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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Ti cambiano la vita

Scrive (e ringrazio!) Flavio.

Negli ultimi anni ho avuto modo di collaudare e provare diversi tipi di auricolari per iPhone. Per il tipo di attività che pratico, salgo e scendo dall’auto decine di volte al giorno, ho necessità di togliere e mettere l’auricolare più e più volte.

Ebbene, ne ho provati di tutti i tipi. Con cavo, senza cavo, sportivi, doppi, singoli, di elevata qualità, di scarsa qualità ma dalla forma ergonomica, insomma di ogni. E mai, dico, mai ne ho trovato uno che rispondesse alle mie esigenze. Quelli Bluetooth, quando li togli, restano abbinati al telefono. Quindi se scendi dall’auto e te lo metti in tasca senza spegnerlo, una telefonata in arrivo viene passata ancora all’auricolare anche se ce l’hai in tasca. Se lo spegni, quando poi lo rimetti, lo devi riaccendere e aspettare che si riabbini.

Quelli col cavo, beh, togli e metti il cavo. Poi si impiglia, poi è scomodo, poi si rompe.

Beh, Lucio, gli AirPods. In questi giorni di utilizzo quotidiano, ho capito che ti cambiano la vita. O quantomeno, hanno cambiato la mia.

Intanto, appena arrivati si sono abbinati da soli a iPhone senza che nemmeno me ne accorgessi. Negligentemente non ho guardato le istruzioni, ma inavvertitamente ho aperto la custodia vicino ad iPhone e… miracolo: abbinati e iPhone mi diceva già lo stato di ricarica di ciascun auricolare e della custodia ricarica. Ma, come dicevo, è l’uso di tutti i giorni che è davvero sconvolgente. Gli AirPods si accorgono da soli quando sono in posizione nell’orecchio, quindi quando li metti si attivano e quando li togli si spengono.

Se li metti e arriva una chiamata, parli con gli AirPods. Se li togli (vale anche per un solo AirPod) e arriva una chiamata, rispondi da iPhone.

Il tutto senza dover fare assolutamente niente.

Letteralmente MAGICO.

La conversazione, poi, ha dell’incredibile. Per la PRIMA VOLTA nella mia vita, quando parlo con l’auricolare il mio interlocutore non se ne accorge. La gestione del full duplex è perfetta e con essa la riduzione del rumore. Diversi insospettabili interlocutori, anche esigenti, NON SI SONO ACCORTI che hanno intrattenuto una lunga e articolata conversazione telefonica con me tramite un auricolare.

Doppio tap sulla parte superiore dell’auricolare e Siri si mette in ascolto: non sbaglia una virgola, sente solo te e non si cura di rumori estranei come gente che sta conversando vicina o il conduttore del giornale radio. E puoi dirgli di chiamare questa o quell’altra persona oppure, per buona pace dei detrattori che sostengono manchi l’apposito tasto, ordinare di passare al prossimo brano durante l’ascolto della musica.

La musica, appunto. Non sono un esperto di qualità audio, ma gli AirPods calzano perfettamente nell’orecchio e sono leggerissimi tanto che quando inizia la riproduzione, di eccellente qualità secondo il mio modesto e inesperto parere, sembra che l’audio arrivi dal nulla direttamente al cervello.

E infine, quando non li usi, li metti nella custodia. Più piccola di uno Zippo, sta ovunque in tasca. E te li ricarica.

In conclusione, sono davvero gli auricolari che mancavano. Completi, intelligenti, ben studiati e realizzati. Sostituiscono in un colpo solo le cuffie per la musica, il viva voce dell’automobile e l’auricolare hands free. Ti cambiano la vita.

