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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

il tempo è sempreverde

Sono passati dodici anni da quando Greenpeace lanciò la campagna Green My Apple che denunciava la presenza di agenti inquinanti in MacBook Pro.

Ne scrissi su Macworld Italia in questi termini. La vicenda, da un punto di vista di Rete, è invecchiata male perché molte pagine web al centro della questione non sono più raggiungibili. Inoltre, scrivendo per la carta, usai Url sintetici che, passati dieci anni, sono scaduti.

Mentre scrivo lavoro a un restauro dell’articolo che devo ancora terminare. La faccenda è già tuttavia più che comprensibile anche a chi nel 2006 non fosse ancora nato.

(La conservazione di un ipertesto suggerisce riflessioni fuori luogo ora, che però trovo interessanti e sulle quali vorrei parlare una prossima volta).

Ripesco una pagina da un altro decennio perché succede che nel frattempo Apple abbia annunciato l’alimentazione di tutte le proprie sedi al cento percento con energia rinnovabile. Per le dimensioni attuali di Apple, è un traguardo inusitato.

Impensabile che dodici anni fa a Cupertino non fossero al lavoro su questo traguardo. Rileggere le gesta di Greenpeace alla luce di questo sviluppo fa pensare a bambini che giocano a fare i grandi; oppure a furbastri opportunisti che infatti, oggi, cantano le lodi di Tim Cook.

Opportunisti in quanto Apple si trova anche alla seconda generazione di robot che riciclano iPhone e Greenpeace è critica Entusiasmo per l’energia rinnovabile, insoddisfazione (perché, poi?) per il robot che ricicla. In fondo è un progresso; dodici anni fa mettevano in croce l’intera azienda a partire da un MacBook Pro, oggi hanno capito che un’organizzazione di centomila persone può fare anche più di una cosa per volta.

Resta il fatto che affibbiavano patenti farlocche di ecologicità in base alle promesse fatte dalle pubbliche relazioni delle aziende. Apple non ha mai promesso niente, ma da qualche parte, sul consumo energetico responsabile, sembra sia arrivata. Per Greenpeace è stata solo pubblicità facile; non sapevano niente e niente avevano capito.

Il tempo, parlando di ecologia, è sempreverde. Uguale a se stesso, non cambia mai. Dove invece c’è del marcio, passa il tempo e il tanfo aumenta. Ricordarsene per la prossima guasconata dei greenimpiccioni.

La metà buona

Tocca scaricare in urgenza una versione di Pages su iPhone ma App Store eroga via connessione cellulare solo oggetti che pesino meno di centocinquanta megabyte. L’unica alternativa è il McDonald’s qui davanti.

Il cui Wi-Fi, incredibilmente, eroga la metà di un gigabyte in tempo ragionevole, senza errori o interruzioni o intoppi vari.

O il servizio è decisamente migliorato, o facevo meglio a giocare due colonne di Superenalotto.

Il gusto di cambiare le regolari

Si sarà capito che è un momento di molto impegno e poco tempo residuo. Se non altro posso applicare qualche espressione regolare. Niente di geniale, ma piccole cose che improvvisamente modificano qualcosa di altrettanto piccolo in cinquanta file e fanno percepire concretamente il risparmio di tempo. Una di queste, nella figura sottostante, trasforma in numero a inizio capoverso in un tag Html che si chiude pure da solo a fine capoverso.

Una piccola ma soddisfacente espressione regolare che cambia un numero in un tag

Ripeto, sono cose piccole, però il risparmio di tempo lo si tocca con mano ed è un sollievo. Ci sono corsivi che devono diventare grassetti? (</?)em(>) diventa \1strong\2 ed ecco fatto.

Spero che qualcuno le stia insegnando a scuola, le regex. Qualcuno lo fa?

I cento passi

Oggi Susan Kare riceve uno dei massimi riconoscimenti per un designer.

Kare disegnò le icone del primo Macintosh, su griglie di carta, anche se Andy Hertzfeld creò un editor apposta per lei quando iniziò a lavorare per Apple.

