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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Sparire per la privacy

Sincera curiosità: se riprendi uno screenshot del tuo apparecchio Android mentre mostra una password, nel file della schermata puoi vedere la password?

Perché, se lo faccio su iPhone, il campo password appare vuoto.

screenshot di coordinate bancarie dal quale iOS leva la password

Basti pensare ai servizi di sincronizzazione che mandano sul cloud tutte le immagini prodotte su un apparecchio, per capire quanto sia una piccolezza, ma di una certa utilità.

(Inutile farsi domande sul numero utente; questo conto non esiste più da anni. Ma la password è tuttora presente nel mio iPhone).

Quante finestre vuoi?

Come se non fosse già stressante dover accettare che ci siano utenti di Vim invece che di emacs, o gente che preferisce lo scorrimento artificiale a quello naturale, ecco che prende forma un’altra diatriba nella comunità Mac: quando clicco su una finestra, deve salire in primo piano solo lei o tutte le finestre di quella app?

Il primo comportamento è proprio di macOS dai tempi in cui si chiamava Mac OS X e, nel mondo Mac, fu una discontinuità importante, perché per tutto il XX secolo le cose erano andate nel secondo modo. Ora è uscita una utility firmata nientemeno che da John Siracusa, la quale riproduce lo stesso comportamento su macOS e diverse penne autorevoli prendono posizione su un fronte o quell’altro.

John Gruber, per esempio, è a favore del metodo Classic, un clic e sale a galla tutta la app come si faceva una volta.

Anche senza essere autorevole mi schiero da fantaccino sul lato opposto, in compagnia di Dr. Drang, le cui argomentazioni mi trovano solidale: il vecchio design deriva dalla mancanza di multitasking sul Mac originale, cui fece seguito il multitasking cooperativo che funzionava solo se l’applicazione in primo piano era disposta a cedere tempo macchina alle altre. Due situazioni dove aveva senso portare in primo piano l’intera applicazione.

Ora che c’è un vero multitasking non ha più senso, dico io spalleggiato a sua insaputa da Dr. Drang. Oltretutto è semplice evocare una intera app su macOS già ora, con un clic sull’icona del Dock per esempio, o con la commutazione rapida di Comando-Tab. Quando clicco su una finestra voglio quel documento, non quell’applicazione.

Attendo un contraddittorio e, se proprio devo avere torto, almeno butta via Vim.

Problemi che scompaiono

Rss è una delle mie necessità quotidiane; eppure i lettori di feed Rss non lo sono.

Meglio, non lo sono più. Se prima consideravo le alternative a disposizione, ora non trovo motivi validi per pensare a passare a un altro lettore.

Prima consideravo un valore la sincronizzazione tra apparecchi, gli stessi feed su Mac, iPad, iPhone (e, prima delle figlie, anche su più iPad). Adesso non mi interessa; passo da un apparecchio all’altro con frequenza e certo non perdo una pagina che mi interessi davvero, anche se il suo feed non è ubiquo.

C’è di più: la grandissima parte delle notizie è fortemente ridondata e, per riceverla tra i miei feed, è sufficiente che almeno uno di essi la pubblichi. La probabilità è vicinissima al cento percento.

Il colpo di grazia al disinteresse per i lettori è un altro ancora: se apro una pagina web su iOS, basta un attimo per aprirla su Mac e viceversa. Il valore aggiunto di avere la sincronizzazione completa è bassissimo, visto che mi basta avere quella pagina aperta su un solo apparecchio per riceverla ovunque.

Succedono ancora cose, nel panorama dei lettori Rss. La più rilevante di recente è il ritorno di NetNewsWire.

Il programma ha una storia affascinante e il suo sviluppo attuale è promettente. Brent Simmons è uno bravo e racconta cose semplici che colpiscono, come questa:

Può sembrare paradossale, ma è vero: proprio in quanto NetNewsWire è gratis e open source, dobbiamo avere obiettivi di qualità superiori a quelle delle app commerciali.

Date queste premesse, NetNewsWire ha tutto per piacermi. Eppure la mia motivazione a provarlo è zero e non c’entrano assuefazioni, invecchiamenti o pregiudizi; scarico e provo, o almeno lancio, un sacco di roba. Ma non lettori Rss.

Ho torto? Ascolto volentieri e continuo a seguire Brett Simmons. Il suo feed, naturalmente.

Prospettive decennali

Ogni tanto pare che trimestre per trimestre la fine del mondo sia vicina, o il nirvana, secondo quel più o meno uno percento.

Mettere le cose in prospettiva rilassa e rasserena. Per esempio, Jason Snell su Six Color ha pubblicato alcuni grafici sull’andamento decennale di Apple.

