Durante le sue presentazioni, Apple dà spazio a qualche funzione principale e poi le funzioni vengono riepilogate, in forma di scritta, che si unisce a tante altre scritte a formare un vero e proprio muro di testo.
Le scritte secondarie sono davvero in piccolo, è impossibile leggerle tutte nel tempo a disposizione, viene anche il sospetto che ci sia dietro del marketing e che insomma, sì, le migliorie apportate siano tante e però ci sia anche un po’ di fumo.
Su: Golden Gate con la spruzzata identitaria di spirito hippy, antiglobale e antiautoritaria appena sotto la crosta.
Giù: è stato detto AI. Non importa se sia stato scaltramente deciso di chiamarla Apple Intelligence e quindi giustificare l’uso dell’acronimo come se fosse quello di un prodotto interno. Apple non inscatola mai con le etichette becere del mercato (iPad non è mai tablet, iPhone non è mai smartphone, Apple TV non è mai stato set-top box). La soddisfazione di mostrare finalmente qualcosa di significativo non dovrebbe accompagnarsi al chiamare per forza le cose come fanno gli impiegati al bar.
Un grazioso easter egg
dentro l’ultimo film di Lego Batman, che mi rifiuto di descrivere perché va visto per apprezzarlo; cura del dettaglio, sapere programmatorio, una spruzzata di retró, bellissimo nonostante… no, non lo dico.
I vari livelli di lettura dell’egg mi hanno fatto pensare anche a quelli della nostra informazione: non seguo Bluesky e fortunatamente sono venuto a conoscere la notizia ugualmente. Al tempo stesso, non seguire
Cabel Sasser (CEO di
Panic Software) è una rinuncia più che una corretta nutrizione mediale.
Terminale,
schede hardware, fotografia. L’informatica è scienza del trattamento dell’informazione e mi convinco che esista per consentirci di andare oltre noi stessi, aggiungere un tassello alla nostra esperienza, scoprire qualcosa di noi intanto che scopriamo qualcosa dei dati in nostro possesso.
Fotografia, come con
Halide Mark III. Una app straordinaria per chi interpreta la fotografia come ricerca e come scultura dell’immagine a priori, sapendo che cosa (si cerca di) ottenere.
Una cultura del tutto diversa da quella del filtro e del fotoritocco, degnissima, specialmente sul piano professionale, ma non tutti fotografiamo per vendere.
La lettura distratta non mi è bastata. Quella più attenta è servita a richiedere approfondimento. Questo
progetto di orologio di precisione, che prende il tempo da un server Ntp via Wi-Fi allo scopo di fornire dati a un modulo GPS, fatico a decifrarlo.
Lo status del progetto, abbandonato al 31 maggio 2026, probabilmente c’entra. Ma la conoscenza,
si diceva, non è solo questione di utilità spicciola.
John D. Cook, constatato che la lingua inglese deriva dagli idiomi germanici ma il vocabolario della lingua inglese comprende per più di metà parole latine o derivanti dal latino,
estende l’esperienza a UNIX e nota come una bella fetta delle convenzioni più utilizzate nei programmi UNIX più importanti alla fine sia stata mutuata dall’editor ed(1).
Cook indica almeno dieci funzioni, per esempio indicare con $ la fine della riga in comandi ed espressioni regolari. Sono convinto che possano anche essere di più, anche se la mia conoscenza di ed(1) è limitata.
Se bastasse la consapevolezza che i social sono
meccanismi cattivi condotti da gente cattiva avremmo già risolto e archiviato un sacco di discussioni e problematiche.
Il tempo presente chiede pensieri più articolati. L’esperienza social se ci si accontenta del default va così; eppure i meccanismi originali, che davano un senso al concetto e introducevano un modo in più per rapportarsi con la società, sono ancora lì. È questione di andare oltre il default.
Meta ha deciso di tracciare tutte le attività informatiche dei propri dipendenti, dai movimenti del mouse fino a quelli degli occhi, allo scopo di addestrare qualche propria presunta intelligenza artificiale su come si verifica l’interazione fisica tra umano e computer e i dipendenti stessi
non ne sono entusiasti, al punto di convincere l’azienda a indietreggiare di qualche centimetro per concedere delle esenzioni e consentire qualche pausa.
Più che l’acquisizione in sé, che è fastidiosa e però evidentemente è anche permessa da qualche clausoletta in contratti molto lucrosi, o quantomeno non espressamente vietata, colpisce l’attrito generato per riuscire ad avere un livello minimo di opt-out. A Meta non bastano volontari; vuole la sorveglianza a tappeto.
Ho finalmente terminato la lettura di
Come il cervello crea la nostra coscienza di Anil Seth e lo raccomando di tutto cuore, anzi, in tutta coscienza come lettura estiva qualificata per l’estate.
La lettura risulta di estrema rilevanza in un tempo nel quale si discetta di intelligenza e di coscienza e, nell’ignoranza di qualsiasi metodo scientifico, si inverte l’onere della prova per assegnare la coscienza, l’intelligenza, tutto e il suo contrario, a qualsiasi costrutto mentale o fisico a piacere, con la scusa che non esiste una definizione di coscienza e quindi tutto può essere definito cosciente.
Non ci si pensa, ma si faceva clic molto prima che arrivasse il mouse.
E probabilmente sappiamo meglio come funziona un mouse che non una
penna a punta retrattile. O un accendino Zippo, se è per quello.
Una volta essersi acculturati sulla meccanica dei bei tempi, ci rimane anche in tasca un bell’esempio di Html a scopo didattico, semplice e minimale ma tutt’altro che rozzo. Metti che faccia clic anche qualche ingranaggio in testa e viene un’idea.