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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Terminale e gregoriano

Quella cosa che ha detto Steve Jobs sullo stare all’intersezione tra la tecnologia e le arti liberali è probabilmente la più alta che ci ha lasciato. Spiegarla è però divenuto un problema perché se ne sono impadroniti i reparti marketing e il giornalismo trombone finto entusiasta tecnologico, che la ficcano dappertutto e la sviliscono.

Non provo quindi a rispiegarla per l’ennesima volta. Faccio parlare Classic Music Reimagined. Partono dal banale uso del Terminale per richiamare la sintesi vocale di Mac per arrivare alle voci musicali, che cantilenano la frase da pronunciare in base a una melodia nota.

Al che decidono di adattare la voce emessa attraverso il Terminale al canto gregoriano. Sfoderano Logic Pro e cominciano a divertirsi.

Tutto semplice una volta che hai sottomano Mac, il Terminale, Logic Pro (o equipollente) e la conoscenza tanto della musica quanto almeno dell’esistenza del canto gregoriano.

Tutto semplice, se ti trovi all’intersezione eccetera eccetera. Trovarcisi è cosa rara e privilegiata.

Una storia di design, interfacce ed esperienza di utilizzo

Ho il vezzo di tenere su Mac tutti i salvaschermo carini che trovo e da sempre ho installati quasi tutti quelli di XScreenSaver, una raccolta eccellente di quelli che sono fioriti su Linux, pronti da installare su Mac.

XScreenSaver è partito come progetto molto tempo fa ed esiste da anni e anni.

Uno dei salvaschermo, AntMaze, mostra una processione di formiche variamente colorate che attraversa un semplice tracciato 3D, mostrato in lenta rotazione.

Mia figlia, due anni e dieci mesi, tutte le mattine si siede in grembo al papà che insieme a lei commenta per qualche minuto il procedere delle formiche.

Tenendo premuto il trackpad e muovendo il dito, è possibile variare l’orientamento spaziale del tracciato (immagino che funzioni anche con un mouse).

Lo ha scoperto lei.

Un grano di Sal

Niente come l’automazione si conquista attraverso infinite piccole battaglie, da vincere una alla volta per riutilizzare l’esperienza acquisita nell’occasione successiva.

Per questo considero utile da leggere questo pezzo di Sal Soghoian apparso su MacStories: un po’ di teoria sulla differenza tra estensioni e scripting, una spruzzata di conoscenza di macOS e iOS, e uno script che lavora su cifre prese da Numbers per rappresentare un grafico in Keynote. Fatto con AppleScript oppure a scelta, non piacesse, JavaScript.

Là in fondo si intravede il traguardo di un sistema unificato di automazione che passa attraverso portatili, aggeggi da tasca, tavolette, persino orologi (Workflow sta sul tuo polso) e altro ancora.

L’alternativa: farsi le cose a mano in un mondo robotizzato, algoritmizzato, automatizzato. Non praticabile.

Automatismi

Sono cose gravi.

Per motivi che non riesco a spiegare, non seguivo su Twitter Otto the Automator.

Da troppo tempo non effettuavo una visita a Mac OS X Automation. È cambiato molto, in qualità e quantità.

Veramente imperdonabile è non avere capito in anni di frequentazione che Mac OS X Automation era consigliato da Apple, pur non essendo un sito Apple, perché dietro c’era giustappunto Sal Soghoian.

Il quale, dopo essere stato congedato da Apple, va seguito ancora più e meglio di prima, con regolarità. Il più producente di tutti gli automatismi.

Padroni del silicio

Come si descrive Patrick Moorhead:

Prima di dare vita alla mia azienda di ricerche e analisi di mercato, sono stato abbastanza fortunato da passare un decennio a lavorare nei semiconduttori presso Advanced Micro Devices e quasi un altro decennio per fabbricanti di computer e server. Ho incontrato gente molto particolare come Tim Cook in Compaq, Mark Hurd in NCR e Jerry Sanders in AMD.

Moorhead si racconta così nel principio di un articolo fondamentale pubblicato da Forbes con il titolo Il piano di Apple per il dominio del silicio. L’articolo è fondamentale perché riassume, nelle parole di uno che se ne intende, i passi della strategia Apple che, una acquisizione societaria dopo l’altra, mira ad avere il completo controllo della catena di produzione dei propri prodotti, dai processori alle schede grafiche giù fino ai modem telefonici e ai chip radio per Bluetooth e Wi-Fi.

