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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Gente all’antica

Raramente si legge di informatica senza essere… informati che c’è il cambiamento continuo, costante, travolgente, niente è come era un minuto fa.

C’è un fondo di verità e contemporaneamente certe cose invece rimangono sempre le stesse, qualunque periodo sia trascorso.

A Recode per esempio si sono ricordati di un’intervista a Steve Jobs del 2010, che gli è venuta buonissima da ripubblicare visti i tempi.

Oggi sembra che una parte dell’attualità sia costituita da Facebook, dalla (mancanza di) privacy in rete, dal fatto che siamo seguiti da mille aziende e organizzazioni – Facebook è solo la più grossa e oggi quella nel mirino – mentre navighiamo. Invece la faccenda è talmente vecchia che il contesto era Ping, la rete sociale lanciata da Apple, fatta malissimo e cancellata senza che nessuno se ne sia accorto o quasi.

Steve Jobs nel 2010 diceva:

Privacy è quando che la gente sa a che cosa sta dando il consenso. In linguaggio chiaro e ripetutamente.

Jobs dice Qualcuno è disposto a condividere più dati di altri. Fagli dire che sono stanchi di sentirsi chiedere il consenso.

Nel resto dello spezzone Jobs cita questo atteggiamento come vecchio stile rispetto a molti altri colleghi della Silicon Valley.

Sembra novità parlare di privacy, mentre otto anni fa si diceva con chiarezza come stanno le cose. E dove conviene stare se si tenga alla confidenzialità del proprio stare in rete. Con quelli all’antica.

Ci siamo quasi

Se fosse solo una questione di vendere qualche macchina in più, Apple avrebbe apprestato una versione economica di MacBook per le scuole. In futuro forse lo farà, ma come prima mossa ha presentato un iPad che riconosce Apple Pencil, monta una versione di Pages orientata alla creazione di eBook ed è potente a sufficienza per la realtà aumentata. Il tutto al prezzo più basso che si possa avere per un iPad con contorno di software per l’amministrazione della classe e duecento gigabyte di iCloud.

I critici dicono che costa più di un Chromebook (che sarebbe oggi la scelta preferita delle scuole), non c’è innovazione, non fa quello che serve e signora mia, quando c’era Steve sì che ci divertivamo.

Di fronte a questo fallimento, che cosa viene in mente a Google, dominatrice del mercato appunto con i Chromebook? Per tramite di Acer presenta una tavoletta Chrome OS.

Che riconosce uno stilo quasi buono come Apple Pencil; pesa quasi identico, solo un pochino di più; ê quasi sottile uguale, solo un po’ più spesso; come software ha zero dotazione extra, quindi fa quasi quello che può fare l’iPad education.

Ma il prezzo, signora mia. Lì sì che ci siamo. Esattamente uguale.

Volo a tre stadi

Ora che Apple si avvicina al trilione di dollari di capitalizzazione si moltiplicano gli articoli che spiegano come funziona il meccanismo. In altre parole, copiare la formula sta diventando facile; il problema però è la massa critica.

Questo articolo su Medium illustra perfettamente le dinamiche di successo di Apple dal lato oscuro: il riflesso condizionato, articolato in tre fasi, di chi la critica o ne critica i prodotti su base pregiudiziale.

Rabbia, discriminazione, accettazione. Prima sembra assurdo; poi ci si rende conto che non lo ė e allora si degrada la figura dell’acquirente, perché una persona sana di mente non comprerebbe. Infine, nei casi meno disperati, si ammette l’errore. Sempre questi tre stadi, per mandare in orbita un pensiero conformista e condizionato.

Ad avere un centesimo per tutte le volte che ho letto e sentito esattamente queste cose, sarebbe la ricchezza. Invrce è solo la soddisfazione di avere visto giusto anche quando nessun altro intorno lo voleva riconoscere. Niente ricchezza, ma sonno sereno e giornate lunghe e luminose come queste che arrivano.

A ognuno il suo linguaggio

Ogni tanto capita di leggere uno stratega della rete che vorrebbe, tipo, iTunes su Linux o iWork su Android, e adduce ragioni a suo dire assai profonde che invece si riducono alla stessa: voglio il valore senza doverlo pagare.

È proprio l’ottica a essere distorta. Linux inteso come un succedaneo del Finder è un controsenso; molto meglio il Finder. Android è fatto per giustificare accrocchi di bassa lega a basso costo per gente a basse pretese. Cui bastano e avanzano le Google App. Che neanche sono poi così male.

Piuttosto, se una cosa deve girare su Linux, è il linguaggio di programmazione. E vedere il dato di fatto di Swift 4.1 disponibile su Ubuntu come la cosa più normale del mondo, oltre a essere un inedito per Apple, è anche un segno assai positivo.

Passaggio affrettato

Se fosse una festa normale avrei un post elaborato di auguri e pure un pesce di aprile.

Invece ho una figlia che entra nel quarto mese e, direttamente e indirettamente, contribuisce a un combinato disposto di potenza formidabile che succhia qualsiasi momento di qualità.

Ho grandi auguri da porgere e un sacco di cose da scrivere. Inizia anche a liberarsi ora del tempo e per chi ha pazienza arriverà tutto.

Ora posso solo auspicare un po’ di fretta che sia una bellissima Pasqua: un passaggio verso un nuovo capitolo di vita, ancora più pieno ed entusiasmante. Siate affamati e folli sì, ma più di questo, gioiosi.

