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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

La dura verità

Backblaze continua a pubblicare meritoriamente i dati sulla durata dei dischi che acquista per la propria attività di fornitura di backup e io so che tuo cugggino ha comprato un disco l’altro giorno, che gli è morto in mano, e ha giurato di non comprare mai più quella marca che è inaffidabile. Ugualmente, nella scia dei rapporti passati, sono comparsi i dati del primo trimestre 2016, relativi a 61.590 dischi in attività e un miliardo di ore di funzionamento.

Per la cronaca, i dischi migliori sono Hgst, ma anche Seagate non va malissimo. Ci sono anche i peggiori e li lascio alla curiosità di ciascuno (tra l’altro adesso Backblaze pubblica anche una newsletter che promette aggiornamenti regolari sulla questione.).

Fidarsi più dei dati del cugggino o di un fornitore di servizi che acquista i dischi a cinque-diecimila per volta? Io non avrei dubbi. Per avere un parere affidabile e veritiero sulla qualità degli hard disk, i parenti non bastano e neanche i negozianti.

iPad contro MacBook

Non sono del tutto io a insistere sul tema della intercambiabilità tra iPad e MacBook: è la vita. Dopo l’esperienza di Doblerto, leggo questa email di Stefano. Lo ringrazio e la pubblico perché dice un sacco di cose che nella loro semplicità dovrebbero esssre banali e invece vanno sostenute a spada tratta come se fossero eresie.

Guerre di religione

Ricevo in condivisione un documento e mi appresto a lavorarlo su iPad. Siamo nel 2016: ricevo documenti in ogni formato e modalità e iPad lavora con tutto.

Ma questo, attenzione, è un documento OneDrive.

Microsoft, come si legge ovunque, ha cambiato pelle, non è più quella di una volta, supporta tutto e tutti, gli standard aperti, la collaborazione l’open source, cloud first mobile first eccetera eccetera.

Apro il documento da OneDrive e parte Word Online. Che apre una anteprima del documento: oltre a guardarlo si può fare pochissimo. OK: edit in browser, modificalo nel browser.

Cerco un comando per salvare il documento in locale e aprirlo con Pages o equivalente. Non c’è. Cerco un comando di esportazione per cambiare formato al file in modo da lavorarlo con un altro programma. Non c’è. Decido di produrre un Pdf. Non si può, solo stampa. Ricordo che Microsoft ama i comandi del tipo Invia il documento e ne cerco uno similare, inutilmente.

Ultima spiaggia: seleziono tutto il testo e lo copio, per incollarlo altrove. Lo schermo di iPad è ingombro di interfaccia per un terzo, tuttavia un comando Seleziona tutto non trova spazio. Poco male: c’è una finestrella in cui digitare il comando che si vorrebbe. Trovo il Seleziona tutto e arriva anche il Copia. Copio e… l’incolla, fuori da Word Online, non funziona.

Sono bloccato, irrimediabilmente. Anzi, no. Posso modificare il documento con Word. Se scarico Word e mi creo un account presso Microsoft.

Nel 2016, posso disporre su iPad di un documento Word solo usando Word. Lo trovo anacronistico e antipatico. Sarò un fanatico Apple? Può anche essere. Però sono uso a lavorare e collaborare da anni con Google Documenti, che non ha tutte queste fisime. Sta arrivando anche su iOS open365, che invito a scoprire come proiezione di LibreOffice su iPhone e iPad. Il mondo collabora, nel 2016. Pages su iCloud esporta tranquillamente.

La religione di Apple, il culto del Mac? Macché. I fanatici sono questi. Solo loro esistono, nulla esiste fuori da loro. Le religioni, nel XXI secolo, convivono. Le religioni assolutiste e chiuse in sé stesse, che non conoscono il dialogo e la fratellanza, sono nocive alla comunità e vanno estirpate.

E ora qualcosa di completamente diverso

Condivido appieno la lunga analisi di Riccardo sulla cecità degli esperti di tecnologia, specialmente quelli che ne vogliono scrivere, nei confronti della persona media alla quale il computer interessa solo come strumento per fare determinate cose e niente più.

