerlo.

Un altro scandalo fu iTunes U: l’idea che una istituzione scolastica potesse organizzare contenuti didattici per l’esterno. Non solo per gli studenti fuori dall’aula. Per chiunque. L’idea del sapere come una risorsa e della scuola come un centro di apprendimento utile all’intera comunità.

Ci sono molti modi di dare scandalo. Tipicamente Apple anticipa tendenze che la maggioranza trova oltraggiose, salvo nuotarci dentro cinque o dieci anni dopo. Oggi le piattaforme di apprendimento online distribuiscono sapere a una platea planetaria di dimensioni enormi.

Siamo alla vigilia di un ripensamento radicale del ruolo della scuola e di come lo debba esercitare, come, per chi. Che succede se un liceo prestigioso decide domani di accettare iscrizioni remote di gente dall’altra parte del mondo? Che accade se una università di eccellenza porta online un corso di laurea aperto a centomila studenti?

Sembra fantascienza? È solo questione di raffinamento di strumenti e risorse che già esistono. Le scuole che non si sono ancora poste la questione rischiano che sia la questione a occuparsi di loro anche senza permesso. Che succederebbe se – pura fantasia, ovvio – una del tutto ipotetica emergenza costringesse le scuole a fare lezione solo online? Improvvisamente la scala dei valori cambierebbe e a farne le spese sarebbero soprattutto le rendite di posizione. Deve ancora succedere, nessuno oggi si sogna di mettere in discussione le aule; ma se succedesse, diventerebbe molto chiaro che oggi l’insegnamento deve per forza contenere una componente online.

Niente di strano che, anni dopo, Apple termini l’esperienza di iTunes U e iBooks Author per passare ad altro. I libri di iBooks Author potranno essere importati in Pages; oggi, che un docente prepari lavoro per la classe, deve essere ordinaria amministrazione. iTunes U migra nei Podcast: i modi per fare lezione in differita e in remoto ormai sono millanta, ascoltarsi il docente in cuffia è una cosa più che normale e merita strumenti normali.

Apple ha messo a punto altri strumenti, mirati maggiormente al complesso del lavoro di classe è meno alla singola fatica dell’insegnante. Perché, dato per scontato il preparare la lezione come si deve, oggi la parte non scontata è erogarla efficacemente. Catturare l’attenzione. Raggiungere gli studenti sul canale più adatto per loro, più che obbligarli alla lezione frontale di una volta.

Cinque o dieci anni da oggi e sembrerà la cosa più ovvia del mondo.

Certo, oggi può dare scandalo. E l’idea che le lezioni possano avvenire fuori dall’aula, che assurdità! Perché mai dovrebbe accadere?

Il punto sul puntatore

Ebbene sì, ho provato a scherzare con il fuoco e vedere l’effetto che fa.

iPad Pro con Magic Trackpad

Ho sottratto Magic Trackpad a Mac e l’ho collegato a iPad mentre ero in viaggio e con un sacco di cose da scrivere.

In omaggio alla famosa obsolescenza programmata di Apple, ho collegato con successo una periferica avviata a compiere dieci anni di vita a un iPad Pro 2018. Come anticipato dal supporto, con un Magic Trackpad di prima generazione non funzionano lo scrolling e alcuni gesti. Penalizzante, ma lo scopo era sperimentare il lavoro con un trackpad su iPad e stralcio il problema, che riguarda il trackpad e non quelli più recenti.

In breve: ha un senso, ma tutto è ancora acerbo.

Meno in breve. L’interfaccia conferma quanto hanno scritto i recensori più autorevoli: Apple al suo meglio. L’esperienza è convincente e si inserisce perfettamente in quella complessiva di iPad, come se ne fosse un componente da sempre.

L’uso complessivo è più problematico. L’abito mentale da indossare con un trackpad a disposizione finisce per richiamare per forza l’utilizzo di un Mac, nel quale le mani non si staccano dalla tastiera o dal sistema di puntamento, mouse, trackpad, penna che sia.

Su Mac sono come un topo nel formaggio e uso il trackpad praticamente solo per la manipolazione grafica, ridimensionare una finestra, fare un drag and drop. Per tutto il resto c’è la tastiera.

