Doppia risata oggi. La prima, sardonica, è arrivata da parte di un gruppo di hacker che hanno letto di una presunta
impossibilità funzionale di fare girare Doom su Neo Geo. Seconda sfida impossibile, per chi legge questi bit: indovinare come sia andata a finire.
L’articolo di Ars Technica è denso di link per arrivare a tutto e riassume bene le scelte, appunto, funzionali che hanno consentito a Doom di appuntare un’ennesima
bandierina sulla mappa della compatibilità. Quando si innesca il programmatore o il gruppo di programmatori giusto, l’impossibile diventa un concetto elusivo.
Non immaginavo che l’autore di Stacks, il lettore di creazioni per HyperCard
segnalato ieri, avesse nel cilindro un altro coniglio.
Se qualcuno non ricorda After Dark, si è perso qualcosa. Se non ricorda Lunatic Fringe, si è perso qualcosa in più. Chi non ricorda entrambi può (ri)leggere il
post in cui raccontavo di un progetto di conservazione di un clone di Asteroids che stava dentro il più bel motore per salvaschermi mai concepito.
Almeno per il momento, anche se non tratterrei il fiato, gli appassionati che rimpiangono
HyperCard devono vivere in modalità revival. Per quanto di tanto in tanto salti fuori un progetto che direttamente o indirettamente intende sfruttare i concetti che hanno ispirato il lavoro di
Bill Atkinson, niente sfonda o convince al punto di scavalcare l’originale.
C’è tuttavia modo e modo di fare revival. Probabilmente il migliore, al momento, è
Stacks, una app come si deve, creata per edizioni moderne di macOS (da Ventura in avanti).
Che probabilità di sopravvivenza può avere un paesino di millesettecento anime situato sopra un cocuzzolo qualsiasi sul lato marchigiano del confine con la Toscana, in uno scenario di intenso declino demografico?
Ci sono appena stato. Il paesino ha una storia che viene valorizzata in modo intelligente e fruibile; un museo inaspettato, piccolissimo ma imperdibile; una macina da guado (roba da specialisti della storia del blu, non è importante approfondire, basta fidarsi); un vicolo ebraico conservato e restaurato; una sorgente di acque sulfuree con parco annesso e altro ancora. Il percorso conta undici punti di interesse.
Chi vorrà, approfondirà. Qui mi limito a rivangare nella memoria.
Anthropic ha scatenato un’ondata di commenti con l’individuazione all’interno di Claude di un
global workspace nei modelli linguistici, descritto in uno
studio.
Il global workspace, sempre per parlarne come fossimo al bar, è una teoria cui sono recentemente interessate le neuroscienze: nel pensiero esiste uno spazio in cui i concetti e le idee si radunano prima della comunicazione verso l’esterno.
Ma
The GNU Emacs Architecture - Unlocking the Core sarà il primo documento da leggere prima di avvicinarsi agli strati superiori di emacs, oppure l’ultimo, quando a partire dalla superficie del programma desideriamo scoprirne le profondità più recondite?
Di sicuro è una di quelle letture definitive, nel senso che approfondire più di così è impossibile. Al tempo stesso, occorre un interesse persino superiore a quello dell’utenza evoluta.
Aggiungo se posso una dimensione ulteriore, la scoperta. Sono meccanismi di una costruzione che evolve da decenni, con risultati molto sofisticati, ideati e coltivati da un gran numero di sviluppatori dal talento indiscusso. Una visita alle fondamenta di una cattedrale diventa interessante anche senza essere architetti o archeologi. (Per quanto emacs, seguendo l’ispirazione dell’
iconico saggio di Eric Raymond, volendolo in
edizione italiana, sia nato nella parte del bazar).
Capisco che ci sia un mercato per i telefoni per anziani, con i tastoni, senza funzioni, le suonerie, il collegamento con la centrale eccetera eccetera. Capisco anche come siano prodotti da vendere ai figli adulti di anziani praticamente inabili.
Nella famiglia allargata abbiamo una certa pratica di decisamente anziani (over novanta), per fortuna finora ragionevolmente autosufficienti. Abbiamo comprato circa cinque anni fa due iPhone SE ricondizionati a circa duecento euro ciascuno. Uno ha purtroppo cessato di servire, l’altro procede tranquillamente.
Nelle settimane prima che Tahoe lasci il posto a Golden Gate, si è capito che una delle sue eredità meno gradite è la cornice obbligata per le icone delle app, già dispregiativamente definita squircle jail, una prigione quadrata ma non tanto e tonda ma non proprio.
Nel tempo si è capito, come ha riassunto John Gruber, che su macOS
si tratta di un passo indietro. Limita la creatività, l’espressione, la comprensione, l’esperienza, il divertimento, l’originalità e, a differenza di tanti altri, questo è un limite che sacrifica la creatività e il risultato.
Facile fare discorsi molto lunghi e pensosi sui problemi che i social pongono in tema di accesso da parte degli adolescenti. Vanno di moda i divieti e pare che
funzionino poco, con sotto una problematica di privacy che viene normalmente trascurata.
Riservo le analisi e i pipponi (ne avrei) per una prossima volta e mi limito a una considerazione di base: nessuno pensa veramente agli adolescenti. I genitori rimangono sorpresi dall’età della ribellione, i docenti vorrebbero tenere l’ordine in classe, i residenti nei palazzi sopra la movida vorrebbero dormire. Tutto più che legittimo ma, appunto, a misura di adulto. Gli adolescenti sono soggetti spinti in fondo alla scala dei bisogni, che si arrangino e tornino a casa presto.
Ribadita
l’importanza istituzionale di HTML, c’è anche la quotidianità che preferiamo il più possibile scevra da orpelli. Lo aveva capito John Gruber e così ha creato
Markdown un sistema di marcatura semplificato capace di ridurre drasticamente la fatica di scrivere e aumentare della stessa misura la leggibilità del testo.
Era il 2004; l’idea ha fatto così tanta strada che, nella documentazione sviluppatori della terza beta di macOS 27,
c’è scritto che Markdown viene riconosciuto con un Uniform Type Identifier dedicato, UTI.