Ci si ritrova a leggere le tappe di un cammino che dura da dieci anni e, visto da un esperto, è evidentemente programmato e pianificato, con una striscia di successi impressionante che lascia aperte le porte anche alle previsioni più ambiziose. Il fatto più evidente sono i processori A10X di iPad Pro che competono apertamente con le prestazioni dei portatili e sono superiori, o nel peggiore dei casi competitivi, rispetto ai concorrenti diretti delle altre tavolette.

Moorhead prefigura tra un triennio che Apple possa sfoderare oggetti completamente autoprodotti e autoprogettati, in aperta concorrenza con una Intel o con una Nvidia parlando di prestazioni di calcolo e grafica.

Basta un passo falso per andare incontro a un fallimento spettacolare e questa è la parte più suggestiva: c’è chi gioca con regole diverse da quelle cui si conformano quelli che vanno per la strada più comoda. E da dieci anni vince contro ogni previsione (comprese quelle di Moorhead, come ammette nell’articolo).

Trovo suggestivo un altro punto: poco più di dieci anni fa Apple si trovò in difficoltà perché aveva scelto processori PowerPC, all’inizio superiori a quelli di Intel ma poi sempre più problematici nella fascia alta. Era sempre più difficile realizzare Mac competitivi e dal consorzio PowerPC arrivavano solo promesse. Apple organizzò una storica transizione a Intel.

Oggi siamo quasi nella situazione opposta: Apple deve contenersi nel vantare la velocità dei suoi processori su iPhone e iPad, per non imbarazzare Intel e non mettere Mac in cattiva luce. Se decidesse di organizzare domani un’altra transizione, sarebbe doppiamente storica.

Viene la tentazione di pensare che, dopo il passaggio a Intel, qualcuno al timone delle società si sia dato l’obiettivo di affrancarsi dalla dipendenza dai processori di chiunque altro. E che passati tanti anni, quell’obiettivo sia vicino, sia pure in assenza di chi lo ha stabilito.

Poi uno dice che tutti i computer sono uguali. Anche fosse, ci sono storie che meritano molo più di altre.

Stile balneare

Chiamami snob se vuoi, ma oggi in spiaggia ho risposto ad alcuni messaggi di lavoro via watch, con qualche tocco del polso, giusta velocità, esatta efficacia.

Chiunque altro ha fatto giustamente quello che gli pareva e sono l’ultimo che può dire male di chi usa un apparecchio per comunicare.

Però cavarsela con un piccolo quadrante di ingombro nullo (iPhone è rimasto nella tasca dei pantaloni) è un altro livello di qualità della vita.

Si vede la killer

Ricevo, ringrazio, riepilogo quanto mi ha mandato Stefano.

Arrivo da un “vecchio” iPad Pro 9,7” 128 gigabyte. Dopo circa un anno di lavoro, abbandonato definitivamente ogni laptop aziendale, cercavo una soluzione più confortevole per i miei occhi lavorando da scrivania, ma con la stessa portabilità del 9,7”: ecco il motivo per cui non mi sono buttato subito sull’iPad Pro da 12,9”.

E poi arriva il 10,5” portandosi in dote ProMotion.

Dopo un giorno completo di utilizzo posso dire senza ombra di dubbio:

  • Apple Pencil: con 120 hertz la latenza è praticamente scomparsa, sembra di scrivere con un pennarello sul vetro.
  • Lo schermo è semplicemente fantastico: difficile descrivere a parole l’esperienza d’uso. Saltare da una app all’altra è immediato e fluido. La tonalità dei colori è brillante, sembra che lo schermo faccia scomparire i bordi, soprattutto nella modalità portrait, leggendo un libro o una pagina web come sottolinea giustamente la recensione di Viticci.
  • Ne ho guadagnato in comfort di scrittura grazie a una tastiera più larga.
  • Portabilità garantita come nel 9,7”.

Non ero molto convinto all’inizio dell’acquisto arrivando già da un iPad Pro.

Ma questo taglio di schermo è davvero l’uovo di Colombo per le mie esigenze e mi ripeto: ProMotion è la killer application di questo device.

La killer application di iPad Pro 10,5” non è una app. È il guardarla.

