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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Scuole da provare

Che ci azzecca, avrebbe detto qualcuno, Amazon con la scuola materna? Eppure Jeff Bezos ha annunciato l’apertura di una serie di asili destinati a bambini svantaggiati tra i tre e i cinque anni, i cui genitori pagheranno come retta zero.

La foto suggerisce un ambiente piacevole e curato; il testo non va oltre il ringraziamento al team che ha realizzato il primo progetto, a Des Moines, nello stato di Washington.

Ci sarà chi la vede come una inaccettabile intrusione delle multinazionali nel mondo dell’istruzione. Io la vedo come una scuola materna in più a disposizione, destinata a bambini che altrimenti non la avrebbero.

Un commento di Bezos è particolarmente divisivo: il bambino è il cliente. La si può leggere in due modi, uno estremamente negativo e uno persino rivoluzionario: una scuola che mette il bambino al centro delle sue attenzioni. Invece dei precari, invece degli scioperi, invece dei concorsi, invece dei bandi, invece dei trasferimenti a casa, invece dei certificati medici compiacenti.

D’altronde, come si fa a lasciare gli insegnanti con uno schermo solo?

In realtà questo è il secondo argomento. Tra virus, digitale e lezioni remote, per lavorare gli insegnanti oggi hanno bisogno di buoni schermi. Un piccolo gruppo di lavoro nei dintorni di Seattle ha avuto un’idea e ha fondato Two Screens for Teachers. Lavoreranno molto meglio, è stato il pensiero, se possono scegliere come disporre ragazzi in remoto, lezione, risorse eccetera tra due schermi anziché uno solo, magari quello di un portatile.

Hanno dunque messo a punto un sito di incontri: tra insegnanti che si iscrivono per chiedere un monitor extra a donatori che offrono schermi fisici oppure, appunto, donazioni di denaro per arrivare all’acquisto.

Hanno come obiettivo arrivare a duecentocinquantamila monitor distribuiti entro Natale. Qualche utilità sembrerebbe esserci. Se quella di prima era una ingerenza inaccettabile di multinazionale, questa è una iniziativa no-profit. Come è stata messa in piedi da cinque americani, potrebbe essere messa in piedi uguale uguale uguale da tre italiani.

Quale sarebbe il problema insito nel replicare queste esperienze in Italia? Nel Paese le cui scuole possono mancare di carta igienica, non ci sono abbastanza aule, qualunque pensiero critico termina nell’accusare il governo di tagli alla scuola, effettuati in verità da tutte le amministrazioni centrali da quarant’anni a questa parte, e nella richiesta sistematica di più personale come se fosse una soluzione non si sa a che cosa. Aiutare centomila maestri, o anche solo mille, a tenere lezioni migliori grazie a un secondo schermo è sconsigliabile? Disdicevole? Diseducativo? Troppe comodità tutte insieme?

Tracce da seguire

Serve un progetto di ricerca per il quadrimestre? Suggerisco ampiamente traduzione, discussione, esplorazione pratica delle maestose rivelazioni del New York Times sul tracciamento dei cittadini americani (e chiaramente del mondo) che avviene attraverso i loro computer da tasca.

Maestose come certe onde da surf, che a un certo punto si rovesciano a terra. La sezione Privacy Project del quotidiano ha messo le mani su un file di cinquanta miliardi di geoposizionamenti di cellulari… uno degli innumerevoli file simili prodotti dall’attività di tracciamento.

Attraverso l’analisi dei dati, i giornalisti del Times – e non un team di esperti del Massachusetts Institute of Technology, o di Stanford – hanno potuto ricostruire movimenti e profili di persone a caso oppure selezionate, con poco sforzo. Hanno seguito i movimenti del Presidente tramite il telefono di un addetto alla sicurezza (a sua volta identificato e tracciato). Hanno individuato un dipendente del Pentagono che riceve cure psichiatriche, cittadini con una passione regolare e intensa per gli alberghi a ore, industriali, frequentatori di ville di divi a Beverly Hills, realmente qualsiasi cosa abbiano voluto.

Per ragazzi della giusta età per capire sarebbe illuminante imparare che cosa succede, come, perché, con che conseguenze, che cosa si può fare, quali obiettivi vengono oggi perseguiti. Scommetto che vedremmo meno TikTok e più consapevolezza.

Quanto agli adulti, già scritto, viene solo da ringraziare che esista una Apple con il coraggio di sfidare questa industria con funzioni di tutela della privacy sempre più stringenti.

