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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Causa traffico

Anche i sassi sanno che c’è un problema di vendite di iPhone inferiori alle previsioni, ma non tutti hanno avuto l’idea di confrontare il traffico su Internet dei lanci di prodotto negli anni per avere un’idea dell’entità del problema.

Apple Must ha pubblicato i grafici delle rilevazioni di SemRush che mostrano come, effettivamente, il traffico suscitato da iPhone X al momento del suo lancio sia stato molto superiore a quello generato dagli iPhone di quest’anno.

Lo stesso accade grosso modo per Google con la sua gamma Pixel, che ha prodotto meno traffico interessato quest’anno rispetto al varo della linea, mentre Samsung va in qualche modo in controtendenza, con più interesse quest’anno per S9 rispetto al modello dello scorso anno.

Sono dati che vanno presi con ampio beneficio di inventario, però hanno il grande merito di essere dati invece che congetture. Era molto meglio quando le aziende comunicavano il numero di unità vendute. Poi rimase a farlo solo Apple. Poi ha smesso anche lei. Causa traffico.

Naturale grandezza

Dal riassunto della conversazione tra Jonathan Ive e il designer giapponese Naoto Fukasawa, pubblicato da 9to5Mac, si evince che durante la progettazione di Apple Park vennero realizzati prototipi in scala 1:1. Ovviamente non dell’intero edificio, ma di sue sezioni:

Siamo riusciti a realizzare prototipi a grandezza naturale. Dato che l’idea era semplicemente di ripetere la stessa sezione, si poteva avere un’idea di che cosa si stava progettando.

Purtroppo (per me) l’intervista intera è su carta e in giapponese. Però mi basta questo dettaglio. Quale altra azienda arriva a pensare in grande in questo modo?

Iperpropulsione e testo

Dr. Drang esorta ad abbracciare le espressioni regolari (da qui in poi regex) con un post eccellente che meriterebbe la traduzione integrale e che, nella tradizione dell’autore, mette a posto ogni cosa con pochi paragrafi ineccepibili.

Le regex sono come il gioco del Go: straordinariamente difficili ad alto livello, semplicissime in partenza, materia perfetta per imparare dato che si possono esplorare poco per volta ed è possibile ottenere ottimi risultati anche con poche nozioni elementari (il che equivale grosso modo alla possibilità di giocare a Go su scacchiere molto piccole).

Drang consiglia anche le cose giuste. Il libro Mastering Regular Expressions è obbligatorio sullo scaffale di uno specialista, ma duro da leggere e molto più lungo di quanto serva alla maggior parte di noi, che invece ha imparato – come Drang stesso – sul manuale utente di BBEdit, dove c’è un capitolo dedicato. Probabilmente è la migliore esposizione del tema esistente fuori da Mastering Regular Expressions

La mia conoscenza del tema regex è superficiale, ma mi ha cambiato la vita lavorativa in più occasioni. Una di quelle più eclatanti è stata la realizzazione delle pagine gialle di Internet per l’editore Tecniche Nuove. Di fatto un database di URL interessanti completi di descrizione.

Per tutta una serie di ragioni, non era il caso di usare un database vero e proprio, anche se la struttura logica del tomo era effettivamente quella di una serie di record composti dagli stessi campi. Inizialmente utilizzai un foglio elettronico con un record su ciascuna riga e un campo in ciascuna colonna, solo che le possibilità di editing del testo erano limitate e scomode.

Alla fine maneggiavo tutto con un file BBEdit, una riga per record e campi separati da tabulatori. Avevo messo a punto regex assai rozze, ma funzionali, per molti scopi, per esempio intervenire su un campo dentro tutti i record lasciando inalterato il resto del testo. L’equivalente di selezionare una colonna dentro il foglio di calcolo, fatto invece in BBEdit.

Un detto simpatico, citato anche da Drang, sancisce che, se hai un problema e pensi di risolverlo a suon di regex, hai due problemi. Più seriamente, le regex non sono la marcia in più di chi lavora con il testo. Sono l’iperpropulsione a razzo.

