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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

9 feb 2009

L'elefante e il topolino

Apple, lato informatica, vende computer. Apple non ha mai avuto problemi con Linux. Preferisce vendere Mac su cui gira Mac OS X e, a questo scopo, investe risorse ingenti in Mac OS X. Se però andasse male e l’utente volesse Linux, quanto meno Apple avrebbe portato a casa la vendita del computer. Tant’è che uno potrebbe scaricarsi Darwin, installarci sopra un’interfaccia grafica come Kde e di fatto usare un sistema operativo open source fornito quasi interamente da Apple su qualunque macchina, anche non Apple.

Da quando è avvenuta la transizione ai processori Intel, anche Windows ha smesso di essere un problema. Si lavora sempre perché la gente capisca e usi Mac OS X, ma se proprio insiste nel farsi male l’importante è avere venduto almeno il computer. A oggi, lo stato di salute di Apple nel vendere computer è invidiabile.

Microsoft, lato informatica, vende software. Apple non è mai stata un problema, per Microsoft. A quella gente che si ostina a volere un sistema operativo migliore si può comunque vendere Office. Con la transizione ai processori Intel, per Microsoft si è semplicemente allargata la base potenziale di computer su cui si può installare Windows.

Per Microsoft, Linux costituisce invece un grosso problema. A uno che usa Linux Microsoft non può vendere niente, pena abbattere vari pilastri strategici su cui l’azienda si regge da vent’anni.

Microsoft è terrorizzata da Linux. Nell’analisi dei rischi aziendali depositata presso la Consob americana non si menziona la minaccia di un eventuale successo dei Mac, ma quella dei sistemi operativi open source, cioè Linux.

L’azienda ha varato una Windows Competitive Strategy e sta assemblando un gruppo di lavoro incaricato di combattere con tutti i mezzi i Linux da scrivania, come Ubuntu.

Il bello della situazione è che Windows fa l'88 percento delle scrivanie, Linux lo 0,8. L’elefante scalcia alla vista del topolino.

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