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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Basterebbe un commento

Allarme! un rapporto Idc dà in caduta libera le vendite di watch.

Tim Cook ribatte su Reuters che watch ha stabilito un record di vendite durante il primo weekend di shopping prenatalizio, ma per il New York Post non è chiaro se sia riuscito a restituire il colpo in modo significativo.

Che matassa intricata. Forse per scioglierla è sufficiente un commentino come quello di MacDailyNews:

Apple non permetterà che le vendite prenatalizie di watch siano danneggiate dai comunicati stampa Idc che non solo “stimano” le consegne (Apple non divulga numeri, per non avvantaggiare la concorrenza), ma confrontano stupidamente smartwatch da 250 dollari e più con bracciali della salute da quindici dollari.

Anche perché, aspetta un po’, Apple potrebbe persino essere passata dal 37 percento al 46,6 percento della torta.

La linea è libera

Scoop: da qui a pochi giorni Tim adotta internamente LibreOffice.

Bel colpo per il software libero e un bel pedatone a quello proprietario che rende prigionieri.

E fa piagnucolare perché si è costretti a usarlo; chissà questa aziendina minuscola e misconosciuta che è Tim, come farà adesso.

Mi vedo i dipendenti smarriti che girano su se stessi in cerca di soluzioni fino a librarsi in volo e svanire verso la stratosfera. O più probabilmente no.

Lo ripeto: Tim adotta LibreOffice e, non fosse chiaro, abbandona Office.

Non è una azienda che amo, però devo ringraziarli per questo bel regalo di Natale. E grazie anche alla mia fonte.

La fine di Unix

Sta finendo una offerta libraria da vertigine riguardante il lato tecnico di Unix.

Chi la lascia finire senza acquistare alcunché deve presentarsi in presidenza con giustificazione scritta dai genitori.

Non cambia mai

Comprerei volentieri Aqua and Bondi – The Road to OS X & The Computer That Saved Apple perché racconta un momento cruciale della storia di Apple, dal momento del salvataggio della barca grazie all’acquisto di NeXT al ritorno di Steve Jobs e, appunto, all’uscita del primo iMac.

Ho avuto un iMac bondi blue e ne sono rimasto soddisfattissimo. L’apice del suo utilizzo è stato trasportarlo diverse volte per una quarantina di chilometri in auto, per raggiungere una redazione dove nasceva una testata dedicata al business digitale. Su quell’iMac si impaginava la rivista, praticamente in tempo reale. Qualcosa di eminentemente professionale.

Sono peraltro ricordi personali. Si può parlare del primo iMac in un altro modo: un computer sottodimensionato, inferiore per specifiche e superiore per costi alle alternative Windows, praticamente impossibile da aggiornare ed espandere (l’ho smontato tre volte per un problema con la Ram e non lo augurerei al peggior nemico), con dettagli frivoli, un mouse che piaceva solo a me, una tastiera che nemmeno a me e privo dell’indispensabile lettore di floppy disk. Come si sarebbe potuto fare, se improvvisamente si fosse palesato un collega o un cliente con un floppy da inserire?

Come cambiano le cose, negli anni.

Preparati al peggio

L’intervista di Business Insider all’analista Steve Milunovich sul futuro di Apple, sulla strategia a lungo termine, sulle capacità di Tim Cook, sulla possibilità che Jonathan Ive lasci il posto di responsabile del design, è lunghissima, molto ben fatta, e vuota. Aria fritta.

C’è una ragione fondamentale: basta guardare la faccia di Milunovich all’inizio dell’articolo.

Scherzo. Tuttavia una ragione fondamentale c’è. Per parlare di Apple (villaggi vacanze, carico fiscale, muretti a secco, patologie dell’alluce, viaggio interstellare, transustanziazione) bisogna essere preparati.

Parlare di Apple ha una difficoltà in più, perché significa parlare del lavoro di altre persone. Oltre a essere preparati, bisogna esserlo almeno quanto loro.

Quanto sono preparati? Difficile saperlo. Non sappiamo in base a quali dati si formano un’opinione e prendono delle decisioni, né con quanta efficacia vengano usate le informazioni in loro possesso. Ugualmente ignoriamo i vincoli e le problematiche interne che potrebbero alterare il corso di una decisione presa.

Una cosa è certa, però: le critiche ad Apple arrivano per il novantanove percento a posteriori, a lavoro fatto. Quando si è diffusa la voce che iPhone 7 avrebbe rinunciato alla porta audio, stracciamento di vesti. Fino a che qualcuno ha fatto notare che le vendite di auricolari wireless avevano la maggioranza assoluta.

Sfido chiunque a esibire un articolo sul tema secondo me il prossimo iPhone 7 dovrebbe fare a meno del jack audio. Non c’è. Tutti quelli che discettavano di iPhone 7 non sapevano che cosa acquista la maggioranza del pubblico. Scommetto un centesimo di euro contro un fondo di bottiglia che in Apple lo sapevano e da un bel pezzo.

