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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Il pasto virtuale

Non esiste un pasto gratis. Se un’azienda ti fa un regalo, c’è un motivo.

Per questo le mie macchine virtuali in VirtualBox sono lente e scomode. Il programma è gratis, i suoi esiti sono più che sufficienti per le mie necessità. Accetto più che volentieri le sue limitazioni.

Senonché, leggo che in Mac App Store appare Parallels Desktop Lite. È gratis e permette di creare macchine virtuali macOS e Linux. Sembra fatto su misura per me.

A che cosa rinuncio? Beh, a creare macchine virtuali Windows. Per quello occorre un acquisto in-app.

La cosa non mi tocca. Per virtualizzare Windows devono pagarmi, non il contrario.

Mi tocca, invece, che occorra hardware del 2011 o posteriore. Ho una macchina troppo vecchia, anche se proverò comunque a verificare.

Per me il pasto della virtualizzazione continua a non essere gratis. Ma per tanti altri lo potrebbe diventare.

Uno su cinque ce la fa

Il mese scorso mi sono ritrovato più volte l’account iCloud bloccato, da riattivare usando l’apposito codice di recupero fornito da Apple oppure attraverso la doppia autenticazione.

Sistemi di imprecisione

Apple ha impiegato due anni e mezzo a sviluppare iPhone e una delle critiche più rumorose con le quali venne accolta la notizia riguardava l’inesperienza dell’azienda nella telefonia cellulare. Gli sviluppi della vicenda sono nelle tasche e nelle borsette di chiunque.

Swatch vuole percorrere la strada opposta e offrire un sistema operativo per computer da polso, il primo esempio concreto del quale sarà un modello di Tissot previsto per la fine del 2018.

Acquisire dal nulla esperienza nella progettazione di sistemi operativi e interfacce equivale a partire da zero con lo hardware per la telefonia?

Bella domanda. Vedo però una differenza. Prima di iPhone, Apple aveva accumulato esperienza sostanziale nella miniaturizzazione, nella produzione di grandi quantità di unità, nelle interfacce per schermi piccoli. Attraverso iPod. E deteneva una serie di tecnologie interessanti nel campo dei computer da tenere in mano, maturata con Newton. Quella che sembrava una partenza da zero, non lo era affatto.

I pregressi di Swatch che possano essere propedeutici a un sistema operativo da orologio intelligente, non lo conosco. Può darsi che ve ne siano. Rimango dell’opinione che siano stati fatti calcoli un po’ troppo ambiziosi, oppure che gli obiettivi siano molto modesti rispetto a come se ne parla. Sarebbe interessante conoscere i piani degli svizzeri con maggiore precisione.

Torniamo ai fondamentali

Si fa sempre un gran parlare di hardware eppure dovrebbe fare grande, grandissima impressione l’annuncio da part di Google di Guetzli, nuovo algoritmo di compressione Jpeg che arriva a comprimere le immagini anche del 35 percento in più mantenendo la stessa qualità visiva degli algoritmi tradizionali, oppure aumentando la qualità a parità di compressione.

Fa impressione perché da lungo tempo pare terminato il dibattito sui fondamentali dell’informatica. Nascono nuovi social, nuove app, nuove architetture e linguaggi della programmazione, ma si è portati a pensare che su alcuni temi, la compressione per esempio, resti spazio per miglioramenti nulli o residuali al più.

Guetzli mostra in modo clamoroso che è falso. Non sono noccioline: proponi a un webmaster di ridurre di un terzo il peso delle immagini Jpeg dentro il server di un sito e bacerà il terreno dove cammini. La compressione Jpeg esiste dalla notte dei tempi digitali e non è esattamente un terreno dove sia mancata la ricerca.

I curiosi possono installare Guetzli tramite Homebrew e fare prove a volontà. Da notare il fatto che Google ha compiuto progressi anche con i file Png (Zopfli), solo meno eclatanti.

