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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Utenti registrandi

Quasi cinquecento dei primi cinquantamila siti più visitati al mondo dispongono di script di registrazione in grado di acquisire tutto quello che il navigatore digita, come e dove fa scorrere le pagine, quando e come fa clic e via discorrendo. In altre parole, sorveglianza totale.

Lo studio, eccettuati pochi casi eclatanti, si astiene dall’affermare che tutti i siti individuati sorveglino davvero il visitatore in questo modo. Ma afferma con certezza che, volendo, possano farlo. Il software è lì, basta farlo partire.

Il sito numero 35 della lista è wordpress.com. Il numero 45 è microsoft.com. Il 74 è adobe.com. Il 209 è spotify.com. Il 228 è skype.com. Il 1438 è androidcentral.com.

Per farsi un’idea della buona compagnia in cui si trovano, il sito numero 4353 è mackeeper.com: uno dei peggiori distributori di malware per Mac.

Windows.com, numero 1040, è uno di quei pochi casi nei quali esiste evidenza della sorveglianza. Cercando windows appaiono nell’elenco anche windowscentral.com (3489) e windowsazure.com (4875).

Ho cercato apple ma non appare niente.

Poi uno si chiede perché scegliere Mac.

Stabilità professionale

Per una volta arriva qualche interrogativo sensato dal tema, che altrimenti trovo surreale, dei professionisti e delle specifiche dei computer.

Jason Snell di Six Colors racconta di non essere un professionista della grafica ma di usare Photoshop da sempre, al punto da essere disposto a pagare l’abbonamento a Creative Cloud pur di non dove esplorare altre alternative.

Lui stesso specifica però che lealtà e familiarità, per quanto forti, hanno i loro limiti:

Se Photoshop abbandonasse Mac, non passerei a Windows. Se Adobe decidesse di chiedere trecento dollari l’anno per Photoshop, probabilmente non li pagherei.

Che succede se lo strumento di elezione del professionista stenta su una piattaforma diversa dalla solita?

Snell constata che su iPad Photoshop, smembrato da Adobe in varie app ancillari, delude su compiti semplici rispetto ad alternative come Affinity Photo o Procreate. E allora un iPad Pro con Apple Pencil sarebbe uno strumento non professionale, visto che Photoshop lì sopra non rende, oppure lo è a patto di usare strumenti diversi da Photoshop e così negare a quest’ultimo la qualifica di programma professionale tout court?

Le carte si mischiano in modo interessante quando nella discusione entra l’esempio di una fumettista americana di alto livello.

Secondo la quale niente batte un computer fatto e finito assieme a una tavoletta Cintiq. Però riconosce l’opportunità di ricorrere a sistemi più leggeri che consentono un lavoro di grande qualità.

La cartoonist userebbe tranquillamente un iPad Pro, ma non avrebbe Creative Cloud. Così usa un Mobile Studio Wacom in quanto, completa di Creative Cloud, può usare certi pennelli su misura che sono un’esclusiva Adobe.

Tutto questo dura fino a che si accorge dell’esistenza di Clip Studio per iPad.

Non basta a farla passare armi e bagagli su iPad Pro (10,5”, si badi bene), anche perché trova il software in abbonamento mentre ora è in promozione gratis ancora per un mese. Ma lo raccomanda a chiunque cominci adesso a disegnare con certe ambizioni.

La morale. Photoshop o altro software professionale è il mezzo, non il fine. Usi Photoshop perché sei professionista e non il contrario.

Nel contempo, sei professionista perché sai discernere su qualsiasi piattaforma la combinazione di strumenti più evoluta per il tuo lavoro, qualunque essa sia. Se tutto passa attraverso il filtro del tuo programma preferito, stai perdendo dei pezzi per strada. Il professionista non rimane abbarbicato allo stesso strumento per una vita; cava sangue dalle rape con qualunque cosa abbia a disposizione.

La visione della foto da vicino

Il riconoscimento delle facce effettuato sulla libreria fotografica di un’utenza Apple non viene effettuato usando iCloud. Ogni apparecchio cifra le foto prima di inviarle sulla nuvola e pertanto sui server non si trova materiale per fare lavorare gli algoritmi di deep learning.

Gli ingegneri si sono pertanto impegnati perché il riconoscimento delle facce nelle foto avvenga localmente, all’interno di ciascun iPhone. Per riuscirci occorre superare alcuni ostacoli rilevanti come esigenze di memoria e di spazio, potenza computazionale, reattività delle risposte, necessità di assicurare la performance di tutte le altre attività di iPhone, che l’utente desidera siano istantanee.

Leggi un articolo del Machine Learning Journal e impari qualcosa sul riconoscimento facciale e sulle reti neurali, ma anche sulla considerazione per la privacy inserita in un iPhone e, per così dire, meno presente su altre piattaforme.

Lo stato del laptop

Se il meteo funzionasse come gli analisti che pretendono di prevedere l’andamento dei mercati tecnologici, sarebbero tutti a casa o quasi.