Il piolo e il foro

Per una volta una cosa buona che arriva da un’analista, per la precisione Carolina Milanesi che scrive Apple rinnova il suo amore per l’istruzione e non per il mercato dell’istruzione.

Essendo analista, perde un sacco di tempo a scrivere prima di accorgersi che aveva in mano una citazione di Steve Jobs perfetta per il suo caso. La si perdona perché fornisce la citazione:

Quando hai figli ti viene da pensare che cosa vorresti imparassero. La maggior parte di quello che studiano a scuola è completamente inutile. Ma potrebbero imparare da giovani alcune cose di valore incredibile che si imparano quando si invecchia. E ti viene da pensare a che cosa faresti se decidessi di dedicarti all’insegnamento. Sarebbe interessantissimo! Ma oggi non lo puoi fare. Saresti un pazzo a lavorare a scuola, oggi. Non hai il permesso di fare quello che pensi meglio. Non puoi sceglierti i libri, il percorso didattico. Ti è concesso di insegnare una materia specifica. Chi vorrebbe mai farlo?

Si sente l’odore di zolfo, vero? La messa in discussione di concetti che sembrano immutabili e lo sono abbastanza, perché Jobs parlava nel 1996 e da allora nulla è cambiato. Abbiamo sempre fatto così.

Allora Apple parlava di Think Different, il piolo tondo nel buco quadrato, quelli che non accettano lo status quo eccetera. Siamo ancora qui ed è una buona cosa. Sull’istruzione, come dimostra l’evento di Chicago, Apple si ostina a voler cambiare per davvero le cose invece di accettare supinamente una realtà che è diventata anacronistica e non va bene, anche se ci potrebbero vendere computer per fare denaro. La scuola, dopo quello che è accaduto negli ultimi vent’anni, deve cambiare e tantissimo, o diventare progressivamente sempre più inutile. Altro che il sessantotto.

Apple vuole fare denaro nell’istruzione, ma per rivoltarla come un calzino. Guadagnerebbe molto di più se accettasse l’andazzo generale e buttasse lì un MacBook a prezzo scontato. E questo mi fa pensare bene sia dell’evento, sia delle sue intenzioni.

Il test decisivo

Stanno arrivano i cloni di Airpods, a opera di Huawei; lo scrive The Verge in Gli aspiranti AirPods di Huawei sono belli e si portano bene.

Vlad Savod scrive come la struttura dei FreeBuds sia molto simile a quella degli AirPods, con la batteria inserita in un prolungamento che protrude oltre l’auricolare: il sistema per equilibrare le esigenze contraddittorie di fornire sia un segnale wireless chiaro sia un output sonoro rispettabile.

I FreeBuds sono appena più lunghi, leggermente più piatti, si inseriscono più profondamente nell’orecchio e non cadono. Huawei dichiara un’autonomia superiore a quella degli AirPods e sono disponibili anche in colore nero. Il prezzo in dollari è inferiore, 159 contro 179.

Insomma, un prodotto competitivo. La concorrenza fa bene a tutti. Che cosa potrebbe mancare?

Purtroppo Huawei non ha permesso alcun test di ascolto durante l’evento di lancio a Parigi.

Giusto, sono auricolari. A chi può mai interessare come suonano?

Ritorno dall’Ade

Curioso comportamento di un vecchio iPhone 4S oramai trascurato anche dalla figliolanza e rimasto per tutta la scorsa estate senza alimentazione.

Tesi e antitesi

Secondo StatCounter il quaranta percento del traffico di rete Mac riguarda High Sierra, il venti Sierra (arrotondo), il diciassette El Capitan, l’undici Yosemite, il resto briciole.

Giuro che nel giro di poche ore ho ricevuto due interpretazioni di questi dati da altrettanti amici.

La prima: c’è una vasta fronda di utenti che si oppongono al passaggio alle versioni più recenti del sistema per protesta o per evitare bug.

La seconda: Apple pratica obsolescenza programmata e costringe gli utenti ad aggiornare i Mac contro la loro volontà.

Vorrei che, invece di parlare con me, si trovassero a un tavolo per mettersi d’accordo su una sintesi comune. Che racconti in forma coerente questo mondo singolare dove la gente è forzata ad aggiornare e contemporaneamente non lo fa.

Una storia vincente

Tutte le volte che leggo un’intervista a Jeff Vogel, come quella appena uscita su Geekwire, ne esco di umore migliore.

Come Spiderweb Software produce giochi bellissimi da giocare più che da guardare dal 1995 e non si è ancora fermato. L’ultima opera è il remaster di Avernum III, per Mac e prossimamente anche per iPad.

Si definisce ancora un umile giocattolaio e immediatamente capisci che dietro allo stile tagliato con l’accetta, da America profonda, c’è una persona tutt’altro che banale.

Dichiara ci sarà sempre qualcuno che vorrà giochi come questi e capisci che il problema non è sicuramente la possibile falsità dell’enunciato; è che mancano giochi come questi.

La grafica conta, ma è al servizio della storia e non viceversa. Un grande gioco parte da una grande storia. Lui ne ha create decine e tutto sommato la storia più bella è proprio la sua, in affari con la moglie che gli compra il primo Mac quando lui decide che l’università è troppo noiosa. E una laurea honoris causa qualcuno gliela potrebbe pure assegnare, a questo punto.