Non solo Internet Archive (sempre sia lodato): ho scoperto l’esistenza di Myrient, un archivio di videogiochi della bellezza di trecentoottantacinque terabyte.
Ho anche scoperto che si preparava a chiudere i battenti entro fine marzo, per l’impossibilità di fare fronte alle problematiche di gestione, tra cui non indifferenti i costi. L’avviso compare in testa alla home.
Ora pare che il sito vada aggiornato, stando a Tom’s Hardware: un membro della comunità di Myrient avrebbe comunicato il successo di una raccolta di fondi e risorse per assicurare la sopravvivenza dell’archivio e quindi la continuazione dell’iniziativa.
Si noti che Myrient appare diverso da altre iniziative più pirata che altro. Così recita la prima pagina:
Molti archivi di ROM e giochi eccedono in pubblicità, finestre pop-up e paywall, oltre a richiedere per scaricare contenuto la creazione di un account.
Myrient definisce lo standard per la conservazione dei videogiochi e applica un approccio concentrato sull’accessibilità. Sappiamo che una cattiva esperienza di utilizzo può essere frustrante e che la conservazione dei videogiochi è efficace solo quanto i suoi mezzi per accedervi.
In effetti non c’è pubblicità, la navigazione è lineare e, soprattutto, il software viene verificato. Da Myrient non si prendono malware come è facile che accade con frequentazioni di altro genere.
I videogiochi fanno parte della cultura digitale e la loro conservazione, detto mille volte, è parte cruciale della cultura suddetta. Più di altri, i primi giochi, quelli nati assieme alla diffusione di hardware e software.
Le autorità di ogni ordine e grado, comunque, ignorano vastamente il tema, che rimane aggrappato al benvolere dei privati e, più in generale, della comunità, capace di esprimere energie per farsi carico del proprio passato.
Non credo che esistano altre forme di conservazione significative, non strettamente storiche (codici, testi antichi, collezioni museali), dipendenti appieno dal supporto privato.
Questo dovrebbe farci riflettere e magari fare come gli americani, che non esitano a scrivere al loro rappresentante eletto. Facile pensare che da noi, più ancora che là, il destinatario dell’email sia un inetto, o uno interessato solo a soldi e potere in ordine crescente.
Da qualche parte, peraltro, bisognerebbe cominciare.