Ho potuto seguire il lavoro di una persona vera, con lavoro vero, che ha studiato e approfondito per mesi con l’intento di facilitare la produzione degli articoli per il proprio blog in modo virtuoso. Renderla più veloce, mantenere la precisione dei riferimenti – fatto importante nella sua professione – e conservare il proprio stile e la propria voce. In definitiva, avvalersi degli assistenti generativi per guadagnare in efficienza senza perdere in personalità e tratti distintivi.
Il procedimento, messo a punto con grande lavoro e studio, prove su prove, collaudi, esperimenti, è stato concepito per essere virtuoso. Gli articoli vengono generati dal software; prima e dopo, però, c’è un lungo lavoro di impostazione del contesto, controllo, revisione, redazione dei passaggi da emendare, aggiunte, sistemazioni.
Posso testimoniare che, dato l’obiettivo, il lavoro compiuto è stato il migliore tecnicamente e il più onesto eticamente che sia possibile. L’intenzione è rendere conto di che cosa è stato prodotto originalmente e che cosa meccanicamente. Insomma, qualunque obiezione sul merito è priva di basi.
I lettori abituati a un certo tipo di prosa e di presentazione di fatti e considerazioni ritroveranno tutto. Probabilmente molti nemmeno si accorgerebbero dell’intervento non umano, se non venisse esplicitato.
Qualsiasi criterio etico e deontologico, per quanto mi è dato di capire, è soddisfatto.
La disamina potrebbe terminare qui. Visto, si pubblichi. Quanto segue prescinde dagli scopi dell’operazione ed è unicamente speculazione intellettuale mia, che non deve incidere sul giudizio di merito appena dato. Semmai incoraggiare alla riflessione personale, dato che ognuno di noi ha una misura diversa di attenzione alla propria reputazione, per così dire, letteraria.
Il testo generato con l’assistenza del software è ancora mio? Ma più di questo, sono ancora io a scrivere?
Per escludere subito le banalità dal dibattito, una premessa fondamentale: qualsiasi strumento cambia il nostro approccio alla realtà. Cambia il nostro di vivere. Figuriamoci se lascia inalterato quello di scrivere.
E qui, di cose, accidenti se ne sono cambiate. In un frammento di una bustina di Minerva che non riesco a rintracciare, Umberto Eco spiega che, rispetto alla macchina per scrivere, il word processor consente una maggiore precisione paratattica (significa usare frasi brevi, con meno subordinate). E la macchina per scrivere portava differenze rispetto alla biro, la biro rispetto alla matita e giù fino alle tavolette di cera con lo stilo dei Romani, o di argilla con le cannucce a sezione triangolare dei Babilonesi per incidere più rapidamente il cuneiforme. Ricordo un’altra bustina, cui ho accennato su Apogeonline, nella quale Eco si divertiva ad assegnare a ogni scrittore il proprio strumento ideale: questo la stilografica, quell’altro la matita eccetera.
Alzi la mano chi scrive con il word processor esattamente come scrive a penna. Non esiste proprio. È normale che scrivere assieme a un generatore di testo cambi il modo di scrivere. E gioco pure un carico: è normalissimo che gli scrittori, specialmente quelli di successo, abbiano un editor, un umano che li segue e interviene a volte anche brutalmente sui loro manoscritti per favorirne la pubblicabilità. Molto spesso, il libro che abbiamo in mano non corrisponde appieno alla sua stesura. Figuriamoci se dobbiamo scandalizzarci di un generatore che scrive testo per noi.
Non solo; la tecnologia cambia il nostro modo di scrivere e, dentro la tecnologia, i singoli strumenti cambiano il nostro modo di scrivere. Tanto che ho messo da tempo il word processor in soffitta; uso un text editor. BBEdit mi fa scrivere in modo assai diverso da MacWrite (sarebbe interessante ripercorrere la storia degli strumenti che ho usato per scrivere, magari lo farò). Più ancora di questo, i font, l’interfaccia, la grafica dell’interfaccia, tutto contribuisce. Il problema non è certamente questo. Ci sono persone che esigono un sistema su misura da capo a piedi e lo fanno per produrre testo di un certo valore, come George R. R. Martin per il Trono di Spade.
Devo fare esempi stupidi? Ho scritto testo innumerevole per riviste cartacee, dove lo spazio era molto ben definito. Quando si è trattato di scrivere per il web, è cambiata tutta una serie di criteri mentali e di meccanismi di composizione. Per fare l’esempio veramente più stupido del mondo, ho rinunciato alle abbreviazioni. A che cosa servono, su una pagina priva di un margine inferiore?
Non stiamo parlando del cambiare del modo di scrivere. Stiamo parlando, oplà, del pericolo che non cambi più.
