Per dire il mood
Dovrei attrezzare un post come si deve e ho materiale per scriverne almeno quattro. Invece finirò la settimana dentro la prigione di ferro e spero di annientare un esercito di o e O prima di dormire. Comprensione, grazie.
Dovrei attrezzare un post come si deve e ho materiale per scriverne almeno quattro. Invece finirò la settimana dentro la prigione di ferro e spero di annientare un esercito di o e O prima di dormire. Comprensione, grazie.
Mi si ricorda che John Gruber non sopporta Arial e Courier New, i font infestanti con cui Microsoft combatte la tipografia fatta come si deve e la libertà di espressione conseguente. In fin dei conti è una delle ragioni positive per cui seguo Gruber.
Vengo a sapere che Gruber ha chiesto a Jeff Johnson, sviluppatore di StopTheMadness, di aggiungere una funzione per cambiare automaticamente il font delle pagine web visitate, nel caso ci siano tracce di infezione da Arial e Courier New.
Dopo qualche aereo e molti treni, tutti regionali, ho preso un Frecciarossa, in andata e al ritorno. Non succedeva da prima della pandemia.
All’andata, su settantaquattro minuti previsti, il treno ne ha aggiunti venticinque. Al ritorno, dieci più cinque che aveva cumulato prima di arrivare.
Sulla stessa tratta, fino al 2019, ho viaggiato molte volte, su Frecciabianca. Il Frecciabianca, seppure con qualche ritardo occasionale, è sempre stato meno lento.
Insomma, il Frecciarossa è lento.
Ci sono zilioni di sistemi assolutamente magici per generare slide a partire da testo Markdown e li adoro.
Ma arriva il momento in cui ti serve una presentazione fatta e finita, pregevole, in poco tempo.
Oggi ho provato a lavorare in modalità Outline. Ho abbozzato il testo in pochi attimi, letteralmente. Poi ho adeguato gli stili del layout scelto al font che volevo e infine ho inserito le immagini.
Pochi ritocchi finali, neanche due ore e avevo tutto praticamente pronto. Le mie slide sono sempre minimaliste, però c’è un elemento di complessità anche in questo.
Scelgo l’articolo di MacStories scritto da John Voorhees perché contiene un chiarissimo grafico a torta che mostra la ripartizione degli incassi di Apple nel trimestre estivo.
Mi sono venuti in mente i lamenti di quanto Apple trascurava i Mac perché pensava solamente a iPhone, in considerazione del fatto che iPhone costituiva la punta di diamante del fatturato.
Oggi iPhone è sempre in prima linea: raccoglie il quarantasette percento del business.
Mac, dopo iPhone, è il segmento hardware più importante (tredici percento). La trascuratezza di Apple ha dato risultati inaspettati.
Sono tenuto alla confidenzialità. Posso almeno dire che un amico lavorerà nei prossimi mesi con un istituto scolastico di buone dimensioni per popolare da zero il laboratorio di informatica prossimamente pronto nella struttura.
La cosa notevole è che si tratta di una scuola che si pone il dubbio e si mette in ascolto: che cosa andrebbe inserito per contrastare l’obsolescenza, svolgere un servizio effettivo per i ragazzi, essere rilevante, favorire gli insegnanti, avere costi sostenibili…?
Apple spesso fa la cosa giusta, a volta non la fa, capita anche che faccia la cosa sbagliata. Più diventa grande, più è inevitabile che di tanto in tanto si infili una cosa sbagliata.
La pubblicità in App Store, specialmente la pubblicità di bassa lega in App Store, è una cosa molto sbagliata che si spera venga risolta al più presto e nella maniera più draconiana possibile.
Anche una società da quattrocento miliardi l’anno di fatturato può preoccuparsi giustamente di tutelare la crescita, i margini, anche gli investimenti degli azionisti che rischiano di scricchiolare per una cifra non soddisfacente o un risultato dubbio. Discutibile, ma lecito.
È molto che devo completare la relazione su La Prima Colonia, finita la parte due, archiviata la parte uno, dimenticata la parte zero. Devo raccontare come lo fa: come il libro soddisfa, o no, le mie aspettative.
La parte problematica del farlo è che, per convenzione, questo tipo di resoconto diventa quasi sempre per chi legge un invito a comprare il libro oppure a non farlo. Una scelta binaria da cui mi dissocio, perché su un’opera di questo calibro i giudizi possono solo essere sfumati. È anche una convenzione in cui potrei ritrovarmi se si trattasse di un libro scritto da uno sconosciuto. Edoardo invece è un amico e io sono fregato; se ne parlo bene sembrerà che gli tiri la volata a prescindere dai meriti. Se ne parlo male, si arrabbierà molto e potrebbe anche avere ragione, perché chi mai può dire di padroneggiare completamente un libro? Se, infine, ne parlo bene ma con qualche riserva, o male con qualche nota positiva, potrò godere del peggio dei due mondi, attaccato da entrambi i lati.
Alla fine geografia e storia hanno congiurato nel farmi mancare alla festa per i venti anni di All About Apple Museum.
Ho l’appunto di trovare una buona occasione di redimermi. Nel mentre guardo il video che Alessio e compagni hanno realizzato a celebrazione dell’evento e penso a tutto quello che mi sono perso.
Di cui il video contiene quasi nulla. Mi sono perso amici, convivialità, clima, spirito, passione, entusiasmo, ospitalità, genio, sregolatezza, compagnia e tanto altro.
Freeform è uno degli argomenti più di tendenza e scusa se ne accennavo a giugno. La riprova che dentro Apple c’è ancora chi sa fare bene ma, più ancora di questo, chi sa lasciare un segno. Se Freeform si afferma, diventa un segno distintivo di Mac e iPad, come MacWrite nell’antichità oppure oggi Numbers per iOS e iPadOS.
Speriamo solo che tutta questa pubblicità gli permetta di essere conosciuto e adottato più quello che è stato Numbers su iPhone e iPad.