Siamo arrivati al Super Bowl e finalmente scendono in campo i bianchi e i blu. Come ovvio e voluto dal format, è una sfida con sfaccettature culturali oltre che sportive (a partire dal confronto tra costa ovest e costa est), con un sacco di pubblicità a raccontare la pancia dell’America fuori dalle cronache, uno half-time show che presenta un artista portoricano quasi in spregio alle istanze del presidente in carica contro gli immigrati illegali e, a riassumere, uno spettacolo imperdibile. Le regole del football americano sono intricate, ma l’essenza è semplicissima – conquistare terreno – e non dovrebbe essere di ostacolo anche in caso di inesperienza.
Inesperienza è stato il tema della partita, i cui quarterback sono giovani ed emergenti. Per entrare nella leggenda c’è tempo; si sono visti allo stadio Joe Montana e Tom Brady, come vecchie glorie però.
I due protagonisti sul campo non sono stati all’altezza delle difese, che per le prima metà dell’incontro hanno dominato. Ma i blu sono arrivati per cinque volte alla distanza utile per un calcio piazzato e cinque volte lo hanno realizzato, oltre a segnare finalmente una meta nel quarto periodo. Ben poco per una partita normale di football; per il Super Bowl, un fossato incolmabile per i bianchi, che nei primi tre quarti neanche sono arrivati a calciare e per ogni possesso hanno finito per eseguire un punt (finiti i tentativi di andare avanti, do la palla agli avversari con un calcio che gliela faccia prendere il più indietro possibile). Ha fatto la differenza il senso quasi soprannaturale del quarterback blu per prendere il tempo all’energumeno che arriva a placcarlo e sfilarsi all’ultimo istante con un perfetto controllo del corpo. Il quarterback bianco ha invece sofferto e ha anche commesso un imperdonabile fumble che ha messo i blu in condizione di sferrare il colpo decisivo. Poi ha anche fatto segnare una meta ai suoi con due passaggi stupendi, solo che avrebbe dovuto riscuoterli prima da un imbarazzo durato quarantotto minuti di cronometro. Troppo tardi per tutto e la frustrazione ha causato anche un intercetto e un altro fumble, con effetti tombali ai fini del punteggio. Gli ultimi cinque minuti sono andati senza brividi.
Uno dei due quarterback era alla stagione numero due, quest’anno è arrivato numero due nella scelta del miglior giocatore della stagione ed è stato anche il secondo quarterback più giovane a giocarsi un Super Bowl, nella seconda edizione della storia senza touchdown nei primi tre periodi.
Indovina un po’? Nella partita è arrivato secondo.
Note di costume. Cornice delle grandissime occasioni allo stadio di… Santa Clara. È difficile trovare un paragone perfettamente calzante, ma si provi a immaginare la cerimonia di apertura delle Olimpiadi a Pavia invece che a San Siro. Per trovare lì uno stadio all’avanguardia che nulla ha da invidiare.
Spettacolo dell’intervallo senza infamia e senza lode. Si è visto di più e di meglio. Per quanto la scenografia sia stata all’altezza di altre occasioni, il repertorio di Bad Bunny risulta monocorde alle orecchie di una persona non coinvolta socioculturalmente.
Spot pubblicitari: tanti a tema olimpico, due sfottò di Anthropic alla decisione di OpenAI di portare la pubblicità in ChatGPT. Menzione speciale per la pubblicità di un integratore inscenata da un coro di water animati. Poi Budweiser, Pokémon, Pringles.
UX: tanta roba. I giocatori si sono presentati a voce al momento di entrare in campo. La barra informativa era ottima, con una sola sbavatura: il logo di Peacock ha costretto il posizionamento di alcuni indicatori a indurre un pochino di disorientamento. Il resto della grafica, però, è stato da masterclass. La scheda biografica dell’allenatore blu, stupenda.
Complessivamente: è impossibile che un Super Bowl non sia uno spettacolo. La parte sportiva sotto la media, il contorno pienamente all’altezza. Per il prossimo anno contiamo di esserci; c’è un qurterback tanto giovane e talentuoso che quest’anno ha pagato il battesimo del fuoco e probabilmente ha già iniziato a preparare la rivincita.