Nutro perplessità sul novo mondo agentico costituito da agenti privi di agency, cui può dare piena delega solo un amante dell’imprevisto estremo e della roulette russa.
Se il computer deve fare qualcosa, preferisco i bei tempi andati quando si preferiva un processo con esito deterministico. Quando la somma di due numeri dava un risultato ottenuto sommando due numeri. Quando riordinare una lista riordinava in output la stessa lista fornita in input. Quando gli errori erano dovuti a bug, a qualunque livello, oppure a errori di programmazione, comunque largamente deterministici anche loro. Il nuovo mondo in cui l’errore è insito per progettazione dentro il processo resta utile in moltissimi casi, però inevitabilmente secondari.
Come si fa a capire a capire la differenza tra un utile, potente, ingegnoso assistente generativo e una inesistente, millantata, farlocca intelligenza artificiale? Si mette in mezzo alla catena una avventura testuale.
C’è chi le sopravvaluta come reperti archeologici da retrocomputing e invece, siccome attingono all’immaginazione, rimangono sempre oggetti interessanti con cui misurarsi. Nonostante tutti i tentativi di inscatolare le teste, dell’immaginazione salta sempre fuori. Non c’è neanche bisogno di ricorrere a casi particolari, come avevo fatto con
The Gostak.
Avevo avvisato per tempo e pure
commentato la splendida mostra sul rapporto tra Martin Mystère e i suoi Mac, dedicata ad Alfredo Castelli dagli organizzatori di All About Apple.
La scaletta di oggi viene modificata d’autorità, perché All About Apple ha appena pubblicato il
racconto della mostra.
C’è una narrazione a cura di chi la mostra l’ha vissuta dal primo concetto alla creazione completa, foto da godersi e video per vivere (o rivivere) momenti salienti dell’esposizione.
Il
successo con un vecchio telefono da ufficio dimostra ancora una volta la fantasia presente nella comunità di sviluppatori disposti a tentare un porting non ortodosso di Doom (iniziative di cui ci pregiamo di
tenere nota).
C’è sempre di meglio, comunque, né sembra che l’elenco possa avere una fine per mancanza di ispirazione. Tant’è che da poco gioca a Doom una
rete neurale di cellule cerebrali coltivate in laboratorio.
La prima storia è quella di un bell’excursus nella programmazione, che parte dalla comprensione di un filesystem peculiare e arriva alla preparazione della base di codice per arrivare al risultato.
Che ci sia da disegnare una vitina o un mondo,
FreeCAD è a disposizione di tutti, senza costi, su tutte le piattaforme da scrivania (che nel mondo di oggi non è proprio tutto, ma resta sempre qualcosa).
FreeCAD è un CAD parametrico 2D e 3D con una buona messe di formati riconosciuti e con un progetto in sviluppo attivo, che a novembre 2024 ha tagliato il traguardo della versione 1.0 e prosegue.
Un milione di anni fa, la sua creazione permise a due amici di
accendere un sogno.
Pochi giorni fa,
ha concluso la parentesi terrena l’artefice di quello e chissà quanti altri sogni.
Anche lui ha condiviso il sogno con un amico e, per quanto queste storie contengano sempre qualche quantitativo non autorizzato di leggenda, oggi crediamo senza problemi che i due si siano presentati tanti anni fa con incoscienza, sei mesi di risparmi e l’idea di vendere agli editori un sistema innovativo di impaginazione.
Quando si legge che il digitale fa male, che tutto è tossico, che scompare la socialità, che le persone rincoglioniscono, ho la sensazione che ci sia un grande equivoco. Perché i problemi ci sono, ma non esistono situazioni senza problemi. E arrivano anche cose buone che prima del digitale, semplicemente, non avevano speranze di accadere.
Leggo per esempio del lavoro con cui due team spontanei di volontari contribuiscono da anni ad
allargare il territorio di gioco di The Elder Scrolls III: Morrowind.
Eviterei volentieri di dare spazio alla scemenza artificiale, se solo non si scendesse continuamente ancora un poco più in basso.
Adesso si è scoperto che i grandi modelli linguistici, su richiesta, generano tranquillamente password. Il problema è che
le password prodotte sono casuali molto sotto la sufficienza.
Lo studio di Irregular è fin più che dettagliato. Capita che un modello, se le richieste sono ripetute, dia più volte la stessa password. Altre volte ci sono sequenze di caratteri che si ripetono e consentono persino di identificare il modello autore del capolavoro.
Mi dia un pacchetto di Camel senza filtro e una Minerva
e una cronaca alla radio dice che una punta attacca
verticalizzando l’area di rigore…
Alle prese con questi versi, il chatbot identifica con certezza la fonte: Francesco De Gregori.

La bellezza di un
Lisp scritto in novantanove righe di C, con un bellissimo readme pieno di riferimenti storici e la volontà di preservare lo spirito delle intuizioni originali di John McCarthy.
Il readme è assai più lungo del codice. Il codice è una gioia per gli occhi; a parte il C (novantanove righe vere, niente pastrocchi), ci sono pezzi meravigliosi di Lisp con cui creare elementi supplementari di linguaggio.
I linguaggi scritti in implementazioni minuscole sono
millanta. In epoca di vibe coding non è sbagliato spolverare non tanto le capacità di programmazione, perché non è obbligatorio e non è che serva a tutti; invece, il pensiero computazionale, di cui siamo drammaticamente sprovvisti a livello sociale e che dobbiamo trasmettere, non solo in famiglia o presso gli amici.