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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Circoli virtuosi

Apple non cambiava indirizzo ufficiale da un quarto di secolo e 9to5Mac riporta che i documenti iniziano a puntare a One Apple Park Way invece di One Infinite Loop.

Mi dispiace un po’ perdere l’Infinite Loop che sapeva di intelligenza artificiale forte, ricerche alle frontiere del linguaggio, ricorsività.

Anche se, di fatto, la spaceship di Apple Park è molto più loop del vialetto attorno agli edifici della – adesso – vecchia sede in cui rimise piede Steve Jobs per la sua seconda venuta.

Piuttosto che piuttosto

Se avessi un soldino per tutte le volte che ho sentito dare Mac in pericolo perché Apple pensa solo a iPhone. E mai nessuno che dia la dovuta retta a idiozie come questa di Twitter:

Stiamo concentrando i nostri sforzi su una grande esperienza Twitter che sia coerente su tutte le piattaforme.

No. Stiamo penalizzando le piattaforme migliori per non irritare quelli delle piattaforme peggiori, per conseguire un risparmio peloso che pagheremo dieci volte in reputazione, perdita di utenti, perdita di conoscenze e di talenti interni e degrado della cultura aziendale.

La buona notizia è che esistono app alternative a quella ufficiale (io uso Tweetbot per esempio) e dunque l’unico vero problema lo avranno quelli di Twitter, più che quelli di Mac.

Uno di quei casi, a dirla tutta, dove piuttosto che niente, è meglio niente.

Il suono della legge

Apple sostiene che HomePod diffonde in una stanza sonoro di qualità equivalente ovunque venga piazzato nella stanza; e che la qualità del suono sia uniforme per le persone presenti nella stanza a prescindere da dove si trovino.

FastCompany ha voluto verificare se sia vero e si è rivolta agli specialisti di NTi Audio.

È vero.

Come riesce HomePod in questa magia? Mediante alcuni algoritmi molto sofisticati di elaborazione audio. Mentre riproduce la musica, HomePod registra il comportamento delle onde sonore emesse grazie a sei microfoni posizionati nella parte interna dell’apparecchio. Queste informazioni vanno in pasto agli algoritmi, che regolano l’uscita dei diffusori per rendere il suono uniforme in tutta la stanza.
Un altro microfono posto dentro HomePod ricerca interferenze dovute a pareti o altri oggetti di grandi dimensioni. Se l’unità determina di essere posizionata vicino a un muro, un algoritmo regola la modalità di diffusione dei bassi.

L’articolo cita pienamente a proposito la terza legge di Clarke: ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.

Le applicazioni di Betteridge

Ian Betteridge è un giornalista inglese che ha sintetizzato la mania di pubblicare titoli che finiscono con un punto interrogativo osservando che in genere la risposta è no.

Quando si legge di tecnologia, la legge di Betteridge vale al quadrato e così va interpretato il titolo App universali: Mac è in pericolo?.

L’articolo nasce da una voce incontrollata secondo la quale le prossime versioni di macOS e iOS potrebbero accogliere app universali, poggiate su una base comune di codice e poi differenziate a livello di interfaccia utente per funzionare su macOS, su iOS o su ambedue.

Primo livello di lettura: mandrie di miopi hanno pronosticato la fusione di macOS e iOS, che non è mai avvenuta. Invece i due ambienti hanno beneficiato di mutui trasferimenti di tecnologia e rimangono tanto distinti che ottimizzati: una buona app per macOS sfrutta le potenzialità del sistema senza compromessi e così una per iOS.

La voce potrebbe benissimo essere infondata o male informata: magari Apple lavora a un ambiente di emulazione per Mac dove fare funzionare le app iOS. Oppure, più semplicemente, a cambiamenti sotto il cofano, che facilitino il lavoro degli sviluppatori intenti a portare una stessa app sui due sistemi.

In generale, quando si odono ragionamenti tanto peggio, tanto meglio come questi, va pensato che Apple – almeno quando lavora bene – sta attenta a preservare l’esperienza utente: se c’è in cantiere una tecnologia in tema di app universali, sarà mirata a evitare compromessi. Apple non incoraggerà gli sviluppatori a creare app pessime purché funzionanti ovunque; piuttosto, lavorerà per consentire la creazione di app universali migliori delle attuali dal punto di vista della valorizzazione della piattaforma. Le grandi sconfitte di Mac nella storia riguardano tutte funzioni che lo rendono superiore alle alternative, che gli sviluppatori non usano pur di stare sul minimo comune denominatore e buttare agli utenti programmi inferiori, purché ubiqui.

