Andare a un concerto rock di questi tempi significa incontrare tutte le generazioni, compresi i nonni (e le nonne, più dei nonni) e i passeggini con infanti senza limite inferiore di età.
Andare a un piccolo Linux Day di provincia mi ha dato la stessa sensazione: dai passeggini alla terza età con tutte le stazioni intermedie.
L’attenzione che c’era molti anni fa verso il sistema in sé e per sé è diminuita. C’è molta più attenzione allo scopo. Installazione dentro container Docker per moltiplicare la velocità di certe app, domande (e risposte) su ArtCraft, emulazione di giochi. La configurazione in quanto tale diventa materia di studio su hardware particolare, tipo Raspberry Pi.
Tanto, tanto lavoro sul recupero dei vecchi computer, sempre più opportuno, conveniente, sostenibile, intelligente. C’è chi viene chiamato da un’azienda: questi li butto, ti interessano? e sono decine di macchine che, risistemate, portano ossigeno a scuola, persone in difficoltà economica, anche serverini da nulla che però in casa possono occuparsi di tutelare la privacy, organizzare dati di famiglia eccetera.
Importante: i vecchi computer la fanno da padroni, però retrocomputing zero. Il fatto storico, la passione per le vecchie architetture hanno altri ambiti e altre comunità. A Linux Day l’hardware è unicamente il supporto per il software. Avevo una t-shirt di Eudora e nessuno si è posto domande; c’era molto più interesse per l’emulazione della prima edizione di Prince of Persia.
La dimensione locale, devo dire, giova moltissimo al lato sociale. Nessuno è escluso, niente conventicole, fare una domanda è semplice, chiunque alza la testa da quello che sta facendo per rispondere, non si respira la fretta, niente esoterismi, clima piacevole.
Sono un cittadino Linux di ultima scelta; dopo l’ecosistema Mac, sceglierei FreeBSD. Non sarò mai seriamente coinvolto in un Linux Day. Frequentarli e respirarli, però, appena possibile sempre.
