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I furbetti del computerino
posted on 2021-12-04 00:43

Sono su Mac e uso una famosa piattaforma di collaborazione, attraverso la sua app.

In un canale di chat viene depositato un documento. Nel menu associato al documento stesso scelgo il comando di download. Il documento non si scarica e ricevo un errore dalla app.

Riprovo con un altro documento per controprova. Stesso risultato.

Apro le preferenze della app e constato che manca qualsiasi possibilità di indicare dove scaricare i file.

Apro la cartella Downloads di macOS e i documenti sono lì entrambi, solo che hanno un nome file modificato rispetto all’originale. Provo a spostarli in un’altra cartella e ricevo un errore.

Chiudo tutto. Riapro la stessa chat di prima, ma con Chrome al posto della app dedicata. Il browser scarica istantaneamente i documenti nella cartella corretta.

Chi può essere così furbetto da creare una app che su macOS funziona intenzionalmente peggio rispetto alle altre piattaforme? Che scopo avrà?

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Dimmi che usi un Mac senza usare un Mac
posted on 2021-12-03 01:00

Lancio una istanza di Mac mini M1 dentro Elastic Cloud 2 di Amazon: un Mac immateriale che esiste fino a che lo uso e posso eventualmente salvare sul servizio per riaccenderlo un’altra volta.

Un Mac che pago a tempo.

Dicono che i Mac siano computer chiusi? Beh, quello su Elastic Cloud lo configuri come ti pare e, se vuoi cambiare la quantità di Ram o di spazio di archiviazione, giri una (simbolica) manopola.

Tutta roba che esiste da anni, eh. I Mac Intel sono istanziabili su Amazon da tempo.

La notizia è che sono arrivate anche le istanze di Mac mini M1 e questo dice molto.

Finora Mac è stato per lo più l’epitome del computer individuale, non tanto inadatto o inadeguato quanto proprio estraneo alla logica del lavoro in cloud. Le politiche di licenza per Apple hanno enfatizzato fino agli anni recenti questa distinzione, impedendo a vario titolo la virtualizzazione di macOS.

Le cose sono cambiate e dicono anche di come stia andando Mac a livello di uso, diffusione, rilevanza: se Amazon si scomoda al livello di stare dietro allo hardware, c’è un mercato. Magari di nicchia, ma nicchia percepibile anche da un gigante.

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Scripta loqui
posted on 2021-12-02 00:24

In poche righe Jason Snell mostra su Six Colors il collegamento tra Terminale, AppleScript e Comandi rapidi.

Roba che su Windows te la sogni. Non perché manchi; i pezzi, volendo, si trovano. Perché l’integrazione è zero.

Su Mac, invece, non c’è soluzione di continuità tra un Comando rapido ad altissimo livello e un comando di Terminale a bassissimo livello, passando se necessario dal terreno di mezzo rappresentato da AppleScript.

Vale a dire che Apple non si è limitata a comprare Workflow, la app che ha inventato i Comandi rapidi, ma ha anche provveduto a radicarla nel sistema operativo.

I tre ambienti parlano. Si parlano. Si toccano. Si collegano.

Del futuro non sappiamo; del presente, a proposito di script e automazione su Mac, da molto tempo non si vedeva un panorama così prospero e promettente. Se accanto al lavoro di Snell si mette quello di John Voorhees per MacStories – per esempio il sistema per convertire in massa i Comandi rapidi dentro Monterey – si capisce, che come comunità, saremmo sciocchi a non applicarci sull’enorme vantaggio competitivo che ci viene messo in mano gratis.

Familiarizziamo con i Comandi rapidi, che tra l’altro continuano ad affinarsi, allargare il campo di utilizzo, migliorare l’interfaccia.

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Un regalo da conservare
posted on 2021-12-01 00:38

Quante volte ho sentito i profeti di sventura minacciare la scarsa propensione dei dati digitali a sopravvivere. E poi, sventura delle sventure, la mancanza di supporti capaci di leggere i vecchi formati. Poi le locuste, le inondazioni, la pioggia di rane, il gomito che fa contatto con il piede.