Sto con Betteridge e rispondo no.

Oltre metà dell’opera

Per quanto siano dati da prendere con ben più di un grano di sale, Strategy Analytics sostiene che nel trimestre natalizio iPhone abbia conseguito il cinquantuno percento del fatturato totale del mercato.

Si noti che questo sarà accaduto vendendo attorno al venti-venticinque percento delle unità: ovvero, la cosa più lontana da un monopolio. Si compra un iPhone per scelta consapevole.

Per Apple è l’ultimo trimestre dell’anno ma il primo dell’anno fiscale. Si comincia piuttosto bene.

Qualità e scadenze

Mark Gurman ha pubblicato un pezzo su Bloomberg in cui dettaglierebbe una nuova strategia di sviluppo software di Apple, nata per contrastare un supposto declino della qualità del software, che prevede lo scuotere il proprio programma di sviluppo con l’obiettivo di fare più attenzione alla soluzione dei bug e se necessario posporre le funzioni nuove che non si fa in tempo a inserire.

Steven Sinofsky, uno che di sviluppo software all’interno di una multinazionale se ne intende, gli ha risposto indirettamente con una lunga serie di tweet poi condensata su Medium. La risposta effettiva è questa:

Mi sento di poter dire che le mosse di Apple, anche se la vedo dall’esterno, non denunciano una crisi né rappresentano una reazione a fattori esterni. […] Si tratta di una evoluzione metodica e predicibile di un sistema estremamente collaudato e solido.

Questo per lo scuotere il programma di sviluppo.

Un tweet dietro l’altro, tuttavia, Sinofsky va molto oltre, fino ad accennare alle problematiche vere che stanno dietro allo sviluppo di software su vasta scala e che palesemente sfuggono all’uomo della strada che trova il baco in Anteprima e allora si stava meglio quando si stava peggio.

Apple non farà che rinnovare le procedure di ingegnerizzazione. Significa riflettere su come viene analizzato il rischio, come vengono costruiti i calendari di lavoro, come si impostano le priorità. È il significato letterale di portare avanti un progetto ed è ciò che li paghiamo per fare.

Soprattutto questo:

Quello che è andato perso nella discussione è la sfumatura tra funzioni, scadenze e qualità. È come parlare con un promotore finanziario di reddito, rischio e crescita. Non è che uno si mette in testa di volere tutte e tre insieme e si senta rispondere “certamente”.

Numerosi paragrafi sono fortemente elogiativi dello sviluppo software compiuto da Apple in questi decenni. Siccome sono di parte e non obiettivo, li lascio alla scoperta del lettore. Sono l’opinione di un personaggio che è stato ai vertici di Microsoft, non la mia.

Ultima chiamata per il buonsenso

Pensavo che almeno il buonsenso imponesse di considerare Skype sepolto, all’indomani di questo post di tre anni e mezzo fa.

La piattaforma tuttavia riserva ancora delle sorprese.

Per esempio un bug che consente a un aggressore di prendere il controllo totale del computer. Bug la cui risoluzione in un aggiornamento di sicurezza richiederebbe per Microsoft troppo lavoro. Così, pazienza; eventualmente uscirà una nuova versione contenente anche la soluzione al problema. Nel frattempo si possono incrociare le dita o recitare incantesimi di protezione.

L’ultima frase è mia ed è sarcastica. Quanto la precede è un sunto fedele dell’articolo di ZdNet sulla faccenda.

Se la rileggo, ancora non ci credo. Troppo lavoro, arrangiatevi fino a una nuova versione.

Microsoft è al corrente del bug da settembre.

Se il Chief Technical Officer in azienda insiste ancora con Skype, forse è il caso di fargli vedere l’articolo di ZdNet. O questo, se sa solo l’italiano (non c’è da ridere).

Suona interessante

C’è ancora qualcosa da dire su HomePod che, dopo avere già sottolineato alcuni aspetti del prodotto, ha l’aria di essere definitiva.

Su Reddit, canale audiophile, è stata pubblicata una recensione che sembra piuttosto accurata della qualità audio di HomePod, accompagnata da centocinque megabyte di dati prodotti dagli esperimenti e dai test. Otto ore e mezzo di misurazioni, oltre sei ore di analisi.

