QuickLoox

Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Pronipoti e Antenati

Le difficoltà di adottare Mac in azienda: i costi, la compatibilità, la resistenza al cambiamento, gli standard di fatto.

Prendiamo per esempio una piccola-media azienda sconosciuta, una certa IBM. Dal 2015 a oggi ha dispiegato solamente duecentonovantamila apparecchi Apple, una cosetta. Chiaro che con numeri piccoli come questi non possano avere un quadro di insieme dei problemi che si incontrano, delle tastiere che si inceppano, delle batterie che si consumano, dell’applicazione a trentadue bit che dopo dodici anni di avvertimenti ha deciso di non aggiornarsi (bisognerebbe avvisare prima… mica con un decennio di anticipo…) eccetera.

Si sa che i Mac costano di più; su una base di sole novantamila macchine, effettivamente meno affidabile del parere di mio cuggino, in quattro anni IBM risparmia da duecentosettantatré a cinquecentoquarantatré dollari per macchina. Moltiplicare per novantamila.

I dipendenti con Mac sono più performanti di quelli con Windows, concludono contratti migliori con i clienti, chiedono meno software suppletivo, hanno più probabilità di continuare a restare in IBM e lavorare soddisfatti.

Per supportare duecentomila macchine Windows, IBM deve schierare venti ingegneri. Per duecentomila macchine Apple, sette. Windows richiede solo il centoottantasei percento di ingegneri in più, una minuzia. Cosa vuoi che contino gli stipendi di tredici ingegneri di alto livello, in un bilancio?

Il responsabile informatico di IBM, Fletcher Previn, ricorda di averlo già detto:

Quando è diventato accettabile vivere come i Pronipoti a casa e come gli Antenati in ufficio?

Ecco, avrei da chiederlo a un tot di amministratori delegati e Chief Information Officer ossessionati dal fatturato e dai costi. Gente che compie la scelta più antiproduttiva per mancanza di alternative mentali.

Spendaccioni squattrinati

Sono tutt’altro che uno spendaccione; compro hardware rarissimamente, solo se serve proprio e non sono squattrinato né benestante; la classe media all’apice della sua medietà.

Dall’alto (dal basso? Dal mezzo?) di questo profilo raccomando caldamente i Deals di AppleWorld.Today.

È un posto strano dove trovare a prezzi assolutamente competitivi prodotti hardware e software non mainstream.

Ne ho approfittato di recente per comprare spazio cloud e una VPN: due licenze lifetime a prezzo scontato oltre il 90 percento, da produttori che dopo qualche sommaria ricerca preventiva sono sembrati sufficientemente affidabili.

Lifetime è una parola grossa e somiglia più a una scommessa, certi servizi durano che persino li dimentichi, altri ti lasciano a piedi dopo sei mesi. È un po’ come assicurarsi, solo che l’assicurazione è una scommessa comunque persa (paghi se le cose vanno bene, riscuoti se le cose vanno male) e invece qui c’è anche un elemento di azzardo, succede di rado ma potresti azzeccare la combinazione fortunata.

Devo fare riparare il vetro dell’iPad di terza generazione che sarà probabilmente la macchina della primogenita alle elementari (sì, l’obsolescenza programmata, quella che un iPad 2012 lo usi con profitto pensando al 2020, e fanno apposta, per farti spendere in continuazione, maledetti capitalisti avidi) e così guardavo alle offerte hardware, trovando una pletora di iPad ricondizionati, assolutamente vecchi e assolutamente accessibili, molto probabilmente con una spesa inferiore a quella di una riparazione convenzionale.

Forse c’è voglia di fare un regalo di Natale interessante ma senza spendere troppo, forse si è alla ricerca di un servizio da usare saltuariamente, anche qui senza esporsi in eccesso, forse si cerca un corso online (ci sono anche quelli…) eccetera eccetera eccetera. Qui i consigli per gli acquisti sono rari, ma stavolta mi pare ne valga la pena.

Ci guadagno, eventualmente, un istante di gratitudine, avendo zero legami e interessi rispetto ad AppleWorld.Today. Istante che però sarebbe preziosissimo, se appena per qualcuno ha funzionato.