Perché un gruppo di appassionati (non un laboratorio di ricerca) nel giro di ventuno mesi (certo non due ore, ma fattibile) ha decompilato Ocarina of Time.

Seppure non completamente finito, il lavoro è sufficientemente completo per essere sicuri che giungerà a compimento. Decompilazione significa riavere a disposizione un listato in luogo dell’illeggibile – per un umano – pseudocodice generato dal compilatore a beneficio del processore.

Quindi Ocarina of Time potrà essere ricompilato per altre piattaforme rispetto a quella originale, perfino arricchito o migliorato o ripulito da bug preesistenti, qualsiasi cosa. Tutto è a disposizione di chiunque lo voglia scaricare. Possono diffondersi copie illimitate del gioco, che prima esisteva solo in una Rom effettivamente illeggibile dai computer moderni. E appunto, ora esiste nella sua forma prima della compilazione, ovunque. Tutti gli apparati del mondo possono leggere il codice, se possono collegarsi a Internet.

Non sembra un buon metodo di conservazione di un gioco storico? Certo, qualcuno preferirà stampare le decine di migliaia di righe di codice, per oltre quindicimila funzioni complessive. Perché la carta si conserva più a lungo, certo.

Un gruppo di appassionati ha lavorato duramente per regalare a tutta la comunità un tesoro culturale moderno. Nell’articolo si possono scoprire le altre iniziative in corso per decompilare altri giochi. Questa è conservazione digitale, più furba che mettere una Rom in una teca per proteggerla dalla polvere.

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Il buono, il brutto e il cattivo
posted on 2021-11-30 01:08

Dicembre è fatto per scrivere a babbo Natale; novembre è dunque un buon mese per redigere bilanci.

Il buono

Il buono del mio 2021 è sicuramente OBS Studio, suggerimento di Fëarandil a cui devo una stagione di pizze come minimo. Lentamente, solo per colpa mia, mi si apre un mondo di possibilità nelle comunicazioni video da computer. C’è un mondo di supporto intorno e sembra che niente sia veramente impossibile, a patto di volerci mettere impegno. È computing nella sua forma più pura, software libero che offre possibilità immense veramente a chiunque.

Menzione d’onore a Calca, editor di testo Markdown che esegue calcoli come se fosse un foglio elettronico o un programma con variabili numeriche. Avevo preso l’impegno di usarlo in una serie di occasioni, dal tenere la cassa ai budget per casa e lavoro; è stupendo, semplice e completo, si sincronizza tra Mac e iOS, è gratis, zero risorse necessarie, zero carico sul processore. In un mondo dove si apre Excel per fare il calendario ferie, è un’isola di salute mentale e libertà. Peccato solo che il programma non sia più seguito dal suo sviluppatore; d’altronde quello che fa lo fa bene e dubito che possa smettere di funzionare in tempi brevi. Speriamo che a qualcuno venga l’idea di riprendere il concetto.

Altra menzione d’onore a Pixelmator Pro e al suo omologo Pixelmator Photo per iPad. Sono migliorati molto nel tempo e hanno sostituito qualsiasi altro software grafico nel mio flusso di lavoro, che non è intensivo né sofisticato, nondimeno esiste. Rapporto qualità/prezzo perfetto.

Il brutto

Non riguarda me direttamente, ma ho seguito tutta la vicenda. Tiscali ti propone l’upgrade della ADSL a fibra, gratis. Ti manda il nuovo modem a casa. Il nuovo modem non si collega. Il tecnico dice che il cavo telefonico è vecchio e ne va tirato uno nuovo dall’appartamento alla centralina del condominio. Annuncia che arriverà un altro tecnico a effettuare l’installazione. Non arriva nessuno. Da settimane. Numerose chiamate all’assistenza tecnica e a quella commerciale di Tiscali sortiscono come unico effetto la raccolta di una segnalazione o di un sollecito, dopo di che cambia niente. Una situazione indecorosa per un Paese che sarebbe in Europa.