Già scritto, ma adesso ho anche letto e consiglio molto di farlo. Che la divinità preferita di ciascuno ci conservi Tim Cook al posto di comando e che escano iPhone sempre più capaci di lasciare decidere a noi se, quanto, quando e come ci faccia comodo essere tracciati oppure no.

Prova d’amore

Retrocomputing, Ok. Storia di Apple, Ok. Anni ruggenti, Ok.

Ma è nostalgia del vigore psicofisico del tempo che fu o vero amore per un’epoca irripetibile e sì, visto il seguito, autenticamente rivoluzionaria?

Il litmus test è costituito da questo audiobook: centotrentaquattro presentazioni per duecento ore di audio e sedici ore di video dei grandi dell’informatica degli anni ottanta, a partire da Steve Jobs ovviamente. Ci sono anche personaggi chiave per quanto meno alla ribalta, come Alan Kay, e personaggi protagonisti anche se ne avremmo fatto volentieri a meno, come Bill Gates.

Solo cinquantanove dollari e novantacinque, solo Amazon.com. Su Amazon.it si trova unicamente la guida al contenuto, dodici euro.

Personalmente, interesse distaccato. Ne accennerò a babbo Natale.

Tutto da solo

C’è sempre da contare su Horace Dediu per avere una lettura degli avvenimenti diversa dal coro e neanche su iPad si è smentito.

Nel ricordare i dieci anni dal debutto dell’apparecchio, inserisce anche questa affermazione:

Quello che iPad è riuscito a fare è crearsi la propria domanda. Si presenta al fianco delle altre piattaforme e non al loro posto. La gran parte degli utilizzatori di iPad possiede anche un iPhone e un PC oppure un Mac. […] iPad ha fatto qualcosa di più grande che sfrattare il PC dal suo trespolo. Gli si è appollaiato accanto e ha trovato la vita assai comoda.

iPad non ha preso il posto di altre piattaforme o standard. Ne ha creato uno nuovo, con piena dignità numerica (i computer a tavoletta c’erano da vent’anni, ma per numero di unità vendute potrebbero stare nel mio box).

Dediu, per quanto possa dire, è il primo ad avere formalizzato questa considerazione. Quanti altri apparecchi sono riusciti prima o dopo iPad a ottenere lo stesso risultato?

Quattrocento milioni di macchine attive, rispetto al traguardo quasi prodigioso di avere riempito una nicchia inedita, sono una bazzecola.

Dritti e doveri

A malapena diventato papà, in informatica sono già nonno perché mi ritrovo a raccontare sempre le stesse storie. Mi consolo a pensare che almeno me ne accorgo.

La storia è quella di quando eravamo più giovani e facevamo collezione di numeri di carta di credito. Per allenare la memoria facevo shoulder surfing in fila alla cassa: la sfida era memorizzare il numero della carta nel breve tempo in cui veniva sciorinata.

Personalmente non ne ho mai approfittato. Ho quasi varcato la linea solo una volta, in una occasione tra le più divertenti della mia vita, quando abbiamo fatto perdere del tempo a un venditore di auto di Miami con la pretesa di volere acquistare un’auto al telefono. Lui voleva un numero di carta e lo avevamo… non era ovviamente il nostro.

La morale è che il sistema delle carte di credito, lato sicurezza e lato privacy, è stato pensato da subito come un colabrodo. Si regge sulla premessa che tollerare una percentuale fisiologica di furti e frodi costa meno di metterlo in sicurezza. Agli stati nazionali questa cosa è sempre andata bene. L’uso della carta di credito è totalmente transnazionale.

Poi arriva, tra le tante, Apple che propone pay. Mica è la rivoluzione, le iniziative di questo tipo sono numerose; però io seguo Apple e di lei parlo.

Le banche e le istituzioni finanziarie restano basite esattamente come l’industria musicale di fronte a iTunes e pensano di correre ai ripari con loro imitazioni dell’originale.

Peccato che i buoi siano già scappati dalla stalla, perché Apple non scrive una vanity app: costruisce una infrastruttura che, a suon di hardware e software, porta a pagamenti sicuri e privati. iPhone, con Nfc, Secure Enclave, Touch ID e poi Face ID, quando usa pay diventa un terminale di pagamento per persone libere. Il negoziante non vede la mia carta così come nessuno in fila alle mie spalle; se c’è un mariuolo in ascolto di transazioni elettroniche, può rubare un codice usa e getta utile, a lui, per essere gettato. La mia banca sa evidentemente che ho speso del denaro, ma non altro se non l’essenziale. Se mi rubano iPhone, i livelli di sicurezza presenti probabilmente terranno a zero il danno aggiuntivo al furto in sé.