Su iPad son0 pronto a dimenticarmi che esiste lo schermo touch e adotto lo stesso schema… solo che l’ambiente è diverso. Significa che mancano alcuni comandi da tastiera. Significa che alcune combinazioni da tastiera sono diverse. Combinazioni, non comandi. Non ho alcun problema nell’avere comandi differenti per cambiare un font o impostare un link. Invece andare in cima o in fondo a una pagina web, oppure spostarsi dentro un documento, quello è un po’ diverso. C’è anche molta varianza, prevedibile, tra le app. Alcune si fanno pilotare docilmente, altre meno. Migliorerà, ma ci vuole tempo.

La risultante è che su iPad passo più tempo con il trackpad che su Mac, perché il trackpad serve come complemento della tastiera e, su iPad, la tastiera è meno versatile. La produttività massima si ha quando le mani restano sulla tastiera e su Mac questo avviene più a lungo e meglio.

Per non parlare del fatto che, abituato a usare lo schermo touch, spessissimo lo uso con le due mani. Un comando che sta a sinistra lo raggiungo con la sinistra, mentre uso l’altra mano per l’altra estremità dello schermo. Con il trackpad si una una mano sola e magari tocca attraversare lo schermo per raggiungere un certo comando. È più vantaggioso muoversi tra tastiera e trackpad che tra tastiera e schermo, tuttavia due mani battono sempre una mano.

Confermo le mie impressioni generali e i miei auspici: per molti è interessante avere l’opzione di un trackpad su iPad. Apple ha pensato molto bene la propria soluzione, che però ha bisogno di tempo per maturare. Lo farà e darà soddisfazioni a chi predilige la modalità di lavoro stile laptop.

Forse controintuitivamente, la parte dove servono più miglioramenti è nel supporto della tastiera. Se i comandi disponibili aumenteranno fino a raggiungere il livello di Mac, saranno maggiormente uniformati con Mac e più onorati dalle app, il tempo passato sul trackpad di iPad sarà produttivo e piacevole, perché contenuto. Oggi è eccessivo. iPad è una macchina complessivamente molto produttiva (lo dico per esperienza consolidata). Al momento, tuttavia, per lavorare al massimo con l’ausilio di un trackpad ci vuole un Mac.

Il passato non ripete

Un vecchio adagio dell’informatica aziendale recitava che nessuno è mai stato licenziato per avere scelto IBM. Scelta collaudata, inossidabile, l’azienda fa così e basta. Nessun bisogno di pensare o porsi un problema, risposta automatica.

Nel tempo, si è cominciata a dire la stessa cosa per Microsoft, profetizzando che sarebbe diventata vera per Google e in realtà rivelando il principio sottostante: non è la scelta migliore e neanche una scelta, semplicemente la via più breve a coprirsi il didietro.

Il passato però non si ripete all’infinito; la realtà cambia, evolve, porta situazioni nuove.

Così avviene che Microsoft sostituisca i curatori umani delle news di MSN con la propria intelligenza artificiale. Ed ecco i licenziamenti, a decine, di gente che costa più di un algoritmo.

Pochi giorni e arriva la prima gaffe dell’intelligenza artificiale, che mette la foto sbagliata a corredo di un articolo sulla questione razziale.

Scuse e correzioni, ma non c’è modo di sistemare una scelta sbagliata in partenza. Non si tratta di intelligenza artificiale, ma di machine learning: apprendimento automatico capace di comprendere il passato e, in base a quello, riconoscere il presente. Siano foto di gatti, targhe di macchine, risultati sportivi, partite a scacchi o a Go, articoli di attualità.

Siamo andati tutti a scuola a fare human learning e imparare a scrivere, nello stesso modo: abbiamo imparato a distinguere le lettere e a riscriverle in una serie codificata di modi. In famiglia, prima di andare a scuola, abbiamo imparato a contare, a distinguere tra caldo e freddo e mille altre cose.

La differenza è che abbiamo elaborato, a partire dal concetto: qualcuno di noi ha sviluppato un modo tutto suo di scrivere la g minuscola, per dire. Il machine learning non lo sa fare: sa solo imparare a riconoscere la nuova g minuscola, assieme a tutte le altre.

Mettere il machine learning a scrivere le notizie significa presumere che le notizie siano uguali a se stesse, sempre, infinite variazioni di cose già viste, già sentite, già scritte.

Peccato che il passato non si ripeta all’infinito; la realtà cambia, evolve, porta situazioni nuove.

Arriverà sempre una notizia che l’algoritmo non è preparato a trattare, perché non è mai esistita e non ha potuto essere imparata. L’umano lo sa bene. La macchina no e non cambierà, almeno fino a quando arriverà una vera intelligenza artificiale.

