L’Europa Unita: una buona idea.
Unificare le normative in Europa: una buona idea.
Introdurre una normativa per cui chi in Europa spedisce pacchi con intenti commerciali deve preoccuparsi di osservare regole sull’impatto ambientale: buona idea.
Mandare in vacca le buone idee con una applicazione pratica tragicomica: triste abitudine.
Forse qualcuno deve ancora sapere che in Europa opera Lectronz, un marketplace per maker, inteso per creatori di hardware open source. Attualmente il marketplace ospita trecentoventisei venditori e ha dato seguito seguito a più di diciottomila vendite.
Questi venditori ricavano ovviamente dei profitti, ma sono principalmente appassionati, con capacità ridotte di produzione e un pubblico di compratori ristretto, ad altri appassionati. Sul blog di Lectronz si legge che
Qualcuno guadagna di che vivere. Alcuni vendono una manciata di schede ogni anno. Altri costruiscono dieci unità semplicemente perché hanno fatto qualcosa di utile e vogliono condividerlo con la comunità. Una di queste attività diventa occasionalmente un successo commerciale. Qualsiasi Arduino inizia da qualche parte.
Che fa l’Europa?
Armonizza la legislazione su tutti i ventisette Paesi dell’Unione e poi lascia a ciascuno l’implementazione. Succede che ogni Stato abbia le sue regole e le sue tariffe di iscrizione al nuovoo regime.
Più chiaro: vuoi vendere una schedina USB da venti euro in Francia? Devi registrarti e pagare le relative tasse in Francia. Vendi anche in Germania? Va fatto pure lì. Belgio? Anche. Vuoi vendere in ventisette Paesi? Devi affrontare ventisette procedure e pagare ventisette volte.
Senza contare il tempo per soddisfare le burocrazie, sono ventisette tasse di registrazione ogni anno, per potenziali migliaia di euro. Lectronz fa un resoconto per Austria, Belgio, Francia e Germania: siamo nell’intorno di millecentocinquanta euro l’anno, per quattro Stati. Nel mancano ventitré. Si tratta di una cifra risibile per le grandi aziende con un volume di affari consistente e un ufficio amministrativo dedicato, mentre ammazza un artigiano geniale con la voglia di giocare con l’elettronica.
Vendere cinquanta delle schede USB di cui sopra non coprirebbe neanche la burocrazia. Per arrivare a un modesto profitto bisogna che le vendite siano duecento, trecento. Se poi si vuole sbarcare anche in Danimarca, i costi burocratici aumentano. Finisce che la schedina uno fa a meno di venderla.
A chi pensa che Lectronz sia un nido di speculatori, va detto che il marketplace applica una commissione del cinque percento sulle transazioni. Le prime cinque transazioni sono senza commissione, per incoraggiare l’uso del marketplace e dare il benvenuto ai nuovi creatori. Secondo il blog, nel 2026 Lectronz ha incassato l’equivalente di un modesto stipendio.
È ancora presto per dire quale sarà l’assetto finale, perché la decisione europea è del dodici di agosto e, come di consueto, ci si interroga su che cosa e quando succederà in più di uno Stato. Certo che, per una organizzazione che mirava a dichiararsi l’area economica più dinamica del mondo, perfino con i chiari di luna (e di lunatici) attuali conviene di più lavorare da un garage nel Wyoming che da uno in Lussemburgo.
La minaccia, dice Lectronz, è uccidere con dolcezza l’innovazione. Un modulo per volta, una firma ogni tanto. Da europeo e poi anche da italiano, non stento a crederci.