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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Riprenderemo le trasmissioni il più tardi possibile

Se nella televisione di una volta, al posto dell’intervallo con le foto dei paesaggi, avessero piazzato un bel salvaschermo, nessuno avrebbe mai avuto fretta di vedere riprendere la programmazione.

Nessuno può seriamente pensare di battere XScreenSaver quanto a varietà, ma il campo dei salvaschermo è tuttora ampio e variegato. L’appassionato è invitato a considerare questa raccolta presente su GitHub, contenente diverse perle anche se non proprio tutto è totalmente originale come idea.

Gli orologi e in particolare quello frattale, le evoluzioni del logo Apple, gli emoji, le ricerche più gettonate nel mondo… c’è diversa roba con cui divertirsi. Non è mai spazio sprecato e, come direbbe un monaco Zen, la migliore app da usare è quella che aspettiamo di lanciare una volta finito di ammirare il salvaschermo.

Impressioni di ottobre

È passato molto tempo prima che iPad Pro si aggiornasse a iOS 13. Lascio che sia la macchina a occuparsene, visto che sa farlo, solo che vuole farlo di notte e spessissimo il mio iPad non è in carica, condizione vincolante per l’aggiornamento. Ci siamo infine arrivati e da pochissimo tempo sono su iOS 13.

Due prime impressioni generali: finalmente tutto quello spazio sullo schermo da 12”9 viene impiegato come si deve; iPadOS 13 è veramente un nuovo inizio, con tutto quello che ne consegue.

La nuova schermata Home tiene un numero siderale di icone in vista, tanto che sto riorganizzando la disposizione delle app. È una notizia, perchè non lo facevo circa dalla notte dei tempi. La batteria sembra leggermente più durevole, il sistema un pochino più veloce; deve esserci qualche miglioramento alla gestione tipografica, perché i caratteri sembrano più nitidi e le tastiere software più reattive. Potrebbe essere suggestione, eh.

iPadOS è una mossa saggia e lungimirante, che darà i suoi frutti nel tempo. Ora il sistema è promettente, che non vuol dire compiuto, e qua e là inciampa nel tentativo di offrire un servizio migliore. Mi è capitato di risvegliare la macchina e vedere lo schermo distorto per qualche secondo. In una occasione la parte destra del Dock, dove alloggiano le ultime app aperte, non rispondeva. Tutto si è risolto da solo, ma lascia un senso di incompiutezza.

I lavori in corso si notano anche su Safari e su Mail. Ho torchiato la nuova navigazione desktop-style sui siti che davano più fastidio, per esempio WordPress e Mailchimp: i miglioramenti sono molti più dei nuovi problemi. Ancora, però, non è esattamente come navigare su un Mac. Mail è migliorato in molti punti e però ora non legge più gli allegati MIME di testo: ricevo una mailing list in formato digest Mime e ho dovuto adottare la modalità testo, in quanto per il programma sono allegati e tutt’al più vanno inoltrati a qualche altra app. Il blocco dei pop-up, con la richiesta di abilitarli sito per sito quando si presenta la necessità, mi piace; protegge il comfort della navigazione con invasività minima.

Con la app Files la questione di non avere accesso al filesystem è definitivamente chiusa; Dropbox, iCloud Drive, pCloud e via dicendo si amministrano in scioltezza e davvero non importa più dove stia un documento; lo si lavora e basta.

Il dark mode è apprezzabile. Non sono un estimatore e non lo userei sempre; lasciare che si imposti durante la notte è gradevole e rende ancora più comfortevole fare qualcosa a letto prima di dormire.

Non ho avuto alcun problema di compatibilità.

Complessivamente il voto è alto, non da perfezione. iPadOS è avviato molto bene verso un destino significativo, che gli faccia valorizzare la macchina per tutto quanto può dare. Il percorso è appena iniziato e qua e là ci sono dettagli da sistemare, nulla però che faccia venire voglia di tornare indietro.

Non ho perso niente ad aspettare, molti giorni, che iPad si aggiornasse da solo a iOS 13. Ad aggiornare, comunque, ci si guadagna e lo consiglio.

Se me lo dicevi prima

Abbiamo una risposta ufficiale agli interrogativi sull’invio di dati della navigazione sicura da Safari al conglomerato cinese Tencent: accade solo se l’apparecchio è impostato sulla regione cinese ed è la modalità standard di funzionamento del controllo contro i siti fraudolenti.

Apple ha scritto a iMore e soprattutto su Reddit è apparso il codice che dirime la questione.