Unica controindicazione di Guetzli: lento. Per lavorare in tempo reale non va bene. Ma se c’è tempo, è una mezza rivoluzione. Il trentacinque percento, a essere precisi.

L’Internet delle persone

Mercoledì 29 marzo mi troverò al Copernico di Milano, uno dei coworking in voga nella citta, per la presentazione di un libro di cui mi è accaduto di scrivere la prefazione.

(La prefazione è il compito più ostico da svolgere per un libro perché non ci guadagni niente, devi spiegare in due pagine concetti che l’autore ha spiegato in cento e, se il libro non funziona, è colpa tua).

Il tema è l’Internet delle cose, solo apparentemente tangenziale al mondo Apple: una auto con CarPlay o watch che in aeroporto avvisa dell’inizio degli imbarchi sono esempi ancora acerbi ma già saporiti per chi vuole rendersi conto del fenomeno.

Se qualcuno passasse in zona (vicino alla stazione Centrale) dalle 18:30, sono lì. Una dose di Internet delle persone di tanto in tanto, nonostante una crescente misantropia di fondo, continua a riuscirmi gradita.

Design di quello buono

Mi è arrivata una mail dall’editore librario americano di tecnologia O’Reilly. Sono utente registrato sulla loro piattaforma, ma ricevo comunicazioni da loro praticamente MAI.

La pubblicità è l’anima

Google esiste grazie alla pubblicità. Eppure l’interfaccia di Chrome è libera da spot.

iTunes serve a vendere musica, film, app. Mentre si ascolta un brano o si guarda un video, la pubblicità è assente dall’interfaccia di iTunes.

Apple incoraggia in mille modi l’aggiornamento alla forma a pagamento di iCloud. Tuttavia, aprire una finestra del Finder non porta mai a leggere un consiglio per gli acquisti riguardante le tariffe di iCloud.

macOS mostra quali app consumano più batteria. Però non consiglia di passare a Safari, che consuma meno, se uno sta usando Chrome.

Se e quando Chrome mostrerà pubblicità nell’interfaccia, sparirà dal mio disco. Se e quando macOS mostrerà pubblicità nell’interfaccia, passerò a FreeBsd nel tempo più breve. (Non uso il condizionale, uso il futuro).

Probabilmente ci sarebbe una preferenza che consente di disattivare le pubblicità e questo verrebbe usato come argomento dai tifosi: sì, c’è la pubblicità, ma quando vuoi la togli.

Disgraziatamente il problema sarebbe tutt’altro, specie in quest’epoca di design e user experience. La possibilità di disattivare la pubblicità, nell’economia delle utenze a miliardi, vuol dire che la pubblicità sulla maggioranza delle utenze resterà attiva. Per distrazione, noncuranza, ignoranza, fretta, inconsapevolezza, difficoltà (un disabile, per dire, ha meno tempo di un normodotato per andare a caccia di preferenze e intanto svolgere comunque del lavoro).

Tradotto: il sistema operativo, preferenza o meno, diventa comunque un veicolo per fare soldi.

Sempre tradotto: la prima funzione del sistema operativo non è più servire l’utente, ma fare soldi. Surrettiziamente: mentre prima il sistema si vendeva agli utenti, adesso è venduto agli inserzionisti e gli utenti sono la merce di scambio.

L’anima del servizio è diventata la pubblicità. Il tempo perché la pubblicità arrivi a condizionare l’interfaccia secondo le proprie esigenze sarà breve.

Mi astengo da pubblicare link perché verrei accusato di parlare di cose che non conosco. Ho posto un caso puramente ipotetico e lo scrivo di nuovo per chiarezza: se e quando macOS si metterà su una strada del genere, inizierò istantaneamente la transizione verso un sistema operativo libero.

Naturalmente, chi si trovasse a usare oggi un sistema operativo molto dffuso che veicola pubblicità può esprimere la propria opinione.