Il risultato viene anticipato nel primo paragrafo:

Sono senza parole. HomePod suona meglio di X300A di Kef. Per i non audiofili, Kef è una azienda molto amata e rispettata che produce altoparlanti. In verità ho cancellato e rieseguito le mie prime misurazioni perché mi sembravano troppo buone e pensavo di avere sbagliato qualcosa. Apple è riuscita a ricavare prestazioni di picco da un altoparlante delle dimensioni di una pinta; un’impresa che merita applausi a scena aperta. HomePod è al cento percento un altoparlante a livello di audiofilo.

Sono interessanti, ancorché interminabili, le reazioni dei lettori, senza le quali si potrebbe anche pensare al delirio di un fissato che è andato per conto suo. Invece pare esserci sostanza.

Non si può sentire

Torno sull’argomento HomePod e sul discorso del lavoro che non si vede, perché scopro che Jim Dalrymple ha pubblicato un resoconto della sua visita nei laboratori audio di Apple e, per esempio, nella camera anecoica a -2 dBA, sotto la soglia uditiva dell’orecchio umano, in modo da poter lavorare sui rumori più nascosti e sottili.

I laboratori sono molto occupati con HomePod e con iPhone ovviamente, ma viene detta una cosa importante:

Il laboratorio Noise & Vibration fu creato anni fa per lavorare sui rumori indesiderati di Mac.

Tutto è partito molto prima dell’ovvio, sempre per lavorare su cose che non si vedono, come quelle che non si sentono. O meglio, che non vede chi guarda solo il prezzo.

Quante letture nel 2017

Per opinioni su quali siano i dischi migliori, più durevoli, affidabili, ci sono i fatti gentilmente forniti da Backblaze, che ha pubblicato meritoriamente le statistiche sull’andamento dei propri centri dati per l’ultimo trimestre ma anche per il 2017.

Ancora più meritoriamente, Backblaze mette a disposizione i dati grezzi, liberamente a disposizione di chi voglia tirare conclusioni autonome.

Su che basi valuta, Backblaze? Hanno cominciato a tenere traccia del comportamento dei dischi nel 2013 e da allora hanno raccolto “solamente” ottantotto milioni di dati per un ingombro di ventitré giga.

Come dici? Hai comprato un Western Digital e si è rotto? Quindi non li raccomandi. Ah, OK, sei uno che ne sa.

Felici e spendenti

Horace Dediu ha svolto un gran servizio per tutti nel riportare su Asymco le dichiarazioni di Tim Cook e Luca Maestri a seguito degli ultimi risultati finanziari, con qualcosa in più: in rosso le frasi che chiariscono la strategia di Apple e in blu il suo commento personale.

Il bigino che ne nasce è eccezionale per andare diritti al punto nel capire che cosa fa Apple e come lo fa.

Primi elementi, la base degli apparecchi attivi e l’indice di soddisfazione. Questi numeri sono probabilmente la prima priorità assoluta dell’azienda, indipendentemente da quanti soldi fa iPhone o se l’azienda pensa più a questo che a quello.

Gli indici di soddisfazione sono altissimi, sempre ai vertici delle classifiche. Eppure chi usa Apple spende: nelle stime di Dediu, usa Apple la metà di chi usa Android. La spesa in app, però, è complessivamente doppia.

Ecco, chi dice che con Android si fanno le stesse cose. Palesemente, no. Si spende meno per fare meno. Con altri indici di soddisfazione.

Romanzetto criminale

Lieto fine per la storiaccia dei trentaseimila Lumia in dotazione alla polizia di New York, acquistati a condizioni surreali per disfarsene dopo due anni.

È iniziata la distribuzione di iPhone 7 e iPhone 7 Plus – secondo preferenza – a tutti gli agenti, al ritmo di seicento unità al giorno.

Tra due anni potranno eventualmente essere sostituiti con iPhone 8, o con altro. Gli altri, con niente. I cimeli Nokia verranno cancellati in modo sicuro e rivenduti a Microsoft. La quale, evidentemente, sapeva che l’accordo non aveva futuro e lo ha firmata preparatissima a guadagnarci il meno possibile; l’importante era dare la massima diffusione a terminali già più aggettivi che sostantivi.

I poliziotti sono gente pragmatica; speriamo abbiano imparato la lezione. Anche un contratto perfettamente legale può essere (simbolicamente) un crimine.