Alan Kay dovrebbe averlo detto nel millenovecentoottantadue: le persone veramente serie riguardo al proprio software dovrebbero produrre il proprio hardware. Certamente lo ha detto, perché Steve Jobs ha tenuto a ripeterlo durante la presentazione di iPhone.
Probabilmente il segreto più grande di Apple, nascosto ovviamente in piena vista, è proprio avere sempre cercato il controllo sui propri prodotti anche quando non era per niente scontato.
Ne ha scritto con profitto Jason Snell, che ha contestualizzato anche storicamente la questione. Apple è nata assieme al mercato dei computer e produceva tanto lo hardware quanto il software, esattamente come qualunque altro soggetto.
Poi è arrivato lo scossone del PC IBM, della possibilità giuridica di retroingegnerizzarne il firmware, dell’onda di piena di MS-DOS, il cui livello di omologazione fu devastante rispetto a quello che stava facendo il più onesto CP/M.
Da quel momento in poi, l’inizio delle tante promesse tradite dall’informatica personale, tutte le aziende hanno rinunciato a produrre il loro software e chi non si è sottomesso è scomparso. Si potrebbe anche argomentare che, con il monopolio di Intel nei processori, abbiano rinunciato anche a produrre il proprio hardware.
Atari, Commodore, Compaq, la stessa IBM (come produttrice di computer), per fare solo i nomi più altisonanti. Sono scomparsi tutti e sono rimasti solo gli omologati, da Dell in giù.
Tutti, tranne una azienda che ha ostinatamente mantenuto tutto il controllo sulla propria tecnologia.
Anche facendo compromessi, eh. A un certo punto ha adottato processori Intel, porte USB, Internet Explorer. Ma sono stati compromessi, non capitolazioni. Come dimostrano Apple Silicon, WebKit o il chip serie C per le telecomunicazioni, che sembra capace di neutralizzare la precedente dipendenza da Qualcomm.
Apple fa scelte buone e ogni tanto anche meno buone. Però sceglie, invece di subire la scelta della massa, e per questo così tante persone da così tanto tempo la scelgono a loro volta. Fanno tutti così è una minaccia all’igiene del linguaggio e di qualunque ecosistema, personale o collettivo.