Guru per un giorno

Una grande sala riunioni presso la sede di via Merano a Milano del coworking Talent Garden, gremita di persone: sviluppatori FileMaker. Età media attorno ai quarant’anni. Perché FileMaker è una piattaforma vecchia? Perché è nato nello stesso anno di Excel? No, sostengo io; perché è – appunto – una piattaforma. Su una piattaforma si arriva, non si nasce. Si nasce sviluppatori, oggi, buttandosi da ragazzini su un linguaggio di scripting, provando a pasticciare su un Raspberry Pi, giocando con Linux, sperimentando i playground di Swift su iPad. Nessuno comincia da FileMaker. Filemakeristi si diventa.

Lo sviluppatore non vede il dato, vede la procedura.

Una giornata – sono state due – in cui si è parlato di FileMaker da un punto di vista filosofico. Niente spiegazioni su come impostare un campo o come costruire un database da zero, per non insultare l’intelligenza dei partecipanti. Invece, riflessioni su un piano più alto: il significato di un pulsante o di un comando di menu si trova su Internet, su milioni di tutorial. In un corso di élite su FileMaker si va per fare un passo avanti, non per imparare il programma come avrebbe detto qualcuno nel 1990.

Dati-logica-interfaccia: lo sviluppo convenzionale procede in questa successione. Con FileMaker il percorso ottimale è esattamente l’inverso.

Se dovete lavorare su cinquanta milioni di record, non ha molto senso usare FileMaker.

L’anima del corso è Giulio Villani, sviluppatore, libero pensatore e punta di diamante di FileMaker Guru. Tra i massimi esperti al mondo, con base in Italia e da qualche tempo anche in Brasile, Paese emergente dove per aprire un conto bancario occorrono cinquantacinque giorni e c’è tanta strada da fare per arrivare al livello dei Paesi più evoluti, ma una connessione Internet (fornita da… Tim, sì, la nostra) eroga come minimo sessanta megabit.

Giulio parla, si addentra nella realizzazione di una anagrafica di esempio, spiega, indica, mentre un operatore filma e registra tutto.

Tra i guru di Filemaker

Il power user guarda gli alberi, ma non vede la foresta. Lo sviluppatore guarda solo la foresta e pensa a come utilizzare il legname.

FileMaker è una società posseduta al cento percento da Apple, ma completamente indipendente e separata. In che stato si trova, oggi che il business è basato per tre quarti sulla vendita di iPhone? Il software continua a evolvere, si giustifica, basta a se stesso, vive grazie al gradimento di chi lo compra e non per decisione di Tim Cook o chi per lui. Non so se questo sia preferibile ad avere tutto in casa come avviene, per esempio, con Final Cut Pro . Di fatto, dopo oltre trent’anni FileMaker è vivo e vitale e forse non ha tutte le risorse che potrebbe avere nel campus di Infinite Loop) a Cupertino; non tutto il software che ha seguito la strada opposta, comunque, è ancora attivo.

Ragioniamo per dati, ma dobbiamo lavorare per procedure.

Non sono sviluppatore FileMaker; è uno dei treni che ho perso da subito. Credo che oggi avrei difficoltà ad andare oltre la semplice creazione di un semplice database. Vedo Giulio scriptare con leggerezza e impostare codice procedurale sempre breve e pulito. Mi colpisce è la quantità di tempo e di attenzione che viene dedicata all’interfaccia. Una volta, dice Giulio, si buttavano lì due campi e tre pulsanti e andava più o meno bene tutto. Oggi il cliente è attento anche alla qualità visiva e funzionale dell’interfaccia e per avere un mercato bisogna badarci. Poi è capace di compiere gli errori di input e di utilizzo più straordinari e, comunque, bisogna blindare il più possibile tutto il lavoro contro gli utilizzi impropri. La parte rilevante di questo discorso è che lo sviluppatore FileMaker deve essere bravo anche sulla parte grafica e di interfaccia e questa è una delle varie ragioni per cui una factory di FileMaker è sempre più difficilmente una one man band.

Si parla di visualizzazioni web, di utilizzo di Google Maps, di risorse che uno sviluppatore in carriera da vent’anni mai avrebbe neanche pensato di coinvolgere in un progetto di quelli che una volta erano database, a prescindere da quanto script e quante applicazioni gli stavano davanti. Oggi FileMaker riguarda la creazione di app, a prescindere da qualunque database gli stia dietro.

