Tra le
durate in numero di partite delle finali NBA e quelle in ore e minuti delle
partite di baseball, Dr. Drang trova modo di applicare la scienza dello scripting anche ai Mondiali di calcio 2026.
La domanda di partenza è
quante e quali combinazioni di classifica e, al solito, il tema è tanto facile da approcciare quanto interessante nello svolgimento. Il dominio del problema è ristretto e su certe cose si può arrivare anche a mente, quando aiuti a superare un passaggio più ostico degli altri.
La voglio anch’io l’intelligenza artificiale. Da decenni. Per noi umanisti che abbiamo impattato con i computer, fenomeni come
Lisp su Spectrum o le prime reti neurali (
costruire un perceptron su ZX Spectrum è possibile). Poi ho letto Hofstadter e neanche sto a linkare. La sostanza è che non vedo l’ora.
Come me un sacco di altra gente, che però si è arenata sui transformer e adesso, come il pubblico di una chiesta americana che si scalda incitato dal proprio pastore evangelico, vuole credere: aspetta le proprietà emergenti, tifa perché dal mistero della rete neurale troppo grossa per essere controllata nasca magicamente chissà che cosa, che il numero di connessioni di per sé susciti la coscienza come nel
racconto di Clarke geniale, sessant’anni fa.
È già successo che, a un McDrive, il cliente abbia ordinato un menu con hamburger patatine e soda e, inoltre, chiesto il consiglio di un algoritmo capace di invertire l’ordinamento di una lista. Suggerimento che lo sventurato chatbot ha volentieri erogato.
Perché capiscono. Una nuova mente aliena, che ancora non comprendiamo. Effettivamente cose come queste si capiscono solo sul presupposto che si tratti di ingranaggi isolati da ogni contesto, che reagiscono a un comando esterno esattamente come fa il Terminale o il Bancomat, solo con dietro diciottanta milionardi di parametri per costruire frasi di senso compiuto per un umano a partire da una rete neurale addestrata da umani su un database raccolto da umani. E sarebbe una mente aliena.
Visto che è stato
nominato su queste pagine, è giusto ricordare
David Hockney, gigante della pittura tra ventesimo e ventunesimo secolo.
È stato fatto passare di qui perché ha prodotto i suoi capolavori senza inibizioni e con una ecletticità con pochi uguali nella storia. In età tutt’altro che verde ha anche affrontato iPad come nuovo mezzo per disegnare e, come qualsiasi vero artista, ha prodotto, in omaggio allo slogan di Steve Jobs real artists ship.
Per me la migliore sinossi di WWDC 2026 è di Federico Viticci, che ha affrontato il tema delle novità software a partire, naturalmente, da Siri AI e al tempo stesso ha riflettuto sulle sue
sette partecipazioni a WWDC.
Siccome ci sono praticamente zero tecnica e zero tecnologia, lascio alla lettura. Devo però condividere, perché lo condivido completamente, il suo pensiero conclusivo:
Dopo dieci anni, penso di essere ancora abbastanza affamato e folle da apprezzare il non sapere che cosa diventerà questa azienda.
The Document Foundation, l’associazione no profit dietro LibreOffice, vuole ricordarci che
compatibilità non vuol dire sovranità.
Questo perché finalmente è uscita la versione 1.0 di Euro-Office, l’alternativa alle brutture di Microsoft le quali, all’indomani di un mutato quadro politico e commerciale, almeno a livello istituzionale non si possono più portare. L’Europa, in senso generale, vede di buon occhio software per trattare dati senza il timore che finiscano nelle mani di soggetti, diciamo, meno inclini alla collaborazione internazionale.
Durante le sue presentazioni, Apple dà spazio a qualche funzione principale e poi le funzioni vengono riepilogate, in forma di scritta, che si unisce a tante altre scritte a formare un vero e proprio muro di testo.
Le scritte secondarie sono davvero in piccolo, è impossibile leggerle tutte nel tempo a disposizione, viene anche il sospetto che ci sia dietro del marketing e che insomma, sì, le migliorie apportate siano tante e però ci sia anche un po’ di fumo.
Su: Golden Gate con la spruzzata identitaria di spirito hippy, antiglobale e antiautoritaria appena sotto la crosta.
Giù: è stato detto AI. Non importa se sia stato scaltramente deciso di chiamarla Apple Intelligence e quindi giustificare l’uso dell’acronimo come se fosse quello di un prodotto interno. Apple non inscatola mai con le etichette becere del mercato (iPad non è mai tablet, iPhone non è mai smartphone, Apple TV non è mai stato set-top box). La soddisfazione di mostrare finalmente qualcosa di significativo non dovrebbe accompagnarsi al chiamare per forza le cose come fanno gli impiegati al bar.
Un grazioso easter egg
dentro l’ultimo film di Lego Batman, che mi rifiuto di descrivere perché va visto per apprezzarlo; cura del dettaglio, sapere programmatorio, una spruzzata di retró, bellissimo nonostante… no, non lo dico.
I vari livelli di lettura dell’egg mi hanno fatto pensare anche a quelli della nostra informazione: non seguo Bluesky e fortunatamente sono venuto a conoscere la notizia ugualmente. Al tempo stesso, non seguire
Cabel Sasser (CEO di
Panic Software) è una rinuncia più che una corretta nutrizione mediale.
Terminale,
schede hardware, fotografia. L’informatica è scienza del trattamento dell’informazione e mi convinco che esista per consentirci di andare oltre noi stessi, aggiungere un tassello alla nostra esperienza, scoprire qualcosa di noi intanto che scopriamo qualcosa dei dati in nostro possesso.
Fotografia, come con
Halide Mark III. Una app straordinaria per chi interpreta la fotografia come ricerca e come scultura dell’immagine a priori, sapendo che cosa (si cerca di) ottenere.
Una cultura del tutto diversa da quella del filtro e del fotoritocco, degnissima, specialmente sul piano professionale, ma non tutti fotografiamo per vendere.