Una ragazza cresciuta a Chicago negli anni novanta che giocava a baseball con i coetanei. In America il baseball è una mezza religione, solo che l’attenzione va tutta alla mezza chiesa, la Major League. Il resto dell’iceberg sono i mezzi oratori e non intendo solo i campi di Little League (capito? Major perché c’è Little) ma anche i prati, gli spiazzi e i cortili. In Italia si improvvisano due porte, in America quattro basi.
La ragazza si innamora anche di Backyard Baseball, un videogame che ricrea l’atmosfera delle partite improvvisate dai bambini su una qualunque superficie disponibile.
Passano gli anni, la ragazza diventa adulta e lavora con i bambini. Arriva la pandemia e lei inizia a seguirli via Zoom. Capisce che giocano con videogame più violenti che in passato e si chiede, ma perché non proporre loro Backyard Baseball? Un gioco coinvolgente, spiritoso, graficamente perfetto, accogliente al massimo in termini di genere, etnia, abilità. Un gioco realmente adatto a qualsiasi bambino e bambina.
Solo che il gioco è svanito nel nulla. Nessuno lo produce più, nessuno lo vende più. Non si trovano gli autori, non si vedono comunità che lo mantengono.
Lindsay Barnett, l’ormai adulta, decide di voler recuperare un pezzo della propria infanzia e un programma software di valore inalterato nonostante gli anni passati; lascia il proprio lavoro e si mette in missione.
Inizia una storia incredibile che il New York Times ha raccontato a perfezione. Ci sono colpi di scena, cacce al CD, comunità nascoste, proprietà intellettuali perse nel vuoto, sorgenti perdute, aziende insospettabili, licenze segrete. Io sono impressionabile e me ci sarebbe una sceneggiatura pronta. Forse esagero, forse leggere i particolari di come Backyard Baseball è tornato alla vita è davvero diverso dall’usuale.
Il finale, possono vederlo tutti, è che oggi Backyard Baseball è regolarmente in vendita su Steam ed è stato seguito nel tempo da versioni per altri sport, a partire dal football americano.
La morale è che Lindsay Barnett era una maestra elementare (ora, suppongo, una imprenditrice). Mi viene da collocarla in Italia, nella stessa situazione, con i cellulari vietati e il coding – parlo della mia scuola – che consiste nel colorare i quadratini identificati stile battaglia navale, effe sette, acca quattro.
Non voglio parlare degli aedi del rinforzo dell’apprendimento analogico per evitare una querela.
In America, invece, crescono programmatori come quello di Ribbie.tv, già presentato, che come novità adesso ha aggiunto anche la grafica per le azioni della difesa.
Più che i singoli, è il contesto. Ci si può certamente rovinare, con l’uso sbagliato della tecnologia; ci si può certamente anche elevare. L’indifferenza infastidita è causa, non frutto, di una arretratezza che adesso mi spaventa veramente.
C’è una Lindsay Barnett italiana nelle nostre scuole primarie? Non è più questione di cavalcare un’onda, ma di arginare una discesa nell’irrilevanza.