Tencent viene usato in Cina appunto, come si scriveva, perché Google non è ammesso. Il sistema vede l’indirizzo IP dell’apparecchio che invia la richiesta di confronto ma sarebbe difficile avere altrimenti una comunicazione. Il meccanismo è simile a quello di Google: Tencent invia all’apparecchio una lista di Url che corrispondono alla ricerca iniziale, però previa una codifica. Ovvero, Tencent (o Google) non sa di che sito si tratti. La lista viene inviata all’apparecchio, dove avviene il confronto vero e proprio.

In pratica, specie per la Cina, è un non problema. Per come è pervasiva la sorveglianza in mille altri modi, questo sistema rivela praticamente zero della navigazione compiuta e utilizzarlo a scopo di controllo sarebbe tempo sprecato.

Siamo ancora amici, insomma. Però, Apple, se me lo dicevi prima

Cancellando qualcosa resterà

Sembra inevitabile continuare a parlare di privacy dopo le notizie non piacevoli dei pasticci di Apple con la Cina tra bandierine di Taiwan e dati sulla navigazione sicura, però stavolta è solo questione tecnica, con lieto fine.

È successo che dopo l’aggiornamento a Safari 13, vari siti non si aprivano più. Tra cui YouTube, Twitter, Unsplash. Mentre tutto il resto funzionava normalmente.

Alla fine ho capito che si trattava di cancellare i dati memorizzati da Safari relativamente ai siti in questione, nelle Preferenze, alla voce Privacy, con un clic nel pulsante per gestire appunto i dati sui siti.

Cancellando i dati, ho riavuto i siti a disposizione, chiaramente dovendo reinserire una password dove è richiesto un accesso autenticato, no problema.

Può darsi che serva a qualcun altro. All’inizio pensavo che si trattasse di problemi dati dalle impostazioni piuttosto restrittive che Safari inizia ad applicare alla pubblicità e al tracciamento della navigazione, che invece possono restare come sono.

Sicuri a casa propria

Dicevo di non comprendere la scelta di Apple quando nasconde la bandiera di Taiwan a chi maneggia un iPhone a Hong Kong o Macao, senza averla realmente cancellata.

Bene (meglio) se ti schieri apertamente dalla parte della libertà, anche per trattarci non da prodotti ma da clienti con dignità e rispetto come detto di passaggio da Monaco. Male (peggio) se colludi con i cinesi. A patto che sia chiaro, appunto perché non siamo prodotti. Capito che è difficile non calare i pantaloni, si inghiotte il rospo, ma si lascian vedere le mutande.

Un altro capitolo della faccenda è la prossima telenovela dei dati di navigazione sicura inviati a Tencent (cinese, probabilmente compromessa con il governo) da Safari.

Ci possono essere ragioni serie per farlo. Per esempio, la blacklist dei siti fraudolenti di solito viene affidata a Google, solo che i servizi Google vengono bloccati in Cina e di conseguenza qualcuno là deve tenere la blacklist.

Ancora una volta, dà fastidio ma può essere capito – non giustificato, capito – che la dittatura cinese voglia disporre dei dati di navigazione sicura dei cinesi e chieda ad Apple di agire in tal senso.

Il problema è che l’avviso leggibile nell’interfaccia di iOS, sull’invio a Google e a Tencent di alcuni dati di navigazione sicura, appare anche sugli apparecchi in uso in Occidente.

Se Apple mandasse dati di navigazione sicura di cinesi al governo cinese (a Tencent; ma si sa come girano queste cose), sarebbe brutto. Se mandasse dati nostri, che cinesi non siamo, al governo cinese, sarebbe molto brutto. Per capirci, siccome viviamo in un Paese libero, sarebbe molto brutto anche se li mandasse al governo italiano.

Il problema è che Apple non ha ancora chiarito la faccenda.

Interessa relativamente poco che sia una cosa brutta o molto brutta. Interessa moltissimo invece che sia chiara. Se i miei dati possono finire in Cina, posso anche disattivare la navigazione sicura così rischiando di incappare su un sito fraudolento senza accorgermene e senza essere avvisato. Però in genere so quello che faccio, non vado a cercare software gratis quando è a pagamento, men che meno porno, posso accettare il rischio.

Voglio semplicemente sapere in termini chiari che cosa succede. Come ha detto definitivamente Steve Jobs:

Privacy significa che la gente sa per che cosa firma, in linguaggio chiaro, ripetutamente. Sono un ottimista; credo nell’intelligenza delle persone e che alcune persone vogliano condividere più dati di altre. Chederglielo. Chiederglielo ogni volta.

Fai in modo che ti dicano di smettere se sono stanchi di sentirselo chiedere. Lasciali sapere precisamente che cosa farai con i loro dati.

Da Apple mi aspetto esattamente questa policy. Vogliono passare i miei dati a Demogorgon? Può anche andare bene. Basta saperlo.

Una volta l’anno

Ho riavviato iPad Pro. Non si collegava a un videoproiettore. L’ho spento e riacceso e si è collegato.