Dieci anni di fatturati, vendite di Mac, iPad e iPhone. Utile per vedere quando i professionisti sono scappati da Mac, o quando iPhone ha iniziato a declinare.

Già, iPhone. È l’oggetto del primo grafico di Snell, solo che i fatturati sono rappresentati con una scala diversa da quelli di Mac e iPad, per contenerlo in dimensioni accettabili.

A fine pagina Snell ripubblica lo stesso grafico, però con scala identica a quella degli altri.

È istruttivo e induce un vago senso di vertigine.

Un’altra realtà

È appagante seguire Apple quando gli annunci restano fedeli a un principio base: niente chiacchiere vuote o concept esaltanti sulla carta che non diventeranno mai un prodotto.

A volte succede anche a loro, vedi AirPower. Fortunatamente è l’eccezione.

C’è da pensarci visto il gran parlare di realtà virtuale che si fa e del diffondersi di caschi e caschetti che vorrebbero creare una realtà alternativa immersiva ma sono invece sufficientemente scomodi per dare fastidio nella realtà consueta e risultare assai poco utili salvo casi limite.

Apple per fortuna non sembra seguire il treno dei desideri che all’incontrario va, direbbe Paolo Conte e va dritta per una strada sensata invece che seguire la massa. Come quando bisognava fare a tutti i costi un netbook e tirarono fuori iPad.

La realtà virtuale, oggi, non è matura per una fruizione di massa. E infatti Apple procede sulla strada della realtà aumentata, che al contrario potrebbe trovare un sacco di applicazioni utili e immediate.

Un passo per volta, senza fanfare o demo da luna park alla fiera di settore. Per esempio, fanno uscire Reality Converter per gli sviluppatori.

Chi sviluppatore non è può divertirsi e sperimentare con oggetti già pronti da appoggiare in realtà aumentata su un tavolino o una scrivania, grazie semplicemente a un iPhone decentemente recente.

Un altro modo di interpretare la tecnologia che cambia la vita. Un’altra realtà di sviluppo ed evoluzione al nostro servizio più che a quello degli acchiappaclic.

Dietro una foto

L’ultima annata di iPhone si è contraddistinta soprattutto per le novità nel campo della fotocamera, un componente che comunque continua a migliorare anno dopo anno, cui viene dedicata molto attenzione dai media e dal pubblico. Anche qualche polemica, da parte di chi considera il sottosistema fotografico come degno di interesse poco o secondario.

Dietro a tutto questo c’è però un rivolgimento epocale che riguarda il ruolo assunto della fotografia nel nostro tempo. Sono finiti i tempi della fotografia di élite, anche se i fotografi di élite esistono e si distinguono a prima vista dal principiante ambizioso; sono finiti i tempi del dilettante pioniere, che spendeva molto tempo e molto denaro su uno spettro di equipaggiamento molto ampio, che comprendeva anche il telone da salotto e il videoproiettore per le diapositive. Oggi il dilettante ordina una fotocamera che fa da sola o quasi, a una frazione della spesa, soprattutto di tempo.

È cominciato un tempo nuovo in cui la possibilità di generare quantità illimitate di foto, unita al progresso della tecnologia digitale, apre spazi nuovi e possibilità prima sconosciute.

Tanto per dire, oggi parlano tutti – giustamente – dell’(Unofficial) Apple Archive messo in piedi da un appassionato. Una raccolta di materiale video e, appunto, fotografico sulla storia di Apple che è ammirevole. Non è come visitare un museo Apple, ma è l’esperienza digitale che gli va più vicino. Nella vecchia epoca della fotografia non sarebbe esistito, punto.

Eppure il campo di azione della fotografia si allarga, molto più di un uso come questo che è straordinario nel risultato ma del tutto convenzionale nella metodologia, quella di un archivio fotografico.

Prendiamo per esempio i ricercatori di Google, che hanno trovato un sistema per preannunciare la pioggia nelle prossime sei ore in modo più preciso delle attuali previsioni.

Detta molto semplicemente, fotografano i pattern satellitari delle precipitazioni, li elaborano e li danno in pasto a una rete neurale. La quale sa assolutamente nulla di territori, nuvole, venti, temperature; semplicemente analizza i pattern e, dopo averne visionati un gran numero, riesce a fare previsioni su come si svilupperanno, anche quelli che non ha mai visto prima. Previsioni del tempo ottenute guardando (molte) foto. Anche qui, è il futuro della fotografia.

Ripensandoci, i test di precisione durante lo sviluppo di watch sono stati effettuati filmando le unità con fotocamere capaci di scattare mille foto al secondo e quindi di individuare con grande precisione lo scarto tra il riferimento e il prototipo.

Non sono più le foto di una volta e quella fotocamera dietro al nostro iPhone può avere usi molto meno tradizionali di quanto pensavamo.

