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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

1 apr 2026 - Internet Apple

La fine

Pensavo di scrivere un pezzo come mi è venuta l’idea di liberare il garage di casa per produrre aggeggi elettronici assieme a un amico, visto che inizia aprile. Evidentemente infantile e nemmeno divertente.

Per quest’anno siamo seri e, visto che è arrivato il cinquantesimo compleanno di Apple e che ne abbiamo parlato per una settimana, stiamo sul pezzo. Anzi, come eccezione, arriviamo al momento autobiografico strappalacrime (o spreminoia, dipende).

Collaboravo a Macworld. Quel gran direttore che era Enrico Lotti mi chiedeva un paio di pagine che mancavano a chiudere il numero e gli proposi una rievocazione della nascita di Macintosh, senza toni mielosi, invece affrontandola come una storia a sorpresa, con suspence, rivelazioni, situazioni incredibili, insomma una cosa che fosse diversa dal solito tono del mensile, più di intrattenimento che di cronistoria, comunque ovviamente di sostanza.

L’idea mi piaceva, però eravamo in una certa urgenza e servivano queste massimo! quindicimila battute. Era quasi ora di cena e la sera mi sarei dovuto dedicare all’argomento.

Mi misi in una poltrona che in casa non esiste più da anni e aprii il portatile del momento (probabilmente il G4 Titanium, posso sbagliare). Quindicimila battute, le avevo in testa, vuol dire che forse in tre ore ce la potevo fare. Sono abituato a lavorare di notte, tirare mezzanotte e mezza o la una — per citare Elio – era più consuetudine che preoccupazione. E poi scrivere un articolo così non era un peso, era un alleggerirsi, vuotare il sacco.

Alle sei del mattino erano trentacinquemila.

Fin lì, uno taglia. Il problema è che la fine che vedevo in testa e avevo da scrivere era lontanissima. C’era da raccontare molto, molto di più.

Tirai a Enrico un pacco micidiale. Con le le ultime forze – l’alba ha su me lo stesso effetto che sui vampiri – gli spedii il mattone, accompagnato da un messaggio che più o meno diceva sono un po’ più del previsto, decidi tu che cosa fare. Se fossi stato io a ricevere da direttore uno scherzo così da un collaboratore, avrei potuto inviare un sicario.

Lui è un grande e riuscì ad adattare quella cosa al giornale in chiusura, senza odiarmi. O facendolo con discrezione.

Una volta in acque più calme, parlammo dell’idea in modo più libero. C’era così tanto da dire che una pubblicazione a puntate non aveva senso. Se ne avessimo fatto un libriccino?

L’idea, per le economie del giornale, era proibitiva ma non c’era chiunque al giornale, c’era Enrico Lotti.

Il libriccino si fece, con il titolo Macintosh Story: il mio maggiore contributo alla storia del retrocomputing Apple italiano.

A qualcuno dovette piacere per forza, intanto perché ho due fratelli e avevo più di uno zio, e poi perché ne facemmo una seconda edizione espansa, Macintosh Story Reloaded, cui partecipò anche Riccardo Mori. È stata l’unica volta in cui ho potuto lavorare a quattro mani con Riccardo e mi è piaciuta molto. Spero sia piaciuta anche a lui, ci tengo al suo giudizio.

Il punto è che Macintosh Story, oltre che i parenti stretti e gli amici impreparati, raggiunse anche Paolo di Leo.

Paolo era un ragazzo. Oggi è un signore di mezza età e ha pubblicato un video in cui accusa iWoz – la biografia di Wozniak scritta da sé medesimo e Gina Smith del New York Times – e proprio Macintosh Story di averlo spinto a costruirsi da solo una replica di Apple I. Capito? Wozniak e Bragagnolo.

L’esperienza finì per condurlo all’ All About Apple Museum durante una giornata di festa, dove ci incontrammo, ci facemmo scattare una foto – che, manigoldo, anche lui ha conservato – e, io incauto, gli autografai una copia di Macintosh Story.

In definitiva, sono inchiodato dalle prove e non posso negare nulla.

Dovendo ammettere la realtà, nel cinquantesimo compleanno di Apple posso fare solo due cose: pubblicare qui sotto un capitolo di Macintosh Story e pure il video di Paolo.

Almeno una persona è stata toccata da quella notte di scrittura fluviale e ne è nato qualcosa di concreto, che resta.

Ogni tanto, visto che l’avventura di Macworld è terminata da tempo e nessuno ha diritto più di me (e Riccardo) di avanzare diritti su Macintosh Story mi viene voglia di ripubblicarlo autonomamente, magari arricchito per l’ennesima volta. Non so se lo farò. Devo stare attento a che non cada nelle mani di Paolo.