A parte gli aggiornamenti automatici di iOS, è la prima volta che mi tocca fare ripartire iPad Pro e lo uso da quasi un anno. Ho dovuto fermarmi un attimo a pensare a come spegnerlo, tanta era la desuetudine.

Sono situazioni come queste che fanno sentire contenti del prezzo del biglietto. È veramente una macchina straordinaria.

La crociera costa

Sono vagamente perplesso.

A mia conoscenza, è da aprile 2018 che macOS avverte ogni volta che si apre una app a 32 bit: non è ottimizzata. Non funzionerà con le prossime versioni di macOS.

Al lancio di LibreOffice a 32 bit su Mojave

A giugno 2018, durante WWDC, è stata mostrata una slide che ha fatto il giro del mondo (Mac) e recita, certamente in inglese ma insomma,

Mojave è l’ultima versione di macOS a supportare le app a 32 bit.

La transizione a 64 bit è iniziata, vero, da poco tempo: 2006.

Sono otto anni che il sistema operativo funziona solo su processori a 64 bit.

Da febbraio 2015 gli sviluppatori su iOS sono tenuti a presentare app a 64 bit e iOS 11 ha eliminato la compatibilità con i 32 bit. Siamo a iOS 13.

Dal conteggio delle visioni di YouTube alle sessioni di Chess.com, il mondo è al lavoro per superare i 32 bit, perché non sono più adeguati, semplice.

Poi arriva uno che evidentemente è stato in crociera ai Caraibi, suppongo per due o tre anni, beato lui, a sorprendersi perché ohibò, Catalina non supporta i 32 bit.

No, perché lui con la app a trentadue bit ci lavora.

E come si fa normalmente con gli strumenti di lavoro, si è ben guardato dal tenersi informato – diverso e più semplice del tenersi aggiornato – sulla loro evoluzione e sulla loro conformità ai suoi bisogni. O sono io che vivo in un mondo diverso?

Vivere con la mente in crociera è divertente, ma costa e prima o poi c’è da pagare. Che poi, se proprio, è il prezzo di una copia di Parallels. Spendi di più se porti la famiglia al multisala.

Ho fatto tredici

Ho aggiornato BBEdit.

Ci sono decine e decine di aggiunte e modifiche ma mi bastano Pattern Playgrounds, Grep Cheat Sheet e il comando Command. E avanzano. Più supporto per l’uso delle espressioni regolari, miglior uso del programma con le mani che restano sulla tastiera; il resto, che è tanto, è già contorno. E parlo per esempio della Live Search: nel documento si evidenzia la striga cercata man mano che si digita.

Per qualcuno 34,53 euro sembreranno troppi. Per tutto quello che faccio con BBEdit, il supporto, gli aggiornamenti costanti, a me paiono una benedizione. Come rapporto prezzo/prestazioni, si batte a mani basse persino il gratta e vinci.

Rubabandiera

Ognuno ha la propria sensibilità rispetto a dove tracciare una linea. Riconosco che la mia sensibilità è bizzarra ma me la tengo e voglio dire che nascondere la bandiera di Taiwan sugli apparecchi iOS in funzione dentro Hong Kong o Macao è un atto che veramente non mi piace.

Perché è veramente infantile, forse un tentativo di dare un contentino ai cinesi per tenerli buoni. Infatti se digiti Taiwan l’emoji viene fuori, è lì solo che non viene mostrato.

Non mi piace l’idea di genuflettersi ai cinesi per salvaguardare il business. La capisco – non la giustifico, la capisco – dal punto di vista, appunto, contabile. Se però cali i pantaloni, li cali e basta. Non c’è una via di mezzo.

Posso anche capire – non giustificare, capire – situazioni come quella di Quartz, pubblicazione sospesa da App Store su richiesta del governo cinese. È una nazione estera, si voglia o non si voglia ha la sovranità di fatto sul territorio, sono dittatori ma le leggi nel loro Paese le fanno loro e inevitabilmente ci si deve quanto meno confrontare. Disobbedire è coraggioso in teoria, difficile in pratica; si potrebbe anche obiettare che, per la causa della libertà di pensiero, fa molto più un Apple Store operante concretamente a Shanghai che mille boicottaggi; è più facile desiderare maggiore libertà di dialogo e di espressione con un comunicatore in tasca, che senza.

Ok. Cali i pantaloni. Non piace, ma – cinicamente – business is business.

Poi però succedono cose come HKmap.live. Apple aveva ritirato la app del servizio dallo Store su richiesta cinese, dato che i cittadini di Hong Kong la usano per eludere le forze dell’ordine quando le cose si mettono male in piazza.

Ora la app è tornata è i cinesi si sono infastiditi.

[Aggiornamento del 14 ottobre 2019: è sparita di nuovo].

