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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

L’insofferenza

Le sacche di analfabetismo informatico che abbiamo in Italia normalmente ricalcano Totò e Fantozzi, la farsa nella tragedia e viceversa.

Ora però è diverso. Si deve pensare a che cosa sarebbe questo periodo senza Internet. Senza le videoconferenze. Senza la rete che continua a consentire la comunicazione anche quando tutti stanno a casa. Senza i computer che lavorano senza sosta a supporto degli scienziati che cercano una cura.

Gli analfabeti sono quelli che ti hanno un po’ riso dietro o avversato in modo che non dovesse capitare anche a loro di usare la tecnologia; quelli dell’odore della carta; quelli della scuola democratica che smette di essere tale se avviene a distanza. Ora, che cavolo sarebbe la scuola democratica? Quella dove i genitori votano le pagelle? O eleggono i docenti?

Un insegnante non in grado di erogare una lezione efficace e coinvolgente online è una persona pagata per saperlo fare, che non lo sa fare. Un insegnante che ritirava i telefoni all’ingresso in classe per manifesta incapacità di sfruttarli, ora deve esserne capace, o ritirarsi. Se un ragazzo ha solo un cellulare, ha in mano un computer multimediale, su cui è possibile scrivere, leggere, filmare, programmare, accedere a cloud e banche dati. Sono una risorsa, non una mancanza.

Gli analfabeti non sono i nonni che magari si trovano in difficoltà e hanno bisogno di una mano a orientarsi; sono i creativi dei moduli di autocertificazione un tanto al chilo, gli incapaci di fare stare in piedi un sito seppure pagati per farlo, i burocrati che domani passata la buriana e dimenticato Burioni pretenderanno che si torni alle carte bollate e ai passaggi allo sportello per certificare l’ovvio e giustificarsi la poltrona.

In questo momento, dove tutta la tecnologia che dà più fastidio alle anime belle è quella più vitale, spesso anche in ospedale oltre che nello home office, l’analfabeta informatico non è più una figura un po’ ridicola e un po’ triste.

Fa proprio direttamente incazzare.

Sulla distanza

IPad ha appena compiuto dieci anni come epitome del computer modulare e in questi giorni lo uso sempre più spesso.

Così mi accorgo di dove lo stato dell’arte è ancora inferiore a Mac: oggi, per esempio, Editorial ha stentato alle prese con un file testo ostico, da due megabyte. C’era di mezzo anche la sincronizzazione con Dropbox, ma non ci sono scuse: su Mac un file di testo da due megabyte neanche inizia a essere un problema.

Più che una critica a Editorial che continuo ad apprezzare, è una constatazione rispetto alle condizioni del campo di gioco. Infatti Editorial è quello che se l’è cavata meglio rispetto a Kodex e Drafts. Test complessivamente piccolo e di nuovo lo stesso rimarco: un file due megabyte non può imbarazzare un buon editor. Sentivo BBEdit sghignazzare su Mac mini nell’altra stanza.

Me la sono cavata barando: mi sono collegato in ssh a Mac e, da Prompt, ho lanciato emacs su iPad.

Ambiente da levigare, rispetto a un uso su una tavoletta. Come scorciatoia occasionale, tuttavia, ha funzionato alla grandissima.

Più di un pesce

Poca enfasi quest’anno sui pesci d’aprile ed è facile capire perché. Nondimeno c’è chi ha voluto se non altro liberare la mente e si è cimentato nel progetto di fare funzionare una applicazione Swift su Mac OS 9 Classic.

Il resoconto è puntuale è incredibile. Salta fuori che AIX condivideva più dell’immaginabile con Mac OS 9 e che esiste un emulatore di Macintosh Programmer’s Workshop, oramai un grimorio da leggenda per chi impegnava un metro cubo di libreria con quei sei fascicoli di manualistica.

Non si riesce neanche a leggere con distacco perché viene voglia di menare le dita sulla tastiera. È che devo sistemare i problemi di DNS che impediscono la visione del blog su, ehm, Safari.

È anche che mica si tratta di un pesce, ma di una lezione di pesca d’altura.

Cortesie per gli hosting

La primissima fase della mia transizione web da MediaTemple a Linode, da un ambiente di hosting a una macchina virtuale Linux, ha avuto successo: il blog è tornato visibile.