A casa starebbero certamente Gartner e Idc. Secondo i primi, le vendite di Mac nel trimestre estivo sarebbero state (anno su anno) in ribasso del 5,6 percento, 4,61 milioni di unità. I secondi puntavano al rialzo dello 0,3 percento, cioè 4,9 milioni di macchine.

Apple ha dichiarato 5,39 milioni di Mac venduti, il dieci percento in più dell’anno prima nello stesso periodo.

Dovrebbe essere una faccenda grave. C’è gente in azienda che prepara i budget, programma strategie, effettua scelte anche impegnative in base a quello che scrive Gartner. Non è tanto l’errore, ma la sua dimensione a essere macroscopica e qualcuno dovrebbe essere responsabile per i danni, nel breve e nel lungo, che si provocano. Invece nessuno paga, mai, e questo mi lascia sempre sconcertato.

Starebbero a casa quelli di TrendForce, che assegnano ai Mac il 10,4 percento del mercato portatile globale? Non saprei proprio. L’andazzo è tale che non esiste alcuna pietra di paragone affidabile. A questo punto potrebbe essere il nove, l’undici. Ma anche il cinque o il venti, non ci sarebbe da stupirsi.

I Mac vanno bene perché si vendono più Mac e questa è un’evidenza. Il resto è tutto un grande sparare alla Luna con il fucile a pallini e vai a sapere dove cadono. Come stiano i laptop nel loro complesso non lo sapremo mai (più).

La paura fa X

Per quanto sia sempre accaduto, specialmente negli ultimi anni, l’intento di scoraggiare l’acquisto o almeno falsare la percezione di iPhone X viene perseguito con una intensità che non avevo ancora visto, salvo i tempi dell’antennagate. Dove però, almeno, c‘era qualcosa di cui parlare.

Qui invece si può solo inventare. Allora saltano fuori storie come la maschera di silicone che sblocca Face ID. In sé è una sciocchezza: dati il profilo 3D già pronto di una persona consenziente, centocinquanta dollari di materiali, cinque tentativi e finalmente l’annuncio (che nessuno ha verificato o riprodotto fuori dal laboratorio vietnamita, ma diamolo per buono). Certo, vale la pena di sequestrare un milionario è sottoporlo alla scansione 3D del volto per sbloccare il suo iPhone X. O tagliargli la testa; dopotutto sono già state tagliate dita per trafugare impronte digitali.

Per tutti gli altri, che non sono milionari, non sono agenti segreti, non sono ministri, non sono amministratori delegati di multinazionali…? Non ne vale la pena e casca l’asino. Posto che Face ID sia stato violato, nessun meccanismo di sicurezza è inviolabile in assoluto. Bisogna invece chiedersi quanto è più efficace rispetto al meccanismo che c’era prima.

Violare Touch ID era molto più semplice, a tempi e costi assai inferiori. Face ID è un progresso, quindi, e non stiamo neanche prendendo in considerazione la sua capacità di migliorare: più passa il tempo, più diventa preciso. Nessuno può dirci se la maschera di silicone funziona meglio o peggio dopo tre mesi di affinamento del profilo 3D. Touch ID, all’opposto, funziona l’ultimo giorno esattamente come il primo.

Quindi, anche il fatto che iPhone X sia appena arrivato – neanche due settimane – va messo in conto.

E proprio per questo, un’altra tattica di disinformazione consiste nello spostare da qualche altra parte le conversazioni. Appunto, neanche due settimane dall’uscita e c’è già l’analista che pretende di conoscere le uscite iPhone del 2018.

Effetto Osborne da manuale: ti annuncio quello che arriverà per insinuare il dubbio e scoraggiare un eventuale acquisto negli indecisi. Serve a qualcosa ribadire che i rendering sono disegni iperrealistici e non realtà fisiche? È utile ricordare che le specifiche sono inventate?

Certamente no. In parte perché Internet è il luogo dove si parla di verità e balle nello stesso modo da parte delle stesse persone. Battaglia persa. In parte perché iPhone X, ho la sensazione, se la sta cavando bene nonostante le chiacchiere.

Il che, chiaro, mette ancora più ansia a chi ha bisogno di produrne.

Grandangolo su Grand Tour

Questa foto perviene da Janko (grosso grazie!) e si riferisce al backstage del set di The Grand Tour trasmesso da Amazon Prime; il seguito di Top Gear della BBC per intendersi.

Il mixer è interessante.

Backstage dal set di The Grand Tour

La compilation decisiva

Si trovasse a vagare per i campi un sopravvissuto dell’esercito iPad non è un computer perché non ci si può programmare sopra, tempo di assestargli il colpo di grazia.

Continuous è un ambiente di sviluppo autodefinito professionale per iPad, riservato a programmatori C# e F#.

Continuous esegue continuamente il codice così si può vedere come cambiano gli oggetti programmati intanto che si scrive.

