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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Dall’algoritmo al ritmo

Tra mille anni la storia della tecnologia, parlando di questi ultimi cinquant’anni, si ricorderà probabilmente solo di Donald Knuth, l’uomo a cui andrebbe dedicato il pensiero computazionale, l’autore della Art of Computer Programming che mostra come sì, sia un’arte, con perfetto metodo scientifico e inesauribile senso dell’umorismo.

A gennaio Knuth compirà ottant’anni e li festeggerà con l’esecuzione di una sua opera multimediale per organo a canne, composta dietro ispirazione dell’Apocalisse di San Giovanni e delle simbologie numeriche in essa contenute.

A ottant’anni vorrei essere un decimo di quello che è lui e dovrei migliorare di dieci volte per arrivarci. E lui intende dedicare i prossimi otto anni al completamento di uno dei volumi della Art.

Il segreto di iPhone X

Chi è preoccupato del supposto proliferare di modelli di iPhone, in contrasto con la celebre matrice 2x2 che Steve Jobs disegnò al momento di rilanciare Apple, dovrebbe dare un’occhiata a questa chiarissima rappresentazione di come stanno le cose da un punto di vista opposto: quello dello sviluppatore che deve supportare le risoluzioni di più schermi diversi.

Viene fuori che i modelli veri e propri, in effetti, sono non più di sei. Due dei quali sono di fatto fuori mercato. Ho un iPhone 4S e trovare una app moderna che ci giri sopra, a parte quelle ovvie delle Google e delle Facebook, è una impresa.

Bonus: si capisce molto bene quale sia la vera ragione, eventualmente, per scegliere un iPhone X. Ha uno schermo incredibilmente ricco di pixel. Fisicamente, però è ultracompatto, poco più grande di un iPhone SE.

Uso un iPhone 5 e, se dovessi cambiare domani, molto probabilmente prenderei un iPhone SE, perché trovo ideale questa dimensione dell’apparecchio. Sarei disposto però a dare una possibilità a iPhone X, che offre molto di più in cambio di un ingombro solo marginalmente superiore.

L’invenzione del breakthrough

In inglese breakthrough è un progresso improvviso e clamoroso, una rottura degli schemi, andare oltre l’ordinario con qualcosa di imprevedibile e sorprendente.

La prova privacy

Mi tocca stare su Facebook per lavoro e quando ci sono annunci Apple dover stare su Facebook equivale a stare immerso nella fossa biologica intanto che arriva l’autobotte per lo spurgo.

Comunque. Sappiamo da fonti certe (per esempio Craig Federighi intervistato su TechCrunch) che i dati acquisiti da Face ID restano sull’apparecchio che li acquisisce. Apple non li riceve, non li vede, non sa quali sono, non li usa, non li tratta, non può leggerli.

È anche noto che sei organizzazioni pubblicitarie hanno scritto una lettera aperta contro le impostazioni di privacy su Safari per iOS 11: il browser pone limiti severi al retargeting dei navigatori. Ovvero, se hai visitato il sito X, i padroni di X sono ostacolati nella loro attività di bombardarti di annunci pubblicitari su tutti gli altri siti che visiti.

Adesso i geni so-tutto che invece di spendere milleduecento euro in un telefono fatevi un viaggio possono estrarre il loro Huawei delle meraviglie, che naturalmente fa tutto quanto fa un iPhone a una frazione del prezzo, e mostrarmi che fa anche queste cose.

Pubblicare meraviglie

John Gruber ha scritto su Daring Fireball alcune osservazioni particolarmente centrate sull’evento di presentazione di iPhone 8.

Trova lo Steve Jobs Theater straordinario, seppure con difetti da sistemare, e giustamente lo colloca tra i temi centrali dell’evento, come si diceva.

È stata la prima volta che Apple ha parlato di Jobs durante un evento pubblico dal 2011. Lo ha fatto lasciando parlare Jobs: una frase pronunciata in una riunione interna, non in un keynote.

Uno dei modi in cui ritengo che le persone esprimano il loro apprezzamento verso il resto dell’umanità è fare qualcosa di meraviglioso e pubblicarlo.

Scrive ancora Gruber:

Tra cinque, dieci anni watch serie 3, iPhone 8 e persino iPhone X saranno semplicemente vecchi prodotti dentro un cassetto. Ma il debutto di Apple Park, l’inaugurazione dello Steve Jobs Theater e il primo tributo pubblico dell’azienda al proprio fondatore… sono ciò che ricorderò maggiormente.

Raramente, molto raramente ci si ricorderà di un keynote cinque anni o dieci anni dopo. Apple Park è più significativo di quello che si legge. Quanto a me, dopo avere allacciato le scarpe a Gruber ove me lo concedesse, mi trovo nella testa queste parole che rimbalzano incessanti:

fare qualcosa di meraviglioso e pubblicarlo.

