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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

5 lug 2026 - Software Internet

Più algoritmi per tutti

C’è una parte di utopia nell’evoluzione del digitale che, nella giusta dose, è come un buon dolce alla fine di una buona cena: pensavi che tutto fosse perfetto e invece si poteva fare ancora qualcosa di più.

Ma già gli Homebrew Club avevano una carica di utopia, pur nel loro pragmatismo di smanettoni. E poi Wheels for the Mind, Think Different, ma anche Alan Kay, Richard Stallman (con le sue sbavature e i suoi eccessi), Dave Winer, Tim Berners-Lee: tutti quelli che si sono seduti davanti a un’interfaccia con l’intento di uscirne migliori avevano dell’utopia in tasca, in grandi o piccole dosi.

La deriva odierna corrode la comunità anche su questo; oggi utopia sembra essere pronosticare la quantità maggiore di perdita di posti di lavoro altrui a semestri alterni, o auspicare la fine della creatività, o dichiarare l’obsolescenza dell’umanità. Tutti auspici che, come è già avvenuto più volte in altri ambiti, paiono fortemente esagerati ma ci fanno ugualmente perdere di vista utopie che sarebbero raggiungibili con effetti concreti senza bisogno delle menti aliene dal funzionamento a noi incomprensibile (per motivi, francamente, incomprensibili).

Basterebbe adattare gli algoritmi che già abbiamo alla potenza computazionale che, quando sono stati pensati gli algoritmi, non c’era.

Un esempio utopico, concreto, banale: la tassazione progressiva. Per un attimo dimentichiamo le polemiche politiche e il problema dell’evasione e concentriamoci sullo spazio di quelli che oggi le tasse le pagano e dello Stato che, polemiche a parte, dei soldi li deve riscuotere.

Oggi tassazione progressiva significa tutto e il suo contrario, a seconda di chi (stra)parla. Il motivo è semplice: ad applicarla è un algoritmo tragicamente approssimato. Ci sono gli scaglioni, che creano iniquità, fiscal drag e autentiche ingiustizie, quando per un euro in più l’imposizione cresce improvvisamente di diversi punti percentuali.

Metti i contribuenti in ascissa, dall’imponibile tassabile più piccolo a quello più grande. Metti in ordinata la percentuale di tassazione. Viene fuori una linea spezzata, discontinua, brutta. Basta guardarla, si capisce subito che non funziona bene.

L’algoritmo ce lo abbiamo. Quasi. Invece degli ottusi scaglioni, applichiamo la tassazione su una linea continua, frutto di una funzione opportunamente esponenziale che fa salire la curva blandamente all’inizio, dove si trovano i contribuenti meno danarosi, e a un certo punto la spinge in alto con più decisione superato un certo punto oltre il quale si situano i veri benestanti.

Il punto è che la linea è continua, non più discreta come prima. Finisce che chi ha un euro in più di imponibile magari paga tre centesimi in più di tasse (per dire), ma sempre e comunque chi ha di più paga di più e chi ha di meno paga di meno, quale che sia la differenza. Questa è tassazione progressiva, non quella dove possono esserci migliaia di euro di divario e il prelievo rimane uguale.

Qual è il problema? Ordinare e gestire quaranta milioni di punti dato. Quando abbiamo concepito il metodo si trattava di una missione ingestibile, ma oggi? Una Amazon governa in poche ore ogni giorno un quantitativo di transazioni che fa impallidire la complessità della base imponibile italiana. Non ho idea del costo pratico in tempo macchina ma, se mi chiedessero di sparare a caso, direi due giorni? Tre? Anche fossero sette o quindici, dove sarebbe il problema? Terminata l’elaborazione, ogni contribuente conoscerebbe la propria tassazione assolutamente e realmente progressiva e tagliata su misura sul suo imponibile, al centesimo.

E lo Stato, che ha bisogno disperato delle entrate e che come primo requisito di ogni riforma vuole la parità come minimo di gettito, come fa a scardinare a cuor leggero il sistema attuale? Oh bella: si prende un mese, un anno, quello che serve, e simula cambiando i parametri fino a quando il sistema basato sulla funzione continua restituisce la parità di gettito. A quel punto implementa. E il fisco diventa più equo per tutti.

Pensa poi che bello sarebbe se le tasse si pagassero mese per mese e se lo stesso criterio venisse usato su ciascuna cifra mensile. Tutto sarebbe più limpido e comodo.

Non voglio annoiare e mi fermo. Ma parlerei per ore di situazioni che un uso aggiornato di algoritmi già nelle nostre mani porterebbe a migliorare. A partire dall’evasione per esempio… ma già si va sulla politica e allora meglio fermarsi proprio.

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