L’approvazione della app da parte di Apple aiuta ovviamente i manifestanti. […] Significa che Apple intende essere loro complice? […] La app è solo la punta dell’iceberg. Nell’Apple Music Store di Hong Kong, c’era anche una canzone che auspicava la “Hong Kong independence”. Era stata ritirata dallo store ed è tornata.

A poco serve obiettare che, nella realtà, HKmap.live aiuta i cittadini a rispettare le leggi di Hong Kong. La polizia è obbligata a issare una bandiera blu nei luoghi di disordini, per dare modo ai cittadini ignari di allontanarsi per non rischiare di essere coinvolta. Nel segnalare la situazione sulla cartina aggiornata minuto per minuto, la app non fa che estendere online il servizio, chiamiamolo così, offerto dai poliziotti. Tutti contenti in punta di diritto, ma è chiaro che l’interpretazione cinese vorrà essere diversa.

Tutti stanno calando i pantaloni. Le uniche forme di testimonianza pro-libertà di pensiero di cui sono a conoscenza sono quella dell’NBA la quale ha difeso un po’ a mezza bocca il diritto di parola di chi lavora nel proprio ambito. A mezza bocca, non proprio convinti, ma più o meno. E poi basta, a meno che contiamo la canzone che torna su iTunes anche se inneggia all’indipendenza di Hong Kong.

Tim Cook non esita a schierarsi per i diritti quando lo ritiene opportuno. Può farlo anche adesso e sarebbe una bellissima occasione di fare la cosa giusta, anche se non fa bene al business. Oppure può fare business e ingoiare il rospo, condannabile ma almeno coerente: se non altro, dire caliamo i pantaloni davanti a una dittatura rende più chiaro che dall’altra parte c’è una dittatura.

Basta che sia coerente. Il vedo-non vedo della bandierina negli emoji non si può sopportare.

Umani e quattordicenni

Si è già scritto delle scelte di Apple di affidare la cura di musica e notizie a esseri umani: quelli lenti che sbagliano, ma hanno la fantasia, l’improvvisazione, il colpo di genio, la capacità di prendere una direzione completamente non ovvia. L’algoritmo, il mestiere di Google, di Facebook, di Amazon, di Microsoft, di tutti, è perfetto, veloce, infinitamente personalizzabile: capisce quello che vuoi e continua a dartelo in mille salse. La prigione dell’anima.

Scopro che su Arcade, il servizio di giochi in abbonamento mensile, troverà posto Operator 41, creato da un quattordicenne. Di San Francisco? No, di Londra.

Un gioco che non arriva da studi indipendenti agguerriti e dedicati, ma da un ragazzino. Che non risponde a una selezione operata da un’intelligenza artificiale, ma da un gruppo di umani.

Sono un’entusiasta dell’intelligenza artificiale, al punto che propugno gli scenari più radicali e disdegno l’idea che il machine learning possa essere un punto di arrivo; semmai un punto di partenza. Nessun algoritmo seleziona o ti propone il gioco di uno studentello, che ha alle spalle al massimo i compagni di classe beta tester e nessun investimento in marketing, SEO, pubblicità.

Per questo preferisco radio, notizie, giochi, film, app selezionati da umani o almeno con il loro concorso attivo, riconosciuto e valutato verso l’alto. Una cosa che fa solo Apple.

Smanettare nel XXI secolo

Se c’è una ragione per cui MacStories è speciale, sta nella sua impossibilità caratteriale di copiare e incollare (infiorettamenti esclusi) le notizie uscite da un’altra parte.

Le notizie ci sono e poi però si trovano gemme come i centoventi Url che dentro iOS consentono di richiamare immediatamente una certa parte delle Impostazioni, senza aprire le Impostazioni dall’icona canonica.

È un elenco che consente di creare semplicissimi Comandi rapidi da piazzare nella schermata preferita per accedere istantaneamente a una certa configurazione.

Esattamente: quello che tanti chiedono lamentandosi che Apple non fa più innovazione e nemmeno ha messo un modo immediato per accedere a quell’impostazione per me tanto importante.

Federico Viticci ha messo insieme l’elenco a mano, immaginando come potrebbe essere stata la sintassi di ciascun Url (sintassi poco coerente nell’insieme) e arrivando a stabilire l’Url giusto per tentativi.

Già, una volta si smanettava, si entrava nel sistema, si scoprivano le cose che Apple non voleva si scoprissero, c’era il gusto della scoperta, invece adesso è tutto chiuso e noioso.

Poi uno si sveglia e scopre che il mondo ha continuato a girare. Chi ama smanettare ha pane per i propri denti anche nel XXI secolo. Più che altro, oggi, sono in pochi ad avere fame. La colpa è difficilmente del sistema operativo.