In assenza delle competenze per impancarmi a commissario tecnico della Nazionale di calcio, oggi sono leone da tastiera su scrittura e intelligenza artificiale, segnatamente per via della polemica sul libro ritirato dal premio letterario francese Goncourt per sospetti di scrittura con intelligenza artificiale.
Premesso che i premi letterari sono camarille per dare pubblicità ad autori, opere ed editori e che chiaramente vengono messe in campo polemiche irrisolvibili in modo che ognuno possa dire la propria e che si possa discutere all’infinito (niente calcio, ma somiglia comunque al rigore non dato o al fuorigioco), il pretesto è buono per discutere dei programmi che rilevano se un testo sia più umano a artificiale.
Nel caso dello scrittore Thelyson Orelien al centro dello scandalo-Goncourt, i programmi hanno dato risultati controversi. Poi sono emerse accuse di plagio e tutto l’affaire si dipana come da copione abituale, solo che mi sono fermato alla domanda: se i modelli linguistici generano testo che ricostruisce statisticamente il linguaggio umano, come potrà mai essere possibile stabilire sempre e con certezza l’attribuzione all’umano o al generatore? In fin dei conti, sappiamo che non è vera intelligenza artificiale anche perché non ha linguaggio proprio; è un meccanismo ingegnoso che ricostruisce le strutture del linguaggio umano. Come minimo, sembrerà sempre umano, prima di qualsiasi approfondimento.
Gli ennemila post di questo blog, non per scelta ma per logica e come mi è scappato detto nella registrazione del podcast con amici di A2, sono prodotti dall’intelligenza naturale. Eppure sono certo che il programma giusto riuscirebbe a trovare tracce di presunta AI, nei momenti in cui la scrittura (come capita per forza a chiunque) si è trovata nella fascia media verso cui alla lunga regrediscono i generatori. Nessun umano può pensare di distanziarsi irreversibilmente dallo scibile umano, da miliardi di testi trattati in forma di omogeneizzato. Può esserci collaborazione con i generatori, ma certo non competizione.
Il che suggerisce la direzione da prendere.
Che è semplice e già collaudata: i premi letterari hanno da sdoppiarsi in categoria doppia, scritti da umani e scritti da intelligenza artificiale. Gli umani possono appoggiarsi all’intelligenza artificiale, per documentazione, coerenza, editing, ma devono scrivere loro. La generazione parziale o totale di testo rientra nell’altra categoria.
L’umanità è fatta di legno storto, à la Kant, e ci sarà sempre qualcuno che cercherà di infilarsi tra gli umani con un’opera omnia generata in una notte dal computer dopo avere buttato lì un prompt. Di soluzioni al novantanove percento non ne vedo; del resto è l’unica strada possibile se i premi letterari vogliono conservare credibilità. Arrivo a immaginare controlli di log, depositi periodici di lavori in corso presso le giurie in modo che si possa vedere il procedere della scrittura, cose così. È tutto molto draconiano e poco praticabile, oltre che sempre a rischio di frode e hacking.
Pensiamoci. Non possiamo competere con l’intelligenza artificiale specializzata negli scacchi (per giunta open source). Infatti i campionati se li giocano gli umani tra loro; poi ci sono tornei per le macchine, che giocano tra loro. Ogni tanto si organizza una carnevalata tra uomo e macchina per raccogliere sponsor e visibilità e va bene così. Vale oramai anche per il Go.
I progressi della robotica renderanno presto possibile produrre atleti sintetici contro i quali nessun umano potrà competere. Giusto qualche anno per creare apparecchi che non prendono fuoco o si schiantano contro un muro dopo avere corso i cento metri in sette secondi. Gli umani continueranno a gareggiare tra loro alle Olimpiadi e ai meeting, mentre i robot gareggeranno tra loro.
La cosa interessante è che qui è molto più facile distinguere l’operato dell’uomo da quello della macchina. Se mai arriverà qualcuno a dire il robot l’ho progettato io, costruito io, programmato io, quindi è giusto che il robot possa correre con il mio nome alle Olimpiadi e se arriva davanti a tutti la medaglia d’oro la vinco io, verrà accolto con grandi sorrisi e con grande gentilezza accompagnato alla porta.
Diversamente da oggi, in cui i presunti autori affermano ho inventato i prompt, ho messo gli harness, ho fatto grounding, quindi il libro l’ho scritto io anche se lo ha prodotto l’AI e si possono atteggiare ad artisti giusto perché sono difficili da identificare.
Si semplificherà tutto tout court quando saranno arrivati i robot scrittori.