Più in Alto

Dobbiamo salutare Charles P. “Chuck” Thacker, grazie anche al cui lavoro si devono Xerox Alto, rete Ethernet, stampanti laser e varie altre innovazioni.

Ha trascorso un periodo anche in Microsoft a progettare lo hardware del Tablet PC, ma è chiaro che tutti possiamo sbagliare e in questo momento tutto va perdonato.

Anche lui ha ricordato a suo tempo che la famosa visita di Steve Jobs al Palo Alto Research Center di Xerox – che poi furono due – avvenne a lavoro su Macintosh e Lisa già cominciato: In particolare, Jef Raskin temeva che Macintosh potesse essere cassato da Apple e desiderava che Jobs vedesse quanto avveniva in altre aziende, così da convincersi a sostenere il progetto.

Non fu rubata alcuna idea e Apple pagò per quello che trovò utile portare sui propri progetti rispetto a quanto sviluppava Xerox.

Il fatto che Alto praticamente non venne venduto mentre Macintosh qualcosina, dovrebbe suggerire che esistevano anche differenze significative.

Tutto ciò conta poco di fronte all’ultimo saluto a un grande innovatore e grande tecnologo, che non ha riempito le cronache e al quale tuttavia dobbiamo tutti qualcosa qui, oggi, qualsiasi aggeggio per computare abbiamo in opera.

Mi piace immaginare che Chuck continui il proprio lavoro di sviluppo (e il proprio insegnamento ai giovani tecnici: Cercate di essere aperti. Imparate più matematica, imparate più fisica) da un laboratorio più in Alto.

Un collegamento tanto atteso

Dovevo assolutamente notificare all’amico Jida che Pages per iOS e per Mac ha riacquistato i riquadri di testo collegabili.

Sì, anche Pages per iOS. L’aggiornamento contiene cose interessanti anche sul piano della collaborazione e costituisce una ulteriore sorpresa aggiuntiva che nessuno aveva messo in conto, vista la messe di annunci a Wwdc.

L’unica cosa è sorridere

Sembra incredibile, ma trovi gente a frotte che giustifica la vendita di una versione a 32 bit di Windows 10, a differenza dell’amministratore delegato di Backblaze.

Le cose funzionano, nessuno le tocca, diventano intoccabili perché nessuno sa più metterci mano. E vabbeh. Ma poi vai a comprare un sistema operativo moderno per usarlo a 32 bit. No; ti tieni il sistema operativo vecchio e ci fai funzionare le cose vecchie, se proprio.

Ma non c’è problema, funziona tutto, sul mio computer faccio quello che voglio. Poi succede che sui vecchi iPad a 32 bit si blocchi Chess.com.

Windows a 32 bit non farà molto meglio di così.

C’è un precedente del 2014: il rapper coreano Psy totalizzò oltre due miliardi di visualizzazioni del suo Gangnam Style, costringendo YouTube a passare a 64 bit per tenere il conteggio. Allo stesso modo, le partite di scacchi su Chess.com hanno superato la quantità di due miliardi e spiccioli, 231.

(Aggiornamento: 231 è il numero positivo più alto ottenibile usando una variabile signed integer nei linguaggi di programmazione più usati. 232 vale quattro miliardi e oltre, ma una variabile signed integer usa la metà mancante dei valori per i numeri negativi. YouTube era stato aggiornato a 64 bit mesi prima che Gangnam Style sfondasse quota 231 e così il servizio non ebbe mai alcun problema effettivo, ma Google annunciò ugualmente l’accaduto per guadagnare visibilità sui media. Il che non cambia la questione: il passaggio a 64 bit fu semplicemente previsto invece che improvviso. Chess.com ha dedicato un lungo post alla faccenda).

Per chi uscisse oggi da una caverna profonda e isolata, Internet sta faticosamente passando a IPv6, indirizzamento a sessantaquattro bit. Perché trentadue bit non bastano più per tutti gli URL che occorre generare.

La vita va verso i sessantaquattro bit. Comprare qualcosa di nuovo e volerlo a 32 bit è come acquistare un’auto nuova senza le cinture di sicurezza. Le auto di una volta funzionavano, vanno ancora benissimo se tenute con cura, che problema c’è? C’è, al punto che la legge interviene per evitare che un fabbricante demente metta in vendita auto senza cinture. Il 2017 non è il 1997: in questo secolo il software si aggiorna, anche se costa un pizzico di impegno.