Quando si parla di quello che dovrebbe fare Apple è difficilissimo che si vada oltre il mitico cliente di Henry Ford e la sua ipotetica richiesta: un cavallo più veloce. Steve Jobs era contrario ai focus group perché il pubblico pensa in termini di quello che già c’è, certo più grosso, certo più veloce. Ci fosse stato uno che avesse illustrato l’idea di iPhone prima del 2007. Il pubblico vuole semplicemente continuare a fare quello che fa ed è tendenzialmente incapace di produrre una vera novità. Nessun focus group ci avrebbe dato Macintosh.

A sentire la gente, Apple doveva produrre un netbook. È stata in ritardo su Usb 3.0, poi – imperdonabile – non ha messo lettori Blu-ray nei Mac. E indietro, o avanti se si preferisce, con il lettore di floppy, la porta modem, la tastiera su iPhone, ora il jack audio ed è un disastro che non si possa collegare un disco rigido a iPad per spostare i file avanti e indietro, e come faccio con la chiavetta. Intanto gli sviluppatori sono stati abbandonati per strada e, signora mia, il Mac non è più quello di una volta.

Riapro gli occhi oggi, con Usb-C, un miliardo di apparecchi iOS, il cloud sempre più importante, il wireless sempre più decisivo e tanto spazio e tempo sprecato ad abbaiare alla luna da parte di chi aveva i piedi così ben piantati a terra da non vedere che i cieli mutavano. Oppure, semplicemente, era preparato al peggio per affrontare l’argomento.

La porta ovunque

Comunque vada a finire con i nuovi MacBook Pro, si leggono contributi notevoli che forse una volta mancavano, sul lato della critica, della provocazione, dell’originalità.

Oggi vince Adam Geitgey che titola I nuovi macBook Pro sono stimolanti per gli hacker. Nell’originale sono kind of great, che ho scelto di tradurre senza enfasi. Gli hacker sono intesi nel senso originale del termine, quelli che amano manipolare la tecnologia e scoprire nuovi usi.

Il tema dell’articolo è che con le quattro porte Usb-C del portatile si aprono utilizzi prima inusitati e non solo in ambiente Apple. Sintetizzo.

  • L’alimentatore carica qualsiasi cosa abbia una porta Usb-C deputata.
  • Di converso, qualsiasi alimentatore abbia una porta Usb-C può caricare un MacBook Pro se ha la potenza sufficiente.
  • MacBook Pro può essere caricato con qualunque alimentatore Usb-C, anche non Apple.
  • Anche una batteria supplementare per telefono, se ha la porta Usb-C, può caricare un MacBook Pro.
  • Gli adattatori venduti da Apple funzionano con qualsiasi apparecchio Usb-C.
  • Avendo un monitor con porte Usb-C, si possono attaccare lì tutte le periferiche Usb-C e, per usarle tutte, collegare un singolo cavo dal monitor a MacBook Pro.
  • Un computer Usb-C può caricare un altro computer Usb-C.

Così conclude il pezzo:

Dal punto di vista dell’input/output, il nuovo MacBook Pro è probabilmente l’apparecchio più aperto che Apple abbia mai costruito. Letteralmente, non possiede alcuna porta proprietaria, ma quattro ingressi universali ognuno dei quali può indifferentemente assorbire o erogare corrente, inviare e ricevere dati, trasferire video e audio. Davvero notevole.

Certo, è fastidioso se possediamo apparecchi più vecchi per i quali servono adattatori. Ma non è necessario acquistare quelli surdimensionati e costosi di Apple. Si possono acquistare minuscoli adattatori Usb-C come quelli mostrati in figura, su Amazon, per somme irrisorie.

In un anno o due, quando tutti avremo il cassetto dei cavi pieno di connettori Usb-C dal costo quasi nullo, guarderemo indietro e ci chiederemo perché tutti erano così irritati.

E in effetti, questo aspetto traspare veramente poco dalle recensioni lette fino a qui.

Fallo di mano

Posto che sia vera, la notizia di Apple che smette di costruire basi wireless mi lascia circa indifferente. La AirPort Express che distribuisce il Wi-Fi in casa mia è in servizio da talmente tanti anni che ho perso il conto e mi dispiace dover progettare per un futuro l’acquisto di un aggeggio meno costoso e meno durevole. È anche vero che il Wi-Fi oramai è una commodity, un servizio acquisito. Mi pare che l’offerta media oramai sia decentemente affidabile e di qualità.

Sappiamo che è vera la notizia di Apple che elimina la posizione di Sal Soghoian e la cosa mi punge sul vivo, perché l’automazione è un pilastro essenziale del computing e su Mac in particolare, perché Mac ha sempre offerto possibilità superiori in qualità e quantità rispetto a quanto accade in purgatorio.

Craig Federighi, il responsabile software di Apple, ha dichiarato che l’azienda ha ogni intenzione di supportare l’automazione su macOS, ma non è abbastanza: vogliamo che cresca, migliori, si sviluppi, arrivi a tante persone che usano Mac come se fosse un computer qualunque.