Come le comari di De André in Bocca di rosa, le cagnette della finanza sono andate a lamentarsi dal commissario. Quella schifosa ha troppi clienti, più di un consorzio alimentare. La differenza è che il commissario è quello europeo.

Ne segue che l’Europa progetta di forzare Apple ad aprire l’infrastruttura di pagamenti sicuri a terze parti.

L’Europa costruisce forse una infrastruttura di pagamenti sicuri che torni a vantaggio dei cittadini? No. Dà vita a un regime di libera concorrenza in cui il cittadino possa scegliere il sistema che preferisce? No. Prende una infrastruttura sicura e la rende insicura per decreto.

Anziani che si fanno turlupinare da una app di phishing che gli entra nel sistema di cifratura. Banche alla ricerca di informazioni sui clienti, ansiose come sono di profilarle; istituzioni incapaci di allestire un sistema di pagamento funzionante, che portano tutti i loro bug nella procedura di pagamento attraverso iPhone. Apple che dà vita a una infrastruttura sicura e deve renderla colabrodo per decreto. Per poi essere sbertucciata sui media al momento in cui scoppierà il primo incidente abbastanza grosso.

Chissà se la norma passa. Nel frattempo, complimenti all’Europa. Avrebbero dei doveri ma se la cavano facendo i dritti a spese di chi paga tutti quegli stipendi a Bruxelles.

L’offerta di un servizio

Una settimana dopo la recensione-farsa di una console per videogiochi spenta, John Gruber racconta della sua prova di watch serie 6.

Chi ha bisogno di ridurre le cose alla propria bassa statura mentale per stare bene dirà alla fine è solo un orologio. Gruber pone attenzione maniacale sui cinturini di watch, come se fossero una rivoluzione invece che, appunto, cinturini.

La sfumatura di colore, la consistenza, il comportamento da bagnato, perfino il mistero di come faccia Apple a mandargli cinturini della misura giusta senza averglielo mai chiesto; da un momento all’altro ci si aspetta che, munito di laser, ce ne disintegri uno atomo per atomo per mostrare che succede.

Se avesse recensito i cinturini senza indossarli, per descriverli visti da sopra e da sotto e di profilo, avrebbe fatto giustamente la figura del cretino. Come il giornalista di The Verge incaricato di fare da zerbino a un prodotto che si compra per essere acceso, e non può esserlo in recensione.

Invece – così funziona il contenuto su Internet – chi non è interessato passa via comunque; chi è interessato nello specifico, trova la trattazione più approfondita possibile. Di un oggetto vero, usato veramente, funzionale (verrebbe da dire funzionante, però per un cinturino sembra esagerato).

La differenza tra offrire un servizio e prendere per il naso.

Senza risposta

Dopo che anni fa avevo mostrato come si possa usare nc al posto di telnet per entrare in un Mud, Fabrizio Venerandi mi fa notare come il suo Neonecronomicon effettivamente funzionerebbe, se il prompt non venisse popolato da punti interrogativi che si accumulano a intervallo regolare.

È così effettivamente e il problema è analogo, seppur con diversa frequenza, anche in altri Mud, per esempio Achaea.

Il mio problema è un altro: ricordo come se fosse ieri di avere provato l’accesso, quando ho scritto il post tre anni fa, e di essere entrato nel gioco senza problemi. L’esperienza attuale non è quella del 2017, ma che cosa è cambiato? Il sistema operativo? Il funzionamento interno di nc? Un folletto dispettoso?

E poi c’è il problema bonus. Ho compulsato il manuale di nc e ho provato questo e quel modificatore. Niente sembra funzionare. C’è qualcuno che ne sa più di me e mi aiuta?

Un altro punto interrogativo e continuano ad aumentare…

Valore di che

Amazon erogherà corsi online a cinquecentocinquantamila studenti K-12 (fino alla terza media, per noi) in oltre cinquemila scuole, nell’ambito del programma Amazon Future Engineer.

In Italia esiste ancora il valore legale del titolo di studio. E uno dice, che c’entra?

Amazon Future Engineer, se arrivasse in Italia, formerebbe migliaia di futuri ingegneri autodidatti, che riceverebbero un attestato di nessun valore legale. Eppure, sarei pronto a scommettere, il novanta percento di loro troverebbe un lavoro senza pretese che valorizza la loro formazione.