Insegnagli a pescare

Una delle variazioni più discusse introdotte da macOS Catalina è la sostituzione di bash con zsh.

Ho notato (partendo prima di tutto da me) che meno si conosce la shell più si tende ad discutere del cambio e che quindi, per evitare di discutere a favore di fare scelte utili e concrete, è meglio iniziare ad approfondire il tema.

Su questa falsariga segnalo l’articolo in cui Brett Terpstra scopre fish, un’altra delle alternative possibili a bash.

L’arricolo è pieno di agganci utili a chi ha poca esperienza e di esplorazioni perfette per chi invece maneggia la shell come routine, con precisazioni di buon senso (la compatibilità degli script è totale, per esempio, perché non è importante; se il file contiene lo shebang iniziale #!/bin/bash, viene eseguito da bash, che è sempre lì, nessuno la cancella) e esempi validi per farsi un’idea.

In fin dei conti, se non esiste una vera ragione per abbandonare bash, ha poco senso farlo; la shell è presente nel sistema e, un domani, la si potrebbe installare se venisse a mancare. Adottare zsh per seguire comunque le linee tracciate da Apple può essere saggio, ma non immediatamente e non so se le differenze minime giustifichino lo sforzo, meglio, lo giustifichino adesso, che sostanzialmente non serve.

Tanto vale allora, come ha fatto Terpstra, pescare una alternativa che più di altre sentiamo adeguata senza sentirci pressati sulla scelta di zsh. Il suo pezzo offre anche un bel punto di vista sulle questioni primarie da considerare all’atto di pensare a cambiare.

Musica per la nostra era

Che bello Organelle! Il sito spiega piuttosto bene le cartatteristiche dell’oggetto e Engadget ha una corposa prova su strada.

In sintesi più adatta a questo spazio, Organelle è un talentuoso scatolotto dotato di comandi meccanici che ricordano certi sintetizzatori molto spartani del tempo che fu, in pochissimo spazio.

Dentro lo scatolotto sta un Raspberry Pi equipaggiato con sistema operativo Linux, cui l’utilizzatore non ha accesso (non accesso previsto, almeno). Un po’ come dentro un iPad si trova un processore Arm con sistema operativo iPadOS, cui l’utilizzatore non ha accesso diretto.

l’interfaccia fornita con Organelle permette di aggiungere, togliere, costruire, modificare patch, pezze di software che descrivono variazioni di comportamento di uno strumento sintetizzato. L’idea è ingegnosa: non solo gli strumenti elettronici, ma anche la possibilità di modificare il loro comportamento in modi codificati dipendenti nella loro varietà solo dalla buona volontà di chi li vuole programmare. Esistono centinaia di patch già disponibili.

L’idea delle patch somiglia moltissimo a quella dei Comandi rapidi di un iPad. Su un iPad possono stare app, come un Organelle contiene strumenti, il cui comportamento può essere modificato sul momento da insiemi di istruzioni, così come le patch fanno agli strumenti in Organelle.

I gangli del sistema operativo sono nascosti all’utilizzatore, sia in Organelle che su un iPad.

Cionostante, chi volesse mettere le mani sul sistema operativo di iPad potrebbe effettuare un jailbreak. A quel punto potrebbe installare qualsiasi cosa. Anche un compilatore in versione Unix, per dire.

La stessa considerazione vale, a maggior ragione, per Organelle. Sicuramente c’è un qualche modo di arrivare al Linux che lo aziona, per quanto ciò non sia possibile all’acquirente non esperto.

Incredibile quante similitudini vi siano tra Organelle e iPad, vero?

I produttori di Organelle lo chiamano music computer. Anche se non ci si programma sopra, guarda un po’.

Su diversi quadranti

Mi aspetto di leggere confronti tra watch e Mi Watch Xiaomi basati sulle specifiche tecniche, come ha fatto Ars Technica nel suo articolo Il clone di Apple Watch di Xiaomi elimina quello che c’è di buono in Apple Watch.

