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14 apr 2026 - Software

Il mestierante di scrivere

Mentre redigevo le riflessioni sull’espressione di sé nella scrittura assistita, ho pensato di mettere insieme le mie esperienze di scrittura digitale nel tempo. Non è una storia né un database; di alcuni software neanche ricordo il nome ed è probabilissimo che dimentichi qualcosa o faccia confusione sui dettagli o sui periodi.

Gli unici criteri che contano sono l’uso per un tempo e un’intensità sufficiente per averci creato qualcosa di uso reale, per diletto o per professione non importa, ma uso effettivo e concreto. Per capirci: se parlassimo di programmi per impaginare, citerei PageMaker 1.0 solo in quanto ci ho impaginato le poesie di un amico, materiale poi pubblicato. Il semplice possesso o l’averlo provato (anche a scopo di recensione) non conterebbero. Con Ready, Set Go! Ho fatto forse un volantino per l’oratorio e niente più, dunque non conta.

Il primo programma per scrivere (ripeto, con esito compiuto e professionale) in assoluto lo do a pari merito tra TEXT di Olivetti M10 e AppleWriter II su Apple //e, perché non ricordo quale sia arrivato proprio per primo. Avevo un Olivetti M10 che per i tempi era imbattibile per portabilità, nonostante avesse una batteria ricaricabile per la scheda logica e batterie usa e getta per lo schermo. Uno schema di approvvigionamento energetico analogo non l’ho più incontrato. TEXT aveva anche il vantaggio di appoggiarsi a una tastiera, per i tempi, davvero ottima. Mio padre, zero informatica ma buona elettronica, aveva fatto da sé un cavo per il passaggio dei dati via seriale verso Mac.

AppleWriter II lo usavo presso il Gruppo Editoriale Jackson, dove avevo cominciato a scrivere delle cose per Bit dopo qualche mese di gavetta. Aveva la doppia tastiera, americana e italiana, e lo schermo passava da una rappresentazione all’altra tramite un interruttore posto nello chassis, proprio sotto la tastiera. Quella parte aveva una schermatura metallica e con il bel tempo, causa i pavimenti moquettati, si prendevano scosse notevoli da elettricità statica. A un certo punto giravo con in mano un fermaglio aperto, con cui a mo’ di bacchetta magica quasi toccavo porte e superfici metalliche, per scaricare la tensione in modo indolore.

Tasword per Spectrum. Facevo una rivista dedicata ai computer Sinclair e ho scritto anche con la tastiera di carne morta. La sua caratteristica fondamentale era ovviamente la rimappatura dello schermo in modo da poter mostrare sessantaquattro caratteri per riga al posto dei quaranta previsti.

Quill. Il word processor dotazione standard di Sinclair QL. Dovevo – il primo lavoro indipendente – tradurre un libro, ma non avevo un computer con una tastiera decente per scrivere. QL era il computer buono per scrivere e a prezzo più basso per cimentarmi con il lavoro. Con la sua tastiera, criticata da molti, mi sono trovato bene e c’era un buon feeling. La traduzione riuscì perfettamente. Si è detto tutto il male possibile dei microdrive ed è vero che occorreva la mano del chirurgo, per trovare il punto giusto di inserimento che faceva funzionare tutto. Però si trovava e, rispetto alle alternative disponibili, la cartuccia era veloce. Ci ho tradotto davvero un libro e senza nessun problema. Anche in questo caso, i file andavano via seriale verso un Macintosh o un Apple II. Per quanto le sue funzioni fossero normalissime, Quill era stato scritto veramente su misura per il suo hardware e la simbiosi tra programma e computer era perfetta. Penso sia il design più indovinato che io abbia visto, con l’unica eccezione di MacWrite. Scrivere con Quill era piacevole fino al livello fisico; permetteva di scrivere in modo scorrevole e rilassato. Polpastrelli, tastiera e schermo diventavano una cosa sola.

AppleWorks IIgs. La maggior parte delle cose scritte e redatte per Bit è passata da lì.

MacWrite. Detto tutto. È l’idea platonica del word processor. Un capostipite.

PipeDream. Il text editor dello Z88 di Cambridge Computer. Semplice eppure relativaente sofisticato, era l’incrocio tra un M10 e uno Spectrum, più una cura di steroidi, con uno schermino integrato a cristalli liquidi che però aveva otto righe invece di quattro, a lunghezza realistica. La tastiera era migliorativa rispetto allo Spectrum e consentiva una buona digitazione. Lo spessore era quello di uno Spectrum (anche un po’ meno) e le dimensioni erano quelle di un foglio A4. Con tre batterie usa e getta aveva uno standby di tre settimane e permetteva ore di lavoro. Era semplice esportare i file creati, sempre per via seriale. Un portatile totalmente perfetto per la metà degli anni ottanta. Un foglio A4 spesso ventitré millimetri, che andava per ore con batterie qualunque? Mi accompagnò in un lungo trekking montano tra Stati Uniti e Canada. Perfetto per viaggiare in aereo, per stare in uno zaino caricato con l’indispensabile, per scrivere in riva a un laghetto di montagna al tramonto e tutto quello che serviva erano una cartuccia di riserva per backup, grande tipo come una scatola di fiammiferi, e qualche pila. Un iPad dà la stessa libertà oggi per un giorno, con PipeDream su Z88 durava una settimana.

