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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Dieci con lode

Adesso che la festa ufficiale é terminata, voglio rendere omaggio al decennale di MacStories.

Si parla molto della qualità dell’informazione in rete; la verità è che bisognerebbe parlare meno e agire di più, per portare il browser dove si possono trovare qualità e autorevolezza e lasciare a se stessi i siti spazzatura e quelli di pubblicità con qualche contenuto negli spazi occasionalmente vuoti.

MacStories è un posto straordinario per leggere buona informazione sul mondo Apple e la retrospettiva di questi dieci anni lo spiega bene, anche attraverso gli impegni presi con sé e con il lettore:

  • riportiamo le notizie tempestivamente ma senza affannarci.
  • cerchiamo di aggiungere contesto e analisi.
  • non pubblichiamo dicerie e voci di corridoio.
  • scriviamo solo di app collaudate di persona.
  • mai, neanche in futuro, recensioni a pagamento.
  • non scriviamo titoli sensazionalistici in cerca di clic.
  • se Apple ci fornisce prodotti da recensire, scriviamo comunque di quello che non ci piace, perché l’onestà è più importante dell’accesso.
  • prendiamo tutto il tempo che serve per scrivere i nostri articoli.
  • riconosciamo sempre le nostre fonti e siamo prodighi di link.
  • lavoriamo per avere il sito più veloce possibile. Usiamo un solo servizio di analisi e non pubblichiamo inserzioni o media con codici di tracciamento sospetti.
  • scriviamo il blog Apple che ci piacerebbe leggere.

Ho risssunto, ma non tagliato. MacStories è stato e continua a essere questo; in più promette di restarlo e lo fa in forma assolutamente credibile.

Ognuno di noi dovrebbe farsi l’esame di coscienza e, sapendo quanta poca attenzione possiamo dedicare agli aggiornamenti, metterla su siti che davvero ci danno indietro valore autentico.

Buon compleanno MacStories e complimenti di cuore.

Impronte diversamente digitali

Mentre sui media girano tonnellate di materiali che spiegano quanto Facebook sia cattivo e mal rispettoso della privacy, si parla poco del nuovo sistema di identificazione e controllo biometrico che dovrebbe unificare la base dati europea in materia e creare un bacino di cittadini identificati biometricamente di dimensioni inferiori solamente al sistema cinese e quello indiano.

Gli interessati possono vedere una presentazione del meccanismo, che è stato approvato dal Parlamento Europeo ed è destinato a entrare in vigore in tempi non lunghi.

Personalmente la biometria non mi disturba. Nei mesi scorsi sono transitato dai confini statunitensi e cinesi e in ambedue i casi ho lasciato impronte digitali e foto del volto, come già fatto in una questura milanese per ottenere un passaporto, ovvero un permesso di chiedere il permesso di entrare in qualche altro Paese.

Potrei anzi sostenere di essere in qualche modo pioniere, dal momento che ho prestato servizio militare e lo stato deteneva le mie impronte già da molti anni.

Tuttavia la sete di dati personali di Facebook mi disturba assai meno, per quanto tendente all’illegalità e all’indifferenza verso il consenso consapevole dell’utente. Da Facebook, per quanto farraginosamente, si può uscire, stare fuori, guardare senza toccare. Da questi nuovi stati multinazionali, ancora più multinazionali delle multinazionali, non si può. E se capita un brutto incontro con l’agenzia delle entrate basato sul nulla (mi è capitato) o un errore giudiziario (per fortuna non mi è capitato), allentare la morsa dell’autorità è del tutto impossibile.

Le impronte digitali sono una cosa, l’identificazione digitale sistematica senza alcun controllo da parte del cittadino è tutta un’altra questione, che mi lascia inquieto.

Di passaggio

Di passagggio in tanti modi. Torno dalla Cina, vado verso il lago, attraverso esperienze e condizioni inaspettate.

Tutto magari faticoso e però positivo. Non che mi debba vantare o lamentarmi; ho una vita interessante e fortunata, gran parte della quale è merito di altri.

Altri che includono i frequentatori di questa paginetta. Per questo si meritano i miei più sinceri auguri. Di passaggio, dovrebbero essersi chiuse numerose parentesi che complicavano l’aggiornamento del blog. Mi auguro, in più, che sia vero.

Buona Pasqua!

Biscotto della fortuna

Partirai per la Cina molto disorganizzato e in particolare senza una Vpn degna di questo nome, per cui potrai avere problemi di aggiornamento del blog.