Sarebbe bello che qualcuno confrontasse le pagine dedicate alla privacy da Apple con quelle di Xiaomi, che non sono nemmeno le peggiori in giro, e scrivesse chiaro che parliamo di oggetti provenienti da galassie diverse.

Anche se i quadranti, per usare un eufemismo, si assomigliano.

Tutti UX designer

Il Presidente degli Stati Uniti è noto per le sue azioni e reazioni viscerali e ha pensato anche a un miglioramento per la UX, la user experience, l’esperienza utente, di iPhone. Una designer già in Apple all’epoca di quello sviluppo lo ha commentato con ironia.

Prima che qualcuno sia tentato di buttarla incautamente in politica, che c’entra niente, legga FastCompany quando scriveva iPhone X è un’esperienza utente da incubo.

Siamo sempre stati tutti commissari tecnici della Nazionale e giurati di qualità di Sanremo. Oggi che c’è la rete e possiamo diffondere incompetenza senza confini, impariamo la semplice lezione di togliere le mani dalla tastiera e la voce dai microfoni tutte le volte che cogliamo una verità evidente, solo che abbiamo esercitato poco rispetto a quanto vorremmo parlare.

Non è una questione di studi o di titoli, ci sono quattordicenni che davanti a uno schermo creano cose geniali. È questione di equilibrio. Quanto meno, a differenza di Potus o di certi giornali, si potrebbe magari usare una dubitativa.

Quando è troppo

Apple presenta la serie 11 di iPhone con enfasi sulle funzioni di fotografia computazionale e sui nuovi obiettivi.

Coro di mugugni perché oramai si è persa l’innovazione, sono gadget inutili, comunque non scatteranno mai bene come una vera macchina fotografica, l’obiettivo sporge e rovina l’estetica eccetera.

Segue satira (segno certo del successo) sulla disposizione dei tre obiettivi.

È appena uscito in Cina CC9 Pro di Xiaomi, con una modalità di scatto da centootto megapixel e quattro obiettivi, che effettivamente sono incolonnati, ma sporgono ugualmente.

Nell’annuncio di Engadget si parla solo ed esclusivamente di foto, pixel, megapixel, lenti e sì, una batteria gigantesca. Un po’ come capita all’iPhone 11 Pro Max.

Sembra esserci una possibilità che CC9 Pro esca dalla Cina. Vediamo che cosa scriveranno. Probabilmente che iPhone ha perso la corsa all’innovazione.

Si faceva così anche una volta, con i megahertz dei processori, venduti al chilo. Oggi sono i megapixel. Certo, con centootto megapixel puoi stampare su un foglio di quattro metri. Routine quotidiana.

Parole in libertà

(Questo post è intenzionalmente privo di link).

Fabrizio Venerandi, che adoro e considero amico anche senza avere titolo di sua frequentazione e nonostante lui potrebbe a buon diritto negarmelo, sostiene che un apparato sia un computer quando è possibile usarlo per programmare l’apparato stesso; un Mac sarebbe un computer perché è possibile programmarvi sopra una app per Mac, mentre un watch non lo sarebbe, perché non può essere usato per programmare il suddetto watch.

Beh, no; si chiama computer. Qualunque cosa sia, computa. Cioè calcola, elabora, maneggia, gestisce (detesto la parola usata in ambito informatico, ma qui ci deve stare). La programmazione è un’altra cosa. Se elabora informazioni, è un computer e pazienza se è infilato in un orecchio come un AirPod invece di stare su una scrivania.

Ho molte più argomentazioni di questa, però questa dovrebbe bastare. Ometto i link proprio perché c’è talmente tanto materiale in rete che dovremmo considerare l’argomento definitivamente chiarito. Il linguaggio è uno strumento formidabilmente flessibile ma la psosibilità di piegarlo a piacimento è vincolata al mantenimento ragionevole di un rapporto con il resto della comunità. Se non lo chiamano programming machine, ci sarà pure una ragione.

E questo discorso del linguaggio mi porta (per collegamento e non per associazione; quanto sotto ha niente a che vedere con quanto sopra) alla nuova traduzione italiana del Signore degli Anelli, che sta suscitando controversie. Da tolkieniano convinto per quanto superficiale, ho provato ad approfondire. Di link in link è emersa una storia brutta.