Oggi ha sessantaquattro anni ed è scontato dire che sia diventata un’icona di per sé. Meno scontata è la porzione del suo lavoro che si è eternata in miliardi, ho detto miliardi di computer, solo una piccola parte dei quali sono stati Macintosh ma che hanno semplicemente abbracciato quel modo di rappresentare funzioni e comandi.

Quante altre persone hanno influenzato un’epoca attraverso miliardi di prodotti, di tutte le marche possibili? Poche.

Kare indirizzò un altro grande designer, Paul Rand, da Steve Jobs quando quest’ultimo cercava un logo per NeXT.

Rand presentò la sua proposta di logo sotto forma di un agile libretto di cento pagine che accompagnava il lettore, passo dopo passo, a scoprire il percorso che portava al logo.

Quando chiesero a Jobs come fosse stato lavorare con Rand, rispose:

Gli chiesi se avrebbe presentato qualche alternativa e disse “No, risolverò il tuo problema e tu mi pagherai. Non sei obbligato a usare la soluzione. Se vuoi alternative, vai a parlare con qualcun altro”.

Mi sono trovato a volte nella parte del designer, di testo; affari di copywriting e pubblicità. Proporre dieci alternative al cliente è facilissimo; proporne tre impegna. Proporne una, può permetterselo Paul Rand e forse qualcun altro.

Alzi la mano chi può motivare una sua scelta di design in cento pagine.

Avanti, un altro

Jonny Evans si chiede su Computerworld che destino avrà SuperDrive, visto che in macOS sono rimaste pochissime applicazioni a trentadue bit – destinate a sparire – e una di queste è Dvd Player.

A parte il fatto che suppongo sia sufficiente ricompilare la app per i sessantaquattro bit, la legge di Betteridge autorizza a pensare che SuperDrive resterà in vendita come accessorio e in qualche modo si procurerà di tenerlo funzionante.

Oppure no. Come articolo è una madeleinette che riporta alla mente i tempi felici in cui Apple veniva criticata per non inserire un lettore Blu-ray nei Mac e da lì, a cascata, eliminazione prima di eliminazione, alla loro madre: quella del lettore di floppy.

Avvenuta, si ricorderà, dieci anni prima che Sony ne cessasse la produzione.

Ora di camminare guardando avanti invece che le punte di piedi o, come i più tenaci, i talloni.

Una croce sopra

In attesa dei risultati finanziari di Apple attesi per il primo maggio, una ricerca di Counterpoint asserisce, scrive Cnbc, che iPhone abbia assorbito l’ottantasei percento dei profitti dell’intero mercato dei computer da tasca durante il trimestre natalizio. Fino a qui siamo abituati.

Più originale è il risultato ottenuto dal solo iPhone X: ventuno percento del fatturato totale del mercato e il il trentacinque percento dei profitti sempre totali.

Sono numeri fuori da ogni consuetudine. Cnbc li sintetizza in una statistica disarmante:

iPhone X ha generato cinque volte i profitti di oltre seicento produttori di Android.

Ho la sensazione che Apple, se questi dati anche solo si avvicinano alla verità, abbia il fermo proposito di vendere un sacco di iPhone X e quindi farli con cura, progettarli senza economie, metterci dentro tutta l’intelligenza e il talento di cui dispone. La ricompensa potenziale è evidente.

Quei seicento produttori che guadagnano poco o nulla e che alla fine neanche il pubblico conosce, quanta motivazione hanno per fare bene sul loro prossimo modello? Avere davanti cento concorrenti invece di duecento, e continuare a guadagnare poco o nulla?

Io ci metterei una croce sopra. O una X.

Si sta meglio qui, su questa riva

Lo scriveva Giovannino Guareschi, ovviamente su tutt’altre altezze letterarie e, anzi, nella fattispecie poetiche.

Molti piani più in basso, mi accontento di parlare di come ogni tanto si possa legittimamente dubitare del proprio ecosistema: avrò scelto bene? Forse ho sottovalutato le alternative? Non avranno ragione quelli che dicono di spendere meno che tanto è uguale?

Soprattutto, ci sono quelli che dicono non è più come una volta. La qualità è diminuita, un mio amico si è lamentato, dicono che ha i difetti di produzione, non ascoltano i professionisti, mancal’innovazioneperchénonc’èpiùSteve. Farò bene a scegliere Apple ancora oggi? Non è che sto perdendo un giro o i tempi sono cambiati?

