Una delle grandi svolte della civiltà è stata la replicabilità del testo. Gli innumerevoli amanuensi che hanno consumato vista e salute per produrre copie dei capolavori delle culture antiche stanno tra i giganti sopra i quali poggiamo come i proverbiali nani. (Qui entra in ballo qualcuno a magnificare le superiori capacità di conservazione della carta. Viene accompagnato con gentilezza e complimenti verso la rupe più prossima).
E poi ovviamente i caratteri mobili. Più avanti, le memorie elettromagnetiche, poi elettroniche, con tutti gli apparati necessari di conservazione e riproduzione. La replicabilità del testo è un problema superato (così come la sua conservazione, a patto di fare backup e aggiornare i media).
La frontiera successiva, per forza, diventava trovare forme superiori di fruizione di tutto il testo creato, sempre più facile da creare, sempre più replicabile, sempre più conservabile.
Questa ulteriore svolta si è tradotta nell’invenzione dell’ipertesto e del World Wide Web. Fili immaginari che congiungono documenti con un punto in comune.
Per quanto il web si sia evoluto in trent’anni, nel grande schema delle cose resta una versione uno punto qualcosa. I collegamenti tra documenti sono una nuova dimensione, letteralmente. Solo che mancano tante cose, a cui ancora non abbiamo saputo trovare una implementazione plausibile e scalabile sulle dimensioni paurose del web attuale. Un esempio tra i tanti: abbiamo link a senso unico. Posso linkare un’altra pagina web ma, se uso il link, non ho un link che mi riporti indietro (Qui entra in ballo qualcuno a ricordare che i browser hanno il tasto Indietro. Viene accompagnato con tutti gli onori al grand tour della betoniera nel cantiere dove scavano le fondamenta di un palazzo sotto cui nessuno scaverà per i prossimi cento anni).
Oppure le microtransazioni. Come faccio a far pagare un millesimo di euro a capitolo le letture del mio libro online? Oggi, semplicemente, non c’è modo. Eccetera.
Il progetto Xanadu di Ted Nelson puntava altissimo e voleva portarci il vero ipertesto, sviluppato in ogni sua possibilità.
Non ce l’ha fatta. Troppo lo sforzo progettuale, innumerevoli gli ostacoli, immenso il distacco tra la progettazione e l’infrastruttura.
Tuttavia esistono tracce pubbliche del lavoro (principalmente) di Nelson, come questa descrizione di Xanadu Space. L’abstract dice tutto:
Altri imitano la carta (Word, Acrobat) e il mondo tridimensionale costante in cui viviamo (realtà virtuale). Il nostro sistema cerca invece di creare documenti migliori della carta in uno spazio migliore di quello reale.
La lettura è raccomandata, ma non necessaria. Un’occhiata alle figure è più che sufficiente a dare un’idea di dove Nelson voleva arrivare. Ùn peccato che sia andato a sbattere contro un muro di nulla, ma una gemma splendente il suo tentativo.
Oggi l’attenzione è interamente concentrata sulla ruminazione del testo ma chissà, domani sorgerà qualche genio di cui oggi non abbiamo nozione. E finalmente ci rimetteremo a pensare su come incarnare il testo in uno spazio nuovo, con una nuova idea di tempo.