Il problema ha infatti smesso di essere la bontà della traduzione quanto invece la voglia di presidiare l’opera di Tolkien con la propria visione politica. A me pare una cosa abominevole, non in se stessa – il diritto di fare politica attraverso il proprio lavoro può sfociare nel cattivo gusto, ma in sé è sacrosanto – quanto perché si tratta di Tolkien; uno che ha scritto a chiare lettere e in termini inequivocabili di non considerare il Signore degli Anelli un’allegoria o un rimando al mondo reale. Leggere Tolkien con un pregiudizio politico è ignorare l’indicazione dell’autore; figuriamoci tradurlo.

Consci di questo, i perpetratori dell’operazione ideologica hanno manovrato per presentarsi sopra ogni sospetto, buttandola sulla fedeltà della traduzione, che sarebbe più accurata e filologicamente rispettosa di quella precedente.

Non ho titoli per verificare le affermazioni dei nuovi e dei vecchi traduttori, anche se si vede chiaramente come il dibattito sia degenerato nella solita rissa tra schieramenti contrapposti. Di Tolkien, si capisce, importa poco e si vuole più portare il comsemso verso la propria parte più che rendere correttamente i toponimi della Contea.

L’asino, tuttavia, casca. Il nuovo traduttore ha alle spalle un curriculum prestigioso, riconoscimenti, studi approfonditi, tutto. Per ogni nuova traduzione ha pronta una spiegazione che riporta alle nostre radici latine, ai diversi significati dei diversi termini nelle diverse lingue, alla coerenza con la guida per i traduttori scritta dallo stesso Tolkien e così via.

Il libro però contiene poesie, che a volte sono canzoni. Le poesie, o canzoni, hanno una metrica. Spesso sono cantate intorno a un fuoco, o rimembrate da un personaggio, o risuonano dentro un cunicolo, o sono incise in un anello eccetera eccetera. Le poesie del Signore degli Anelli ci trasmettono il sentire dei personaggi, le tradizioni e la cultura delle popolazioni della Terra di Mezzo, quella parte di sapere che sui libri si trova incompleta perché ha bisogno del nostro cuore e della nostra interpretazione di viventi: la cultura.

Il nuovo traduttore ha lavorato come nessun altro sulla filologia. E ha levato la metrica dalle poesie.

Domanda da ignorante: accetteresti una traduzione della Divina Commedia priva di metrica? E una di Bocca di rosa di De André? Puoi pensare di trasmettere il senso della canzone senza trasmetterne il ritmo?

L’asino casca perché, senza metrica, resta poco più che una esercitazione letteraria. Non è più malinconia degli Elfi o orgoglio nanico, o storia diventata leggenda. Potrebbe essere un qualunque Bret Easton Ellis, avvincente, coinvolgente, attuale, irrinunciabile. Ma i suoi personaggi parlano la sua voce. Vale per qualsiasi scrittore moderno. Quando i popoli cantano, ricordano, celebrano, lo fanno con una metrica.

Se si traduce poesia, prescindere dalla metrica è quantomeno strano. Douglas Hofstadter ha bene illustrato la problematica in Le ton beau du Marot.

Tolkien ha lavorato decenni a fare parlare i suoi personaggi con la loro voce, a partire dalla loro cultura. Il nuovo traduttore vuole imporre la sua cultura e per questo l’operazione, per quanto ammantata di sapienza, è subdola e meschina.

Il linguaggio è una piattaforma universale di interscambio. Chi vuole controllare il linguaggio, insegna Lewis Carroll, vuole il potere. Ci sono milioni di altri libri su cui esercitare questa avidità; farlo su Tolkien è un colpo basso e cattivo, assestato su materiale scritto con il preciso intento contrario.

Comsiglio a chiunque di imparare inglese sufficiente a leggere The Lord of the Rings al posto di dare soldi a questa gente piena di ideologia e vogliosa per brama di potere di negare qualunque cultura diversa dalla loro. Intendono incatenare i lettori del Signore degli Anelli con la neutralizzazione della storia dell’Anello del potere, attraverso la neutralizzazione delle culture della Terra di Mezzo.

