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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Convergenze e reminiscenze

Steve Troughton-Smith ha pensato di spiegare che cosa potrebbe accadere con l’arrivo di applicazioni iOS su Mac, lato sviluppatore, e lo ha fatto in modo splendidamente articolato e documentato tornando a quando Apple acquisì NeXT e costruì una nuova esperienza di uso mettendo insieme progressivamente Cocoa, il nuovo che derivava dall’acquisizione, con Carbon, che faceva funzionare le app della tradizione.

Due sorprese lungo il cammino: la prima, moltissimo di quello che oggi riteniamo Mac-like appartiene a Cocoa, ovvero al nuovo arrivato. La seconda: la dismissione di Carbon avviene nella prossima versione di macOS, diciotto anni dopo la sua comparsa.

Oggi gli analoghi di allora sono AppKit (Mac) e UIKit (iOS) e, rileva giustamente Troughton-Smith, non ci sono un vecchio e un nuovo quanto, piuttosto, due linee di sviluppo destinate a convergere nel tempo.

Che cosa sarà di macOS non lo sappiamo ma, argomenta saggiamente l’autore, se AppKit impiegherà diciotto anni anni a uscire di scena, non c’è proprio da preoccuparsi.

Lettura affascinante, con schermate d’epoca, che getta luce sull’incredibile fatica compiuta a livello di interfaccia utente per armonizzare il sistema operativo Mac con il nuovo arrivato di NeXT in modo che il sapore restasse Mac ma al tempo stesso si potessero sfruttare certe caratteristiche evidentemente più evolute.

Articoli di questo spessore sono rari.

La manovella dell’innovazione

Nel dibattito sull’innovazione, e anche oltre, oggi si può parlare solo di Playdate, la microconsole annunciata da Panic per l’inizio 2020.

(Quasi) un quadratino con il lato che eccede di poco i sette centimetri, quasi un centimetro di spessore, schermo Lcd bianco e nero da 400 x 240 punti, con una manovella sul lato a integrare i pulsanti, sarà venduta con dodici giochi a sorpresa, realizzati da programmatori indipendenti, che arriveranno uno per volta ogni lunedì sull’apparecchio del proprietario. Prezzo, 149 dollari.

L’oggetto è incantevole e io dico, nel dibattito, che questo è un esempio micidiale di innovazione in questo secolo. Si è già visto tutto in termini di console e videogiochi, per esempio, ma l’offerta di Playdate è fuori da ogni logica tradizionale in tema. Come privi a incastrarla in una categoria, in un filone, ti rendi conto che non vi sono oggetti analoghi o che le differenze sono tali da rendere razionalmente impossibile una associazione.

Per esempio, microconsole con schermo in bianco e nero se ne sono viste, ma a questa risoluzione e con questa capacità di riflessione, in queste dimensioni, zero. La dotazione di giochi e la modalità di reperimento degli stessi è sostanzialmente inedita. Chi altri offrirà giochi a sorpresa? O ti farà aspettare una settimana prima di vedere il gioco successivo?

Ancora, in Panic hanno scritto un sistema operativo apposta. Niente Linux, Android, altro di esistente. In pieno 2019 annunciano che, nonostante la dotazione di Bluetooth e Wi-Fi permetta tranquillamente di offrire giochi multiplayer, si concentreranno su quelli in solitario. Sappiamo già che uno dei primi dodici giochi usa volutamente come strumento di input la manovella. Quale altro apparecchio al mondo permette una esperienza del genere? Nessuna.

Panic, peraltro, non ha alcuna ambizione di dominare il mondo o di sventare chissà che concorrenza. Playdate si pone con eleganza e sfacciataggine in un ambito completamente proprio.

Prima provocazione: sono convinto che sia innovazione e di brutto. Qualcuno penserà il contrario e sono disposto ad ascoltare, ma desidero una bella spiegazione e non una frase fatta.

Seconda provocazione: come e dove potrebbero essersi ispirati in Panic, per le loro scelte di hardware, software, catalogo messe in opera per Playdate?

Sulla seconda non ho risposte e sarebbe bello svilupparle assieme.

Buone vecchie abitudini

Solo John Gruber può prendere un banale annuncio di speed bump dei MacBook Pro per ricavarne una serie interessante di deduzioni, non tutte banali.

Intanto, uno speed bump è poca cosa, ma è anche importante; chi dipende nel lavoro dal Mac più veloce possibile vuole i processori migliori sul mercato e adesso un MacBook 15” può avere una Cpu con otto nuclei di elaborazione. Prima, no.

Il comunicato non lo dice, ma Gruber fa sapere che sono state modificate ulteriormente le tastiere dei MacBook Pro. Il cambiamento è invisibile e riguarda i materiali più che i meccanismi. L’affidabilità e la risposta delle nuove tastiere dovrebbero migliorare e intanto le procedure di sostituzione di tastiere difettose presso gli Apple Store sono state velocizzate ed esiste un programma di sostituzione e riparazione della tastiera che prevede riparazione e sostituzione a costo zero nonché rimborso per chi avesse pagato.