Il cattivo

Mi serve InDesign per due settimane l’anno, diciamo tre a esagerare. Ho provato a fare l’esperienza di Creative Cloud da accendere e spegnere alla bisogna e la sconsiglio a chiunque. Adobe vuole a tutti i costi abbonati paganti ogni mese e ha messo in opera un meccanismo di bastone e carota che potrei definire adeguatamente solo se fossi in cerca di querele. Diciamo che mi impegnerò a mettere la maggiore distanza possibile tra me e l’azienda e valuterò seriamente la rinuncia a un lavoro pur di evitare il ricorso ai suoi prodotti.

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Multisensing
posted on 2021-11-29 00:50

Un iPad e un tecnoumanista stagionato, a letto, prima che arrivi il sonno.

Lo schermo è diviso in due finestre, una per scrivere su Drafts e una per leggere da Safari. Sopra alle due finestre, in modalità picture-in-picture, si svolge una puntata di Foundation.

Sembrerebbe multitasking, ma è un’altra cosa. Multisensing: tatto, vista, udito insieme in un contesto assai differente da quello in cui tanti sono cresciuti. Dove il dovere era separato dal piacere, il lavoro dall’intrattenimento, i contenuti venivano creati o fruiti isolatamente, in microambienti dedicati, o in macroapparecchi specifici.

Giusto ieri sentivo una docente ricordare che il comitato tecnico-scientifico della sua scuola riteneva più opportuna la consultazione dei libri sulla carta e quindi, per il momento, non permettere l’uso di tablet in aula per l’utilizzo di libri digitali.

Bambini di sei anni, con un futuro che non sarà quello degli adulti di sessanta.

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Diritto di subire la riparabilità
posted on 2021-11-28 23:05

Sembra quasi un apologo creato apposta, il resoconto di John Gruber delle particolarità di Fairphone 4, per parlare di riparabilità e di diritti.

Fairphone è un progetto funzionante sotto Android, nato per essere modulare, riparabile e con parti facilmente sostituibili a partire dalla batteria. Un Fairphone si apre con un normale cacciavite Philips.

In compenso, la resistenza alla polvere è IP54:

Protetto contro l’ingresso di polvere sufficiente a pregiudicare il normale funzionamento, ma non a prova di polvere.

In altre parole, nel momento in cui un Fairphone avrà accumulato al proprio interno abbastanza polvere da creare un problema, quel problema sarà facilmente risolvibile.

Un iPhone è a prova di polvere, IP68, e sarà magari difficilmente riparabile, ma non avrà quel problema. Dal 2016, iPhone 7.

Il diritto alla riparabilità in apparecchi che sembrano destinati ad averne bisogno, non sembra proprio un diritto quanto una condanna.

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Comandi da esportazione
posted on 2021-11-27 01:15

Se i Comandi rapidi su Mac, arrivati in un metaforico altroieri, consentono a Federico Viticci di esportare senza scripting aggiuntivo i link dei siti da leggere memorizzati in Safari, vuol dire che c’è del buono.

Forse è la volta buona che lo scripting su Mac, oltre a esserci, riceve attenzioni serie dagli sviluppatori interni ad Apple. Vedere una tecnologia come questa fiorire e affermarsi può solo fare bene persino agli scettici, quelli che brontolano ma poi, dei comandi utili, approfittano per primi.

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Una giornata particolare
posted on 2021-11-26 01:47

Oggi si celebra una festa americana che mi ha sempre coinvolto emotivamente più di altre. È una festa peculiare e oltretutto abbastanza artificiale, perché farebbe riferimento ai colonizzatori del Nuovo Mondo ma in realtà, per quanto ne so, è stata indetta dal presidente Roosevelt nel 1941.

Eppure mi trovo davanti a Mac mini, con abbondanza di lavoro da svolgere, una famiglia che dorme e un albero di Natale nuovo che le figlie hanno imposto di aprire e montare subito nonostante sia un po’ presto. Posso empatizzare con problemi da primo mondo come sentirsi un master di Dungeons & Dragons migliore di quanto sia giocatore e pure dolermi di non riuscire a fare il master perché a distanza e a casa una famiglia con l’età media della nostra, figlia-uno alle primarie e figlia-due alla materna, te lo rende gioiosamente impossibile.