Ha voluto dire scegliere una distro Linux, configurare il networking, impostare Dns, attivare un firewall, configurare un server web, cambiare i privilegi di accesso di sezioni della macchina eccetera. Tutto via riga di comando, talvolta con BBEdit in connessione remota, talvolta con nano.

Niente di clamoroso; qualunque amministratore di sistema lo fa a memoria, da mattina a sera, con una mano sola e senza guardare.

Tuttavia amministratore di sistema non sono e nel mio caso c’erano diverse cose da imparare, più la scommessa che le avrei imparate.

la documentazione di Linode mi ha aiutato tantissimo; quella di MediaTemple è stata eccellente e questa forse ancora meglio, a tratti quasi solare per chiarezza anche verso un non troppo esperto.

L’unica parte dove ho stentato un po’ è la sezione di configurazione Dns, dove si danno per scontate varie nozioni che sono certamente di base, ma vanno intuite invece che banalmente apprese.

Non finisce qui, anzi, è appena iniziata. Ho da configurare almeno un altro dominio e forse più di uno, più il server di posta, più vari dettagli non secondari come la configurazione dell’indirizzo del blog con https invece che l’anacronistico http, non cifrato.

Imparare facendo continua a essere un ottimo esercizio.

Voto il Cubo

È la finalissima della March Madness di 512 Pixels.

I risultati delle eliminatorie sono stati variamente sorprendenti, ma immagino per chiunque abbia delle opinioni minimamente formate sui computer Apple.

Il Cubo fu un disastro nelle vendite nonostante un design strepitoso. Un po’ come il primo Macintosh. Chi lo ha avuto spesso lo usa ancora e non ho sentito alcun proprietario lamentarsene.

Il penultimo MacBook Pro è un buon Mac portatile ma non passerà alla storia né sarà usato da qui a dieci anni.

Forza Cubo!

Uno Zoom dietro le quinte

Delle mille soluzioni di videoconferenza possibili emerge come preferenza assai diffusa Zoom, che non è esattamente il mio preferito (invece, Valarea per lavorare e Jitsi per chiacchierare), magari dopo un’occhiata all’elenco di server di iorestocasa.work, che può tornare utile).

Non linko Zoom perché è venuto fuori che la versione iOS trasmetteva dati a Facebook, anche se non si era iscritti a Facebook. Un aggiornamento passato poco dopo l’uscita della notizia ha eliminato il problema, solo che resta la licenza d’uso del programma, che praticamente consente a Zoom di fare un po’ quello che vuole in termini di rispetto della privacy.

Su Mac, Zoom installava senza dire niente un server che restava installato e in funzione anche quando l’applicazione veniva cancellata. Lo scorso luglio Apple ha applicato un aggiornamento di sistema silente a macOS con lo scopo preciso di eliminare il server nascosto di Zoom.

John Gruber riassume tutta la vicenda.

La tecnologia di Zoom, intendiamoci, è di prima classe. Da un punto di vista di resa e tenuta della videoconferenza, anche con grandi numeri, niente da dire. Quello che accade dietro le quinte, però, è poco simpatico.

A voi studio

Una banale verità di cui faremmo meglio ad accorgerci in questi giorni di videoconferenza obbligata. Al Roker, meteorologo statunitense, ha mostrato il proprio setup nel momento in cui causa coronavirus trasmette dal giardino di casa.

Due iPhone, un iPad, illuminazione Led, postazione microfonica.

Colpisce da una parte la sobrietà dell’apparato; riflettore Led a parte, sono requisiti che migliaia di famiglie normalissime potrebbero soddisfare senza preavviso.

Colpisce dall’altra la cura richiesta a chi voglia stabilire un contatto video realmente efficace. Dedicato a chi pensa di fare smart working perché gli si è accesa la videocamera in salotto.

Certo non è necessario che chiunque si attrezzi uno studio di produzione in casa. D’altro canto, qualcuno inizierà prima o poi a fare attenzione al modo di presentarsi delle persone in video, e filtrare via quello molto prima che stare a guardare la cravatta che è roba del tempo prima delle videoconferenze obbligatorie per la sopravvivenza.

Habemus cursor

Dichiaro ufficialmente che in questa casa entra una Magic Keyboard per iPad solo se qualcuno me la regala.