Sottovalutare le persone è pericoloso, ma sopravvalutarle è mortale.

Pensavo che avrei assistito a una lezione di FileMaker, mentre si tratta di programmazione, no, anzi, di sviluppo, no, nemmeno: analisi del software. Una domanda sulla gestione del listino prezzi permette di imparare qualcosa sull’atomicità, la rappresentazione dei dati basata sull’unità più piccola possibile. Vengono disposti mattoni di costruzione che consentono di sviluppare il meno possibile e riutilizzare il più possibile. Nel tempo, il bravo sviluppatore (FileMaker e no) si ritrova con un magazzino di procedure ottimali e atomiche che facilitano sempre più il lavoro successivo, perché “basta” riprenderle e riassemblarle per la prossima applicazione.

Molto più di un database

Contemporaneamente, la pratica non manca: bisogna magari partire da un elenco di codici di avviamento postale per capire quanti indirizzi in un database contengono una certa selezione di Cap, per poi creare sequenze di indirizzi interrotte da separatori per questioni di stampa delle etichette. Nasce un database all’istante, si delinea una soluzione. Magari uno script composto sul momento. A volte sembra di parlare in italiano anche se si sta scrivendo un programma, a volte si entra in tecnicalità come il conteggio dei valori di un array, diverso in FileMaker rispetto all’intero universo della programmazione. Ecco perché accedere a FileMaker è un momento, ma c’è spazio per intraprendere il percorso verso la condizione di guru.

SAP è la vendetta tedesca per avere perso la seconda guerra mondiale.

Si prosegue, con digressioni. Allo sviluppo si alternano le considerazioni sulla politica di FileMaker, i cambiamenti nel licensing, persino il passato di Apple. Servono a tenere viva l’attenzione e a visualizzare frammenti di un panorama che oramai per complessità e sofisticazione è impossibile da illustrare esaustivamente in due giorni di immersione. C’è molto da dire e mostrare anche se si parla “solo” di creazione e modifica di file Pdf.

L’interfaccia di FileMaker è confusiva perché presenta in modo semplice concetti difficili.

C’è anche spazio per un programma di supporto capace di seguire i corsisti per tutto l’anno, con continuità. Padroneggiare FileMaker va oltre due giorni di corso o l’accesso a un forum dove, sì, si possono fare domande e trovare risposte, ma apprendere è spesso porre le domande giuste e fare le giuste domande non è banale. Si tratta, si dice, di trasformare integralmente il proprio approccio allo sviluppo nel giro di dodici mesi. Mi convince.

A oggi il mio percorso di vita e di lavoro si dipana su sentieri che sono lontani da questo. L’esperienza compiuta, tuttavia, mi fa capire che aspirare alla condizione di guru FileMaker ha senso. E c’è il modo.

Gente che lavora

Foto in arrivo da Lorescuba, scattata alle 13:30 di un giorno feriale recente a Milano, da Princi in piazza XXV aprile, a quell’ora frequentatissimo dalle persone che lavorano in zona.

Le espressioni non sono propriamente gioiose ma ci sono anche giornate no. Piuttosto, escludendo che si tratti di pensionati, studenti perditempo, milionari in ozio o turisti, tenderei a definirli professionisti.

Mac in uso in pausa pranzo da Princi a Milano

Uno, due, tre

Dicevo giusto ieri che il decennale di iPhone, sì, è una gran cosa, simpatizzo e ho pure rievocato su Apogeonline la più straordinaria presentazione di prodotto di sempre.

Dopo di che, non mi soffermerei più di tanto.

Per esempio, è recentissimo il pezzo di Horace Dediu di Asymco su iPhone prodotto più venduto di tutti i tempi.

Nel solo 2017, iPhone avrà contribuito a generare fatturato complessivo – tutto ma proprio tutto compreso, hardware, software, servizi, app, accessori – per mille miliardi di dollari. Un trilione di dollari.