Sceglierei, dovessi reclutare ingegneri, gente formata da Amazon o laureati, il primo ateneo che mi viene in mente, al Politecnico di Milano? Nessun dubbio, io sceglierei un laureato.

Il laureato penso mangerebbe mediamente in testa agli autodidatti e, entrasse in azienda anche lui, diventerebbe in breve tempo il loro capo.

Il problema è che questa sorte benigna si applicherebbe a un laureato su dieci. Gli altri, per quanto ingegneri provetti, semplicemente non troverebbero occasioni per mettersi alla prova nel loro campo, saturato dagli ingegneri made in Amazon che hanno scelto una strada più breve e sono arrivati prima sul mercato a soddisfare la domanda.

Interessasse l’ingegneria, daresti alla prole l’opportunità di trovare lavoro in fretta con il problema di dover fare carriera senza averne i mezzi culturali e di competenza, oppure la chance di essere un capo di domani, con una percentuale di rischio del novanta percento?

In tutto questo, del valore legale del titolo di studio importa zero. E allora, visto che in pandemia tutti si sono accorti di quanto la scuola abbia bisogno di riforme, perché non cominciare dall’abolizione di un valore che di fatto non lo è?

Nessuna Nvidia

L’acquisto di Arm da parte di Nvidia ha fatto comprensibilmente molto rumore (una acquisizione da quaranta miliardi non è banale) e anche inquietato un sacco di soggetti a livello industriale e politico.

Altrettanto comprensibilmente, molti hanno iniziato a tirare in ballo Apple nello scenario. Dopotutto impiega da sempre processori Arm per iPhone e iPad e adesso passa su Arm anche Mac, giusto?

Giusto.

E allora magari Apple entra aggressivamente nel mercato gaming, oppure decide di acquisire Nvidia, o altro. Dopotutto questa acquisizione potrebbe provocare problemi ad Apple, giusto?

Sbagliato.

Per dovere civico, elenco alcune informazioni che – sempre comprensibilmente – non sono note a tutti e per essere possedute richiedono di avere un minimo di interesse oltre la superficie delle Apple news.

Apple ha fondato Arm insieme ad Acorn (perfino Newton, anni novanta, aveva a bordo un processore Arm) e, quando si è ritirata dalla joint venture, si è tenuta una licenza architetturale perpetua. Sostanzialmente, Apple può usare le istruzioni del set Arm come desidera, e lo fa. Apple progetta i propri chip Arm.

Fino a ieri Arm era di Softbank, adesso è di Nvidia. Per Apple la cosa cambia in questo modo: non comprava alcunché da Softbank e ora neanche da Nvidia.

Apple persegue maniacalmente l’obiettivo di controllare l’intera catena di produzione delle proprie macchine e si disinteressa nel modo più assoluto di fornire tecnologia o licenze ad altri costruttori. Apple non ha alcun interesse a diventare fornitore di tecnologia Arm. I suoi chip sono superiori e li tiene per le proprie macchine. Gli altri fanno quello che possono.

Apple ha un modello di business basato su margini elevati. Non avrà problemi a proporre Mac a prezzo più basso, se passare ad Arm abbassa i costi (e lo sviluppo?). Ma li abbasserà solo fino a che il suo margine rimane negli obiettivi (un Mac fa guadagnare mediamente ad Apple un 30-35 percento del prezzo di vendita). In nessun caso i Mac diventeranno concorrenti dei PC venduti a un soldo la dozzina negli ipermercati.

Chiudo: Apple non ragiona per settori. Non conosce il gaming, non conosce macchine da ufficio, non distingue laptop da notebook da portable da convertible da workstation eccetera. Apple non ragiona per gergo. Non produce smartphone o tablet e difatti nel suo sito è impossibile trovare tutti questi termini. Mac, iPad, iPhone, ma anche watch o tv, sono macchine trasversali, in grado di soddisfare una gamma piuttosto ampia di utilizzatori grazie alla diversificazione delle specifiche. Ma Apple, per lo meno l’attuale Apple, non produce macchine per giocare, per la ricerca di laboratorio, per lo studio. Valorizza le doti di iPad per la scuola, certo. Però iPad non è stato creato per la scuola. E avanti così.

Riassumo: Apple non viene toccata dall’acquisizione di Arm da parte di Nvidia, se non da scenari lontani nel tempo (tipo: Nvidia investe miliardi per fabbricare chip più veloci di quelli di Apple) e a oggi assolutamente astratti. Non ha alcun interesse a possedere Arm (e a gravarsi della fornitura di chip a terzi) ed è libera da qualsiasi condizionamento possa essere applicato domani all’architettura.

