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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

9 ago 2014

Patti chiari, privacy lunghissima

SignorD ha scritto su Tevac un articolato commento alla mia chiacchierata su Google, il controllo della posta, le foto sconvenienti e la nozione che non solo nulla è gratis, ma su Internet niente è confidenziale. E che lo Stato mi preoccupa, in termini di profilazione, più di Google.

Chiamato in causa, sono tenuto a una risposta. Più che fare un punto-su-punto ai dodicimila caratteri di SignorD, cercherei tuttavia di aggiungere qualcosa al tema, che è più importante delle mie o delle sue opinioni. E stare più corto. Prima di questo, però, sento essenziali un paio di repliche dirette.

[mi] sembra difficile stabilire una differenza radicale e sostanziale tra una vita senza mai ricorrere ad Internet ed il ritirarsi in un angolo della terra nella quale vivere senza contatto con alcuna istituzione statale.

Premesso che nel mio pezzo (e nella vita) considero Internet essenziale quanto l’acqua corrente: eccettuato un manipolo di ricercatori, miliardi di esseri umani al 1989 avevano vissuto senza mai ricorrere a Internet. A oggi in Italia due persone su cinque sono senza Internet e nel mondo sono due su tre. L’esperienza di non avere Internet è diffusissima; quella di non avere un’autorità assoluta – statale, monarchica, imperiale, teocratica, quel che si vuole – è a numeri infimi. Differenza radicale e sostanziale.

Lucio Bragagnolo dichiara di preferire un sistema commerciale ad uno democratico.

Si sta facendo grossa confusione. Se non altro, parlando di Stato, tra forma di governo e sostanza dell’istituzione. Se penso a Stato penso a scuola, carceri, sanità, esercito, infrastrutture, frontiere, moneta, burocrazia, polizia, tribunali eccetera. Su questo insieme di servizi posso apporre il timbro democrazia oppure il timbro dittatura e l’insieme resta esattamente lo stesso. La rendicontazione di Google è molto più puntuale e veritiera di quella dello Stato e il rimbalzo da una amministrazione, da un ufficio all’altro è esattamente manifestazione della cattiveria, come dice SignorD, dell’istituzione. Se fossero buoni, risolverebbero problemi invece di crearne.

Poi ci sono ancor più grosse confusioni su quello che raccoglie Google e come lo raccoglie, quali informazioni cerchi e non cerchi lo Stato e così via. Ma diventa roba personale assai poco interessante. Provo invece a fare avanzare la trattazione. Sperando di riuscire anche a farla progredire.

Il fenomeno interessante è proprio l’elevarsi (non per forza qualitativo) delle grandi corporation informatiche a organismi transnazionali. Con che autorità? Beh, quella che gli riconoscono gli Stati tradizionali. Che non hanno investigato Google o Microsoft per violazione della privacy, ma i dementi con le loro foto. Passo dalle caselle della posta condominiale. Un pacco per un vicino si è aperto e rivela foto pedopornografiche. Devo denunciare o rispettare la sua privacy? Certo, la differenza è che me ne accorgo per caso, mentre Google e Microsoft fanno vigilanza attiva. Proprio come i servizi di pattugliamento spuntati in numerosi comuni italiani… l’argomento dell’autorità è assai spinoso.

Ora è arrivato il momento di togliere Google e Microsoft dall’equazione, perché sono grandi fette di salame sugli occhi che portano a ragionare per la strada più comoda e trita. Nel momento in cui esiste Internet e non si cifrano i dati la profilazione è inevitabile. Lo era anche prima, ma l’ho scritto nell’articolo precedente, quindi andiamo avanti. Un esperimento dell’università di Cambridge e Microsoft Research mostra che sono sufficienti i mi piace su Facebook per predire con buona esattezza razza, religione, credo politico, preferenze sessuali e via così. I mi piace. Quando si naviga sul proprio sito preferito, questo profila il visitatore. Chiunque ricavi uno stipendio (anche) stando su Internet guarda tutte le sere i risultati di ascolto del sito. È profilazione! Apple cambia le modalità di collegamento alle reti Wi-Fi in iOS e dipendenti di un’azienda di profilazione perdono il lavoro.

