Tengo particolarmente al
ricordo di Sir Clive Sinclair perché ho usato un Macintosh nel 1984.
Prima di Macintosh avevo già usato un Apple //, che mi piaceva moltissimo. Era un computer della redazione, che durante le vacanze di Natale mi portai a casa per giocarci a
Lode Runner. Ero affascinato.
Poi però usai un Macintosh, il primo arrivato presso la casa editrice dove lavoravo. Fu uno shock culturale: improvvisamente diventata chiaro quanto fosse possibile superare i propri limiti con l’ausilio del computer e quanto potente fosse l’interfaccia grafica per stabilire il legame necessario.
Pare incredibile dover chiarire ancora che le immagini pubblicate dei siti di rumors sono creazioni di fantasia realizzata da un professionista della computergrafica, oppure false piste seminate da Apple per identificare le talpe disposte a fare trapelare all’esterno informazioni di prodotto non autorizzate.
Invece no, c’è gente che guarda, si interessa, ne discute come se fossero vere, esprime giudizi. Su disegni (3D, ray tracing, ma sempre disegni restano). C’è gente che commenta disegni.
Sembra ieri e invece era il 2007 quando
Steve Jobs annunciò il cambio della ragione sociale, da Apple Computer a Apple.
La cosa fece gran rumore. Avrebbe potuto farne molto di più, se non fosse stato che Jobs si esibì in uno dei suoi più formidabili campi di distorsione della realtà:
Mac, iPod, TV e iPhone. Solo uno di questi è un computer. Quindi cambiamo il nome.
Se avesse detto la verità, avrebbe suscitato un clamore superiore, ma forse Apple ne avrebbe risentito in modo anche ragguardevole. Perché erano tutti computer.
Siccome sono più interessato del solito all’
evento Apple di fine estate e devo ingannare l’attesa, mi sono messo a giocare a
Bashcrawl, avventura testuale per il Terminale che insegna i fondamentali della shell.
C’è sicuramente di meglio per ingannare un’attesa, ma volevo qualcosa che fosse sufficientemente lontano dai temi dell’evento.
Bashcrawl è semplice semplice e va bene anche per un neofita del Terminale, purché riesca almeno a portare a termine l’installazione e seguire le istruzioni di
questo articolo.
Una regola che vige qui è parlare di cose che, più o meno approfonditamente, si sono già lette.
Poi ci sono le eccezioni. Oggi tocca a
The Three Speeds of Collaboration: Tool Selection and Culture Fit.
Non l’ho ancora letto, ma mi tocca. Sono quattordici minuti che, a volo d’uccello, costituiscono l’approccio più brillante e profondo che abbia visto finora alla collaborazione remota.
Ovvero, è una pagina che rafforza la spina dorsale di numerosi argomenti che ho all’ordine del giorno al ritorno dalle vacanze.
Da questa estate il blog si generava regolarmente, ma non prima di avere sputato esattamente trentasette righe di messaggi di errore.
Ci sono già fin troppe cose da sistemare e così ho provato a leggere attentamente i messaggi: la colpa era di un octet che il motore di
Coleslaw non riusciva a leggere.
Due numeri tipo 105 e 92, di cui non avevo idea. Ma l’esperienza accumulata con
Octopress e
Jekyll mi ha insegnato che spesso questo tipo di errori nasce da un carattere non ortodosso (per chi ha scritto il motore) presente nelle zone del file originale che vengono interpretate dal motore stesso per preparare la struttura del sito.
Mi sembra che articoli come
Luxury Surveillance passino il segno, nel loro associare watch o Fitbit a braccialetti di sorveglianza per condannati, solo più costosi e per gente che se li può permettere.
Le persone pagano di più per tecnologie di tracciamento che vengono imposte ad altri, non volenti.
L’idea di fondo è quella del capitalismo di sorveglianza che è certamente un problema; al tempo stesso, c’è un ampio insieme di persone che paga più volentieri per qualcosa che contenga la parola capitalismo all’interno e una sua critica. (Non sto facendo politica, constato un fatto).
Ho scritto per una società il memo che segue. Ma le considerazioni contenute sono abbastanza universali da essere condivise più in largo. Magari un giorno verranno ricordate.
Il fine giustifica i mezzi di comunicazione
La comunicazione è terribile.
— Jeff Bezos
Premessa: in una società qualunque, è il collaboratore che va incontro alle necessità dell’azienda; non è l’azienda che va incontro alle necessità del collaboratore. Noi vogliamo essere una società qualunque? O vogliamo essere migliori?
Trovo tanta verità nella storia di Harry McCracken che quarant’anni fa pubblicò l’avventura testuale
Arctic Adventure e oggi, a seguito di una serie di coincidenze fortunate, la ripubblica via web dopo, ed è qui il punto, essersi reso conto di un errore di programmazione che rendeva il gioco originale impossibile da terminare.
Quattro decenni più tardi l’errore è stato emendato e dalla pagina linkata si può apprendere l’intera vicenda, ma anche provare il brivido (appropriato, pensando al titolo) di cimentarsi con Arctic Adventure.
Con tempismo perfetto, una settimana prima dell’evento di presentazione del prossimo iPhone (più varie ed eventuali) compare una paginaccia rigonfia di pubblicità dedicata a supposte
rese grafiche di… iPhone 14. Il 2022.
Ci sono due possibilità: Jon Prosser ha avuto una idea brillante per autopromuoversi sfruttando il volano di Apple. Oppure qualcuno lo ha pagato per fare contropubblicità a un evento che chiaramente non fa felici i reparti marketing di diverse società.