MIT Technology Review dedica un articolo breve ma intenso a Emacs che compie cinquant’anni da quando ha preso vita per la prima volta nei laboratori AI del MIT stesso. Sì, si lavorava all’intelligeza artificiale anche mezzo secolo fa, ma era per il bene collettivo più che per deliri di onnipotenza.
Tanto che, nel vedere come Emacs tornasse tanto utile da far venire voglia di commercializzarlo, un giovane ricercatore avviò un progetto che mirava a mantenerlo gratuito e non solo: avrebbe avuto intorno anche un intero sistema operativo, sempre gratuito, diverso da UNIX.
Chiunque lo richiedesse poteva ricevere il codice di Emacs, a patto che condividesse con la comunità ogni eventuale miglioramento apportato.
Il principio ispiratore di Emacs, legare macroprogrammi a specifiche combinazioni di tastiera, è praticamente quello del computing personale. macOS da qualche anno non comprende più Emacs ma offre mg che ne è un sottoinsieme, per avere comunque un editor di testo meno spartano di nano o pico.
Nelle pagine man di mg si legge che il programma recepisce lo schema di comandi da tastiera di Emacs perché non ha senso che un editor di testo funzioni diversamente da emacs o vi. Si potrebbe paragonare l’editor di testo alle scoperte dei matematici greci o alla teoria della relatività: cose che arrivano da un altro tempo e però restano, migliorabili quanto imprescindibili.
Il computing diventa sempre più sensoriale, con le interfacce tattili e vocali e quelle virtuali, cui seguiranno prima o poi gli innesti neurali, tutto sempre più collegato allo scibile umano tramite modelli linguistici e reti neurali. Emacs farà tuttavia parte del corredo indispensabile a qualsiasi uso non superficiale del computing per qualunque arco di tempo ragionevole. Ripercorrerne velocemente le origini è un omaggio, un memento, un’opportunità di vedere vie per fare cose che non a tutti sono date, nonostante le apparenze.