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20 apr 2026 - Internet

Liberarsi dalla liberazione

Qualcuno si ricorda di Occupy Wall Street? Un centinaio di sfaccendati accampati vicino alla Borsa di New York che dichiaravano di rappresentare il novantanove percento. Tassare i ricchi, no alla guerra, tutte intenzioni nobilissime. Roba di quindici anni fa, oggi sono una voce da enciclopedia. I ricchi sono tassati come prima, le guerre continuano. Qualcuno di loro probabilmente è diventato un direttore marketing o un consulente in pubbliche relazioni.

Oggi leggo dell’Attention Liberation Movement, come titola il libro di un professore universitario; un’iniziativa contro gli schermi, per la liberazione dell’attenzione. Titolo dell’articolo: Un movimento piccolo ma in crescita vuole che tu metta giù il tuo telefono. Ma prima leggi questo, in bilico tra l’acchiappaclic, il doppio senso e l’(auto)ironia.

In apertura, la foto di mezza dozzina di giovani, o giovani adulti, in un appartamento che sarebbe ad Amsterdam. Senza scarpe, seduti in giro, leggono libri di carta. Un ragazzo scrive a penna, forse appunti.

Mi sembra che la biblioteca del paese dove vanno a scuola le mie figlie ospiti la stessa situazione (salvo le scarpe) su scala decuplicata, tutti i giorni per molte ore al giorno, ma pazienza, perché c’è ben di più:

Oltre una dozzina di millennial si sono raccolti in un appartamento di arenaria a Brooklyn [arenaria per dire che è di fine ottocento, quindi qualificato] e hanno piazzato i loro telefoni in un secchio di metallo prima di passare due ore a leggere, disegnare e conversare; qualsiasi cosa pur di guardare uno schermo.

Per non parlare di questo:

Una scena simile si è svolta a poche miglia di distanza, in una fabbrica di scatolone di cartone di inizio novecento adibita oggi a uffici di lusso. Quasi venti ultratrentenni hanno contemplato i propri cellulari per pochi minuti. Poi li hanno posati e per un po’ hanno guardato il palmo delle loro mani. Poi quello dei vicini. L’esercizio intendeva ribadire l’importanza dell’attenzione alla vita reale, non ai piccoli schermi scintillanti che hanno preso il controllo del nostro mondo.

Ecco, un altro ricordo da sbloccare: chi si ricorda della gente che durante il lockdown usciva la sera sui balconi per cantare e ballare?

Non c’era nessuno spontaneismo, ovviamente. Gente che faceva prove generali di manipolazione della folla, di comunicazione di massa, di persuasione, di viralità provava a fare partire dei passaparola e vedere se riusciva ad acquisire un controllo effettivo sulle persone e conquistarsi un posto al sole nel panorama mediatico.

Quando andavano di moda gli yuppie, gli young urban professional, ero vicino professionalmente a un gruppo di persone che tentò di introdurre il termine muppie, inteso come multimedia urban professional. Negli anni novanta era molto più intelligente di quello che può sembrare oggi; la sostanza è che non ebbero abbastanza potere mediatico per affermare il termine, per ricevere attenzione e ritrasmissione, e non se ne fece niente.

Perché se crei un termine che arriva sulla bocca di tutti poi ti invitano ai convegni, ti intervistano, ti pubblicano un libro, ti chiedono consulenze, diventi uno che conta eccetera eccetera. Far parlare di sé ha un senso.

Stabilito il grado di spontaneità di iniziative come l’Attention Liberation Movement, vogliamo parlare di una porzione di generazione (porzione, perché mica tutti, sono frange, sono marginalità) che non riesce a stare in piedi da sola? Per smettere di guardare gli schermi, beh, basta spegnerli. Oddio. Ma senza essere insieme a qualcun altro, senza sentirsi gruppo, senza la protezione di un branco: impossibile.

Sono logiche normalissime di costruzione dell’autonomia e del carattere. Nell’adolescenza. Oltre i trent’anni ci sono problemi e questioni molto più impellenti degli schermi.

Per me uscire dai social è impossibile. Li uso per lavoro. Fuori dal lavoro, tuttavia, non li uso. Se per caso ne apro uno, non scorro: guardo il primo post, commento se è il caso e chiudo.

Non sono un supereroe né un maestro zen né un sergente istruttore di marine. Ho in mano uno strumento, lo uso quando e come mi serve, lo metto via quando non mi serve, cerco di usarlo bene, a volte riesce, a volte meno. A me sembra normale, mentre mi accorgo che sempre più l’idea di essere in grado di utilizzare scientemente le risorse a propria disposizione, o almeno a volerlo fare, risulta aliena.

Continuo a ritenere che tutto arrivi dal decennio dell’Io raccontato da Tom Wolfe. Nel millenovecentosettantasei. Gli schermi non c’entravano niente e invece l’egoriferimento, la ricerca del gregge, la forza di volontà della consistenza dello stracchino un sacco.

Ché a colazione leggo un libro di carta, dal momento che me li regalano, alcuni sono interessanti, se ne inizio uno valido lo voglio finire. Sarò anch’io un esponente della protesta contro le Big Tech?

Il trainer disse, “togliete il dito dal pulsante Reprimi”. Si voleva che ciascuno si lasciasse andare, che potesse uscire ogni indegnità. Avevano persino fornito sacchetti per il vomito, come quelli sugli aerei, nel caso qualcuno si fosse lasciato andare proprio alla lettera! Poi il trainer disse a tutti di pensare a “la cosa che più di ogni altra ti piacerebbe eliminare dalla tua vita”. E che cosa sbotta nel microfono la nostra ragazza? “Emorroidi!”.

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