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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

23 giu 2026 - Internet

Aperto e chiuso

In riferimento al libro Steve Jobs - L’esilio che ho recensito ieri, non ho inserito nella recensione una considerazione che sono riuscito a formulare solo ora. E comunque non sarebbe stata pertinente nella recensione.

NeXT nacque guidata dall’ossessione di Jobs per produrre un computer perfetto con un software perfetto e alla fine naufragò, dopo avere prodotto un hardware fantastico ma impossibile da vendere e un software futuristico che doveva girare solo sulle sue macchine e, quando venne aperto a tutti, era troppo tardi.

Era NeXTSTEP quel software. Ovviamente divenne la base di macOS odierno e bla bla bla; qui interessa che Jobs lo vedesse come attuatore di un paradigma nel quale, grazie all’immediatezza e alla facilità di utilizzo, chiunque avrebbe potuto scrivere le proprie applicazioni, quelle che gli servivano. A un certo punto Steve sperò che questo potesse essere il differenziatore; che i cubi di magnesio si sarebbero venduti a individui, aziende e organizzazioni intenzionate a prodursi le proprie applicazioni.

Avvenne, ma non come da progetto: invece di popolare università e laboratori di ricerca, come da obiettivo di Jobs, i computer NeXT li compravano trader, burocrazie e servizi più o meno segreti (da cui anche problemi sulla crittografia, dove NeXT era tanto per cambiare avanti ma questo causava grossi problemi sull’estero). I trader erano un esempio clamoroso dei vantaggi di Interface Builder: in quattro e quattr’otto si facevano l’applicazione su misura, prendendo un vantaggio sui concorrenti che usavano software in scatola, e poi continuavano a perfezionare per mantenere il vantaggio.

Finì che a un certo punto qualcuno saltò fuori con una applicazione per creare siti web. E qui bisogna ricordarsi che si trovavamo a metà degli anni novanta, cioè esoterismo puro. Chi faceva pagine, le faceva di fatto a mano.

Jobs vide in quell’applicazione una possibilità di riscatto per NeXT: avrebbe potuto vendere i cubi a tutti quelli che volevano farsi un sito in modo semplice ed efficace.

Non andò esattamente in questo modo, ma il software diventò comunque WebObjects. Che arrivò in Apple dopo l’acquisizione, sopravvisse alla scure dei tagli di inizio risanamento e diventò nientemeno che l’ossatura di iTunes Store, un bel riconoscimento della sua stabilità e adeguatezza.

Arriva la morale. Il fallimento di NeXT arrivò anche perché Jobs era troppo in anticipo su tante cose, al punto che la tecnologia non riusciva a seguirlo e il mercato men che meno. Contemporaneamente il libro titola della rinascita di un visionario americano e Jobs aveva sì le visioni, ma erano concrete più che mistiche.

Lui vide il web quando gli altri lo consideravano una moda o uno sfizio per ragazzini. Quando Apple, che pure era avanti chilometri rispetto a Microsoft, progettava eWorld. Steve aveva capito, prima, meglio. Bill, non pervenuto.

A rileggere oggi, la sua idea che ognuno avrebbe potuto farsi il proprio sito è non solo visionaria; è passata allo stadio profetico. Non c’è alternativa agli attuali malanni che la parte sana della rete si decentralizzi autonomamente e che si torni a parlarsi per collegamento invece che per aggregazione.

Oggi ciascuno di noi dovrebbe avere il proprio sito, possibilmente autogestito e autoprodotto, in nome del bene comune e del futuro della comunità. Steve lo aveva colto trent’anni fa. Riposi in pace, ma lo si continui a leggere e scoprire.

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