Se lo dice lei

Il 10 dicembre 2019 termina il supporto di Windows 10 Mobile. Questa la raccomandazione ufficiale agli incauti acquirenti di apparecchi di quel tipo:

passare a un apparecchio Android o iOS. La nostra mission […] ci spinge a supportare le nostre app Mobile su quelle piattaforme e quegli apparecchi.

Questo il commento sulla situazione dell’informatica da tasca:

La tecnologia si è evoluta assieme alle esigenze e alle aspettative dei vostri clienti e partner, che hanno già adottato piattaforme e apparecchi Android o iOS.

Insomma, più chiaro di così. Mi chiedo che cosa aspettino a dirlo anche agli utilizzatori di computer più grandi, che avrebbero persino più bisogno.

Povere famiglie

Di ritorno da una trasferta di un’oretta salvo traffico pesante, ascolto la radio più ascoltata in Italia e sento la pubblicità di una (s)vendita di Office 365 per famiglie al prezzo scontatissimo di 59,99 euro.

È vero che ci sono poveri e ricchi, le disuguaglianze, le difficoltà a macchia di leopardo, la crisi per alcuni mentre altri prosperano e così via. Focolari dove l’euro e ventinove provoca esitazioni e altri che spendono più in giochi che in televisione a suon di canoni e acquisti in-app.

Il punto non è l’importo. È lo spreco.

Girare l’Italia in camper, fermarsi nelle piazze, erogare corsi gratuiti di TextEdit dal titolo Word, ciucciami il calzino. È il sogno a occhi aperti che faccio in queste occasioni.

E poi, ove necessario, Pages e Numbers, o LibreOffice. Seminare cultura e intelligenza, insegnare alla gente come esistano fogli di calcolo che accettano espressioni Python, oppure progettati per il web e la collaborazione, così come LaTeX offre le funzioni di cura del proprio elaborato che Word non avrà mai neanche se lo riscrive un clone di Richard Stallman.

Combattere una povertà, quella di nozioni decenti di tecnologia digitale, che fa a volte più paura di quella economica. Perché quest’ultima è questione di risorse, ma con le risorse si può risolvere. La prima è questione di ignoranza, un difetto di cui il cittadino medio va orgoglioso senza capire il danno che si provoca da solo.

Povere famiglie, quelle che buttano soldi per comprare Office 365.

Fifty-fifty

Non ho cominciato ieri a usare Mac come desktop e iPad come portatile, ma quasi sette anni fa.

Ciò che è cambiato è sicuramente la percentuale del lavoro che svolgo su una o l’altra macchina. Prima Mac faceva la parte del leone e iPad serviva unicamente a mantenere il flusso delle cose durante gli spostamenti.

Oggi la percentuale di lavoro è pressoché in equilibrio, metà qui e metà là.

Le capacità di Mac non sono diminuite in alcun modo, anzi: con Mojave mi trovo benissimo e anche un modesto Mac mini come l’attuale procura tranquillamente tutte le soddisfazioni che cercavo, anche inaspettate: prima di avere problemi con Safari posso aprire approssimativamente il quadruplo delle pagine aperte sul vecchio MacBook Pro, per dire. Non ho ancora raggiunto un conteggio di applicazioni aperte nel Dock tale da mandare in crisi la macchina, quando quella precedente iniziava a dare chiari segni di stanchezza dopo le venticinque.

E il dibbbattito su iPad capace o meno di sostituire Mac? Trovo che nel tempo appaiano sempre più commenti sensati, l’ultimo dei quali è firmato su MacStories da Ryan Christoffel.

Uno dei peggiori errori che si possono fare con un nuovo computer à dare per scontato che tutto funzionerà come in quello vecchio. Proprio come il passaggio da PC a Mac procura alcuni fastidi […], spostarsi su iPad comporta costi di transizioni sensibili.

Il punto, però, è non fermarsi lì; passato il primo impatto, abbracciare la filosofia di uso di iPad può rivelarsi vantaggioso. Non per tutti, certamente per qualcuno sì. Dove le modalità di utilizzo sembrano meno snelle che su Mac, le nuove Shortcut sono spesso preziose, basta volerle comprendere. Alcune cose continuano a essere più svelte su Mac, altre invece lo sono su iPad. Ieri ho disegnato al volo uno schemino in una riunione. Dentro le Note, senza un programma specifico e con il dito invece che con Apple Pencil. Risultato pienamente rispondente alle aspettative del momento. Se avvenisse con regolarità invece che mai – nel mio caso, chiaro – penserei molto più seriamente di prima a una Apple Pencil.