Qualunque cosa succeda, mi concedo la rimpatriata. Anche perché Apple compie oggi cinquant’anni, ma c’è un sacco di gente che intende festeggiare lungo tutto il cinquantunesimo e c’è molto tempo per fare cose.

Non è la fine di mezzo secolo di storia; è l’inizio del prossimo. Grazie a chi passa di qui, sempre.

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Il nero destino di Pink

Erich Ringewald, il più anziano tra cinque programmatori ribelli che volevano fare qualcosa di grande per il sistema operativo Mac, una volta nominato responsabile del progetto Pink - la nuova futura versione radicalmente riprogettata del sistema operativo Mac - completa presto lo studio di fattibilità che gli era stato affidato, prodromo all’inizio dei lavori che avrebbero dovuto portare Pink al mondo entro fine 1989.

La prima conclusione è che il progetto doveva traslocare, allo scopo di evitare le interferenze dei manager superiori di Apple, meno attenti alla qualità del software che alle loro strategie politiche personali.

Jean-Louis Gassée (allora responsabile globale dello sviluppo e del marketing dei prodotti) approva e il gruppo di lavoro si sposta in un edificio su Bubb Road, dove si trova anche il progetto Newton. Per la fine del 1987 lavora su Pink una ventina di ingegneri ed emergono le prime difficoltà pratiche.

Ringewald concepisce Pink come nuova versione (fortemente modificata) del System e non come un sistema operativo nuovo, a sé stante. Questo però complica e rallenta il lavoro, a causa dei conflitti tra le nuove funzioni e il bisogno di compatibilità con l’esistente.

David Goldsmith, uno della Banda dei Cinque, si ribella nuovamente e mette sul piatto la propria rinuncia al progetto nel caso Pink non diventi sistema operativo autonomo. La rinuncia viene prontamente accettata e Goldsmith diventa la prima vittima di Pink.

Qualche mese più tardi, le intromissioni del management Apple, che Ringewald aveva tenuto fuori dalla porta, rientrano dalla finestra: nuovi ordini dall’alto. Pink deve diventare un nuovo e diverso sistema operativo e sono in arrivo nel team tre ingegneri, reclutati dal reparto ricerca e sviluppo, per creare un microkernel (il nucleo centrale del software) su misura.

Tra i problemi di sviluppo e quelli politici il progetto procede, lentamente. Ci si avvicina alla scadenza di fine 1989 e il sistema è una quasi beta, fortemente instabile e contenente parte delle nuove funzioni previste. Qualcuno è contento: Pink è un progetto ambizioso e nel resto di Apple si fa la fila per entrarvi. Qualcuno lo è meno: altri tre programmatori della Banda dei Cinque se ne vanno a causa della lentezza dei progressi. Ringewald resta l’unico ribelle a badare alla causa per la quale si era battuto.

Nel dicembre 1989 anche lui si unisce alla vasta schiera di quelli che iniziano la rivoluzione e finiscono ghigliottinati. Su Pink lavorano cento ingegneri e Apple decide di fare tornare il progetto nel campus principale. Ringewald rassegna le dimissioni e la responsabilità di tutto viene assunta da Ed Birss, uno dei Vice President di Apple. Il progetto cambia nome in Object Oriented Systems Group e procede più lento che mai; i nuovi arrivati devono prendere conoscenza dello stato dei lavori per potersi inserire e sovraccaricano gli ingegneri esperti con domande e richieste.

Tornato al campus, il progetto diventa il bersaglio preferito delle curiosità e delle ambizioni delle altre divisioni. Per evitare che altri progetti cannibalizzino il nuovo software, Birss chiude la saracinesca e impone la segretezza su tutto, codice sorgente compreso.

Dura fino a quando il team di lavoro del progetto Jaguar (nome in codice per una workstation con processore Risc, antesignana dei Power Macintosh ancora distanti qualche anno) non chiede di poter usare Pink come software di sistema. Gli viene negato perfino di vedere il software funzionante. Hugh Martin, responsabile di Jaguar, arriva a lamentarsi abbastanza in alto, fino all’amministratore delegato John Sculley, da ottenere l’apertura del progetto. Si scopre che, grazie alla segretezza assoluta, Pink ha in gran parte reinventato ruote già presenti in altri progetti Apple, dal sistema grafico QuickDraw Gx alla tecnologia di comunicazione PowerTalk fino allo stesso Newton Os.

Scoppiato il bubbone, Gassée affronta Sculley e gli dice, primo, di cancellare Pink. Secondo, gli addossa la colpa del fallimento.

Sculley prende atto ma, con la sua esperienza del clima di squali assassini che regna ai vertici della Pepsi Corporation da cui proviene, non si scompone. Non cancella Pink e fa fuori Gassée, che presto lascia Apple per l’insoddisfazione nei suoi confronti da parte del consiglio di amministrazione.

È il 1990 e Pink si prepara a restare un progetto Apple, uscendone.

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