Sono allo smanettamento con Google Analytics e, non tanto riguardo allo strumento specifico quanto in generale, sono sempre più convinto che manchi una metrica fondamentale: il valore della pagina (in traffico, in conversioni, in quello che si vuole) dovrebbe essere messo in relazione con la durata dell’esposizione e parametrato sull’unità di durata.
Per capirci: se guardo il traffico di giugno, ci sarà un articolo pubblicato il primo giugno, che è rimasto esposto in rete per trenta giorni, e uno pubblicato il trenta giugno, che è rimasto esposto per un giorno e forse pure meno.
C’è apprezzamento e rispetto per chiunque, ammirazione per tanti, un pensiero speciale per alcuni. Le persone che al dunque mancano veramente, però, sono poche.
Oggi avrei volentieri augurato buon compleanno a
Emilio e lui mi avrebbe spiegato tutto quello che c’è da sapere sulla beta di
Ventura. Se le agende fossero state favorevoli ci saremmo mangiati una pizza a due passi da casa sua e chiacchierato di passato, presente e futuro.
Questo blog ha troppo rispetto della storia per trattarla come se fosse finita e non ci fossero mille altre cose da fare, guardare, leggere, giocare, programmare, imparare, insegnare, vivere. Faccio pochissime eccezioni e questa è dovuta.
Oggi dovevo firmare un consenso e potevo farlo solo di persona, così ho totalizzato cento minuti di auto per mettere una firma (in realtà cinque, ma ci siamo capiti).
Stasera ho letto un mentecatto su LinkedIn tuonare contro i consumi energetici del software mal scritto. Non ho capito perché lo scrivesse su un social, per sua natura avido di risorse, invece che su un canale
Internet Relay Chat, ma tant’è.
Prima di tutto, a parte casi minimi ed eccezionali, ci sarebbe molto da dire sui criteri che determinano il consumo energetico o la bontà di un software.
Le Mappe di Apple sottostimano il tempo di percorrenza di uno o due minuti, sempre, comunque.
Settanta giga al mese, spartiti tra Mac, iPad e iPhone, sono giusto sufficienti per il lavoro e le piacevolezze di un periodo al mare, a meno di riorganizzare robustamente i processi e l’organizzazione rispetto a quello che si fa a casa.
Il megaschermo informativo del pronto soccorso dell’ospedale di Senigallia (cose di parenti) è azionato da Windows Server ed è in crash clamoroso.
Non mi sono dimenticato de
La Prima Colonia; anzi, sono finalmente arrivato in fondo alla lettura. Se ci ho messo così tanto dipende da me, il libro non c’entra. Ho trovato finalmente un’organizzazione di lettura compatibile con il giusto ritmo per questo libro, che si gusta meglio a mio parere con monoporzioni giornaliere.
Dopo la
parte zero di questa recensione, in cui esponevo i miei criteri, e la
parte uno, come è fatta l’opera, oggi parliamo di che cosa fa l’opera.
A John Gruber mancava solo di analizzare le impronte lasciate dai piedini sul tavolo, nella sua
recensione di MacBook Air M2. Abbondano i dettagli, le minuzie, i rimandi, la lettura chiede tempo, nulla resta fuori o, se rimane qualcosa, ci si deve pensare per accorgersene.
A me piace da matti il doppio passaggio all’inizio, quando cita la
recensione del medesimo modello, ma con M1, dell’anno scorso:
Per riconoscere quanto sono buoni i primi Mac basati su Apple Silicon – e sono qui a dire che sono incredibilmente buoni – bisogna accettare che certi presupposti di lunga data su come i computer andrebbero progettati, che cosa rende migliore un computer migliore, di che cosa ha bisogno un buon computer, sono sbagliati. Qualcuno continuerà a negare per anni quello che Apple ha ottenuto qui. È come vanno le cose.
Abbiamo visitato con successo un bel museo di storia naturale. Non è stato facile, però.
Un sito Internet, una targa sul portone della sede, un gonfalone appeso nelle vicinanze; ciascuno riportava orari di visita diversi.
Era obbligatorio prenotare e farlo telefonicamente. Email, SMS, l’incubo ubiquo WhatsApp? Zero, salvo la possibilità di richiedere informazioni con la prima (che abbiamo usato invano, senza risposta). Tutto questo di venerdì, giorno che in Italia suona ancora vagamente lavorativo.
Mi pare che tf42 abbia ragione: come può
la mia copia usata di Una Storia Intricata essere uscita nel 1998 con un prezzo in euro?
Al momento dell’acquisto non ci ho proprio fatto caso, né ci ho pensato dopo.
Mostro il corpo del reato (un po’ come viene perché è notte ed è buio). La copertina:

Tutto è cominciato nel 2008, quando Google ha commissionato al disegnatore Scott McCloud un
fumetto promozionale su Chrome.
Recentemente l’attivista per i diritti digitali Leah Elliott ha ripreso lo stile di quel fumetto per farne uno contro Chrome, ritenuto una minaccia per la privacy e la democrazia, mica per niente chiamato
Contra Chrome.
L’associazione Copernicani ha deciso di approntare una traduzione in italiano del fumetto, che giusto oggi
ha annunciato ufficialmente.
Il punto di vista di Elliott è indubbiamente radicale; peraltro, il tema privacy è sempre più delicato e problematico e immagino che molte persone, anche veterane della rete, non siano del tutto consapevoli di tutto quello che sta dietro Chrome a questo riguardo.
Per le recensioni c’è tempo, però quest’anno ci sono da leggere anteprime interessanti. Sarò presuntuoso o approssimativo, però ritengo che ci sia semplicemente da stare collegati su MacStories, che è diventato da qualche tempo il sito per sapere di Apple le cose importanti.
Sto ancora leggendo e non ho molto da dire ancora; invito a farmi compagnia sulle
pagine di Alex Guyot dedicate a watchOS 9 e su quelle
riservate a macOS Ventura a firma John Voorhes.