È talmente cogente alla mia attività che temo mi rimarrà impresso per molto tempo. A leggere in rete quello che viene pubblicato quotidianamente, mi pare di vedere problemi con la prima metà della nozione e ambiziosa disinvoltura invece con la seconda.

Non so gli altri. Io mi voglio impegnare su tutti e due i fronti.

Tutto e niente

Fa tutto quello che mi serve è il criterio di valutazione supremo a livello personale. Nessun criterio gli è superiore.

Fa tutto quello che mi serve è il criterio di valutazione più futile a livello generale. Qualunque altro criterio è più significativo.

È ora di farlo notare.

Né wireless né dieci

Due cose che proprio disapprovo dell’evento di presentazione della nuova tv.

Concordo totalmente con John Gruber: quella X deve essere una X, non un dieci. Per tutte le ragioni che lui elenca benissimo. Se le petizioni su Internet servissero a qualcosa, ne lancerei una. Mi limiterò a dire X in qualsiasi occasione pubblica, Apple Store compresi, ed esorto ognuno a fare lo stesso.

E poi Airpower. Non c’è alcuna Air. Nella catena degli elementi coinvolti manca persino un millimetro di spazio vuoto. L’Air è zero.

Apple parla di wireless e chiunque, compresi quelli usi a criticarla gratis in preda a demenza non senile, gli va dietro.

Wireless vuol dire senza cavo. Il termine contiene una sua elasticità; il mio Mac è in rete da qualunque posizione in casa senza cavo, ma la base AirPort è collegata fisicamente a un router. Magari si trova dentro un muro, però c’è: in qualunque sistema wireless da qualche parte può esserci un cavo.

Qui però il cavo arriva dalla presa elettrica all’apparecchio. Se l’apparecchio è lontano un centimetro dal caricatore, non carica. Che wireless è?

È un caricamento a contatto, per adiacenza, ad appoggio, quello che si vuole. Non è wireless.

Poi sarà comodissimo e pratico quando arriverà, risolverà una serie di problemi, sarà persino innovativo se davvero primo a caricare più apparecchi nello stesso momento. Mi piacerebbe molto averlo sulla scrivania. Ma non caricherà l’iPhone appoggiato sul tavolo di cucina.

Il convitato di vetro

iPhone X ha uno schermo Oled, il primo all’altezza di iPhone (ha detto Phil Schiller).

Ha un nuovo processore, progettato in casa da Apple.

Ha un nuovo processore grafico, progettato in casa da Apple.

Ha abbandonato il pulsante hardware Home, presente su un miliardo e duecentomila iPhone.

Ha abbandonato Touch ID per adottare Face ID: dal riconoscimento dell’impronta digitale, che richiede un tocco del dito, si passa al riconoscimento tridimensionale del volto, che richiede uno sguardo. Il riconoscimento avviene in tempi strettissimi e, siccome poi si usa tra l’altro con pay, deve funzionare bene e meglio di Touch ID.

(Tra l’altro l’icona di Face ID è un bell’omaggio a Susan Kare, leggendaria autrice delle icone del primo Macintosh).

Il riconoscimento facciale è affidato a una rete neurale alimentata da un motore hardware progettato appositamente in casa da Apple. Un motore di rete neurale dentro un computer da tasca.

La batteria dura due ore in più che su iPhone 7.

È prematuro parlare di velocità per una macchina che deve ancora uscire, ma si dice (grazie Mimmo) che surclassi S8 di Samsung e sia all’altezza di un MacBook.

Alla luce di questo, mi è capitato di leggere Apple non innova, il keynote peggiore di sempre, vendono solo fashion.

Forse perché è stato considerato solo iPhone X e tralasciato, che so, l’orologio più venduto al mondo seppure privo di connessione cellulare autonoma, che acquisice la connessione cellulare autonoma e mantiene inalterate le dimensioni dei modelli precedenti. Come se fosse una banalità.

watch sarà strumentale questo autunno per uno studio condotto dalla Stanford University assieme ad Apple sulla possibilità di identificare condizioni di stress cardiaco come la fibrillazione atriale, spesso fatali e spesso asintomatiche. Detto in modo crudo, watch – che ha già salvato qualche vita in circostanze occasionali – potrebbe salvarne molte di più e con regolarità. Se pare mancanza di innovazione, o moda.

Tutto questo mentre da anni Apple ha lavorato al suo nuovo campus, ora sostanzialmente completo. Lavorato in senso vero, mentre le altre aziende lasciano un progetto in mano agli architetti.

La visione finale di Steve Jobs. Lo hanno ricordato, nell’anfiteatro che porta il suo nome, e l’ho trovato un momento sincero e profondo, a prescindere da tutto quello che è arrivato dopo.

Ho lasciato indietro una montagna di briciole che aggiungono ulteriore materiale al keynote peggiore di tutti i tempi (tipo: è uscito iPhone 8). Vorrei puntualizzare che questo keynote è il primo della storia nella nuova astronave di vetro. Un “particolare” trascurato.