Mai contenti

Così funziona il mondo Mac: dopo anni di critiche ai MacBook Pro che non sono performanti come dovrebbero e sbagliano immancabilmente la scheda grafica, Apple tira fuori MacBook Pro 16”.

È da quel momento si inizia a chiedere un Low Power Mode per farlo andare più piano. Anche spegnendo la scheda grafica, se necessario.

(Che mi trova pure d’accordo, eh. Solo che colgo la dolce ironia della situazione).

Viva la differenza

Con un passato nella divisione Core OS di Windows, protagonista della demoscene (programmatori che si sfidano a creare cose incredibili con una quantità ridicola di codice e risorse hardware) e startupper, Sedat Kapanoglu si stacca certamente dalla massa dei programmatori comuni.

Quindi tocca ascoltarlo, quando scrive di come è cambiata la programmazione negli ultimi vent’anni e nell’elenco annota anche questa differenza:

La gente sviluppa software su Mac.

Il pezzo contiene molte altre osservazioni, alcune polemiche, altre di costume, altre ancora ironiche, e merita una scorsa. Per esempio:

La documentazione è sempre online e si chiama Google. Non esiste più documentazione offline. Anche se esiste, nessuno lo sa.

O anche:

Siccome abbiamo processori molto più veloci, i calcoli numerici si effettuano in Python, molto più lento di Fortran. Così i calcoli richiedono più o meno lo stesso tempo di vent’anni fa.

E infine:

Un pixel non è più un’unità di misura rilevante.

L’importante è crederci

Reduce dalla visione di Daughter, il corto di Apple prodotto in occasione del Capodanno cinese, ho voluto guardare il making of. A parte la storia, strappalacrime con formula tipicamente orientale ma capace di coinvolgere anche da questo lato della Muraglia, la cosa che mi interessava maggiormente era come fosse stato svolto il compito di magnificare iPhone 11 Pro, con cui è stato girato Daughter.

Di film fatti con iPhone se ne conoscono a tonnellate e da questo punto di vista non c’è niente da scoprire. Il modo in cui parlarne, invece, può essere interessante.

Di solito i making of di questo tipo puntano sulla tecnica, mostrano l’apparecchio in mezzo ad accessori sofisticati, in qualche modo giustificano la presenza dell’apparecchio stesso in mezzo a equipaggiamento professionale.

Stavolta prevale la semplicità. In più occasioni il filmato del cameraman che filma lo mostra aggirarsi sul set con iPhone nelle due mani, camminando. Niente contrappesi, niente armature speciali. Le riprese attraverso il cannocchiale di fantasia della bimba sono realizzate, lato equipaggiamento, in modo quasi amatoriale.

Le frasi di commento sono quelle tipiche, anche se manca enfasi sul lato prestazionale o sulla qualità del girato. Evidentemente si vogliono dare oramai per scontate.

A me hanno colpito proprio quelle sequenze, il cameraman con iPhone in mano che potrebbe essere chiunque di noi, a concentrarsi per tenere stabile la ripresa, attento a non urtare gli oggetti, mezzo curvo per avere l’angolo di visione desiderato (e, bene che si veda in pubblico, con iPhone in orizzontale). La differenza è che il cameraman lavora per una produzione Apple e non è poco.

Quell’iPhone sarebbe nelle mie mani il trionfo della buona volontà. In quelle della troupe, appare dannatamente credibile. Non ci si domanda più se sia possibile usare iPhone con risultati professionali, al massimo si indaga sulle modalità in cui accade.

Tutto appare semplice, tranquillo, senza toni trionfalistici. Non deve ingannare. Si vedono pochi fotogrammi di pioggia che cade su iPhone 11 Pro e quelli, ci scommetto, li hanno ripresi novantotto volte per scegliere il meglio e poi farci sopra una sontuosa postproduzione.

Il making of, nonostante le apparenze, forse è persino più curato di Daughter.

Ne resteranno solo tre

Riflessione secondaria ma interessante quella di Tidbits sul fatto che Apple da qualche anno venda Mac e non più Macintosh.

Il termine non è stato rinnegato: viene usato routinariamente per ricordare che nel 1984 ha debuttato Macintosh. Tuttavia non viene più associato ai prodotti odierni, salvo che per una eccezione: il disco interno dei Mac si chiama Macintosh HD.

Nei commenti, i lettori hanno aggiunto che sulla scatola di iMac compare ancora la scritta Macintosh e si può persino leggere Think Different. (Almeno in USA, devo ancora verificare per l’Italia). Inoltre, le Informazioni sul Finder contengono la scritta The Macintosh Desktop Experience (anche qui in lingua inglese, non so l’italiano).