Speriamo in tanti umili Frodo che preferiscano la versione originale, o un buon usato della vecchia traduzione. Vado a mettere sottovuoto la mia copia, ché rimanga leggibile a lungo.

Caduto in trascrizione

Se ascoltiamo la voce di Bloomberg, notoriamente diversa da quella di un adoratore di Apple a prescindere, impariamo che i nuovi iPhone sono davanti a tutti nella qualità del video, da tempo, e che la serie Pixel di Google risultava migliore di iPhone nelle foto.

Solo che i Pixel 4 di quest’anno hanno perso il vantaggio sulle foto e hanno pure la batteria peggiore. Sempre Bloomberg riferisce che la batteria è la prima priorità dell’acquirente medio, non il prezzo, per cui anche il fatto di costare qualcosa meno vale fino a un certo punto nel valutare l’acquisto di un Pixel.

L’unica cosa che si potrebbe veramente invidiare ai nuovi computer da tasca di Google è la loro funzione di trascrizione automatica dell’audio, gratuita e attiva anche in assenza di rete.

Non comprerei un Pixel 4 solo per quello (altrimenti la funzione sarebbe tutt’altro che gratuita) e devo dare ragione a Bloomberg quando scrive che si tratta di una novità molto interessante, solo che non sposterà in alcun modo le scelte di chi compra.

In pratica anche Google è finita dietro Apple nella competizione per il mercato delle tasche e delle borsette. Qualsiasi discussione sulla scelta tra iOS e Android finisce per ruotare attorno a un unico componente, il prezzo, perché sul resto non c’è più niente da dire o quasi e quel poco che ci sarebbe scompare un pezzo per volta, iterazione dopo iterazione di prodotto.

Anche la classica diatriba non sono computer, sono telefoni, perde di significato. Un oggetto che trascrive automaticamente l’audio di una conversazione, da solo e senza aiuti, potrà mai essere un telefono? Insomma, il mondo smartphone è ancora un po’ più scontato e presto ci sarà ben poco da dire di interessante sulle evoluzioni di hardware e software, come già accade per desktop e portatili.

Survivalismo, minimalismo

John D. Cook non si considera un vero e proprio survivalista computazionale, ma apprezza la prospettiva dell’approccio:

Cercare di fare tutto il possibile con strumenti elementari di riga di comando, nell’idea che ci si possa trovare qualche volta nella situazione di non potere usare nient’altro.

Non condivido l’idea; tra connessioni remote, reti Wi-Fi, macchine virtuali e apparecchi che stanno in una tasca, trovarsi limitati alla riga di comando mi pare improbabile. Mi piace l’approccio, invece, perché sono strumenti economici, veloci, appunto elementari: mattoni fondamentali da costruzione. Per lo stesso motivo apprezzo il linguaggio Lisp, che in linea di principio può essere sviluppato arbitrariamente a qualsiasi livello attraverso la combinazione di poche istruzioni base.

Come Cook, mi riconosco maggiormente nel minimalismo computazionale:

Si può essere più produttivi se si conosce bene un insieme di strumenti ristretto invece di tante applicazioni maneggiate a malapena.

Definizioni a parte, questi punti di vista portano a più conoscenza grazie all’uso di meno strumenti o strumenti più semplici, che è il motivo base per buttare Office nel cestino, tanto per cominciare.

Cook riferisce per esempio di un problema come contare nella shell Unix il numero di volte in cui un carattere appare in un file di testo.

grep carattere -o nome file | wc -l

In diverse applicazioni si troverà ugualmente una risposta; con BBEdit, a parte script vari, posso eseguire una ricerca multifile e ottenere lo stesso risultato, in forma assai meno elegante. E poi conoscere wc (quello della shell Unix!) apre un mondo, prima ancora di grep. Un’occhiata allo stesso problema su Stack Overflow è rivelatrice.