Grazie al cielo, gli algoritmi sostituiscono gli umani in un sacco di modi utilissimi. Altrimenti dovrei ricordarmi migliaia di indirizzi di posta elettronica o passare una giornata a sistemare una foto male illuminata.

Pensare che possano sostituire la creazione di storie, pardon, la scrittura di notizie, è triste. Per chi perde un lavoro che avrebbe potuto conservare. Per chi lo pensa, evidentemente allontanatosi dai suoi fratelli umani e al tempo stesso incapace di sostituirli in modo efficace. Diffido di gente del genere e invito a diffidarne.

Grazie a Mimmo per l’ispirazione.

Lavorare al Comune

Leggo che la città-stato di Amburgo in Germania potrebbe passare all’uso di Linux e software open source per la sua amministrazione, che coinvolge migliaia e migliaia di postazioni di lavoro. La stessa scelta potrebbe ricapitare a Monaco di Baviera, che all’incirca cambia idea secondo chi diventa sindaco.

So che oggi è in corso uno sciopero del mondo della scuola.

Chiederei a chi sciopera che software fa usare ai suoi studenti per compiti ed elaborati vari.

Lavorare nell’aerospaziale

Leggo di uno sciopero previsto per domani, 8 giugno, da parte del personale scolastico.

Leggo (con pazienza, essendo chilometrica) la pagina di Reddit in cui sono comparse migliaia di domande per lo staff di SpaceX, l’azienda di Elon Musk – patron di Tesla – che ha dimostrato di poter abbattere i costi dei missili per le missioni spaziali e ora prepara lo sbarco sulla Luna.

Termini ricorrenti nelle risposte dei tecnici di SpaceX: Linux, Chromium, JavaScript, C++, Html, CSS.

Chiedo agli insegnanti in sciopero che cosa insegneranno ai loro alunni il prossimo anno in tema di informatica e, a quelli che non insegnano informatica, che tipo di formati e applicazioni faranno usare ai loro ragazzi per le ricerche, i compiti, gli elaborati.

A cuore aperto

Dieci anni fa sono stato davvero a cuore aperto per un po’. Non mi sono accorto di niente, ovvio. L’operazione è perfettamente riuscita e da allora funziona tutto al cento percento.

In questi ultimi tre mesi, un pezzo di cuore, stavolta inteso come amicizie, persone, talenti, è rimasto chiuso. Nessun dolore fisico ma tanta frustrazione, perché il virus non fa distinzioni e invece dovrebbe, persino se ha l’intelligenza di un gomitolo di RNA.

Finalmente All About Apple ha riaperto. Li abbraccio perché come amici sono un dono e invito a donare, perché lo meritano.

Note in libertà

Sul mio computer voglio la libertà di fare come mi pare è una goliardata. Merita rispetto chi sul computer (come in altri ambiti) vuole salire a un livello superiore.

Uno dei bersagli preferiti dei paladini della libertà apparente è iOS, perché il filesystem, perché il desktop, perché non funziona come sono abituato quindi è sbagliato.

iOS, anche se in misura minore di macOS (che, a essere di manica larga, ha il doppio degli anni), dispone degli strumenti per salire a un livello superiore, a partire dai Comandi rapidi.

Sembrano una cosetta e invece vengono sfruttati a un livello che non avrei mai immaginato. Si guardi John Voorhees su MacStories che riepiloga una serie di Comandi rapidi che potenziano e raffinano l’esperienza di utilizzo di Note.

Note di per sé è una app utile, che fa molto bene alcune cose ma non fa tutto quello che ci piacerebbe. Con i Comandi rapidi, tuttavia, diventa qualcosa di più potente, utile, comodo; questa è libertà. Prendere l’esistente e fare meglio.

P.S.: reduce nella giornata da una discussione con una persona incapace di salvare una schermata sul suo computer e determinata a non volerlo imparare. Libera di non farlo, come di non imparare una lingua o non cucinare (è il mio caso, per esempio). Poi però ti ritrovi con due figlie in cerca di cibo e la tua libertà di non cucinare è una mezza fregatura.

P.P.S.: si apre la stagione dei viaggi e tradizionalmente si verifica qualche intoppo nella pubblicazione. Cercherò di assicurare la regolarità e, comunque, terrò fede al proposito di inizio anno di produrre un post al giorno. Magari in differita, ma nessun giorno di calendario verrà lasciato indietro.