La questione sulle interfacce e sulle modalità di utilizzo di iOS rispetto a Mac mi pare invece meritevole di un modesto approfondimento. Premessa: certamente sono di parte. Queste note nascono mentre sono a letto e scrivo con iPad. Certamente fare la stessa cosa con un Mac non avrebbe lo stesso livello di comodità e naturalezza. Quindi per quanto ami il mio Mac, devo riconoscere che certe cose le fa meglio lui, ma altre le fa meglio iPad (altro esempio: scattare fotografie e comporre al volo una presentazione che ne fa uso. Mi è successo di recente e con iPad è stato divertente. Con Mac, come minimo, avrei avuto bisogno di un apparecchio extra per scattare le foto). A volte è più veloce l’uno, a volte l’altro. A volte è questione di percezione: una operazione non abituale, per esempio passare un file da una app a un’altra app su iPad, sembra più lenta che, per dire, aprire un file su Mac da menu contestuale via Apri con nome. Provare per credere, non è scontato.

La mia opinione è che chi ha conosciuto l‘informatica vecchio stile, prima degli apparecchi da tasca, sia convinto della necessità di certe operazioni o situazioni. E concepisca il computer come è stato concepito ai tempi di Apple ][: uno strumento general purpose, buono per fare tutto, ottimo per risolvere problemi – così voleva la battuta – che prima di lui non esistevano. Le cose sono cambiate. Abbiamo apparecchi molto più adatti a fare certe cose più che altre; abbiamo più di un computer a testa, è sovente ci sono compiti che preferiamo svolgere su iPad o su iPhone o su Mac, perché è meglio. Computer come MacBook quasi urlano la propria specificità: perfetti per alcune cose, meno indicati per altre, nel qual caso è quasi dichiaratamente meglio ricorrere ad altri computer.

La concezione di quell’informatica è diventata, per molti, il modo unico e convenzionale di praticarla. Se qualsiasi cosa si allontana da quel modello, è intrinsecamente sbagliata. Spesso, il delitto più grave, richiede l’apprendimento di nuove nozioni.

Per esempio il file manager. C’è chi ritiene sia necessario alla sua attività e OK. Altri ritengono che farne a meno sia una mancanza del sistema, dell’interfaccia, del prodotto. E qui si va più in là del previsto.

Da molto tempo il mio Finder, banalizzando, va da solo. Spotlight e cartelle smart hanno da tempo eliminato il bisogno di una organizzazione rigorosa in cartelle classificate disposte a mano. Per alcuni, invece, questa è una esigenza insopprimibile. Sento parlare di ordine, negli stessi termini che per una aiuola o la cabina armadio. Vero che anni fa, quando si gestivano cinquanta file, disporne amorevolmente le icone nella sequenza voluta aveva un senso. Oggi i file sono cinquecento, cinquemila, a me provvedere manualmente sembra un assurdo, specie quando posso interrogare il sistema anche per conoscere le foto scattate a Ladispoli lo scorso weekend. E lui risponde, mostrandomele.

Già su un Mac, le icone e le cartelle servono sempre meno o servono niente (e bisogna rivalutare il partito di quelli che per intervenire sul‘organizzazione dei file usano il Terminale. Minoranza, cui appartengo, che va veloce e risparmia risorse). È perfettamente concepibile che un iPad ne possa fare a meno, magari appoggiandosi a iCloud Drive se proprio c’è una situazione cosi problematica – e rara – da essere irrisolvibile altrimenti. Davvero iPad ha qualcosa meno perché non ha icone di file da spostare o rinominare? Secondo me è l‘apparecchio sbagliato per quella persona o per quella attività, non è un sistema sbagliato.

Altro argomento rilevante è la discoverability. Giustamente i meno giovani tra noi sono cresciuti con un Mac dove la barra dei menu conteneva tutte le opzioni di prodotto possibili. Per capire come usare un prodotto, si esplorava la barra dei menu. Alcuni soffrono perché, messi davanti a un iPad, non vedono immediatamente i comandi a disposizione.