Ho anche lavorato alla valutazione delle competenze digitali di un gruppo di lavoro; sostanzialmente ho posto domande, registrato audio, preso appunti, fotografato momenti estemporanei della situazione. Il vecchio iPad proiettava slide che davano il ritmo e io svolgevo tutte le altre attività su iPad Pro, senza problemi e soprattutto con invasività zero, dato che lo schermo è molto vicino alla superficie della scrivania e mancano barriere, reali o percepite, tra intervistato e intervistatore.

iPad non è un sostituto di Mac, non sempre, non per tutti. Ma è un computer con tutti i crismi.

Vantaggi evolutivi

Scrivevo nel lontano ottobre 2013 del primo computer da tasca al mondo con processore a sessantaquattro bit, iPhone 5S. Per capirci, ero fiero del mio iPad di terza generazione, il primo con schermo Retina, quello che oggi trovo lentissimo a confronto di iPad Pro. È passato davvero tanto tempo, anche ingegneristicamente.

iOS ha supportato le app a trentadue bit per qualche anno, ma dal 2017 non sono più ammesse.

Ed ecco che Google annuncia la transizione di Android ai sessantaquattro bit. Comincia il prossimo agosto, tra soli sette mesi. E va avanti, con eccezioni e interrogativi vari, fino al 2021.

Alla prossima occorrenza della domanda che cosa fa iOS che Android non faccia a costo minore, c’è una risposta aggiuntiva: avere quattro anni di vantaggio evolutivo sulla concorrenza.

Nessuno lo saprà

A DuckDuckGo, il motore di ricerca alternativo che protegge la privacy di chi lo consulta, hanno deciso di appoggiarsi alle Mappe di Apple per cercare luoghi e locali.

All’insegna della massima privacy: Apple non riceve i dati della ricerca, né li ricevono terzi qualsiasi. Appena usati i dati necessari a soddisfare la ricerca, DuckDuckGo li dimentica. Nessuno oltre a noi saprà in che ristorante volevamo andare questa sera.

Sarà un caso che Apple sia l’unica multinazionale della tecnologia con un forte ed effettivo impegno a rispettare la privacy di chi usa i suoi prodotti e trovi una sinergia con DuckDuckGo? No, non lo è. E probabilmente tra cinque anni avrà fatto una differenza notevole nel valore di quello che vende, a prescindere dal prezzo.

Grazie a Massimo per la segnalazione!

Coincidenze alternative

Rileggevo Fraser Speirs che parla del suo passaggio da iPad e MacBook a un Pixelbook, sulla base di quanto è divenuto importante per la sua attività il software Google e quanto iOS manchi di usabilità e completezza quando si voglia usarlo “come un computer”.

Prima di rileggerlo ho passato una giornata di intenso lavoro su Google Sheets sul mio iPad Pro, collegato a una tastiera Bluetooth fisica. La quantità di cose che Google Sheets fa su iPad e NON fa tramite una tastiera collegata a iPad è ingente.

Lo stesso Speirs riconosce che le applicazioni della GSuite di Google non sono molto buone. E scrive sono dispostissimo a credere che non sia colpa di Apple.

Lo credo anch’io, dal momento che vedo su iPad programmi perfettamente dotati di comandi per tastiera fisica, a decine. Il produttore di computer alternativi a iPad fa funzionare male il proprio software su iPad. Che coincidenza.

Lui passa a Pixelbook, dice, perché se dovesse scegliere tra rinunciare a GSuite e rinunciare a iPad sceglierebbe la seconda strada. Io non lo so. GSuite è difficile da sostituire con piena soddisfazione, ma ci si riesce anche se dovendo cumulare più diverse alternative. Ci sono molto alternative; parziali, certo, però molte.

Mentre sostituire un iPad significa mettersi nello zainetto un coso Android o un Surface. Altre alternative non ce ne sono.

