Un aneddoto da un preside, datato post-Covid, relativo a un istituto dell’hinterland milanese (oggi area metropolitana).
Antefatto: come non sapevo, i voti a scuola sono perenni, nel senso che in linea di principio sono da conservare indefinitamente. L’idea mi piace molto; ho scoperto tempo fa che alcuni Comuni risolvono questioni di eredità o parentela grazie ai registri ecclesiastici, che risalgono in molti casi a molto prima dell’Unità d’Italia, spesso con maggiore precisione. Indipendentemente dall’opinione che si può avere sulla Chiesa, ho un’ottima opinione del valore storico, civico e culturale dei suoi registri.
Torno al punto. Alcune scuole hanno veramente un archivio delle valutazioni di tutti gli studenti. Non tutte le scuole; ci sono problemi di finanziamenti, di spazi, di dedizione, quelli che ci si può immaginare.
Il preside con cui ho parlato prestava servizio in una di queste scuole virtuose, con l’archivio, nella quale è arrivata un giorno una tesista che cercava materiale relativo a un grande scrittore e drammaturgo nativo del luogo.
Lui non era mai sceso nell’archivio. Un sotterraneo molto più grande del previsto, con tanti metri lineari di scaffalature.
Con sua sorpresa, l’incartamento dello scrittore è saltato fuori. Documenti tra novanta e cento anni fa, più o meno.
La tesista ha aperto il faldone e, con sorpresa generale, lo ha scoperto pieno di vermicelli, quelli che prosperano nei depositi di carta, dai musei in giù.
Avevo una nutrita serie di considerazioni a valle dell’aneddoto, ma non stanno nella pagina.