Tutte buone notizie, che poi confermano lo stato effettivo delle cose: l’affidabilità delle nuove tastiere è minore di quella delle tastiere precedenti, ma i numeri, per quanto più alti in assoluto, sono minimi a livello relativo. Altrimenti gli Apple Store non reggerebbero l’urto e le iniziative sarebbero diverse.

Gruber prosegue elucubrando sui possibili annunci di hardware a Wwdc e in particolare di Mac Pro, atteso da lungo tempo. Inoltre commenta su una ammissione non ufficiale di Apple, che si è resa conto di dover dedicare più tempo e attenzione agli aggiornamenti hardware dei Mac.

Processori più veloci, migliorie al prodotto, aspettative future, un bel post: è così che dovrebbe funzionare. Buone vecchie abitudini che è bello riscoprire.

Venti anni e non sentirli

L’ultima volta che Microsoft ha scritto un browser per Mac dovevamo entrare ancora in questo secolo e per Apple era quasi questione di vita o di morte.

Venti e più anni sono passati invano, perché Microsoft ci riprova, con un ircocervo basato sul motore di Chrome che per ragioni sconosciute uno dovrebbe installare invece di installare Chrome e la promessa di essere Mac-like.

Se non altro, Apple è in buona salute e Microsoft promette bene solo sul lunghissimo termine, quando finalmente ci saremo liberati di Windows e sarà una degnissima azienda che vende degnissimi servizi di cloud senza l’idea del dominio totale globale.

Chiamatemi se, e quando, Edge supporta AppleScript.

Libri, storie e storie di libri

Mi scuso per la peraltro rara autopubblicità: sono particolarmente orgoglioso di segnalare la partenza del nuovo sito Apogeonline.

Orgoglioso perché è stato un lavoro lungo e complicato, con mille variabili. La base dati preesistente era sparsa su diverse piattaforme, su diversi sistemi, con diversa organizzazione, e lo sforzo per uniformare e categorizzare è stato imponente. Non esisteva un e-commerce diretto, che ora c’è, e alle tradizionali attività di editoria libraria e webzine si sono aggiunti i corsi, che aprono un fronte di business inedito per la casa editrice Apogeo.

Voglio precisare che il mio coinvolgimento è stato minimo e il lavoro pesante e concreto lo hanno svolto altri. Ma ho dato molto volentieri il contributo che mi è stato chiesto, per quanto piccolo, e sono parte della squadra. Quindi, orgoglioso.

Particolarmente orgoglioso perché, come ho detto, uno dei risultati è la razionalizzazione di oltre quindicimila articoli pubblicati su Apogeonline nel corso di una storia che parte dal secolo scorso. Alcune serie storiche di articoli erano virtualmente impossibili da ritrovare sul vecchio sito; altre erano inaccessibili, nel senso pratico della parola, e quindi non curate e non aggiornate.

Questa grande mole di articoli ora si ritrova sotto una unica interfaccia, è omogenea nella veste, è interamente categorizzata nonché disponibile per l’editing, le correzioni, gli aggiornamenti, per nuovi collegamenti a nuove risorse, per la costruzione di nuovi percorsi di lettura. È un tesoro culturale enorme nel forziere della storia italiana dell’informatica e, assolutamente, non da tutti.

Come addetto ai contenuti di Apogeonline ora mi aspetta da domattina un lavoro consistente, fatto di contenuti nuovi da generare e vecchi da coltivare. Ne sono molto felice. Creare storie attorno alla tecnologia mi appassiona da sempre e, altezzosamente quanto con candore, trovo che Apogeonline si sia sempre distinta dal mucchio.

Chi volesse fare un giro sul sito, che era fermo da prima di Natale mentre dietro le quinte ferveva il lavoro di costruzione della nuova versione, si accorgerà di molti cambiamenti, spero in meglio. Un feedback sarà ovviamente gradito. Grazie!

Volta la carta

Volta la carta si vede il villano…

Dunque, Apple non fa più innovazione. Invece di lavorare esattamente al computer che volevo io come lo volevo io al prezzo che volevo io (oggi il criterio per definire l’innovazione sembra diventato questo), perde tempo con fregnacce come una carta di credito Apple. Steve Jobs non avrebbe mai fatto una cosa del genere.

Peccato che, racconta Ken Segall, già dirigente di Apple, Steve Jobs ci ha provato eccome, nel 2004, quindici anni fa. Semplicemente non ci è riuscito.

Come si fa allora ad aver ragione? Beh, capovolgo il ragionamento. Apple non fa innovazione perché Tim Cook e compagni non riescono a creare niente di nuovo. Perfino il progetto della carta di credito Apple lo aveva già concepito Steve Jobs!

Ed ecco che la premessa è sempre vera. Se Jobs ha fatto una cosa, viene copiato. Se non l’ha fatta, non è innovazione.

Volta la carta e il gallo ti sveglia…

Affari, di Quora

Da tempo l’amico Akko ricava più denaro con il web che con la divulgazione.