Sono apparecchi diversi, sono cambiate le condizioni, la complessità, le aspettative. Impossibile che l’interfaccia si comporti nello stesso modo. Un iPad non mostra la tastiera; da nessuna parte c’è una indicazione di come farla apparire. Qualcuno ha problemi a usare la tastiera di iPad per questo? No. Nel contesto appropriato, tocchi lo schermo e la tastiera appare. Il Mac originale non poteva neanche concepire l‘esistenza di GarageBand. Usarlo su iPad è quasi una magia. Ma anche su Mac! Un programma di editing audio ha bisogno per forza del linguaggio gestuale, i menu da soli non bastano. Non bastano più. E quando leggo i messaggi di Slack su watch? Come faccio a pretendere indizi visivi sullo schermo di un orologio, quando c‘è lo spazio per leggere il messaggio e davvero nient’altro? Il computing sta diventando pervasivo, immerso nella nostra vita. È possibile che alla fermata dell’autobus si estragga un computer per sapere a che ora arriva il bus, o per informare un collega che stiamo arrivando. Ci vuole un menu o meglio un microfono per dire messaggio al collega: sono in arrivo? Non esiste una interfaccia che possa spiegare esattamente che cosa si deve dire in un microfono per ottenere un risultato preciso. Bisogna provarci e scoprirlo. Che alla fine non è diverso dalla scoperta che si faceva tramite l’esplorazione del mouse. Al punto che tra pochi giorni ci diranno come sarà possibile dire le cose al microfono del Mac. E disporre le cartelle sullo schermo apparirà ancora meno essenziale.

Questo post dovrebbe essere più lungo e approfondito, ma ho già abusato del tempo del lettore. Chiudo in sintesi: non possiamo aspettarci che ogni novità, ogni progresso, ogni cambiamento si conformi a quanto eravamo abituati a fare da giovani. Il computing richiede una piccola dose di apprendimento costante. Ma anche l‘architettura o l’ingegneria: quelli che si sono laureati trent’anni fa e non hanno più imparato niente da allora, sono diventati irrilevanti. Se hanno ancora il loro lavoro di una volta, stanno tirando la pensione. Non è sbagliato il mondo: è sbagliato fermarsi. Mia figlia avrà diciotto anni nel 2032 e quel mouse tanto prezioso per scoprire come funzionavano i programmi, lo vedrà solo al museo.

(post scritto e pubblicato interamente via iPad, usando Editorial per scrivere e sincronizzare su Dropbox, e Prompt per predisporre la pubblicazione sul blog. Le cartelle? Non servono.)

Raccolta differenziata

Commentavo l’uscita di Carl Icahn dall’azionariato di Apple parlando di aria più pulita all’assemblea degli azionisti.

Ora leggo che l’azienda di investimenti governata da Icahn si è vista abbassare il rating del debito secondo Standard & Poor’s da BB+ a BBB-.

Secondo cioè la felice sintesi di Business Insider, Carl Icahn è ufficialmente pattume.

Pare che uno dei motivi del downgrade sia dovuto alla scarsa liquidità del gruppo.

Questo spiega meravigliosamente il perché Icahn abbia voluto mettersi in tasca due miliardi di dollari vendendo Apple e si ha l’impressione che le difficoltà di quest’ultima sul mercato cinese (mica per niente Tim Cook è molto attivo a riguardo) c’entrino davvero poco.

Altro che aria pulita all’assemblea degli azionisti: questa era la separazione della frazione non riciclabile.

La posizione del problema

Apple ha confermato a iMore che un numero molto ridotto di utilizzatori di iTunes e servizi come Apple Music si è ritrovato con la propria musica cancellata dal disco locale.

Il problema esiste ufficialmente ma non si è ancora riusciti a riprodurlo, ossia a determinare un difetto di programmazione oppure una sequenza precisa di operazioni che porti alla sicura cancellazione di una raccolta di musica.

Uscirà un aggiornamento di iTunes provvisto di salvaguardie aggiuntive. Ma a che serve, se finora il problema non è stato riprodotto? Il software non può contenere la soluzione di un bug che ancora non è stato identificato.