Continuous supporta i progetti di tipo Application (Console e iOS) e di tipo Library nei formati standard .csproj e .fsproj.

La app parla con le librerie di programmazione native per iOS.

Soprattutto:

Tutta la compilazione avviene sull’apparecchio. Questo mantiene il codice al sicuro e inoltre garantisce di non annoiarsi in aereo mai più.

Unico difetto, per me definitivo: sono linguaggi Microsoft. Altrimenti, un sacco di gente di bocca più buona della mia programmerà, compilerà ed eseguirà codice su iPad senza alcun vincolo né alcuna risorsa esterna di supporto.

È sempre un po’ triste chiudere definitivamente un argomento, ma pare proprio che non ci sia più nulla da discutere.

I superpoteri di Brett

Chi dice che la rete favorisce l’effimero e il superficiale? È questione di volerla usare a fin di bene, come supereroi, la rete.

Un supereroe è Brett Terpstra, che ha pubblicato nel 2012 uno script per ripulire e compattare il database interno di Mail e nell’anno di grazia 2017 lo aggiorna per adeguarlo a High Sierra e lasciarlo compatibile in basso fino a Yosemite compreso.

Di più: siccome appunto c’è la rete, recepisce il lavoro di un’altra persona per completare l’opera. Questa è la collaborazione, più ricca e nutriente dei mi piace e delle infinite condivisioni di maniera, divisioni senza alcun con che presuppone un rapporto qualsivoglia.

La bella notizia, grazie sempre rete, è che i superpoteri di Terpstra sono a nostra disposizione. Si chiamano AppleScript e macOS, un linguaggio di scripting fatto apposta per emancipare le applicazioni e un sistema operativo che prevede espressamente la possibilità di questa emancipazione, per quanto a volte imperfetta e a volte trascurata.

A nostra disposizione vuol dire che possiamo provarci anche se non siamo nati su un pianeta alieno o non ci ha morso una tastiera radioattiva.

A riprova: con qualche anno di ritardo su AppleScript, anche Microsoft permette di automatizzare parti di Outlook tramite Visual Basic. Non c’è che leggere qualche pagina per capire che si tratta di funzioni dirette a chiunque, tranne che a una persona normale cresciuta fuori dal gergo dei programmatori.

Il senso della presenza

Sono passato dall’edizione milanese di Codemotion con l’idea, tra l‘altro, di raccogliere qualche foto di uso di Mac. L’evento è piuttosto importante; il format è internazionale e la rete degli speaker si misura in migliaia di contatti. A Milano sono stati venduti tutti i biglietti disponibili – si paga, per entrare a Codemotion – e l’agenda prevedeva cento talk, mentre sul terreno erano schierate quaranta community di programmatori e sviluppatori, più di trenta aziende con uno stand.

Uno degli elementi tipici di Codemotion sono le offerte di lavoro da parte delle aziende, per molte decine di posizioni disponibili, tutte qualificate e a volte specialistiche. I temi trattati nelle presentazioni lo sono a tutti i livelli, ma sempre tecnici. Gli interventi di livello più alto sfiorano l’esoterico per chi non sia specificamente esperto di quel campo che può essere machine learning, blockchain, serverless, microservizi, cloud e via sviluppando.

Era presente il tradizionale spazio per gli sviluppatori indipendenti di giochi, nel quale il piatto forte era la realtà virtuale. Nelle vicinanze, per iniziativa di Redbull, era presente un distributore automatico della bevanda che forniva una lattina a quanti riuscivano a penetrare in un sistema informatico collegato.

Spero di avere dato l’idea della portata dell’evento. Un tutto esaurito da migliaia e migliaia di partecipanti paganti, esperti o in via di formazione, dove è normalissimo ascoltare una prolusione in inglese sulle closure di Java 9 o sugli aspetti legali dell’open source a livello aziendale.

Dopo pochi minuti mi sono cadute le braccia, perché i Mac erano presenti ovunque. Non dico la maggioranza assoluta, ma in grande numero, in qualsiasi ambito. Sarebbe stato magari più interessante cercare aree con meno Mac: gli sviluppatori di giochi tendono a mostrarne meno, lo stand di qualche azienda aveva un PC invece di un Mac.

Si tenga presente che il pubblico di Codemotion è diverso da quello dei ragazzini che affollano la fiera a caccia di gadget e neanche è composto da vecchi manager con tanto potere e altrettanti completi da pinguino: l’età media è tipica del giovane adulto, tra i venti e i quaranta, con portatili recenti, che per lo più produce invece di amministrare od organizzare e la macchina la stessa più che pavoneggiarvisi.

Sembra che i Mac siano, complessivamente, macchine molto adatte per sviluppatori all’inizio e all’apice del loro curriculum.

Oppure si sono dati convegno tutto insieme quelli che non hanno capito i propri bisogni hardware.

L’alternativa è che tante polemiche sull’utilizzo dei Mac in ambito non dilettantistico siano vicine all’aria fritta.