TeachText. A volte fungeva da grimaldello per aprire, sia pure in modalità solo testo, file non identificati o altrimenti problematici. Il limite dei trentaduemila carateri era quasi sempre adeguato e proprio per quello fece scalpore il primo BBEdit, che permetteva lunghezze formalmente illimitate. In realtà non era vero, ma i file così lunghi da creare veramente problemi erano oggetti rari, alieni e senza un perché. Allora.

Word. Intento bisogna pensare che al tempo era normalissimo usare copie di programmi, diciamo, trovate in giro. Word 4 era ancora decente, con interfaccia modica e poche alzate di ingegno. In tre amici avevamo provato a mettere insieme Ipertesi, un servizio per gli universitari appunto in cerca di impaginazione e stampa laser della loro tesi. Comprammo una LaserWriter economica e ci dedicammo. Ci ripagammo l’investimento e poco più, per restare con un ricordo incancellabile: le tesi, per loro natura, erano lunghe più di cento pagine e lo scorrimento del testo pagina per pagina doveva essere curato; quindi, per ogni modifica applicata al testo finale, bisognava scorrere tutta l’opera per accertarsi che le pagine continuassero a chiudersi correttamente. Su un Macintosh Plus, con i floppy, il lavoro poteva allungarsi. Nulla in confronto a quando si chiedeva a Word di stampare. Il programma paginava e ricreava in memoria tutte le pagine del documento, per poi mandarle alla laser che le produceva una ogni pochi secondi. La paginazione era un esercizio snervante di pazienza, glacialmente lento e ineludibile. Dopo di che, la stampa fisica richiedeva altri minuti di agonia. Si scopriva un refuso, o arrivava una nuova richiesta di modifica? Daccapo. E sì, modificare solo pagina centotrentadue del documento, e solo quella, faceva paginare a Word tutte le centotrentuno pagine precedenti oltre che quella. Con Word ho scoperto lo stress dello scrivere. Le versioni cinque e sei sono state solo la discesa lungo una china che, alla versione sei, mi ha fatto dire basta Word. Mai più tornato indietro e parliamo degli anni novanta. Non ditemi che serve o che non se ne può fare a meno. Ho prodotto per lavoro libri, riviste, siti, ebook, sempre e tutto senza Word, dentro case editrici piccole e grandi. Word è uno strumento per prendere in giro la gente con la storia dell’impossibilità di evitarlo.

WriteNow e WordPerfect. Li associo perché rappresentano il momento in cui provavo tutto per individuare una alternativa a Word. WriteNow era particolare come interfaccia ma era instabile; WordPerfect sopravviveva dai tempi in cui era possibile scegliere un word processor invece di accodarsi a Word. Non saprei citare alcuna ragione particolare per cui valesse la pena di usarlo e infatti, dopo il primo lavoro compiuto, l’ho congedato.

AppleWorks e ClarisWorks. L’uno è la continuazione dell’altro ed entrambi erano esattamente il programma giusto per la macchina su cui giravano. Non c’erano pretese di completezza, ma l’uso era ragionevolmente piacevole e la flessibilità era buona. Sono stati i compagni più naturali di chi usava Mac, per tanti anni.

Tex-Edit. La mia conversione dal word processor al text editor. Era svelto, ben disegnato, leggero, scriptabile alla perfezione. La quantità di articoli da me elaborati con Tex-Edit probabilmente batte qualunque altra. Sentivi di avere un complice dall’altra parte dello schermo. Uno degli shareware più riusciti della storia per quanto mi concerne.

TextEdit. Il re dei sottovalutati. Nato per caso (era una demo per fare vedere agli sviluppatori come creare un word processor senza scrivere una riga di codice), brilla per tipografia, ha tutte le funzioni essenziali, è perfino compatibile con il Male, non soddisfa nessuno e tuttavia va bene per tutti. Andrebbe imposto a tutti i nuovi utenti per un mese, dopo di che possono usare il programma che vogliono. TextEdit è un tesoro nascosto.

LibreOffice. Ci metto dentro anche OpenOffice, come extrema ratio per quando bisognava per forza adattarsi al maledetto formato Word e per qualche motivo l’alternativa del momento non arrivava proprio a tutto. OpenOffice era una tragedia mentre negli anni LibreOffice è diventato una macchina da guerra. Non lo aprirei tutte le mattine per lavorarci, è sovradimensionato, spigoloso, intricato. Però, quando serve, risolve. Indispensabile averlo sempre a disposizione, anche quando non lo si usa mai. Ci ho portato a termine tra l’altro la revisione di un libro monumentale su Java, tutto impaginato su template di Word, con le note. Qualsiasi variazione ipotetica rispetto all’impaginazione nativa era un disastro potenziale. Invece, nessun problema.