Un bell’esempio per comprendere è l’articolo di Jason Snell su iMore, che va sul pratico:

Ogni volta che pubblico una immagine su Six Colors, lo faccio tramite un servizio: faccio control-clic sull’immagine, seleziono un servizio e l’immagine viene aperta in background dentro Photoshop, ridimensionata secondo le specifiche, salvata in Jpeg con impostazioni particolari e inoltrata al servare tramite la app Transmit. Intanto l’Html necessario viene copiato nei miei Appunti pronto da incollare nell’articolo (questo incantesimo avviene grazie a un AppleScript che ho composto un paio di anni fa).

Come scrive Snell, l’automazione fa la differenza tra il tempo risparmiato e il tempo guadagnato; magari occorre sudare per un’ora per automatizzare un’operazione da dieci minuti ma, dalla settima volta che si richiede quell’operazione in poi, è tempo guadagnato.

Bisogna riconoscere che mai nella storia di macOS l’automazione ha ricevuto un trattamento prioritario. Al tempo stesso è più volte risorta dalle sue (quasi) ceneri e ognuno di noi è chiamato a usarla, mandare feedback, chiedere miglioramenti, diffondere il verbo, creare grande automazione per risolvere problemi non importa se piccoli.

E se la cosa non interessa, perché non c’è tempo o peggio perché c’è da imparare qualcosa, si sta perdendo qualcosa. Davanti allo schermo, tutte le volte che si usano le mani per agire bisogna chiedersi se siano necessarie. E, nel caso, fare in modo che ci pensi il computer. Rendendoci più liberi.

Mi mancano i titoli

Titolo di un recente articolo di Adam Engst: Comprendere la marginalizzazione di Mac in Apple.

Citazione da un recente articolo di Peter Wiggins, Una settimana di montaggio video con i nuovi MacBook Pro e Final Cut Pro X, pubblicato su un sito che si definisce la risorsa numero uno per Final Cut Pro e magari non sarà vero, però insomma, qualcuno che ci svolge del lavoro sopra ci girerà pure intorno.

Con un pizzico di aritmetica elementare si vedrà che il nuovo MacBook Pro 15” è veloce [con Final Cut Pro X] quasi il doppio del modello del 2012.

Dovrei riuscire a tenere insieme l’idea che Apple sta marginalizzando Mac e per effetto di questa scelta i nuovi Mac portatili vanno (quasi) il doppio di quelli precedenti. Non so come fare.

(Se qualcuno pensa che sia solo questione di cambiare processore e viene da sé, sta fresco).

I due giorni del codice

Mi sono trovato nella singolare situazione di essere giurato a Codemotion per scegliere il miglior gioco indipendente tra quelli in mostra.

Più dei giochi, tutti con scintille creative meritevoli sempre almeno sotto un aspetto particolare (la grafica, il concetto, la giocabilità, la distribuzione eccetera, sempre almeno uno), è stata un’esperienza conoscere le comunità di chi li sviluppa e cerca un posto al sole. Un sacco di ragazzi e ragazze giovani, qualcuno già con lo sponsor e qualcuno in cerca, qualcuno con un lavoro convenzionale preso con l’unico scopo di consentirsi lo sviluppo del gioco la sera e nei weekend.

Due parole che ho sentito ricorrere molto spesso: Unity e Steam. Il motore fisico e quello di distribuzione. E poi tanto sviluppo per iOS e Android, oltre a quello per computer e console.

Nei prossimi giorni segnalerò qualcosa da ricordare, almeno come progetto; molti dei giochi erano ancora in fase di sviluppo.

Ho visto anche diversi Mac. Uno di questi era usato in diretta per proseguire lo sviluppo di un gioco in concorso. Posso assicurare che lo sviluppo di videogiochi è una attività assolutamente professionale.

Un Mac per sviluppare giochi

Di più. A Codemotion c’era un tabellone pieno di offerte di lavoro vero da parte di vere aziende. E poi un’area startup, con aziende appena nate in cerca di talenti da assumere. In primo piano, Mac.

Startup in cerca di professionisti

Wireless is more

Al termine del mio viaggio ad Amsterdam posso dire che ho praticato due aeroporti e due hotel più un museo, trovando cinque reti Wi-Fi vere.

Non quelle di cartapesta a velocità zero, non quelle che funzionano su un solo apparecchio, non quelle che vanno e vengono, non quelle con una procedura bizantina di iscrizione, non quelle che fanno finta di farti entrare e non entri mai, non quelle. Wi-Fi vere.

Non lo dico con soddisfazione, ma con speranza. Finalmente qualcuno inizia a capire, o forse aumenta il numero di quelli che si lamentano con ragione e vengono ascoltati. Se i bagni o i bar degli aeroporti funzionassero come certe reti Wi-Fi che ho trovato, si scatenerebbe la rivolta popolare. Internet, in un aeroporto, è un bene essenziale come l’acqua corrente e la possibilità di mangiare un panino.

Ultima nota: in partenza sull’ultimo volo, Amsterdam-Milano di Alitalia, i passeggeri sono stati invitati a consegnare al personale di volo i Galaxy Note 7.

E qui devo dare ragione a chi dice che un iPhone non può fare tutto quello che può fare un Android.