Ho illustrato ieri
il contesto dentro il quale Edward Snowden ha duramente attaccato il sistema di Apple per salvare capra e cavoli, ossia salvaguardare la privacy delle persone e nel contempo individuare materiale fotografico abusivo di minori.
Lo riassumo rapidamente: Apple è nel mirino dei politici per non avere politiche di scansione becera del proprio cloud e, a causa di questo, effettuare una quantità risibile di segnalazioni alle autorità. Al tempo stesso non ha cifratura completa su iCloud, il che la espone ulteriormente alle richieste delle autorità. Quindi sta sviluppando un metodo per arrivare alla cifratura totale di iCloud e, nel contempo, dare comunque ai politici quello che vogliono e cioè un contributo percepibile all’individuazione di materiale abusivo di minori.
Prima di spiegare perché Edward Snowden
ha attaccato in modo ingiusto e disonesto Apple rispetto al suo
programma di individuazione di contenuti pedopornografici su iPhone, è necessario contestualizzare.
C’è
un articolo di Mit Technology Review che chiarisce la situazione.
Le autorità di tutto il mondo fanno grande pressione sulle società di Big Tech perché lascino porte aperte dove c’è intenzione di cifrare comunicazioni e file e perché siano parte attiva per segnalare crimini perpetrati (anche) utilizzando sistemi di comunicazione digitale. In questo, la diffusione e la detenzione di materiale pedopornografico ha una fortissima priorità. Ecco
che cosa può scrivere nel 2021 un senatore degli Stati Uniti:
La scuola dell’obbligo dovrebbe introdurre alle regole e agli standard di creazione di ipertesto.
La cosa difficile, dopo avere teorizzato, è sempre scendere nel pratico. Non ho il polso di una classe né la sensibilità di chi insegna da anni, quindi è possibile che ecceda in qualche direzione e presenti lavori troppo complicati, troppo semplici, inadatti per insegnare veramente eccetera.
Consapevole che niente è meglio di essere corretti e aiutati a imparare, ci provo lo stesso, in modo disordinato e sequenziale. Penso che sarebbe più corretto inquadrare tutto in una matrice, con le materie canoniche su un asse e la difficoltà del lavoro (quindi anche la fascia di età) sull’altro asse, però ci vuole tempo che mi prenderò più avanti.
Apple ha commissionato a Forrester uno
studio sull’impatto dell’adozione di Mac M1 in azienda.
Immagino che fosse difficile ne uscissero risultati sfavorevoli per Apple. Tuttavia il metodo scientifico ci dice di analizzare, valutare e tenere per buono quello che regge all’analisi, in attesa di eventuali numeri più precisi o studi più accurati.
Lo studio è snello e semplice da leggere, va letto.
Un dato solo: in tre anni un Mac M1 fa risparmiare 843 dollari di minori costi.
Si parte da Apple che minaccia la libertà e la riservatezza delle persone per la sua
intenzione di inserire strumenti di verifica della presenza di foto valutate come pedopornografiche, tanto che
vengono pubblicate lettere aperte firmate da liste chilometriche di associazioni per chiedere ad Apple di abbandonare i propri piani.
Si arriva a dichiarazioni filtrate dal processo Apple-Samsung, dove un dirigente di Apple parla di iCloud come
la piattaforma più grande per distribuire materiale sessualmente abusivo per i minori.
Apple
ha rinviato a gennaio il ritorno in ufficio dei dipendenti. I quali, una volta tornati, potranno comunque lavorare da altrove il mercoledì e il venerdì di ogni settimana.
Apple è anche l’azienda probabilmente più legata alla modalità di lavoro in ufficio. Eppure, tra varianti e convenienze, a gennaio saranno quasi due anni che i suoi dipendenti hanno facoltà di lavorare da remoto. E i conti non sono andati così male.
Ho letto che – per la seconda volta in tempi recenti –
Samsung è diventata la maggiore produttrice mondiale di semiconduttori, davanti a Intel che storicamente ha sempre occupato questo ruolo.
Ho pensato a gente che leggo ogni tanto, nei contesti più vari, sempre nella stessa situazione: gli è cambiato qualcosa nella configurazione di lavoro, dalla ditta al software allo scanner, e chiede come continuare a fare una certa cosa che faceva prima nel modo in cui la faceva prima.
Un modo possibile per uscire dalla follia di Office 365:
scegliere LibreOffice assieme a un partner che lo integri in azienda.
Non è gratis, ma i dati restano dell’azienda, se ne occupa una app realmente conforme agli standard – i formati legacy di Microsoft, quelli senza la X per capirci,
sono deprecati dal 2008 per l’Organizzazione internazionale degli standard (ISO) – e il livello tecnologico è di prim’ordine.
Chi voglia fare prove può scaricare
LibreOffice 7.2 appena uscito e pagarlo nulla.
Bella coincidenza che io scriva di
EtherPad come mezzo per collaborare online sul testo, Html come standard nelle scuole, ipertesto organizzato per essere imparato fino alla terza media e, nel contempo,
Microsoft alzi i prezzi di Office 365 per le aziende.
Uno dice, beh, Microsoft è libera di fare ciò che vuole e i clienti pure.
Probabile che sia così. Non ho il dato sottomano, ma l’ho letto l’altroieri: la quota di mercato di Office online sarebbe dell’ottantasette percento. Quasi tutto il resto è di Google, quasi tutto di utenze non paganti. Di libertà ne vedo poca.
Semplifica Paolo Attivissimo:
Al momento di
insegnare a maneggiare testo e ipertesto con strumenti digitali, la scuola dovrebbe fare lavorare gli studenti con il testo puro e presentare loro le nozioni fondamentali sugli strumenti di marcatura. Il formato standard dei documenti scolastici dovrebbe essere HTML o al limite testo puro trattato con
Markdown.
Per tutto il resto c’è
Pandoc. È un sistema di conversione tra formati semplice da installare (ci sono riuscito anch’io), aperto alla personalizzazione, in continuo progresso. È software libero, installabile ovunque, che richiede potenza di elaborazione minima.