D’altra parte ammetto di ricevere feedback positivi dagli amici (Stefano per primo) e di leggere praticamente solo commenti favorevoli, a partire da quello più autorevole, di Federico Viticci:

Vanno lette le nuove Human Interface Guidelines di Apple in merito per vedere che il lavoro è stato fatto bene anche a livello di documentazione.

Insomma, sono tutti contenti. Speriamo sia una evoluzione che lascia intatta la possibilità di lavorare (molto) bene, come ora, con iPad in mano e senza altri sistemi di input che il tocco.

Vite e dati

Man mano che procediamo verso il picco, si rende sempre più evidente l’inadeguatezza della raccolta dati. Qualcosa che nessuno dei nostri ineffabili governanti ha considerato, un tema alieno, remoto. Come può gente ferma al Ventesimo secolo avere consapevolezza della potenza dei dati, specialmente quando potrebbero salvare vite e lavori in più?

Invece ogni regione conta in modo diverso, probabilmente ogni provincia, forse ogni comune. È impossibile fare confronti sensati e disegnare una rappresentazione omogenea della situazione. Se l’azione sanitaria muta strategia in corso d’opera è chiaro che cambia i risultati, ma una buona rilevazione dovrebbe prevdedere i giusti correttivi. Invece appare evidente che di competenza in questo campo scarseggiamo, mentre negli uffici sanitizzati albergano piuttosto specialisti capaci di limare all’infinito il modulo di autocertificazione.

In un paese sano (a parte il virus) avremmo un giornalismo che svolge il proprio compito deontologico di sorvegliante dei poteri e distributore di informazione corretta. Che porta alla libertà. Che puòsalvare vite, in una situazione come questa.

Spesso si fanno confronti tra il nostro sistema sanitario e quello degli Stati Uniti, dove il virus ha avuto una performance iniziale ben superiore persino alla nostra. ma lì, a compensazione delle deficienze del sistema, abbiamo un New York Times che rende pubblico il proprio dataset dei casi di coronavirus, a beneficio di tutti.

Dal primo caso registrato negli USA, un team di giornalisti e tecnici li ha classificati tutti. Sono credo ottantacinquemila.

Non aggiungo altro e torno a decifrare gli Unattended Upgrades di Debian, ché devo allestire la prossima casa di questo blog. Prima del picco, magari.

Sic transit MediaTemple

Ignoro quando verranno lette queste note, che accompagnano il trasferimento della mia famigliola web da MediaTemple a Linode.

La mossa somiglia a uscire da una palazzina condominiale per entrare in una villetta unifamiliare, di quelle che tanti si costruiscono almeno in parte da soli. MediaTemple è un disco virtuale fatto per lo hosting, dove basta nulla per avere un sito funzionante; Linode mette a disposizione una macchina virtuale, un computer completo che può anche, ovviamente, fare hosting. Potrebbe però fare qualunque altra cosa e per questo ha bisogno di essere configurato da zero o quasi.

Quest’ultimo è un problema e un vantaggio allo stesso tempo; aumenta il mio controllo e, per contrappasso, le cose che devo saper fare per esercitarlo.

Un altro vantaggio è di natura economica: dispongo di risorse superiori e più versatili a un quarto del costo. Avevo scelto una soluzione a prezzo di mercato ai tempi ed è così anche oggi, nessun genio, nessuna astuzia; semplicemente, l’offerta si è evoluta nel tempo in direzione di più prestazioni, più convenienti. MediaTemple era un provider piuttosto innovativo ai tempi, mentre oggi è una costola di GoDaddy, una sorta di Aruba a stelle e strisce. Linode è una bella realtà basata fortemente sul software libero e sul cloud, che nel tempo si è resa accessibile anche a persone disposte a sporcarsi un po’ le mani senza essere per forza amministratori di sistema.

Chiudere il contratto con MediaTemple è stato semplicissimo e veloce; il servizio si spegnerà da sé nel giorno in cui avrebbe altrimenti addebitato il canone annuale. Accendere un account con Linode è stato simmetricamente indolore, a parte alcune ore di attesa (dichiarate in anticipo) per avere la conferma dell’attivazione.