Viene il sospetto che la posizione del problema sia situata più tra la sedia e la tastiera, più che dentro il codice. E c’è una differenza tra il dovere di fare il software più semplice e comprensibile che si può, e il diritto di operare distratti con la pretesa che il sistema ci protegga al mille per mille dalla distrazione.

Insegnamento ovvio

Importa poco che l’articolo originale del Wall Street Journal sia dietro il paywall e non tutti avranno voglia di leggerlo.

Su MacDailyNews c’è un riassunto più che sufficiente a capire il tema, che è l’uso di iPad a scuola.

Il professor Elliot Soloway della University of Michigan, che studia l’uso della tecnologia nella didattica, ha spiegato che tipicamente i computer nelle classi non aumentano il rendimento perché le scuole non ripromettano i programmi. “Le scuole commettono sempre l’errore di comprare prima i computer e poi chiedersi che cosa farci”.

Nel Coachella Valley Unified School District della California meridionale, dove quasi ogni studente è in condizioni disagiate, è stato approvato un programma per 42 milioni di dollari che fornisce a ventimila studenti altrettanti iPad. Il sovrintendente Darryl Adams sostiene che gli iPad abbiano aiutato la crescita della percentuale di diplomati, dal 65 percento nel 2011 all’82 percento nel 2015.

Sembra incredibile, vero? Se i programmi di studio vengono adeguati alla presenza di nuovi e migliori strumenti, i risultati migliorano. Se invece si comprano gli strumenti nuovi per andare avanti a fare le cose nel vecchio modo, i risultati sono gli stessi.

Scioccante. Come tante, troppe ovvietà che gli insegnanti appaiono spesso troppo preparati e acculturati per cogliere. Le cose semplici li prendono di sorpresa.

Abbiamo due problemi

Sarà vero che le vendite dei portatili Apple sono crollate (non diminuite, scese, ridotte, in flessione, declinanti, negative: crollate, che fa clic, come il vino fa buon sangue) del 40 percento?

Prima di tutto, una informazione di contesto: secondo Canalys, nel primo trimestre 2016 il mercato globale dei computer sarebbe crollato, ehm, sceso anno su anno del 13 percento, ai livelli del 2011. Apple rimarrebbe il primo produttore nonostante un crollo, pardon, una discesa del 17 percento. Sì, il primo produttore perché Canalys conta nei computer anche le tavolette. C’è stato crollo, no, declino anche per loro. In Nordamerica la flessione globale è stata a cifra singola, ma in Europa e dintorni il dato è -15 percento, dove i portatili crollano, anzi, decrescono addirittura del 18 percento. Il trimestre ha visto crolli, beh, diciamo piuttosto contrazioni ovunque.

I dati ufficiali Apple dicono che i Mac sono in calo del 12 percento anno su anno. Tutti i Mac, non solo i portatili; tuttavia, se i portatili fossero sotto del 40 percento, vorrebbe dire che iMac, Mac mini e Mac Pro hanno registrato una crescita mica da ridere come contrappeso. Il che sembra improbabile: sarebbe stata evidenziata e pubblicizzata, come controtendenza controcorrente.

Forse il confronto è sequenziale, non anno su anno ma trimestre su trimestre precedente? Solo un inetto può pensare di confrontare il trimestre di Natale con quello successivo pensando che siano equivalenti e confrontabili. In tutti i casi, il dato dei Mac, tutti i Mac, è -24 percento. Consistente – il trimestre di Natale è stato record – però ben lontano da questo mitico 40 percento. Ancora una volta, i desktop avrebbero dovuto registrare un successone. Oppure i conti non possono tornare.

Di che si sta parlando allora? Di un rapporto di TrendForce secondo il quale i Mac portatili hanno chiuso il primo trimestre 2016 con una quota di mercato del 7,1 percento su un totale di 35,622 milioni di portatili venduti. Sarebbero 2,529 milioni di MacBook. Il totale dichiarato da Apple è 4,034 milioni di macchine. Cioè, servono 1,505 milioni di desktop. Tre desktop ogni cinque portatili. Ci credo pochissimo.

