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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

14 feb 2022 -

Una partita da divano

Il cinquantaseiesimo Super Bowl poteva essere una partita inevitabile e però prematura, di passaggio tra generazioni, e invece.

Contrariamente rispetto alle ultime edizioni, mancavano i grandi nomi e le grandi squadre: ad affrontarsi a bordo campo, i due allenatori più giovani della NFL, e in campo il quarterback più intercettato e quello più placcato sul posto. I team tradizionalmente da vertice sono usciti di scena nei playoff poco a poco, fino a scomparire nelle finali di conference; il quarterback del decennio, Tom Brady , ha annunciato il ritiro per l’appunto dopo la sconfitta a una sola partita dalla finalissima.

I due quarterback superstiti hanno confermato la loro fama, l’uno più volte intercettato, l’altro ripetutamente placcato sul posto; ma la partita è stata tutt’altro che noiosa o di basso livello. Pathos, alternanza di punteggio, colpi di scena non sono mancati e fino alla fine il risultato è rimasto in discussione, che è quanto ci aspettiamo ogni anno.

Ha portato a casa il trofeo il quarterback più intercettato, che ha giocato molto peggio dell’altro, ma quando il cronometro lo imponeva è riuscito a fare la cosa giusta. Ha anche sfruttato bene la scarsa vena difensiva di Apple. Il quarterback più placcato sul posto, nell’ultima azione della partita, è stato placcato sul posto.

Poi c’è la cornice. Quest’anno mi sono concesso, per novantanove centesimi di euro, la visione della trasmissione originale senza bisogno di trucchi. Fa una bella differenza, perché permette di prendere visione piena della questione culturale.

L’America è un mondo completamente diverso dal nostro, davvero difficile da giudicare senza sfumature. Oltre la partita, lo spettacolo dell’intervallo è uno spaccato identitaria; e soprattutto la pubblicità, va vista per capire come sia una parte integrante della serata, al pari di linebacker e wide receiver.

L’immagine complessiva è di una nazione forte, tanto piena di risorse quanto capace di dispiegarle ad ampio raggio per combinare i peggiori disastri o raggiungere le vette più alte, apparentemente con la medesima indifferenza e con identico genio.

Non è questa la pagina giusta per trattati sociologici. Mi limito a considerare che nello spazio di una decina di giorni ho assistito, per ragioni diverse, all’evento televisivo che blocca l’Italia e a quello che ferma gli Stati Uniti. Fare un confronto sui soldi è impossibile, ma sarebbe anche scorretto. Il confronto sulle differenti forme di strapaese sarebbe molto più interessante e lungo da sviluppare. Diciamo che le pance dei due soggetti, italiano e statunitense, si disegnano molto bene.

Il confronto infine tra le creatività, le varietà, le intensità, le narrazioni è impietoso.

Si sta andando troppo in là, alla fine si tratta di una partita, per quanto importante. Ricordo però di essere stato a Los Angeles quando il SoFi Stadium non esisteva. E accidenti, che stadio. Mentre sono entrato per la prima volta nella vita allo stadio Meazza molto, molto tempo prima. A parte l’anello supplementare, il Meazza è ancora lì.

Questa è una lezione che dovremmo assimilare. A volte in modo discutibile, a volte lodevolmente, ma negli USA le cose vanno avanti, cambiano, fremono. La tradizione è il piedistallo per arrivare in po’ più in alto. Da noi è il divano dove sedersi.

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