La prima mossa è stata andare su Network Solutions, il mio gestore dei dominî, e cambiare i nameserver, l’anello di congiunzione tra indirizzo IP (l’identificativo numerico di un sito) e nome di dominio (il suo nome umano). Tra qualche ora o qualche giorno i browser che cercano macintelligence.org riceveranno istruzioni per trovarlo su Linode anziché MediaTemple. (Anche Network Solutions è una scelta obsoleta che andrà cambiata, ma meno urgente). Per inciso è la causa di eventuali disservizi nei prossimi giorni.

La parte interessante dell’esercizio è che, su Linode, i browser troveranno niente di niente. Al momento, infatti, sulla mia macchina virtuale funziona solo un Linux Debian fornito da Linode (è scelto tra numerose alternative, tutte distro diverse di Linux). Devo configurare quanto mi serve e comincio adesso. Racconterò come è andata.

Su la testa

Da Safari 13.1 su macOS e iOS/iPadOS 13.4, il browser di serie applica il blocco totale dei cookie di terze parti, annuncia il blog di WebKit. In altre parole, l’unico sito autorizzato a raccogliere informazioni sulla nostra navigazione è quello in cui ci troviamo.

Per quanto ne sappiamo, solo Tor è preimpostato nello stesso modo da prima che lo facesse Safari e Brave prevede alcune eccezioni nel suo meccanismo di bloccaggio.

Detto che Tor è una nicchia della nicchia, Safari è a oggi il browser più avanti nel proteggere la privacy dei navigatori.

Domani, tuttavia, Ciccio scoprirà che un servizio inutile a caso funzionerà male a causa del blocco dei cookie di terze parti. Invece che ringraziare, se la prenderà con Safari.

Nel 2019, Apple ha informato gli sviluppatori che macOS Catalina sarà l’ultima versione a supportare pienamente le estensioni di sistema che installano estensioni del kernel.

Nel superare queste estensioni, gli sviluppatori aiutano la modernizzazione di Mac, migliorano la sua sicurezza e affidabilità e consentono metodi più amichevoli di distribuzione del software. Non è stata ancora stabilita una data finale per la transizione.

È un buon momento per contattare uno sviluppatore per sapere se ha in programma o disponibile una versione aggiornata del proprio software. Lo sviluppatore può anche spiegare come eliminare o disabilitare l’estensione e le relative conseguenze.

Domani Giuseppa, a scelta, userà un programma inutile scritto da sviluppatori che ignorano scientemente o meno l’avvertimento. Non funzionerà. E lei se la prenderà con Apple.

Il fatto che un sito o un programma siano utili o inutili dipende solo relativamente dal loro scopo. Se non seguono l’evoluzione dei sistemi in cui si muovono, diventano inutili a prescindere. O pietre al collo, volendo.

Dobbiamo essere capaci di guardare al nostro ecosistema a testa alta, con gli occhi verso l’orizzonte, per sapere che strada si accinge a prendere e provvedere per tempo. Stare a testa bassa, concentrati solo sull’oggi, porta a cattive sorprese appena certe tendenze diventano improvvisamente l’attualità e questi giorni lo dimostrano fin troppo ampiamente.

Nei prossimi giorni il blog potrebbe interrompersi per ventiquattro-settantadue ore per via di un cambio di provider.

Secondo stadio

È scomparso da poco Alberto Arbasino. Della sua sterminata produzione voglio ricordare un suo aforisma:

La carriera dello scrittore italiano ha tre tempi: brillante promessa, solito stronzo, venerato maestro.

Prendiamo ora Skype. La citazione, stavolta, arriva da Dave Winer:

Quelli che fanno Skype dovrebbero guardare la televisione via cavo. Che cosa c’è che non funziona? Perché così tanti esperti intervistati in remoto appaiono e si sentono così da schifo? Andiamo, si può fare meglio!

Alla sua comparsa, Skype aveva fatto rumore con un approccio innovativo che decentralizzava la rete e lo rendeva formidabile, in prestazioni e possibilità.

Poi i soliti noti hanno allungato le mani e Skype ha perso il suo gioello, l’architettura. È stato scientemente reso intercettabile e la qualità, beh, si legga Winer che non può essere tacciato di fanatismi in questo senso.

Il primo stadio à la Arbasino è passato. Ho l’impressione che si resterà indefinitamente al secondo.