Spremuta di keynote

Mentre scrivo devo ancora guardare il keynote di presentazione dei nuovi iPhone, della nuova tv, del nuovo watch e del resto (si dirà che sono noiosi e ripetitivi e scontati, ma continuo a sorprendermi di quanti cicli di prodotto vengano completati di anno in anno).

Svelti a capire

Qualunque iPhone sia stato annunciato, prima di leggere commenti e recensioni meglio ripassare l’infografica di Decluttr diffusa da AppleWorld Today sull’accoglienza riservata negli anni alle varie edizioni dell’apparecchio.

Quella tastiera virtuale sarà utile per toccare email e messaggi più o meno come un telefono a disco.

iPhone è niente più che un’esca di lusso per pochi fanatici di gadget.

Vogliamo una tastiera! Questa funzione rappresentativa di iPhone rimane una delle sue più grandi mancanze.

Il controllo vocale somiglia alla risposta alla domanda che nessuno ha chiesto.

Quest’anno a Halloween mi vesto da iPhone 4S: metto il costume dell’anno prima e deludo tutti.

Eccetera eccetera. L’infografica è deliziosa e quanto sopra è solo un assaggio.

Una cosa è chiara, per il decennio appena trascorso: a recensire iPhone sono persone tra le più lente del pianeta a comprendere la realtà delle cose.

L’infografica di Decluttr sulle reazioni dei media a iPhone

Programmi d’argento

Bel pezzo di Jason Snell sui numerosi anniversari di grande software per Mac che ricorrono quest’anno.

Il tema sembra il solito amarcord e invece c’è sotto una grande verità. Scrive sacrosantamente Snell:

I più anziani amano accusare il mondo moderno di essere usa e getta, al contrario dei loro tempi in cui le cose erano costruite per durare. Di fatto, la gran parte del software degli anni novanta è scomparsa. Sopravvivere tanto a lungo è estremamente raro. Sono numerosi i fattori necessari alla longevità di un prodotto. Deve essere buono, avere successo finanziario e poi… l’ingrediente segreto. Una qualche combinazione di persistenza, perseveranza, stabilità, agilità, testardaggine e adattabilità che permette a poche anime coriacee di durare.

A parte le mostruosità multinazionali, se un software indipendente prospera per un quarto di secolo, ha molte più doti di quelle che si vedono sullo schermo.

Parliamo di Siri

A commento di un pezzo di Wired sui notevoli miglioramenti in naturalezza della voce di Siri, Gruber nota che le prestazioni dell’assistente vocale non sono ancora all’altezza e chiosa:

Se si potesse scegliere tra un Siri che suona meglio ma funziona come ora, o un Siri che suona uguale a prima ma funziona meglio, non conosco alcuno che scarterebbe la seconda opzione.

A Gruber ho scritto solo una volta e chiaramente non mi conosce. Però conosce benissimo Apple e dovrebbe sapere come lavora; ugualmente, avendone visti di prodotti e di iterazioni di prodotto, dovrebbe ricordarsi che Apple lavora per la gallina domani e il critico tipico da due soldi su un sito da due soldi se la prende con l’uovo oggi.

Se uno pensa al primo Macintosh privo dei tasti per spostare il cursore e al mouse monopulsante, al primo iPhone con scarsa connessione scarsa fotocamera e scarse disponibilità di software, al primo iPad che – orrore – non accettava chiavette, a MacBook Air con una porta sola, la strada è chiarissima.

Per Apple ogni prodotto ha una funzione o una caratteristica che è la più importante in assoluto. Un portatile deve durare almeno dieci ore con la batteria, il primo Macintosh era un totem per la venerazione dell’interfaccia grafica da usare con il mouse, su iPhone il touch valeva più di ogni altra cosa, iPad doveva collegarsi a Internet invece che ai dischi di scrivania o flash Usb e via dicendo.

Stabilita la priorità assoluta, si itera su tutto il resto per renderlo sempre migliore. iPhone ha una fotocamera sempre migliore, i portatili devono diventare sempre più leggeri e sottili, watch deve avere una risposta software sempre più scattante e avanti così.

Scommetto che, in base ai dati dell’esperienza, al fiuto di chi ci lavora o chissà che altro, in Apple ritengono che la priorità assoluta per Siri sia la naturalezza della voce. E su tutto il resto poi si iteri.

Teniamo presente che esiste il fenomeno della uncanny valley: quando una cosa è evidentemente robotica, può riuscirsi perfino simpatica. Quando una cosa è robotica e indistinguibile dal corrispondente umano, non ci accorgiamo che è robotica e tutto fila. Quando una cosa robotica è quasi perfettamente umana, ma non del tutto, si scatena una reazione di diffidenza e inquietudine.

Siri deve arrivare a essere così naturale da confondersi con un umano. Se rimane un passo prima, molti ci si troveranno a disagio. Che poi riesca o meno a capire quello che gli si dice è ovviamente importantissimo. Ma prima arriva l’interfaccia, poi la funzione.