Per quanto freghi poco a chiunque, ho appena partecipato da rappresentante al consiglio di classe, nel quale è all’ordine del giorno l’approvazione dei libri di testo per l’anno prossimo.
Si intuisce come, lato genitori, si tratti di un passaggio poco più che formale e così è sempre stato. Pensare che a maggio quattro genitori possano cambiare le decisioni già prese dai docenti, per il fatto che sfogliano per qualche istante una copia dei libri, sarebbe donchisciottesco. Mentre invece l’anno prossimo, seconda media, ci sarà Dante; altro genere letterario.
Quest’anno, una novità, i libri neanche li abbiamo visti. Le professoresse ci hanno spiegato che l’anno scorso sono stati adottati testi che accompagneranno gli studenti per i tre anni e quindi, nelle materie dove c’è un libro per anno, si prende l’edizione dedicata al secondo anno, punto.
Un’altra novità, ci hanno spiegato che i libri del secondo anno costeranno un po’ più dei precedenti, dal momento che gli editori hanno il costume di tenere basso il prezzo dei libri iniziali del ciclo, così da favorirne l’adozione, e poi caricare maggiori margini sulle edizioni successive, quando i genitori – già privi di potere in merito – neanche vedono le copertine e sono vincolati dalle scelte già fatte.
I libri di testo vengono scelti dai docenti, predisposti in un certo modo dagli editori, imposti ai genitori. La parte sensibile di questo schema non è il ruolo di sottomissione dei genitori: è che è uno schema. Un meccanismo. Un sistema. Comunque si voglia chiamarlo. Tanti aspetti visibili (il prezzo) e meno visibili (i contenuti) vengono progettati, predeterminati, organizzati secondo logiche collaudate e precise. Niente nell’adozione dei libri di testo avviene per caso o in preda alla confusione.
Nell’illustrare la situazione, è emerso il discorso del peso dei libri. No, non sono stato io. Stranamente non sono l’unico sulla Terra a trovare abnorme questo sviluppo dei libri di testo e siamo almeno in due. Divagazione a parte, la professoressa coordinatrice di classe ha spiegato che non ci sono alternative al sistema attuale, di prendere un trolley e così si risolvono i problemi.
Ha spiegato che hanno anche provato in passato a lavorare con i tablet e i libri digitali, ma è stato un disastro per tutta una serie di ragioni.
Una persona semplice penserà che la scelta dei libri digitali sarà stata soppesata secondo uno schema. Che l’uso dei tablet sia stato progettato, predeterminato, organizzato secondo logiche collaudate e precise. Col cavolo: non so nulla sulla storia e sui dettagli, eppure scommetto a mani basse che sono stati presi dei tablet esclusivamente secondo logiche di prezzo, si sono buttate sui tablet le edizioni digitali dei libri già adottati (senza considerare la qualità delle versioni digitali, semplicemente in quanto legate alle edizioni cartacee già decise), i tablet sono stati dati ai ragazzi in modo scoordinato assieme a qualche regola inventata sul momento e staccata dalle realtà, allo scopo di usare i libri digitali esattamente come vengono usati quelli di carta.
Scrivo tablet per rendere in qualche modo la pronuncia da parte dei docenti, con quell’armonica di estraneità e quasi disgusto rispetto all’oggetto che minaccia secoli di tradizione.
Se questo è il quadro, quanto ci si può meravigliare che sia stato un disastro? Più che altro, serviva crearsi un alibi storico e lo si è fatto, buono da riproporre fino alla pensione, quando il tema passerà in eredità ad altri.
È qui che mi sono imbattuto in un post sul blog di Jamf intitolato Oltre l’accesso: ripensare completamente la strategia di dispiegamento di apparecchi Apple per l’istruzione.
Devo mettere per onestà il disclaimer: Jamf vive anche di queste cose ed è un oste che magnifica il suo vino. Però potrebbe anche affermare tesi come questa, che trovo sensata:
Per anni, la conversazione sono state centrate sul portare gli apparecchi nelle mani di studenti e insegnanti, assicurare l’accesso agli strumenti digitali e scalare l’infrastruttura per soddisfare una domanda in crescita. Oggi la conversazione si è evoluta. Alle istituzioni è richiesto di fare di più: semplificare la complessità, rafforzare la sicurezza, dare prova di un impatto e alla fine dei conti dimostrare che la tecnologia sta migliorando significativamente gli esiti della didattica.
Le mie professoresse – e la mia scuola – sono ancora a quella conversazione là. Prima dell’evoluzione.
Il posto prosegue nello spiegare che cosa manca alle piattaforme di didattica sotto l’egida di Apple e che invece Jamf possiede. Vabbè, fanno il loro mestiere. Possiamo però cogliere un altro dettaglio:
Quando gli apparecchi sono dispiegati con intenzione, quando le applicazioni sono allineate al curriculum, quando l’accesso è strutturato e quando i docenti ricevono le potenzialità per guidare l’apprendimento in tempo reale, il ruolo del tempo passato sugli schermi cambia del tutto. Diventa intenzionale, focalizzato e significativo dall’inizio, non qualcosa che va intepretato retrospettivamente.
Nelle classi più produttive, il successo di una lezione non è determinato dall’analisi del comportamento che si è verificato. È determinato da quanto intenzionalmente quell’esperienza è stata progettata in prima battuta.
Capito? Quando l’apprendimento digitale è strutturato, progettato, ha uno schema, è guidabile in modo efficace dai docenti, forse può risultare meno disastroso di quando riceve zero attenzioni specifiche.
Lascio il resto delle osservazioni alla lettura integrale del post. Mi limito a un’impressione: siamo ancora alla conversazione vecchia. Intanto c’è chi lavora a quella nuova e, intanto, il divario si allarga.