Oggi si blocca il programma di scacchi e tutto sommato si sopravvive. Domani magari è volta di uno home banking, o di una rete sanitaria, e il grado di consapevolezza cresce improvvisamente.

Quelli costretti a vivere nel passato, è un conto; quelli che cercano attivamente il passato, oggi, vanno guardati sorridendo.

Perché creano un problema a sé e agli altri. E comunque trentadue denti, al contrario, sono perfettamente sufficienti.

Recensioni a catena

Condivido il modus operandi di MacSparky, che volendo parlare del nuovo iPad Pro 10,5” si è limitato a linkare le due migliori recensioni attualmente in circolazione: Federico Viticci su MacStories e Rene Ritchie su iMore.

Pochi o forse nessuno ha maturato un’esperienza di uso professionale a tutto campo di iPad come Viticci, che oltretutto ha compiuto una scelta esistenziale e da due anni, parole sue, vive e lavora su un iPad Pro 12,9”, quello più grande, dove comunque le funzioni di affiancamento di app e multitasking riescono meglio che non su uno schermo come quello da 10,5”, migliorato rispetto al passato ma in ogni caso più piccolo.

Tuttavia il nuovo schermo lo ha conquistato per i grandi progressi fatti nell’amministrazione intelligente della frequenza di aggiornamento video da parte di iPad. I progressi compiuti nella resa del colore e nella naturalezza delle animazioni dell’interfaccia gli hanno lasciato il dubbio e sono riusciti a smuoverlo dalla certezza granitica di voler lavorare su un iPad Pro 12,9”.

Ritchie ha compiuto più una prova a tutto campo, mettendo sotto pressione l’apparecchio anche nell’uso all’aperto, per scattare foto e girare video, e tutto quant’altro si può fare.

Insieme i due articoli formano una eccezionale super-recensione che lascia l’acquolina in bocca in chiunque abbia progetti di aggiornamento della dotazione di iPad. E c’è da dire che iOS 11 rappresenta solo un momento nel (prossimo) futuro: al momento la beta è tale e quindi non sempre affidabile, incompleta e non indicativa di quanto potrà davvero fare un iPad Pro dopo l’autunno.

Recensioni divertite

C’è del metodo nella follia di chi ti accusa di essere un tifoso, un fanatico, un esagitato, uno con le fette di salame sugli occhi, incapace di una valutazione imparziale e tutto perché hai parlato bene di un prodotto, di una funzione, di un sistema, di un’azienda.

Il metodo è attribuirsi la patente di obiettività da soli in modo da poter squalificare qualunque altro parere scomodo e avere sempre ragione by design, in modo progettato a priori. Di peggio c’è solo il politicamente corretto.

A questi folli chiederei una valutazione spassionata del racconto di Wwdc 2017 scritto da Steven Sinofsky su Recode.

Perché Sinofsky ha rivestito incarichi di altissima responsabilità in Microsoft e, come egli stesso scrive, ha partecipato più volte a Wwdc di volta in volta come partner, concorrente, sviluppatore. Se quindi titola Quello che Apple ha mostrato a Wwcd espande il computing in nuovi modi significa che non parla a vanvera, avendo benissimo presente anche l’altra faccia della luna. Recode è tacciabile di tutto tranne che di fanatismo verso Apple. Sinofsky ha anche un retroterra tecnico di tutto rispetto e scrive cose come queste:

La quantità di straordinaria ingegnerizzazione che è stata messa sia nella creazione che nel dispiegamento di Apfs [il nuovo filesystem di Apple] fa scoppiare la testa. E che questo avvenga su telefoni, computer e orologi è niente meno che spettacoloso; eccetto forse per la transizione da Fat a Fat32, non riesco a ricordare alcunché che nemmeno gli si avvicini.

Interesse recondito? Difficile. I suoi passati incarichi gli hanno garantito tranquillità economica sufficiente a fare cose che gli piacciono, come testimoniano le righe a firma dell’articolo: consigliere di amministrazione qui, consulente là, investitore quando ha voglia eccetera. Non è uno che scrive su Recode per vivere, ma per divertirsi. Vediamo se c’è qualche obiettivo autoproclamato capace di criticare in modo fattuale le sue affermazioni.