Long Story Short, svelato pochi giorni fa, era solo l’antipasto di un ipotetico menu post-Wordle.
La portata principale è Don’t Wordle: il tributo massimo al gioco che si basa sulla negazione del principio.
Si gioca come in Wordle, ma l’obiettivo è riuscire ad arrivare in fondo ai tentativi senza indovinare la parola.
Sparare vocaboli a casaccio è impedito dalle regole. Quando indoviniamo involontariamente lettera giusta al posto giusto, dobbiamo riutilizzarla dove sta; quando è lettera giusta al posto sbagliato, dobbiamo continuare a giocarla, in un’altra posizione; per finire, in cauda venenum, non si possono più usare le lettere che abbiamo scoperto mancare nella parola.
Il gioco visualizza il numero di parole ancora possibili; se scende a zero, abbiamo perso. Se indoviniamo sfortunatamente la parola, abbiamo perso.
Un aiuto aggiuntivo arriva dalla disponibilità di cinque undo. Se un tentativo elimina troppe parole possibili, si può annullarlo e ripartire cercando una parola alternativa che faccia meno danni. Una delle tattiche consiste nel cercare di capire quale sia la parola da evitare, avvicinandosi senza completarla, e poi con gli undo tornare a un momento in cui è possibile allontanarsene.
Una cosa sicura è che, qualsiasi sentimento suscitasse Wordle, giocare a rovescio lo restituisce amplificato.