Passo la parola a uno che se ne intende anche in quanto sempre superbamente aggiornato all’ultimo modello di tutto: Federico Viticci su MacStories.

Dalla fine dello scorso anno, comunque, sono testimone di un cambiamento progressivo che mi ha fatto capire come la mia relazione con lo hardware e il software di Apple sia cambiata. Mi sono progressivamente addentrato nell’ecosistema Apple e non percepisco più come inferiori vari aspetti di servizio.

Chi segue Viticci sa che non ci va leggero con l’aggiornamento tecnologico, né con i test di prodotto. Sa anche come sia tutt’altro che un allineato su Apple, specialmente in software e accessori.

Chi non lo segue, lo faccia stavolta e mi dica se la sua è una posizione equilibrata oppure no.

La dieta del fanatico

Ogni tanto pare che chi sceglie Apple sia un tifoso fazioso, un convertito militante, un cretino asservito o uno zelota benestante.

Di solito arriva da qualcuno che legge siti di spazzatura; riguardante Apple, ma sempre spazzatura.

Per esempio, Macity riesce a dare di seconda mano la notizia della morte di Michael Spindler, amministratore delegato di Apple tra il 1993 e il 1996.

Attenzione: Spindler è scomparso un anno fa. E la notizia è di seconda mano.

Su tutt’altro versante, si apprezzi Archive.org per il suo immenso archivio di siti web del passato, magari con una donazione. Poi si passi al 2016 e al 2017, guardando quello che è rimasto delle pagine di Applecarfans.com.

Il sito non esiste più. Non erano fanatici di Apple né della Apple Car. Erano fanatici di spazzatura. Una dieta che su Internet, non solo in ambito Apple, seguono troppi.

Altro che multimedia

Quello che ho riportato dalla rete sul nuovo iPad education lo ha ripreso anche Serenity Caldwell di iMore.

Solo che lei ha scritto, disegnato, montato, filmato e animato una recensione di quasi sette minuti, tutta sull’iPad in questione, con l’aiuto di una quindicina di app ampiamente disponibili al pubblico con spesa modica, quando non gratis. E, appunto, ripete:

Sì, iPad è più costoso di un Chromebook. Sì, ha molta strada da percorrere prima di essere lo strumento perfetto da usare in classe.

Poi aggiunge:

Ma non posso fare un quinto di quello che ho fatto su questo iPad con Apple Pencil su qualsiasi altra tavoletta dello stesso prezzo, compresi i vecchi iPad. Questa configurazione brucia la concorrenza e l’ho già vista mettere radici in persone che avevano altrimenti escluso l’idea di un iPad.

Se lo può permettere. E il prezzo di iPad c’entra relativamente. Basta guardare il video per capire che il concetto stesso di multimedia come mescolanza di media diversi è definitivamente saltato. Il medium è uno solo e incorpora qualsiasi tipo di contenuto si voglia, posto che il proprietario possa occuparsene.

Uno su dieci non ce la fa

Cena fra dieci amici. È appena uscito il nuovo MacBook UltraPro.

Scenario uno: il MacBook UltraPro ha un difetto di produzione che affligge tutte le macchine.

Un amico: Ho comprato il MacBook UltraPro e ho preso una fregatura. Il discombobulatore positronico non funziona. Non compratelo!

L’amico ha reso un grande servizio agli altri.

Scenario due: il MacBook UltraPro ha un difetto di produzione che affligge una macchina su dieci.

Un amico: Ho comprato il MacBook UltraPro e ho preso una fregatura. Il discombobulatore positronico non funziona. Non compratelo!

L’amico ha reso un bel disservizio agli altri, il cui eventuale MacBook Ultra Pro ha ottime probabilità di funzionare. Tranne che per uno di essi, il quale dirà Eh, avevi proprio ragione! Che fregatura. Lo dirò ad altri dieci amici…

Morale: senza conoscere il quadro di insieme, è presuntuoso raccontare i propri problemi come se dovessero averli tutti.