La carica di USB-C

Cose semplici, ma semplificano la vita un bel po’.

Accrocchio per iPad Pro con ingresso USB-C e uscite VGA, HDMI, USB-C e (due) USB 3. Risultato, carichi due apparecchi (e potrebbero essere tre) con una sola presa a disposizione e intanto, fosse necessario, potresti anche andare sul videoproiettore.

Accrocchio Voinnex carica iPhone da iPad Pro

Tendenza Darwin

Posso dire di avere vissuto molte esperienze nella vita, alcune discutibili. A questa parte dell’elenco sono in grado di aggiungere l’avere ricevuto accesso a un file residente sul disco OneDrive di una organizzazione.

Accesso significa che ho ricevuto un link, stile Dropbox. Differentemente da Dropbox, il link mi ha fatto inserire una password di un qualunque account Microsoft sensato (nel mio caso, Skype). Successivamente ho dovuto confermare l’operazione tramite un codice. Questo è bastato per farmi passare alla fase successiva: un altro login. Dopo averlo confermato, mi è apparsa la conferma, nella finestra presente a sinistra in questa immagine. Puoi tornare a quello che stavi facendo.

La via Microsoft

A destra si vede quello che stavo facendo. Il candidato spieghi attraverso quale elemento dell’interfaccia potrei tornare o, meglio, ad avere il dannato file.

La risposta è nessuno. Neanche il tasto Indietro del browser. Ho ricliccato il link ricevuto inizialmente e, stavolta sì, ho potuto accedere al file.

Ma niente lo lasciava neanche suggerire.

Il consueto approccio darwiniano di Microsoft. Sistemi potentissimi, sofisticatissimi, pensati per utenti di infinite capacità. Se sei uno normale, ti devi arrangiare e se non ci arrivi sono fatti tuoi; ci penseranno i power user a dirti che è colpa tua.

Ovvero, l’antitesi della storia dell’informatica personale degli ultimi trentacinque anni. E pazienza se sembra esagerato, a me sembra di andarci piano.

Classica tentazione

Non avrò tempo. Ignoro se il mio Mac mini potrà farlo funzionare degnamente. Diffido delle operazioni nostalgia, specie nel mondo digitale.

Eppure, che voglia di vedere World of Warcraft Classic. Il vero gioco di ruolo di massa online, dove potevi attraversare un continente, ma correndo (cavalcando semmai) e ci mettevi magari una notte vera. Niente teletrasporti, niente punti di raccolta giocatori, niente generazioni automatiche di party per entrare in un dungeon ma dialogo con gli altri giocatori online.

Penso che neanche WoW Classic avrà più veramente quel sapore. Però, che tentazione.

Chiedimi perché amo la tecnologia

Certo, ci sono momenti dove la tecnologia è noiosa, non funziona, delude.

Poi ci sono giornate come questa.

Esce Pixelmator Photo che offre editing fotografico spettacolare su iPad, confortato dall’apprendimento meccanizzato. Il programma sfrutta Core ML e le capacità di rete neurale presenti nei nuovi iPad per rendere ancora più efficace ogni operazione di modifica. Il prezzo, di fronte alle prestazioni, fa ridere.

Ridisegnano Helvetica dopo trentacinque anni. Il font da cui è partita l’impaginazione digitale era anche diventato il più noioso e abusato al mondo, clonato in modo triste per non pagare royalty da una nota multinazionale esperta in copiacce di roba funzionante. Improvvisamente ridiventa interessante. Non avevano alcun motivo pressante per farlo, ma lo hanno fatto ugualmente. Il clone brutto diventa un brutto pensiero più lontano.

Mi aggiornano BBEdit. Ma sì, succede miliardi di volte, non c’è niente di nuovo, tutto collaudato. Comunque mi ritrovo l’editor di testo più potente al mondo, o nei paraggi, che pesa la sciocchezza di 13,4 megabyte e si aggiorna nel giro di una manciata di secondi.

La tecnologia, almeno certi giorni, è bellissima.

La tensione ai dettagli

Anni fa, tanti anni fa, spiegavo che parallelamente a macOS gratuito avrei volentieri pagato per una versione Gold del sistema operativo Mac, neanche tanto evoluta per funzioni quanto robusta e curata per assenza di bug e ineccepibilità del design.

Mi viene in mente mentre leggo John Gruber prendersela, come è sacrosanto, con la finestra di dettaglio degli aggiornamenti di sistema di macOS. Siamo nel 2019, può contenere quantità di testo molto consistenti, ma mostra nove righe per volta e non è ridimensionabile, né permette di fare clic sugli indirizzi inseriti nel testo.