La divulgazione, peraltro, lo appassiona comunque ed è per questo che, morte le riviste Apple tradizionali, continua a scrivere indefesso.

Tanto che ha aperto Apple e il resto del bigoncio, uno spazio su Quora, social basato sulla premessa fai una domanda e qualcuno ti risponde.

Akko, poteva essere diversamente?, fa sul serio e risponde a domande su domande, tutte in ambito Apple, come la maggior parte dei sedicenti commentatori Apple italiani neanche riuscirebbe a immaginare in un sogno bagnato.

Chi è in cerca di informazione vera, seria, entusiasta su Apple dovrebbe investire più tempo su Quora chez Akko e meno su certe trappole per erogare pubblicità mediocre con il pretesto di informare.

Idee da computare

Oggi sono dalle parti di TEDxModena (e saluto molto volentieri chi fosse presente).

Faccio lo spettatore. Se fossi stato uno speaker avrei probabilmente tenuto una presentazione sul web che vorrei. Per dire che dobbiamo semplicemente trovare quello che merita, usarlo e mantenerci degni di quello che ci viene offerto.

Uno degli esempi che avrei fatto è WolframAlpha, il motore di ricerca computazionale che compie dieci anni proprio oggi. Niente tracciamenti, niente spazzatura, niente forum di scimmie urlatrici, niente fake news, niente pubblicità invasiva.

Cioè moltissimo. Uno specchio dello spirito con cui è partita Internet e che dovremmo ritrovare dentro noi, prima di chiedere alcunché fuori da noi.

Strip Different

Più che la festa per l’apertura formale di Apple Park, più che il ricordo di Steve Jobs, più che il concerto – pare – di Lady Gaga, quello che mi porto a casa dal resoconto di MacRumors è che la struttura del palco a strisce arcobaleno è stata progettata dal team di Jony Ive.

È fatta per essere smontata e montata in tempi molto brevi. Nonché per essere riconoscibile da altre, un palco Apple.

Un palco progettato da un’azienda impegnata per mestiere su tutt’altro. Che però non disdegna di avere le idee più che chiare su come debba essere costruito il proprio quartier generale. E così le scale di vetro dei propri negozi. Oppure, appunto, lo stage per uno o più eventi speciali.

Si può pensare, nel bene o nel male a scelta, che sia un’azienda come tutte le altre?

Tu chiamale se vuoi evasioni

Nella eccellente analisi di Horace Dediu sullo stato di Apple e di iPhone colgo questa perla:

Dal lancio di iPhone, le vendite di Apple hanno raggiunto 1,918 trilioni di dollari, circa mezzo trilione dei quali si è accumulato sotto forma di reddito.

Di questo mezzo trilione di guadagni, 360 miliardi sono andati agli azionisti e 131 miliardi sono stati pagati in tasse.

Equivale a una tassazione sul reddito del ventisei percento circa.

Si può ovviamente discutere sulla percentuale e se sia etica, appropriata o altro.

Però, quando si parla delle evasioni o elusioni fiscali di Apple, si dovrebbe quanto meno alzare un sopracciglio. O l’analisi di Dediu è numericamente sbagliata, cose che fatico a credere una volta letto l’articolo, o in effetti Apple le tasse le paga. I tredici miliardi chiesti all’Irlanda dalla Commissione Europea sono il dieci percento della cifra di cui sopra, giusto per contestualizzare.

Un classico che emoziona

World of Warcraft come è oggi è impegnativo e appassionante.

Così come è nato quindici anni fa, chiedeva pazienza e restituiva emozione.

Non ho tempo per giocare stabilmente e guardo magari a un giorno nel quale girerò per Azeroth scortato dalle figlie, ma questo agosto WoW Classic lo voglio provare in ogni caso.

Di cose impegnative e appassionanti sono pieno, mentre l’emozione rimane merce rara.

Un non comune sentire

A seguito dello sproloquio di ieri comprendente IA Writer, devo riportare il dettaglio dei miglioramenti tipografici apportati al programma.

Lo trovo entusiasmante da un punto di vista ideale, indipendentemente dal gradimento o meno per i nuovi font. I quali però sono espressamente studiati per consentire variazioni e aggiustamenti in quantità praticamente infinita per figurare al meglio su ogni apparecchio e in ogni configurazione. Ci sono compensazioni automatiche delle spaziature orizzontali e verticali, un lavoro appassionato per arrivare a un font che riunisca le caratteristiche migliori di monospaziato e proporzionale insieme.

Dove si capisce che la strada è interessante, è qui:

La parte folle è che probabilmente non ti accorgerai di niente. Però lo potresti sentire.

I font sono su GitHub, scaricabili gratuitamente.

A una software house indipendente, che potrebbe tranquillamente cavarsela con un menu di otto font abituali, veramente non so che cosa si potrebbe chiedere di più. Anche solo scaricare i font, che non costa niente, è un sostegno per quanto piccolo alla loro causa, che oggi è tangente alla causa per la buona tipografia.

Forse non si vede, ma la tipografia è una causa cruciale. Perché si sente.