Pages. Sottovalutato, dalla vista travagliata per essere passato da una riscrittura drastica che gli ha tolto per anni un bel po’ di funzioni, è un multiuso ottimo, seppure con le sue idiosincrasie. La modalità di scrittura per riquadri ne amplia tantissimo il raggio di azione. Non abbiamo mai legato perché a me sembra di scrivere lentamente, con Pages; ma è una cosa mia. Quando mi fa comodo usarlo, lui c’è e mantiene le promesse. A volte discutendone, vero.

Google Write. Come word processor nel browser, non ha ancora rivali, anche quando la stessa cosa oramai riesce a cani e porci. Sottovalutatissimo, ha un design alieno in certe parti, eppure è il più riuscito nella sua categoria. Se fa comodo stare nel browser e serve qualcosa più del testo puro, non ho il minimo dubbio.

LyX. LaTeX in versione word processor. Certo spiana la curva di apprendimento all’inizio e permette di partire velocemente. Il suoi difetti sono l’impostazione vecchia e l’interfaccia buttata lì. A mio modestissimo parere, non è il modo giusto per approcciare LaTeX. Nondimeno, un lavoro l’ho portato a termine.

BBEdit e emacs. Sono la mia casa e la mia villetta in costruzione perenne come quelle che abbondano nel sud, a metà per una vita perché il padrone le mette su un mattone per volta nei weekend. Ne ho parlato in ennemila circostanze e qui mi limito a dire che neanche intravedo l’ipotesi dell’idea di uscire da questi due programmi in favore di qualunque altra cosa.

Framapad. Online, via browser, rivolto alla scrittura collaborativa. Ci ho tradotto, a quattro mani, una pubblicazione di Free Software Foundation per i Copernicani. L’ambiente è spartano però ragazzi, ad avere tempo e conoscenze, chiunque dovrebbe avere l’installazione privata sul proprio serverino per quando capita l’occasione. I word processor sono strumenti nati per il lavoro individuale; Framapad è nato per scrivere insieme. Non posso dire che sia il migliore, dato che ne esistono millemila di sistemi così; ci ho lavorato e sono arrivato fino in fondo, per giunta con altri. Il criterio è questo.

Editorial. La mia prima scelta per iPad. Purtroppo non più supportato, fantastico per l’integrazione con Dropbox e la personalizzazione via scripting incorporato. Siccome è stato scritto molto bene, funziona ancora nonostante sia stato lasciato a sé stesso e tuttora vado lì quando devo fare Html su iPad.

Textastic. In cerca di alternative su iPad, ci sono finito su più volte. È ottimo, fa tutto, è pieno di funzioni, però non ci troviamo. Mi dà l’impressione di essere a scuola a fare lavoro di gruppo con il compagno secchione so-tutto. Permette anche di realizzare l’integrazione totale con Mac, grazie a una versione apposta. È che su iPad Textastic ha un senso, su Mac ha un senso BBEdit e non mi accontento di nulla di meno.

RuneStone. Il mio editor attuale su iPad. Lontano dell’essere perfetto, ha le personalizzazioni che mi piacciono e ha il giusto feeling per legare bene con lo hardware e con chi scrive.

Ultime note prima di pubblicare.

I link li metto ma in un secondo momento, altrimenti non pubblico più. Invito alla pazienza o a rispolverare la ricerca su Google.

È possibilissimo che mi sia dimenticato qualcosa. Farò ancora mente locale più avanti. È più che lecito avanzare suggerimenti e obiezioni; ricordo che il criterio è averci lavorato. Per dire, ho provato Mellel, ho provato Overleaf, ma non ci ho lavorato e restano fuori solo per quello.

C’è un word processor che vorrei e non ho mai avuto? Sì: BBEdit (text editor) su iPad. E aggiungo: WordStar. Una macchina di un altro mondo e un’altra epoca, perfetta per occuparsi solo e soltanto della scrittura.

Che cosa sogno quando penso all’erede del word processor o del text editor? A qualcosa che porti alle estreme conseguenze la scriptabilità (emacs con Elisp, ma più immediato) per i lavori metodici e la libertà di elaborazione del testo per quelli più creativi: libertà tipografica assoluta, fuori dal paradigma della pagina se non ce n’è il bisogno, senza bisogno di scomodare programmi di design grafico tipo Inkscape.

E poi, qui lo dico e qui lo nego, ma un programma per lavorare nativamente con Html e semplificare veramente le cose a una persona normale per scrivere e leggere in formato Html, universale, durevole, leggero, standard, non c’è e ci vorrebbe.

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