Le mie radici non stanno lì, neanche la festa in sé ha una genesi così profonda. Eppure lo sento sempre, il giorno del Ringraziamento.

E, per quanto sotto forma di semplici involtini, ho richiesto espressamente il tacchino.

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Titanio sulla pelle
posted on 2021-11-25 00:37

È arrivato watch Series 7, ordinato un mesetto dopo l’annuncio ufficiale.

I video e le celebrazioni degli unboxing non sono esattamente il mio genere, ma questa avrebbe potuto essere un’eccezione. La confezione è rigorosamente riciclabile eppure bellissima, per ingegnosità di ingegnerizzazione e cura dei particolari. Un incastro alla volta, piega dopo piega, la sensazione è disvelare un mistero, arrivare a un tesoro. Nessuno che conosco pagherebbe un euro in più esplicitamente per godersi l’apertura di una confenzione; analogamente, chiunque conosca si godrebbe una apertura come quella che mi sono goduto io. Sembra di essere speciali, anche se quella confezione esiste in milioni e milioni di copie tutte uguali.

Vengo dall’acquisto direttamente in Apple Store di un watch di prima generazione, numerosi anni fa (morto nel momento in cui lo schermo si è scollato dalla cassa e l’unità si è divisa in due), e non avevo idea di che cosa avrei trovato aprendo la scatola, che stavolta è arrivata a casa previo ordine online. Le istruzioni per il primo avvio sono discrete ed eleganti, semplicissime e quasi più una coccola per il nuovo proprietario, dato che in realtà non c’è questo gran bisogno, a parte il suggerimento di apparentare watch con iPhone, non scontato per una persona che potrebbe benissimo non saperlo.

L’apparentamento non è velocissimo e ha richiesto diversi minuti; a parte questo, tutto è filato perfettamente liscio.

Ho preso un modello da quarantacinque millimetri. L’aumento delle dimensioni fisiche, due millimetri, è naturalmente impercettibile; abbinato però al ridursi del margine attorno agli schermi, fa una differenza sostanziale nella resa dello schermo durante le interazioni. Mentre sul modello precedente l’agire con le dita chiedeva sempre precisione e concentrazione, ora la situazione è molto più rilassata. I pulsanti sono leggermente più grandi e la differenza, per quanto minima, si avverte decisivamente. Ho usato la scrittura a mano sullo schermo, un carattere per volta, per inserire una password da ventisei caratteri; ci sono riuscito al secondo tentativo. La difficoltà maggiore è stata fare capire al software che la prima lettera era una maiuscola e poi tutto è stato agevole. Sul vecchio watch avrei dovuto usare molta più pazienza e ci avrei comunque messo più tempo, con più stress.

Dentro la confezione si trova comunque un cinturino Sport, cosa che ignoravo; avevo infatti scelto un cinturino a maglie in pelle, da alternare a quello a maglia metallica ereditato dal vecchio watch. La compatibilità dei nuovi orologi con i vecchi cinturini è un tocco che apprezzo.

(Possiedo cinturini costosi perché entrambe le volte ho comprato watch in anni fiscalmente – e ahimé eccezionalmente – molto leggeri, così ho potuto permettermi degli extra budget).

Il cinturino a maglia metallica si è dimostrato a suo tempo un’ottima scelta, che solo d’estate faceva un po’ sudare il polso. Resistentissimo, ha attraversato il mare, la pioggia, il sudore dell’esercizio fisico senza fiatare. Ho scelto pelle stavolta perché la maglia metallica la avevo già e per avere possibilmente qualcosa di più leggero e meno impegnativo sul polso per quando arriveranno i mesi caldi.