Sicuramente Mac è più ficcante, incisivo, moderno di Macintosh, che in altre lingue si può magari ricevere più a fatica e comunque è frutto di un errore di stampa mai più rimediato (la mela di ispirazione è una californiana McIntosh). Un curioso come me, peraltro, può solo passare del tempo a chiedersi come mai non abbiano mai cambiato quelle tre ultime istanze del marchio, sopravvissute a qualsiasi cambiamento di strategia di branding.

L’enigma del browser

Dopo due anni abbondanti mi sono ritrovato master per una serata di Dungeons & Dragons e una differenza fondamentale è che, fino a due anni fa, usavo Roll20 su Mac. Ora il mio portatile è un iPad Pro e di conseguenza mi sono preparato con l’obiettivo di riuscire a usare Roll20 nel modo più completo possibile.

Una cosa positiva è che in questo intervallo Roll20 è migliorato in modo perfettibile. Una meno positiva è che sono state introdotte incompatibilità importanti con Safari.

Ho testato tutto quello che avevo il tempo di testare perché un sistema per assistere i giocatori di una sessione di D&D ha davanti clienti con esigenze pressanti, a partire dal fatto che gli chiedono di semplificare le parti complicate senza togliere il divertimento. Su iPad di una volta il supporto di Roll20 era dichiaratamente limitato, ma coerente con le limitazioni stesse. Oggi mi sono trovato con due software, Safari e Roll20, ambedue cresciuti moltissimo e però su strade divergenti.

Fortunatamente ho trovato la soluzione: Chrome su iPad è altamente compatibile con Roll20 e mi ha permesso di portare a casa la serata con successo.

La domanda è questa: sapevo che Apple aveva consentito la presenza di browser diversi da Safari su App Store, a patto che usassero tutti il motore di Safari. Tuttavia, in tutta evidenza, Chrome si comporta in modo diverso. Se usasse lo stesso motore dovrebbe funzionare allo stesso modo, come invece non è.

Al tecnico in accolto chiedo se le mie osservazioni siano ingenue e una spiegazione possibile della faccenda. Dieci punti esperienza a chi mi chiarisce le idee.

Chiacchiere e concept

Ieri si ricordava la presentazione del primo iPhone da parte di Steve Jobs, nel 2007. Ricorda Jim Darlymple:

13 anni fa ero nel pubblico. “Sapevamo” che si sarebbe chiamato iPhone, ma non avevamo idea del suo aspetto. Dire che ci ha fatto scoppiare la testa sarebbe una sottovalutazione.

Si ricorda ancora quella presentazione perché è stata storica, nel senso che entrerà nei libri di storia, perché la vita dell’umanità è cambiata e se non basta guardarsi attorno tredici anni dopo, c’è qualcosa che non va in chi guarda. Difficile mettere in discussione che sia stato un evento unico.

Ecco perché il meme che vuole Apple presentare una stregoneria l’anno, altrimenti ha perso la capacità di innovare, è una sciocchezza. Non si cambia il mondo una volta l’anno.

Controprova? Avanti veloce al Ces 2020, dopo che Jobs eclissò qualsiasi cosa fosse apparsa al Ces 2007 (qualcuno ricorda un qualunque annuncio del Ces 2007, senza barare?). John Gruber lo ha riassunto in un unico articolo: Il Concept Electronics Show.

Lungo pezzo da leggere, nel quale si dà conto di come praticamente tutti, nel tentativo di stupire e colpire, abbiamo presentato concetti, idee o prototipi per i quali manca una data di arrivo sul mercato. Prodotti che potrebbero non esserlo mai.

C’è dentro un bell’aneddoto su Jobs che insieme a Jonathan Ive presenta agli ingegneri il prototipo del primo iMac e loro gli elencano trentotto ragioni per cui non si può fare, al che lui risponde no, no, faremo questo, perché sono l’amministratore delegato e penso che si possa fare. Chiosa Gruber:

Progettare ai limiti delle possibilità è una cosa; progettare sganciati dalla realtà è un’altra.

C’è anche il richiamo a un altro pezzo, vecchio più di dieci anni, sul perché Apple non presenta concept (e in passato li ha presentati, quando mica per niente andava malissimo). Con una legge da ricordare:

L’abilità di innovare commercialmente di un’azienda è inversamente proporzionale alla sua tendenza a pubblicare idee di prodotto.

Tutti quelli che pontificano sulla capacità di Apple di innovare potrebbero riguardarsi Jobs, che mostra lo scorrimento sullo schermo touch fatto con le dita e strappa l’applauso. Il pubblico vide usare un telefono con le dita e applaudì, perché era innovazione vera. A pensarci oggi è incredibile, vero?

Intanto Apple avrebbe perso la capacità di innovare, gli altri pubblicano idee, concetti, prototipi. Niente che sia reale, niente che possa essere ordinato o preordinato. Chi si contenta gode, in maniera più che mai virtuale.