In una qualche data del 2018, l’ecosistema complessivo di iOS toccherà i due miliardi di unità vendute, una notevolissima percentuale delle quali in funzione.

Più del decennale mi fanno più impressione queste analisi. E la mia curiosità va irresistibilmente a, un trilione, due miliardi, quale tre ci capiterà di vedere.

Dieci anni e non sentirli

Vorrei resistere il più possibile alla tentazione di unirmi al coro delle celebrazioni del decennale dell’annuncio di iPhone.

La gente di polso ha il suo peso

Certamente ci vuole la volontà e altrettanto certamente l’apparecchio, da solo, significa niente. Eppure ho apprezzato il racconto di Zac Hall su 9To5Mac che è riuscito a perdere più di venti chili da aprile a dicembre 2016 grazie a un proposito del nuovo anno (rotto il quattro di gennaio, ma ripreso successivamente).

Tempo al tempo

Scrive Stefano:

Ecco qui la mia personale prova sul campo:

Apple Watch Nike+
Modello: Space Gray Aluminum Case with Black/Cool Gray Nike Sport Band – 42 Case
OS: watchOS 3.1

Giorno 1: 100 percento di carica alle nove del mattino
Attività: notifiche Facebook + WhatsApp + Times of India + LinkedIn
Notifiche mail di Exchange + Mail (circa 40 notifiche ricevute)
Tracciamento battito cuore tramite: HeartWatch
Palestra: 20 minuti di corsa + 20 minuti ellittica + 20 minuti cyclette con monitoraggio workout tramite HeartWatch
Indossato tutta notte in modalità Airplane dalle 23:00 alle 8:45 per continuo tracciamento del sonno tramite AutoSleep.

Giorno 2
Attività: notifiche Facebook + WhatsApp + Times of India + LinkedIn
Due telefonate di due minuti ciascuna dal polso
Notifiche mail di Exchange + Mail (circa le stesse quantità di email del giorno precedente).
Palestra con monitoraggio workout con HeartWatch per circa un’ora e mezza.
Attività: notifiche Facebook + WhatsApp + Times of India
Notifiche mail di Exchange + Mail (circa 40 notifiche ricevute)

Morale: ho indossato Apple Watch per trentasei ore ininterrotte, notte inclusa, con due attività di palestra circa un’ora e mezza l’una ed un utilizzo intenso di notifiche durante il giorno. Alle 21:16 del giorno 2 ho raggiunto il cinque percento di batteria: vi invito a fare meglio.

Direi che le critiche ad watch per la sua richiesta, beh, quasi quotidiana di ricarica perdevano di vista l’utilità potenziale dell’attrezzo e l’effettiva portata del problema.

Nuvole sui giochi

I Mac non sono mai stati macchine da gioco per eccellenza, ma i detrattori devono tenere presente qual è la direzione.

Epifanie e confronti

Scrive Bambi Brannan su Mac360:

Un Surface Book con un terabyte di Ssd, processore i7 dual-core, schermo touch da 13,5”, Windows 10 Pro, 16 gigabyte di Ram e una scheda grafica integrata costa 3.199 dollari.

Un MacBook Pro con un terabyte di Ssd, processore i7 quad-core, schermo 15”, Touch Bar, Touch ID, macOS Sierra, 16 gigabyte di Ram e scheda grafica da due gigabyte costa 3.399 dollari.

Duecento dollari in più vogliono dire un MacBook Pro con un processore più potente, grafica più performante, uno schermo più grande, la possibilità di eseguire Windows o Linux o altri sistemi operativi Unix, [con Touch Bar ma] senza schermo touch […] sono modelli di fascia alta, di dimensioni similari, professionali, con grande potenza a disposizione, ma solo uno venderà numeri abbastanza consistenti da poter essere dichiarati.

Certi confronti sono inaspettati e arrivano come epifanie.

Adesso uno può riflettere sul trattamento riservato mediamente dalla stampa a Surface Book e quello ricevuto da MacBook Pro.