In via eccezionale, qui sotto appare la traduzione integrale della più bella recensione di MacBook Neo che sia possibile leggere. È un pezzo perfetto perché, più che recensire una categoria di computer, parla di una categoria di persone. La trovo irrinunciabile.
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“Questo non è il computer per te”
C’è un certo genere di recensioni di computer che sono in realtà notifiche di permessi. Dicono che cosa ti è permesso di volere. Ti collocano in una tassonomia – studente, creativo, professionista, power user – e ti assegnano un prodotto. Sono utili. Sono responsabili. Sono pochissimo interessate a che cosa potresti diventare.
MacBook Neo ha attirato molte di queste recensioni.
Il consenso è ragionevole: cinquecentonovantanove dollari, A18 Pro, otto gigabyte di RAM, I/O minimale. Un Chromebook killer, un primo portatile, una macchina senza fronzoli per compiti senza fronzoli. Se stai pensando a Xcode o a Final Cut, questo non è il computer per te. Non è sbagliato. Non è neanche il punto.
Nessuno inizia nel posto giusto. Non inizi a lavorare con lo strumento appropriato e non sviluppi la tua attività con equilibrio all’interno dei suoi limiti fino a quando vieni promosso organicamente a uno strumento più capace. L’ossessione non funziona così. L’ossessione funziona con il prendere qualsiasi cosa sia disponibile e spremerla fino a quando si guasta oppure rivela qualcosa. I limiti della macchina diventano una mappa del territorio. Impari quanto costa davvero il computing nel momento in cui ne paghi troppo sopra hardware che a malapena può permetterselo.
Lo so perché usavo Final Cut Pro X su un iMac Core 2 Duo del duemilasei con tre gigabyte di RAM e centoventi gigabyte di ruggine rotante. Avevo nove anni. Non lo facevo per lavoro. Lo facevo ogni giorno dopo scuola fino a quando i miei genitori mi facevano andare a letto.
La macchina era arrivata di seconda mano da mia nonna, ripulita e installata nella sua cucina nel Massachusetts. Era a un aggiornamento software di distanza dalla scure di Apple. Quella stessa settimana scaricai CS5 di Adobe via torrent. Scaricai Xcode per mettermi a trascinare pulsanti e controlli in giro per Interface Builder senza la minima comprensione di che cosa stavo mettendo in piedi. Modificai SystemVersion.plist per scrivere nella finesra Info su questo Mac che era in funzione Mac OS 69, il numero del s3sso, molto divertente. Mi sono finto malato per guardare WWDC 2011 – l’ultimo keynote di Steve Jobs – e applaudivo da solo nella mia camera quando il pubblico applaudiva, per poi rifare le sue slide in Keynote dato che volevo capire come facesse a trasmettere quella sensazione.
Sapevo che la macchina era sbagliata per quello che ci volevo fare. Non mi importava. Ogni limitazione era semplicemente il margine di qualcosa che non avevo ancora compreso. Prati verdi e cieli blu.
Ho ripensato a tutte queste cose quando ho aperto Neo per per la prima volta.
Quello che Apple ha messo in Neo è il contratto comportamentale completo di Mac. Non è un Mac Lite. Non un browser mascherato da portatile. Lo stesso macOS, le stesse API, lo stesso Neural Engine, gli stessi bizantini controlli di AppKit ancora sostanzialmente invariati dal tempo di NeXT. La possibilità di disabilitare SIP e installare qualche modifica di sistema che spacca, vista in un tutorial su YouTube. Tutto, a cinquecentonovantanove dollari.
Hanno tagliato ciò che, apparentemente, non è Mac. MagSafe. ProMotion. processori serie M. Banda passante delle porte. Memoria configurabile. Restano lo schermo Retina, l’alluminio, la tastiera e la piattaforma software completa. L’ho preso in mano e ho pensato sì, è ancora un Mac.
Certo, andrai a sbattere contro i limiti di questa macchina. Otto gigabute di RAM e il processore di un telefono. Ma i limiti contro i quali ci si scontra su Neo sono limiti di risorse: la memoria ha dimensione finita, il processore ha una frequenza di clock, i processi costano qualcosa. È imparare la fisica. Un Chromebook non te lo insegna. Il confine di un Chromebook è fatto da un browser e le cose che ci fai girare non sono i confini del computing, ma quelli di una categoria di prodotto progettata per salvarti da te stesso. Il ragazzino che prova a lanciare Blender su Chromebook non impara che la sua macchina non riesce a governarlo. Impara che Google non gli ha dato il permesso di usarlo. Sono lezioni completamente differenti.
Qualche ragazzino risparmia per poterlo avere. Ha letto qualunque recensione. Ha guardato quattro o cinque volte il video introduttivo. Si è informato ogni specifica, ogni benchmark, ogni nota a pié di pagina. Probabilmente è entrato in un Apple Store e ha torchiato un commesso fino alla nausea. Conosce l’opinione generale. Sa che probabilmente non è lo strumento giusto per tutto quello che ha in mente di fare.
Ha deciso che va bene così.
Questo computer non è per chi scrive quelle recensioni: gente che ha già MacBook Pro, ha il contesto professionale, ottimizza i margini. Questo computer è per il ragazzino che non ha un margine da ottimizzare. Che non può aspettare l’apparizione dello strumento giusto. Che prenderà quello che è disponibile e lo spingerà al limite di rottura e dalla rottura imparerà qualcosa di permanente.
Girerà le Impostazioni pannello per pannello, per regolare tutto il regolabile, solo per vedere se e come gli piace. Aggiungerà una cartella Progetti, vuota. Scaricherà Blender perché qualcuno su Reddit ha scritto che è gratis e poi passerà tre quarti d’ora a guardare l’interfaccia. Aprirà GarageBand e farà qualcosa che non è un brano. Prenderà schermate di font che gli piacciono e le riporrà in una cartella Font belli senza sapere perché. Poi aprirà contemporaneamente Blender e GarageBand e Safari e Xcode, non perché voglia fare multitasking estremo, ma perché non sa che non conviene farlo, che la macchina si riscalda e rallenta, così imparerà il significato del puntatore a pallone da spiaggia che gira. Da fuori, niente di questo somiglierà all’inizio di un qualcosa. Ma una di queste cose susciterà più interesse delle altre. Quale, lo saprà solo alla fine. Sa solo che continua a lanciarla.
Non è un errore nell’uso del computer. È l’intero meccanismo di come un ragazzino diventa uno sviluppatore. Un progettista. Un filmmaker. O qualsiasi cosa esca da migliaia di ore spese da solo in una stanza con una macchina che non è mai stata proprio adatta a quello che le è stato chiesto.
Sono stato quel ragazzino.
Lui sa che probabilmente non è lo strumento giusto. Non importa. Non lo è mai stato.
Le recensioni possono dirti per che cosa è fatto un computer. Gli interessa assai poco quello che un computer potrebbe farti diventare.
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Probabilmente la mia percezione è obnubilata dal vedere ogni giorno frotte di ragazzini (e ragazzine) che escono da scuola. Avranno una macchina sbagliata da distruggere senza sapere perché? Avranno genitori capaci di capire? Così tante vite che si avviano, così tante possibilità.
È un mondo spietato e spero che riescano a diventare quello che sarà significativo per loro, a dispetto delle indifferenze e delle aridità che li circondano. Per tutti e tutte loro.