Mi sono perso nella lettura, inutile eppure nutriente, di un vecchissimo post di Scott Aaronson sui settanta anni di Donald Knuth. Questo lo data abbastanza, visto che Knuth ne ha di recente compiuti ottantotto.
Da Knuth i numerosissimi commenti sono passati a TeX, alle sue alternative (ricordiamo, era il duemilaotto), alla religione, all’impaginazione Wysiwyg eccetera.
Molti punti di vista sono certamente datati e i giudizi sui vari software citati come complementari o sostitutivi di TeX andrebbero come minimo riformulati sulla base dell’oggi. Di per sé è un bel viaggio per chiunque non sia già addentro nella materia.
Voglio sottolineare che il post, ma più che altro i commenti si leggono ancora con interesse e attenzione nonostante siano così datati.
È perché le persone che intervengono parlano con competenza, ascoltano le osservazioni e le obiezioni degli altri, espongono con chiarezza e in modo pacato il loro punto di vista, riconoscono di essersi sbagliati o espressi male su un punto contestato, aggiungono conoscenza e informazione alla discussione anziché buttarla in polemica, rispettano sé stessi e gli interlocutori.
Un mondo che sembra perduto. Sta a noi non celebrarlo o preservarlo, farlo crescere e posizionarlo nel panorama attuale anche ove sia difficile o problematico. Anche solo insegnare ai figli o ai nipoti l’arte dell’ascolto senza interrompere, saper formare e formulare un punto di vista autonomo, riscoprire l’arte della retorica nel suo significato originale, prima per dare vita a spazi di ascolto reciproco e solo poi, eventualmente, per avere ragione se così è giusto.
Non c’è correlazione, ovvio, e questa affermazione non ha fondamenti. Però si tratta di persone che rispettano i loro computer, come macchine da programmazione, e le programmano. Ha il parlare costruttivo una relazione con il pensiero computazionale? Non posso sostenerlo, ma ci credo. Ovvio che ascolterò con rispetto e attenzione qualunque opinione contraria.