Justin O’Beirne è il guru delle mappe digitali e ha appena pubblicato un
aggiornamento clamoroso sulle nuove mappe che Apple ha in sviluppo inizialmente, come era facile intuire, per gli Stati Uniti e ancora non tutti.
Tuttavia la pagina è ricchissima di comparazioni e animazioni e non c’è fatica a percorrerla, piuttosto curiosità e senso di meraviglia per capire quante e quali cose stanno veramente dentro una mappa che si vuole omnicomprensiva, e quanto lavoro serva per averle.
Se mai scriverò un libro che vede la tecnologia come argomento secondario (essendo improbabile che non contenga alcun riferimento tecnologico) finirà che in un modo o nell’altro ci infilerò dentro la
storia dei pangrammi.
Per la cronaca, il file di testo contenente questo post consta precisamente di novecentoottantanove caratteri.
Richard Stallman (o Rms, la sua firma storica)
è in cerca di una stanza in cui risiedere per i prossimi mesi, dopo avere dato le dimissioni da
Massachusetts Institute of Technology (MIT),
Free Software Foundation e
progetto GNU.
(Aggiornamento del 30 settembre: Stallman rimane a capo di GNU. la frase con la quale di dimetteva, comparsa sul suo sito personale, era stata inserita a sua insaputa da un dipendente di Free Software Foundation).
La troverà, immagino, solo se il proprietario sarà ignaro delle sue richieste,
di puntigliosità leggendaria.
Uno può sempre obiettare che
le affermazioni di Apple sulla sua situazione di azienda contribuente possano essere poco neutrali e magari viziate dalla propaganda.
Tuttavia
la voce di Fortune può essere definita meno influenzabile dagli interessi aziendali e il suo racconto è assai poco diverso nella sostanza. I fatti sono chiari:
- Apple paga meno tasse di quello che ci aspetterebbe in teoria, ma è una delle multinazionali che ha il trattamento fiscale peggiore.
- Per quanto poche, le,tasse pagate sono molto più vicine al trenta percento dell’imponibile che alle cifre tendenti a zero fatte circolare di tanto in tanto.
- Il problema vero è l’armonizzazione internazionale dei millemila sistemi di tassazione interno ai vari Paesi.
Si ha la sensazione che, più degli importi dovuti, incidano gli sforzi e l’organizzazione di cui ci si deve dotare quando hai una sede in decine di nazioni, ognuna con le sue particolarità e stranezze fiscali, e devi organizzare tutto in modo che funzioni e sia anche rispettoso delle regole stesse. Sperando che non salti fuori una Unione Europea a
chiederti quattordici miliardi perché ha deciso ieri che le regole applicate da vent’anni sono sempre state sbagliate.
In un periodo difficile per scrivere (niente di che, puro sovraccarico) è contrappasso che arrivino le novità più ghiotte.
I nuovi iPhone ricevono recensioni definitive rispetto alla superiorità sulla concorrenza. Certo, se venissero lette il mondo sarebbe un posto ancora più noioso di Facebook.
Gli watch serie 5 convincono per la diversificazione dei materiali e le nuove funzioni, soprattutto una: l’always on dello schermo. watch è sottovalutato al punto che si accinge a superare Mac nelle vendite e pochissimi danno segno di accorgersi che ha, diciamo, un successo modesto eppure consistente.
Ogni tanto ti ricordi perché esiste il giornalismo, che in Italia è merce sempre più rara.
Il New York Times ha pubblicato un reportage sulle
feste di quartiere che sono tradizione estiva di New York.
L’articolo è anodino, niente di che. Però contestualmente hanno sguinzagliato venti fotografi che hanno prodotto una raccolta di immagini da toccare il cuore e l’immaginazione.
Prego, osservare la navigazione dell’articolo. Banale a vederla dopo, eppure la superiorità sulla carta è questa; basta volerla sfruttare e saperla pensare. Bonus: funziona perfettamente su iPad Pro, senza una esitazione, senza un problema.
Una
lettura brutta e istruttiva da Jim Dalrymple di The Loop. Il primo protagonista è Jack Nicas del New York Times con il suo commento sulla
presentazione di iPhone 11. Meglio: sul pubblico alla presentazione di iPhone 11.
La cosa strana degli eventi Apple: molti blogger Apple si comportano da tifosi e non da giornalisti. Una persona nell’area media ha letteralmente decretato una standing ovation a Tim Cook; un’altra ha pianto durante uno spot su Watch.
Queen’s Wish: The Conqueror è finalmente uscito dopo mesi di attesa e lo si può solo consigliare.
Tutti i giochi di Spiderweb Software sono vecchio stile nella grafica e nei media, inutile avere casse Dolby Surround o mouse da competizione; quanto ai requisiti di sistema, gira anche su quel vecchio Mac lasciato in eredità dal nonno, che accendiamo solo per vedere se si accende ancora.
La trama, invece; la profondità dell’albero delle scelte possibili; i dialoghi, gli intrighi, i colpi di scena portano sempre qualcosa di inaspettato e si finisce per rimanere agganciati.
Sarà davvero una buona cosa, la causa dell’articolo su Macworld intitolato
Apple fa durare più a lungo i propri iPhone. Ed è una buona cosa?
Intendo dire che uno potrebbe scoprire, tipo, una nuova funzione di iOS 13 per
regolare il caricamento della batteria secondo le abitudini del proprietario, in modo da ridurre il degrado della batteria stessa nel tempo e così aumentarne la vita utile.
È che là fuori abbiamo gente con il bisogno di credere nell’obsolescenza programmata. È recente un
articolo di Wired senza capo né coda, che la mette nel titolo per acchiappare clic da Google e poi, nel testo, gira in tondo attorno alla questione buttando banalità sul ventilatore.
Non è poi così assurdo l’articolo di Luca De Biase sul Sole 24 Ore,
Apple a caccia della sua «terza vita» dopo l’era di computer e iPhone ed è decisamente sopra la media della indecente produzione italiana. Anche Antonio Dini ha scritto
qualcosa di buono su Wired, solo che glielo hanno rovinato con il titolo.
Purtroppo anche i migliori finiscono per ricadere nei commenti da copiaincolla annuale (manca la sorpresa, una noia, dice Antonio) e De Biase scrive In effetti, dalla Apple si pretendono innovazioni più radicali.