Si deve dire un po’ cinicamente che di questo periodo scompare un padre di Internet ogni settimana. La
scomparsa di David Mills tuttavia spicca su tante altre, perché lui ha creato Network Time Protocol, NTP, del quale racconta questo
spettacoloso articolo del New Yorker.
Sappiamo per esperienza che nessuno al mondo riesce a ottenere da un iPad quello che riesce a Federico Viticci. Stavolta Stephen Hackett di 512 Pixels lo ha linkato titolando, tra l’ironico e l’ammirato,
Adesso è andato troppo oltre.
Il titolo dell’articolo di Federico è
Come ho truccato il mio iPad Pro con un proteggischermo, un portaiPhone e altoparlanti stereo magnetici e già si è detto tutto.
Lui è il primo a saperlo e lo scrive in chiaro:
Oggi lo chef propone un
Venerandi d’annata con una lunga e profonda invettiva sulla crisi valoriale della scuola e il degrado delle capacità degli studenti e sul loro rispetto per l’istituzione.
Universale è il lamento per l’indisciplina delle scolaresche; e questo lamento non è mosso per ragione di scapataggini, proprie dell’indole vivace dei ragazzi, o per quelle che si chiamano monellerie; ma piuttosto per atti frequenti di aperta ribellione e di cinico disprezzo contro l’autorità del maestro, per l’insofferenza di qualsiasi ammonizione o consiglio, sia pure amorevole, de’maggiori, per la pretesa sfacciata di premi e di promozioni, senza alcun merito reale che le giustifichi; per la facile abitudine di attaccar brighe con chicchessia, e di riescire il tormento di chi ha la poco lieta fortuna di abitare o di passare vicino ad una scuola. Il sigaro, il turpiloquio, la bestemmia appaiono frutti già maturi sulle labbra degli adolescenti. I quali e colla sguaiataggine delle maniere e colla sconcezza de’discorsi, e col piglio arrogante del mascalzone si permettono d’insolentire contro le persone più rispettabili.
Mentre si chiudeva l’anno, qualcuno si è accorto dell’esistenza di
Ferret, large language model (megamodello?) alla base dell’intelligenza artificiale come intesa in questo scorcio di decennio, sviluppato da Apple insieme alla Cornell University.
Ferret è multimodal, ovvero lavora anche su media diversi dal testo. Proprio come
Gemini, il sistema presentato con grande fanfara da Google. Lavora con le immagini e anche con parti di esse arbitrariamente selezionate.
A differenza di Gemini, tuttavia, Ferret è stato pubblicato su GitHub in silenzio e, chiaramente, come open source. Chiunque può avventurarsi nel codice, cosa che Google o Microsoft sono più restie a concedere.
Posto che, come anche
commenta Tom’s Hardware, la strada è lunga e le sfide notevoli, mi piacerebbe un sacco vedere
la tecnologia promessa da BetaVolt arrivare al livello richiesto dai device di oggi e di domani.
BetaVolt ha annunciato batterie tascabili a energia nucleare piccolissime (quindici per quindici per cinque millimetri), con autonomia di cinquanta anni e sicure poiché basate su un isotopo del nickel che decade in un isotopo stabile del rame.
Chi sa fa, chi non sa insegna, si scherza. Se è la premessa, nessuna sorpresa che si parli molto degli assistenti generativi come strumenti da usare nell’istruzione.
All’amministratore delegato di Khan Academy è piaciuto molto un bot costruito sopra ChatGPT che funge da insegnante personalizzato per ciascuno studente,
scrive il New York Times. L’articolo ricorda che i tentativi precedenti di affermare l’insegnamento robotizzato sono iniziati già sessant’anni fa e nessuno ha avuto un gran successo. Sessanta anni fa, o trenta, non esisteva però
Khan Academy: una organizzazione no profit dietro un sito di lezioni e tutorial su qualunque materia, gratis. Hai un punto debole? Una lacuna? Vuoi rifare il liceo per capire la trigonometria? Sulla Academy trovi materiale pronto, collaudato, di qualità. È una risorsa impensabile nel mondo prima di Internet, incomprensibile per i nonni, rivoluzionaria (e infatti se ne parla solitamente poco). In linea di principio, allocato il tempo e presente la motivazione, la Academy consente un apprendimento efficace a qualunque livello, università compresa, senza spendere soldi che non vadano in un computer e una connessione alla rete.
Sappiamo di essere
come nani seduti sulle spalle dei giganti mentre scorriamo distratti il blog di John Gruber e troviamo due commenti in sequenza.
Il
primo rimanda a un appello di Niklaus Wirth sulla necessità di
scrivere software snello. Appena scomparso, Wirth è stato un padre nobile della scienza dei computer e, in particolare, l’inventore del linguaggio di programmazione Pascal.
A me Pascal non piace, ma resta ugualmente una pietra miliare e un modello di strutturazione e pulizia. Come ricorda Gruber, tutte le applicazioni degne di un’occhiata all’inizio di Macintosh erano scritte in Pascal e il relativo ambiente di programmazione era dieci anni avanti.
Non c’è niente da fare. Se ne va uno dei padri dell’informatica, ci sono dissertazioni infinite sull’intelligenza artificiale e no, esce software interessante, ma questa sera al massimo posso arrivare a sfidare qualcuno a
Paku Paku, una versione unidimensionale di Pac-Man.
Sembra stupido, eh? Certo non è un gioco di spessore (come detto, è unidimensionale…). Ma stupido no. Qualcuno
ha superato i duemila punti. Un altro ha
scritto un bot che gioca da solo.
Trenta anni lo scorso maggio, quindici versioni: bello iniziare l’anno con un
BBEdit rinnovato. Per un fedele utilizzatore il prezzo di aggiornamento è a trentaquattro dollari e novantanove, che tra tutto diventano trentotto euro e spiccioli.
Per l’esborso arriva una versione con una cinquantina di Additions, quasi quaranta Changes e più di cinquanta Fixes. Non si va a peso naturalmente e specie con BBEdit; comunque il programma è più ricco, più curato e più stabile al netto di Sonoma, che introduce
bug e regressioni in grado di influire eventualmente sul funzionamento standard. Personalmente non ho ancora riscontrato niente e spero di proseguire.
Si registra una certa agitazione in taluni che scoprono come Apple
abbia comunicato agli sviluppatori di evitare, per le proprie app su Vision Pro, le dizioni AR, VR MR (Mixed Reality) eccetera. Ugualmente, Vision Pro non va chiamato headset (in italiano, casco o anche visore).
Apple lo ha sempre fatto, a partire da sé stessa (e non è affatto scontato). Si possono percorrere le sezioni del sito ufficiale alla ricerca di termini generici che indichino una categoria (smartphone, tablet, smartwatch). Non c’è nulla.