Sì continua a parlare di nuove tecnologie anche se sono vecchie magari di cinquanta o sessant’anni. La verità è che l’era digitale è appena cominciata, perché va misurata su scala più ampia di quella umana. Esattamente come l’era della stampa a caratteri mobili è iniziata con Gutenberg, ma prima il mondo diventasse a caratteri mobili c’è voluto un po’.
Poi ci sono i segnali anticipatori. Per esempio, la Danimarca smetterà di smistare lettere cartacee a fine 2025.
L’avanguardia tiene conto dei fatti, crudi e non ignorabili. Il volume delle lettere spedite è crollato del novanta percento dal Duemila a oggi e la tendenza è quasi costante. I centri di smistamento si sono nel tempo ridotti a uno. I costi operativi, prima distribuiti su un miliardo e quattrocento milioni di lettere l’anno, ora si ripartiscono su un quantitativo di centodieci milioni, in diminuzione.
La Danimarca è all’avanguardia. Avverrà ovunque, sulla falsariga di quello che abbiamo visto in Italia con i telefoni pubblici.
PostNord, l’ente postale danese, si concentrerà sull’attività più redditizia e in crescita del momento: il recapito dei pacchi,
Entro dicembre verrà rimossa anche l’ultima buca delle lettere e a inizio 2026 chi ha fatto incetta di francobolli senza usarli avrà diritto al rimborso. Poi basta.
Si noti che PostNord continuerà a operare all’estero dove ha un ruolo rilevante, per esempio in Svezia, dove le lettere ancora si giustificano. La Danimarca, ripeto, è un’avanguardia.
Accadrà anche da noi, più avanti. Non mancheranno i lamenti, gli attacchi di nostalgia, il profumo della carta, gli epistolari, la bella grafia, tutte cose anche vere, che ahimé non si giustificano più sui grandi numeri. I miei epistolari non valgono una cicca e la mia grafia è pessima. Vale, mi spiace per la delusione che sto per dare a tanti, per tutti o quasi. Gli epistolari di D’Annunzio non valgono le missive all’amministratore del condominio o all’amico di penna in Ecuador di quando avevamo dodici anni.
Una cosa che invece abbiamo capito tardi del digitale, è che non uccide niente. Ci sono spazi per riviste in abbonamento e libri di carta. Il mercato delle giochi di carte collezionabili è vivo e vivace e così quello dei boardgame. La musica si è digitalizzata ma c’è un mercato di vinili. Di nicchia, come sarebbe stato giusto da sempre; solo che un tempo c’erano solo i vinili, così come le lettere di carta. I registratori video, chi ha voglia di usarli, contengono dischi invece che cassette con il nastro. I televisori sono diventati pseudocomputer e continuano a vendersi come televisori.
Sono spariti tanti posti di lavoro e se ne sono creati degli altri. Di più o di meno? È un dibattito che continua. È difficile avere un quadro certo della situazione. PostNord stima che perderà duemiladuecento posizioni e ne creerà settecento di nuove. Vista così è una perdita, mentre considerando chi si reinventa e passa a occuparsi d’altro le cose non mai così chiare. D’altronde non è mai successo che i posti di lavoro fossero entità immutabili; c’è stato un tempo in cui barbiere e chirurgo coincidevano e in Sardegna vecchie signore praticavano l’eutanasia con attrezzi da muratore secoli prima della medicina moderna.
PostNord spiega che la decisione spetta al ministro, ma molto probabilmente sarà ancora possibile spedire lettere cartacee: semplicemente l’attività verrà esternalizzata a qualche azienda disposta a occuparsene. Magari creando posti di lavoro.
Neanche le lettere spariranno. Voglio vedere piuttosto chi studierà calligrafia o creerà il proprio monogramma da inserire con svolazzo del pennino a inchiostro nero bluastro.