Pensare in piccolo

Non ho pensato abbastanza in piccolo, quando ho scartato l’idea di un browser su watch.

Non me ne ero accorto, infatti, ma watchOS 5 ha portato WebKit, il motore Html che sta sotto Safari, anche sugli watch dalla serie 3 compresa in su. E nel giro di neanche tre mesi siamo già ai consigli per ottenere il meglio con le immagini.

Certo, non c’è il browser vero e proprio, si potrebbe cavillare. Tuttavia è chiaro che Apple considera ragionevole presentare contenuto web su watch. In effetti, uno dei link sopra porta a un articolo di MacRumors che spiega come accedere a una pagina web arbitraria via computer da polso. A leggerla, effettivamente suona tutto ragionevole e avevo proprio sbagliato io.

La scoperta della semplicità

Con buona pace dei darwinisti fuori epoca, il valore di una piattaforma continua a essere quello che semplifica più di quello che consente.

A dimostrazione il post di Zoë Smith, una cosa talmente corta e sintetica che spiace citarla; ne dai via metà. Eppure è un diamante perfetto.

[Mio marito Fabio] è appena passato a Mac da Windows. È stato deliziato da così tante possibilità che io do per scontate.

L’elenco lo lascio al curioso. La parte importante è il commento. Il grassetto è mio.

Non uso Windows da dieci anni […] Forse tutte queste funzioni sono presenti. Ma non sono state scoperte da Fabio, persona intelligente che usa un computer per svolgere un lavoro che non è una versione più articolata di “usare un computer”.

La conclusione la voglio incidere sulla cornice del monitor, per averla sempre davanti:

Nessun inciampo, nessun ritardo di prodotto, nessun mercato sottoperformante, nessuna barra spazio difettosa prodotta dalla enorme Apple di oggi mi ha portato a credere che l’azienda abbia perso di vista i suoi principî di design.

Qualcuno penserà che Smith sia una svitata qualsiasi, un po’ fanatica di Apple. Vada a visitare il suo blog e il design del suo blog soprattutto, prima ancora di guardare la sezione curriculum.

Stomaci di stato

Tra fine anno e inizio anno le congiunzioni astrali hanno fatto sì che mi occupassi simultaneamente di rinnovo patente, rinnovo passaporto e fatturazione elettronica.

I pregi dell’Italia e degli italiani si notano in molte situazioni diverse. Per vedere il peggio dell’Italia e degli italiani, basta e avanza la burocrazia.

Le procedure a spirale, i controsensi, i paradossi, il lessico, il tempo bloccato e la voglia tignosa di complicare e prevaricare senza mai pagare pegno. La ricerca dell’incomprensibilità e dell’inefficienza come strumento di conservazione del potere. Lo stesso potere che hanno il tarlo sul mobile, la muffa nell’angolo, il frutto che marcisce per primo nella cesta.

Se poi si mette in mano a questi indefinibili la tecnologia, è la fine. Tutto quello che è stato sviluppato finora in ambito tecnologico e digitale è nato all’incirca con scopi di potenziamento o semplificazione. Ma i gattopardi hanno capito l’antifona e hanno aggirato il (loro) problema.

Invece di informatizzare la burocrazia, hanno burocratizzato l’informatizzazione.

Tutto quello che poteva aiutarci è stato rivoltato e storpiato fino a farlo diventare una parodia del servizio dichiarato, che sembra inizialmente una svolta seria e, virgola dopo punto e virgola, ostinazione dopo stolidità, sfarina qualunque credibilità.

Vorrei conoscere qualche autore di questi capolavori procedurali, vedere i diagrammi di flusso sulle loro lavagne, sentire come parlano, cercare di capire come pensano soprattutto, e come si fa a diventare così. Quale percorso di studi, quali esperienze, quali attitudini portino alla totale indifferenza verso logica, buonsenso, consequenzialità.

Mi si dirà che operano in condizioni difficili, che ci sono anche quelli bravi, che tutto è molto migliorato e tutto il consueto armamentario di scuse e cavilli. Per carità, rispetto e compassione. Nonché meraviglia per uno stomaco che fa digerire veramente tutto, condizione necessaria per somministrare senza rimorsi la poltiglia amara a chi si presenta allo sportello.