Al momento, posso solo dire che il nuovo cinturino in pelle è straordinario. Leggero, veste bene, la chiusura magnetica è impeccabile e la sovrapposizione della parte di cinturino in abbondanza praticamente non si vede. Gran comfort, gran comodità; vedremo se la durata sarà all’altezza, ma in queste poche ora indossarlo è stato un piacere tranquillo.

Del cinturino modello base posso solo dire che al tatto la gomma siliconica dà un feeling piacevole; non l’ho provato. Sto pensando di usarlo per lo sport, così da salvaguardare quello in pelle.

Avendo avuto un watch precedente, mi sono ritrovato un sistema aggiornato e, dove le funzioni sono rimaste quelle, già configurato allo stesso modo. Quindi ho interagito poco con le app installate. I quadranti e le complicazioni sono in numero ben più alto che una volta e ora si possono anche condividere con altri; senza guardare troppo, ho scelto un quadrante abbastanza simile a quello che usavo (digitale, con più informazioni modulari) e per il resto ho semplicemente indossato l’orologio.

Mi sono ritrovato nell’atmosfera che ricordavo, piacevole e produttiva perché watch per me era una splendida macchina per la gestione a misura delle modifiche, filtrate più che efficacemente rispetto a quanto arriva su iPhone. Quando si polemizzava sulla sua utilità o presunta tale, la risposta la avevo e molto chiara: watch consente di lasciare il telefono in tasca e arriva sempre un momento in cui questo assume un valore importante.

Lato salute, riprendo il monitoraggio cardiaco con soddisfazione e senza stare a guardarlo; sapere che c’è è una tranquillità in più (negli ultimi dieci anni ho avuto esami sempre perfetti, ma tecnicamente sono un cardiopatico). Non so se ho voglia di provare la funzione di elettrocardiogramma senza averne bisogno e penso che la lascerò dove sta, almeno per adesso.

Ben diverso è il discorso sul moto e lo stile di vita: per un sedentario sostanziale, non importa quanto sia lo sport che si riesce a inserire, watch si inserisce con discrezione e diventa un ausilio vero. Lo avevo già scritto, sembra puerile affidarsi a una macchina che ti ricorda di alzarti dalla sedia di lavoro o invita a completare i cerchi delle attività quotidiana. In questo scorcio di serata, watch mi ha ricordato per tre volte di alzarmi. Disciplina che, assorbito dal lavoro o da qualsiasi altra cosa, finisce sempre per saltare se non c’è un richiamo.

Ho diritto, come nuovo compratore, a un periodo gratuito di Fitness+ e darà un’occhiata. Non è il mio genere (deformato dallo sport di squadra, detesto fare cose da solo) e più che altro sono curioso di capire se il servizio è così buono da piacere persino a me, o se sia una normale routine come altre che non è difficile trovare su tanti canali televisivi. Comunque non rinnoverò l’abbonamento.

L’alimentatore ora ha un connettore Usb-C e mi viene per questo più facile tenerlo permanentemente attaccato a Mac mini. Sulla batteria e sulla sua durata, posso solo aspettare una messa alla prova; ho accumulato circa sei ore di funzionamento anonimo e certo non posso tirare conclusioni.

L’impressione generale è positiva; dopo qualche mese di assenza, è tornato un collaboratore fidato e discreto. Nei primi momenti l’always on dello schermo mi ha un po’ disorientato; ero abituato a un orologio che si accendeva per dirmi cose e vederlo acceso con la coda dell’occhio mi è costato diversi falsi allarmi. Ora è già invalsa la nuova abitudine ed è come se lo schermo fosse stato sempre acceso.

Ah, sono stato molto lieto di configurare Pay. Quando avevo il vecchio watch non c’era una pandemia, non si girava con la mascherina e si poteva pagare con il telefono usando TouchID o FaceID, senza bisogno di digitare il codice di sblocco; ora dovrei poter pagare un caffè porgendo il polso al Pos, senza bisogno di altro. Ed è una soddisfazione aggiuntiva benvenuta, in attesa del momento in cui le mascherine diventeranno un ricordo.

Per ora è tutto.

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