Si traggano le conclusioni logiche dalle premesse elencate.

Una stella e quattro zeri

Devo chiedere il duplicato della tessera sanitaria per una figlia. Dopo mezz’ora di trekking tra l’Abisso della Regione, il Picco dell’Agenzia delle Entrate, il canyon Fisconline e la palude di Asl, non ho trovato un modo chiaro di farlo via web. L’account Spid mi ha mandato un vocale per chiedermi se potevo fare una pausa, per numero di accessi e autenticazioni gli pareva di lavorare per un influencer.

È vero che una parte del sito del ministero delle Finanze non funziona al momento e magari era pure decisiva però, ecco, una parte del sito del ministero delle Finanze non funziona.

Valutazione servizio: una stella.

Importo pagato di tasse quest’anno (come molte altre persone ovviamente): a quattro zeri.

Cinque di meno

Ci sono tante ragioni a spiegare la frequenza dei refusi che compaiono in queste pagine. E io odio i refusi.

A volte scrivo in modo meditato e a volte invece apro il flusso di coscienza. La velocità aumenta a dismisura, smetto di guardare la tastiera e anche lo schermo, intendo con attenzione. C’è un piacere adrenalinico nel vedere scorrere le parole e sentire che la narrazione procede verso la sua naturale conclusione. L’attenzione si sposta dal particolare al generale e l’errore non si vede più. Magari c’è una rilettura alla fine; magari c’è meno tempo del dovuto e nessuno rilegge.

Più prosaicamente, capita di scrivere dal letto con iPad Pro, alle tre di notte. Non è tanto la tastiera di vetro quanto la sonnolenza di piombo. Chiaro che con gli occhi chiusi a metà si controlli solo metà dello scritto e il resto que sera sera.

È un piccolo e però irritante disservizio che colpisce il lettore; non dovrebbe accadere e mi scoccia molto. Per fortuna c’è chi mi fa notare almeno qualche svarione, che provvedo sempre a correggere.

A questo proposito, mi si permetta di mostrare l’orgoglio; ho appena eliminato cinque refusi su articoli pubblicati tra gennaio e marzo 2019.

Per quanto possano essere frequenti gli errori, adesso ai sensi dell’aritmetica lo sono di meno. E non so quanti blogger si prendano il tempo o abbiano la voglia di pulire lavoro di un anno e mezzo fa.

Ammissione impossibile

Ci eravamo lasciati a gennaio 2019 con il tentativo di recuperare i dati perduti su un disco Ntfs di amici tramite una duplicazione del disco con dd, stroncato dalla mano innocente e inesorabile della secondogenita.

Il vero problema non era quello genitoriale, ma l’estrema lentezza della procedura. Così ho deciso di riprovare con ddrescue, programma parente di dd e, come dice il nome, indicato per soccorrere dischi in difficoltà.

ddrescue non è affatto più veloce di dd, anzi. Però salva un log dal quale si può riprendere un salvataggio interrotto da un blackout o da una figlia informaticamente sciagurata.

Bene. Settembre 2020: ce l’ho fatta. Quei dannati settantacinque giga di dati sono stati finalmente recuperati e messi su un più normale disco Hfs+.

Ci ho messo effettivamente meno di venti mesi. Durante l’estate del 2019 e quella del 2020 il lavoro di ddrescue si è fermato, con il proprietario al mare e un blackout a casa a spegnere tutto.

E poi a settembre 2019 stavo arrivando a destinazione… quando, a pochissimo tempo dalla conclusione del lavoro, è morto il disco di recupero, quello buono, su cui riportare i dati. Ho dovuto ricominciare.

Oggi, dopo circa dieci mesi dal secondo tentativo, l’operazione è riuscita. Il paziente è vivo, parlo del mio amico che finalmente rivedrà i suoi dati.

Ammetto che c’erano opzioni più rapide ed efficaci, di cui si può leggere nei commenti al primo link, frutto della competenza di Sabino. Ma io non sapevo che dd o ddrescue si sarebbero rivelati così lenti. Quando ho capito che erano lenti, ho fatto tentativi di variare la configurazione in modo da andare più veloce. Il primo problema è che per dominare ddrescue occorre una laurea all’università del tempo libero abbondante; il secondo è che ogni tentativo equivaleva a ripartire da capo con il lavoro.

Soprattutto, ammetto che se inizio un esperimento su Mac, sono disposto a molto pur di vedere come va a finire.