Nessun bug, ma design veramente dimenticato da anni, indegno dell’attenzione ai dettagli che siamo abituati a chiedere ad Apple in cambio dei nostri favori. Anzi, tensione ai dettagli, perché l’attenzione può esserci e non esserci, mentre la tensione ti prende ogni mattina e, anche se durante il tuo lavoro di sviluppo hai trovato e risolto diciotto errori, sei all’erta ugualmente come se il diciannovesimo fosse il primo della giornata.

Un iPhone SE mostra più testo, scrive Gruber, e a ragione, se si pensa che qualcuno vedrà la finestrella di aggiornamento di Mojave su uno schermo 4K, posto che sulla scrivania c ne sia uno soltanto.

Quando parlavo dell’edizione Gold mi riferivo come esempio all’antichissimo bug che costringeva a scambiare due floppy disk innumerevoli volte prima che il sistema riprendesse a lavorare, anche su Mac la cui RAM avrebbe consentito di risolvere qualsiasi problema di sistemazione dati da due floppy in una passata sola. Bug che rimase, anche perché nel frattempo si smise di usare i floppy. Ci si creda o meno, c’è gente che tuttora risolve bug presenti nella ROM dei primi Mac.

Ecco: questo è un altro problema simile, una schermata che sarebbe stata bene su un iBook di inizio secolo, 640 x 480, e ci becchiamo anche su lenzuoli da tremila per duemila. Apple, please, tensione ai dettagli, grazie.

Been There, Said That

Riccardo ha scritto sull’evento Apple ultimo scorso una straordinaria riflessione, per me eccessivamente critica, tuttavia assolutamente da leggere parola per parola.

L’unica cosa è il titolo: una settimana prima di lui ho scritto che chiamarla Apple Entertainment era una cosa superata. Non voglio cambiare per non sembrare imbarazzato o non convinto; analogamente potrebbe sembrare polemica a chi trascurasse le date di pubblicazione e spero non succederà.

La parte positiva di tutto ciò sono le sue argomentazioni. Attualmente lo ritemgo come valore tra i primi venti blogger Apple mondiali. Va letto, seguito e sostenuto.

(Anche se lui non legge me; avrebbe potuto cambiare titolo, mannaggia).

Di nuovo insieme

L’annunciato rientro di BBEdit su Mac App Store è realtà.

Si tratta di una notizia molto bella per tanti motivi. Conferma la vitalità di Bare Bones e porta credibilità allo Store, che sempre Bare Bones non si era fatta problemi nell’abbandonare quattro anni fa

È anche un ritorno cosciente e voluto, non un compitino da esaurire formalmente per poterlo raccontare, tanto che su Mac App Store BBEdit sarà offerto in abbonamento. La formula mi sta antipatica e preferirò aggiornare il programma dal sito del produttore, ma questo è un dettaglio assai meno interessante del fatto che evidentemente c’è una strategia di vendita e di posizionamento dietro.

Ci sono programmi storici che hanno avuto da sempre una relazione quasi simbiotica con Apple e altri che sembrano vivere nell’ecosistema nonostante le caratteristiche di quest’ultimo. In questi anni BBEdit era sembrato transitare del primo al secondo gruppo.

Scalda il cuore constatare che non era così o, almeno, non lo è più. Bare Bones continua la propria storia ultraventicinquennale confrontandosi con Apple su un piano di ricerca di vantaggi reciproci, cosa che può solo fare piacere all’utilizzatore. Finalmente (di nuovo) insieme.

Apocalisse in B minore

Lo scorso trimestre Apple ha avvisato il mercato che gli iPhone avrebbero reso meno del previsto e sembrava avesse ceduto una diga sulle montagne sopra Cupertino, se ve ne fossero.

Oggi, un trimestre dopo come ogni periferia che si rispetti, Samsung avvisa che i suoi profitti caleranno di oltre la metà. Anche perché ha guadagnato meno dalla fornitura di schermi ad Apple, che ha venduto meno iPhone.

D’altronde quello che succede in serie A interessa molti e quello che accade in serie B, per quanto importante, ha rilevanza secondaria. La copertura del fatto si avvicina molto più alla fredda cronaca che alla passata descrizione da panico delle sventure che ci attendono. Copertura, aggiungo, anch’essa molto più puntuale su siti secondari.

Puoi avere un sacco di spettatori, anche più delle squadre in serie A, ma se giochi in serie B resti un gradino sotto.