I grandi magazzini americani Target si accorgono della gravidanza delle clienti studiando l’andamento degli acquisti di un paniere di 27 prodotti diversi. Lo facevano prima di Internet, adesso hanno solo aggiunto un canale. E in un caso lo hanno capito prima dei genitori della ragazza. Abbaiare alla luna-Google e poi fare spesa all’ipermercato, usare il Telepass, usare il Bancomat, pagare la bolletta, dare le fatture delle spese mediche al commercialista, telefonare, avere un codice fiscale, stare in una anagrafe significa avere le idee poco chiare. Google fa il proprio mestiere, a volte male e a volte in modo malvagio. Come chi vende l’olio di oliva adulterato; i comportamenti malvagi vanno puniti. Da qui a fare a meno di Google per difendere la propria privacy… fa tenerezza. Si faccia a meno di Google per avere servizi migliori dei suoi, questo sì. Più in là di così va solo uno sprovveduto. Farebbe meglio a leggere le sei provocazioni sui Big Data di Danah Boyd. Anche perché capirebbe che la profilazione, oggi, è un fatto automatico e nessuno, né a Google né altrove, legge le mail di nessuno.

Un’altra ragione per cui le corporation applicano autorità che prima non avevano è che sono diventate governi di fatto di nazioni virtuali. Non hanno un territorio fisico e non hanno eserciti, né hanno un ventaglio di servizi e di burocrati paragonabile. Però, viaggiando sul filo del paradosso, vediamo una evoluzione interessante.

Il paradosso che conosco meglio è l’impero di Apple. Raccoglie ottocentocinquanta milioni di sudditi, è grosso due volte l’Unione Europea. Al posto della carta di identità vengono fornite ID Apple. Al posto di un codice civile vi è un accordo di licenza. Non ci sono tasse o imposte dirette e i balzelli imposti da altri governi sono compresi nel prezzo dei beni acquistati. La forma di governo è oligarchica, vicina alla monarchia illuminata. Nell’impero di Apple è possibile provvedere autonomamente alla propria istruzione tramite iTunes U e l’ingresso nel mercato è regolamentato dal possesso gratuito di Xcode o iBooks Author previa iscrizione all’anagrafe degli sviluppatori.

I sudditi dell’impero di Apple devono importare dall’estero molti beni essenziali, per esempio il cibo oppure gli elettrodomestici. Questi bisogni sono soddisfatti dall’impero di Amazon, grande appena meno di quello Apple, che provvede a localizzare in tutto il mondo il prezzo migliore e ti consegna il prodotto a domicilio. Mi si dirà che mancano servizi essenziali come per esempio la sanità. Ma no: è semplicemente che iniziative come Doctor on Demand, sempre in questo paradosso, sono appena nate e sono nazioni piccolissime ancora tutte da definire.

Si capisce la direzione? Cerco istruzione e vado su iTunes U. Cerco cibo e me lo porta Amazon sotto casa. Cerco mobili e me li consegna Ikea. Ho la febbre e sento un medico in videoconferenza, domani con i telesensori diagnostici. Mi serve un taxi e accendo la app di Uber. Dopodomani pago i beni in Bitcoin e tengo i risparmi in una banca virtuale. Nel momento in cui fosse possibile contattare via Internet una polizia su misura e ci fossero corti di giustizia online, tutto su banda larga fornita da Google, a che servirebbe lo Stato?

Sembra un futuro distopico. SignorD non ricorda che venticinque anni fa Internet non c’era. Quindici anni fa, più o meno, non c’era Amazon. Non c’era Google. Non c’era la Apple attuale. Non c’erano computer in un taschino. Non c’era il Wi-Fi, non c’erano i droni, non c’erano i sensori computerizzati, non c’era il cloud computing, non c’erano i Big Data.

Il motivo per cui Google e Microsoft possono denunciare il pedofilo e godere di autorità è che gli Stati nazionali riconoscono nei nuovi imperi virtuali l’inizio di controparti dotate di un certo potere contrattuale. E che fanno? Negoziano, vengono a patti, concedono qualcosa in cambio di qualcos’altro. Quello che sanno fare e hanno sempre fatto.

Non hanno capito, gli Stati nazionali, che vengono svuotati della loro ragione d’essere dalla rete globale. Per questo mi preoccupa più lo Stato di Google. Il secondo è un impero nascente, i primi tramontano. Ma sono quelli che hanno, ricorda SignorD, il monopolio della violenza e i confini geografici. Per andare negli Stati Uniti devo chiedere un passaporto, cioè un permesso per viaggiare. Per comprare un portafoglio australiano Bellroy mi basta aprire un browser e tempo qualche giorno me lo ritrovo a casa. Lo Stato è sempre più un ostacolo.

Quanto a Google, l’orco della privacy, lavora al plugin per incorporare la cifratura Pgp dentro Chrome. E allora forse il problema sta altrove. Nella Firenze del Trecento il potere politico emanava dalle corporazioni dei mestieri. Poi lentamente sono arrivati gli Stati nazione. Meno lentamente, si torna, in un certo senso, alle corporazioni, o meglio alle corporation.

Mi scuso per la lunghezza.

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