Non trovo lo studio relativo ma ne ricordo bene la tesi: la resa della nostra voce da parte di un generatore è diversa dalla nostra voce. Perché il generatore funziona per pattern matching pesato statisticamente e noi invece scriviamo per flusso di pensiero: una procedura che non avrei modo di definire scientificamente e che però certamente non corrisponde all’applicazione di una distribuzione statistica pesata da una rete neurale.
Anche perché chi siamo, nello scrivere, viene definito momento per momento; se è mattina presto o sera tardi, l’umore positivo o pessimista, il meteo, un’attesa o un ricordo, tutto.
Il chi siamo, rispetto a un generatore, è una faccenda molto più cruda. Sono file che contengono una descrizione sommaria del nostro modo di scrivere e di come vogliamo che escano i pensieri. Sono documenti di riferimento che spiegano di usare certe espressioni in un certo modo, evitare certi stilemi, richiederne altri e così via.
Niente fraintendimenti: in un ambito professionale o di competenze, dove contano più i fatti esposti che l’esposizione, dare una struttura precisa allo scritto è un valore enorme. Un saggio, una guida, il panorama di una disciplina, un tema scientificamente definito, una relazione, un piano. Dove conta l’espressività, il discorso si fa difficile. Nella vita di questo blog, mi è capitato di intitolare un post c’era una volta /qualcosa/. L’ho fatto, a naso, una dozzina di volte. I post nel blog sono quattordicimila. Dodici diviso quattordicimila fa zero virgola zero-zero-zero-otto. Una volta ogni millecentosessantasette.
Il generatore di testo, per quanto addestrato allo stremo sui miei testi, con le mie regole, i miei file di contesto, i miei guardrail come dice qualcuno in gergo, non creerà mai un post a mio nome cominciando con c’era una volta. Posso dirgli di farlo una volta ogni millecentosessantasette ma, ammesso che funzioni, lo farà a sproposito, per una questione numerica invece di perché sento il bisogno di quel titolo lì. Potrei anche non farlo mai più. O fare una serie di cinque post consecutivi.
Si può andare avanti all’infinito. Domani potrei adottare con intenzione il tono di un politico arruffone o di un servile Fantozzi, scrivere una finta lettera a un destinatario simbolico, scrivere un post in terzine dantesche o un test da seguire sotto l’ombrellone, con venti domande, un punteggio e cinque esiti diversi. O parlare del collaudo di un programma come una quest da gioco di ruolo. Non l’ho mai fatto; per cui il generatore, da solo, non lo farà mai.
Per tutte queste problematiche c’è la risposta della postproduzione. Dopo lo riguardi, lo fai tuo, lo personalizzi, rifai una sezione se necessario. Ma è dopo. Quando ho iniziato questo post, sapevo a menadito che cosa volevo dire e non avevo la minima idea di come avrei proceduto con l’esposizione. Mi manca un link che avrei voluto mettere e continuerà a cercare, c’è un link a cui non avevo pensato. Non ho l’ambizione o l’arroganza di definirla scrittura creativa, ma certamente non riempio un template. I miei paragrafi non hanno sempre la stessa lunghezza e domani, se avessi un motivo, potrei coniare un neologismo o usare una parola che non avevo mai digitato prima. Farlo dopo è molto, molto più difficile.
Tutto questo, proiettato sul tempo che passa. Anno dopo anno, divento più riflessivo? Sregolato? Ripetitivo? Prevedibile? Eclettico? Sintetico? Confuso? Assertivo? Monotono? Impaziente? Messianico? (Non avevo mai scritto messianico qui dentro, in quasi trent’anni).
Siamo sicuri che tutti i miei file di riferimento verranno puntualmente aggiornati per riflettere i cambiamenti dell’età, della famiglia, dell’umore, della salute e financo dell’ortografia? C’era un tempo in cui non avrei mai scritto un anacoluto e poi un altro tempo in cui di tanto in tanto me ne scappava uno. Domani che tempo sarà?
Ecco perché assegnare il mio tono di voce a un generatore rischia di produrre una versione di me che, ancora prima di risultare più o meno fedele, rimane cristallizzata. Una foto di adesso, che domani sarà ingiallita e più lontana dal modello di partenza. Il modello dell’editor librario è assai diverso: l’editor è in quel momento prestato a quel libro e a quell’autore. Non è un concentrato di compromessi e vie di mezzo sviluppati su base statistica tramite una rete neurale cui sono stati dati in pasto tutti i libri del mondo. Un editor lavora in modo diverso su Aldo Cazzullo e su Teresa Ciabatti, per fare due nomi assolutamente a caso. E non è la tabella delle sostituzioni, ma un approccio globale.
Ecco perché scrivere a due mani e mezzo, farsi assistere da un generatore, mantiene certamente la nostra riconoscibilità e fa decollare la nostra efficienza, e guai a farne a meno dove sarebbe utile e produttivo approfittarne. Tuttavia, quello che esce non siamo noi perché il nostro scrivere fluisce nel tempo, quella struttura (per quanti siano gli sforzi) no.