La quota di mercato del trimestre natalizio per i portatili Apple, dice TrendForce, era del 9,7 percento. Il comunicato stampa manca di qualsiasi altro dato per dare credito all’idea del -40. Si noti che, nella tabella pubblicata assieme al comunicato, tutti se la passano malissimo, a eccezione di Samsung che ha però peso infimo. Apple perde 2,6 punti percentuali in quota di mercato, che equivarrebbero misteriosamente al 40 percento di caduta nelle unità vendute.

Riassumo: fuffa. Se esiste un 40 percento, è una qualche variazione di quota di mercato all’interno di un intrico di andamenti di più aziende, con zero corrispondenza rispetto alla vendita reale degli apparecchi. La quale, si è visto, è rallentata ovunque per chiunque. Questo non vuol dire che i MacBook Air non meritino un rinnovamento o che sarebbe bello vedere nuovi processori eccetera eccetera: vuol dire che l’immagine del crollo, come il grattacielo raso al suolo in mezzo agli altri grattacieli che svettano immutati, è come minino finta, se non scientemente falsa.

Forse proprio per questo Macity titola Cupertino abbiamo un altro problema: i portatili Apple crollano del 40%.

Non gli sembra vero, di poter annunciare una Apocalisse con la solita maestria nell’italiano: quello di Apple è un tonfo negativo (aspettiamo di vedere tonfi positivi, o magari neutri, boh) delle spedizioni di portatili (mentre forse i ritiri in negozio sono in crescita?).

Se Cupertino ha un problema, a Macity, tra i copiaeincolla, l’italiano da licenza elementare, le traduzioni maccheroniche e la completa mancanza di deontologia, forse ne hanno pure un paio.

La macina del tempo

Ho cambiato disco di backup Time Machine. Quasi tre anni fa avevo adottato un Rugged Triple LaCie che adesso rifiuta di obbedire a qualsiasi comando significativo, da Utility Disco o anche diskutil da Terminale. Era costato 169,95 euro ed è durato 1.004 giorni, per una spesa di quasi diciassette centesimi al giorno.

Ho limitato l’accanimento perché un disco di backup deve funzionare tranquillo, non a qualunque costo, non tirato per i capelli. Deve essere fidato.

Il successore è un anonimo Toshiba, sempre da un terabyte, sempre autoalimentato, stavolta Usb invece che Firewire. Non posso ancora dire del costo perché trattasi di un regalo di Natale e non ho fatto ricerche sul numero di serie per risalire al modello preciso.

Però, ecco, oggi il costo del backup è quello di riuscire a farsi regalare un disco. E se dopo tre anni il disco ti abbandona, pazienza, avanti un altro. Il valore intrinseco dell’oggetto è diventato abbastanza basso da non pensare al tempo che lo erode e lo sbriciola un pezzettino al giorno.

Viva la differenza

Sono dolentissimo per la perdita del MacBook Pro 17” sofferta da Doblerto. Che computer così non ne facciano più, purtroppo, non è un modo di dire e il mio muletto, classe febbraio 2009, lascerà certamente un vuoto incolmabile.

Bei tipi

Sta diventando un appuntamento fisso e mi rendo conto di quanto poco sia informativo. Eppure è una pagina cui non posso rinunciare, il meglio della tipografia web per il 2015. Fa respirare.

(Già che siamo in argomento, chi può vada a Kerning, una delle cose tecnologiche migliori tra quelle che avvengono in Italia, con un parterre spettacolare).

Il neo di Apple

Apple continua a deludere le aspettative dei professionisti.

L’immagine seguente arriva (con mia gratitudine) da Lorenzo. Pure il testo:

Centro Diagnostico Italiano, sede di piazza Gae Aulenti a Milano. Dermatoscopio di fabbricazione tedesca collegato a iPhone 6 per analisi dei nei. Usa la fotocamera collegato ad apposita app…

Un’occhiata alla pagina del Centro dà un’impressione pochissimo dilettantistica. Peccato per questa imperfezione di Apple, che continua a trascurare il comparto di chi il computer lo usa per fare cose serie.

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