Dr. Drang aveva risolto un problema di generazione seriale di numeri di appartamenti (2A, 2B, 3A, 3B, 4A, 4C) con una combinazione complicata di jote seq; grazie ai suggerimenti di un lettore è arrivato a semplificare in

printf "Apt. %s\n" {2..5}{A..D}

L’istinto porta ad accendere un intero foglio di calcolo… per un problema dove basta una riga, essenziale come un diamante. Viva il minimalismo.

P.S.: l’informatica parla inglese anche perché tocca tradurre survivalist e l’italiano, uffa, non ci riesce in modo elegante.

A forza di cambiare

Apple ha segnato un nuovo record di sempre per il quarto trimestre fiscale dell’anno, in un momento di flessione di iPhone, il prodotto da cui dovrebbe essere dipendente e troppo legata secondo numerosi sedicenti analisti.

A farla crescere, e si parla di un gigante da duecento miliardi, sono i servizi e poi prodotti come Watch oppure AirPods.

John Gruber, nel provare in anteprima AirPods Pro con la cancellazione del rumore, la modalità Transparent che cancella selettivamente, nuovi comandi e nuova qualità, scrive che la differenza tra questi e i vecchi AirPods è come tra il giorno e la notte.

Tim Cook dichiara in un’intervista che domani il contributo più grande che sarà riconosciuto ad Apple sarà quello per la salute delle persone. Si parla dell’azienda che ha cambiato il computing, la musica, la telefonia, la stessa che è diventata la più capitalizzata di sempre ma è lontana dal sedersi sugli allori e giocare di rimessa.

Nel frattempo watch continua a salvare vite qua e là, ultimo caso quello di un californiano caduto da una scogliera; il suo computer da polso ha riconosciuto la caduta violenta e chiamato da solo il numero delle emergenze.

Piaccia o no, e han voglia i nostalgici a tirare fuori la mancanza di innovazione, la frontiera del cambiamento tecnologico oggi sta sul polso o nelle orecchie. Apple ha trasformato in computer l’orologio da polso e sta facendo lo stesso per gli auricolari.

Gli altri, nella sostanza, seguono. I più disperati copiano e basta; Xiaomi arriva oggi con un orologio intelligente che, ma guarda, somiglia moltissimo a un watch.

Ci si può lamentre dei prezzi, o dei bug degli ultimi sistemi operativi, anche a ragione. Nel complesso, però, è solo Apple che insiste nel voler cambiare seriamente e in meglio le cose. Qualcosa che non può più accadere nei mercati ultradecennali come quello dei portatili, dove al massimo si registrano miglioramenti incrementali.

Chiudere un occhio

Pensieri confusi sulla biometria e sulla sicurezza, dopo avere recuperato dal passato un articolo di Engadget sulla sedicente facilità di superare Touch ID: fotografa l’impronta, ritocca la foto, stampala su plastica traslucida, ricavane un circuito, usa carbonato di potassio per incidere l’impronta, spruzzala di grafite, coprila di colla, togli l’eccesso di colla, poi ruba l’apparecchio e viola TouchID prima che il proprietario se ne accorga e prenda le contromisure.

Il pezzo prendeva nettamente le distanze dai siti che parlavano di semplicità e facilità rispetto a procedure come questa e in sostanza si facevano beffe del riconoscimento dell’impronta senza avere la minima idea della sua sicurezza effettiva.

Avanti veloce per sei anni ed eccoci a Face ID e alla sua descrizione:

Il Face ID rileva lo sguardo, riconoscendo se gli occhi sono aperti e se lo sguardo è rivolto verso il dispositivo. Questo riduce le probabilità che qualcun altro riesca a sbloccare il tuo dispositivo a tua insaputa (ad esempio, mentre dormi).

A confronto con il Pixel 4 di Google:

Il tuo telefono può essere sbloccato da qualcun altro se viene puntato contro la tua faccia, persino se i tuoi occhi sono chiusi.

Il corsivo è mio, ma sembra esserlo anche la meraviglia di fronte all’essenziale indifferenza di chiunque davanti a una enormità del genere. Spendere milioni per predisporre un riconoscimento facciale che si arrende a qualcuno che approfitta di un pisolino del proprietario.

Sono basito, ma non per il Pixel 4. Per essere uno dei pochissimi a essere basito.