Di ritorno da una trasferta di un’oretta salvo traffico pesante, ascolto la radio più ascoltata in Italia e sento la pubblicità di una (s)vendita di Office 365 per famiglie al prezzo scontatissimo di 59,99 euro.
È vero che ci sono poveri e ricchi, le disuguaglianze, le difficoltà a macchia di leopardo, la crisi per alcuni mentre altri prosperano e così via. Focolari dove l’euro e ventinove provoca esitazioni e altri che spendono più in giochi che in televisione a suon di canoni e acquisti in-app.
Non ho cominciato ieri a usare Mac come desktop e iPad come portatile, ma quasi sette anni fa.
Ciò che è cambiato è sicuramente la percentuale del lavoro che svolgo su una o l’altra macchina. Prima Mac faceva la parte del leone e iPad serviva unicamente a mantenere il flusso delle cose durante gli spostamenti.
Oggi la percentuale di lavoro è pressoché in equilibrio, metà qui e metà là.
Le capacità di Mac non sono diminuite in alcun modo, anzi: con Mojave mi trovo benissimo e anche un modesto Mac mini come l’attuale procura tranquillamente tutte le soddisfazioni che cercavo, anche inaspettate: prima di avere problemi con Safari posso aprire approssimativamente il quadruplo delle pagine aperte sul vecchio MacBook Pro, per dire. Non ho ancora raggiunto un conteggio di applicazioni aperte nel Dock tale da mandare in crisi la macchina, quando quella precedente iniziava a dare chiari segni di stanchezza dopo le venticinque.
Scrivevo
nel lontano ottobre 2013 del primo computer da tasca al mondo con processore a sessantaquattro bit, iPhone 5S. Per capirci, ero fiero del mio iPad di terza generazione, il primo con schermo Retina, quello che oggi trovo lentissimo a confronto di iPad Pro. È passato davvero tanto tempo, anche ingegneristicamente.
iOS ha supportato le app a trentadue bit per qualche anno, ma
dal 2017 non sono più ammesse.
Ed ecco che Google annuncia la
transizione di Android ai sessantaquattro bit. Comincia il prossimo agosto, tra soli sette mesi. E va avanti, con eccezioni e interrogativi vari, fino al 2021.
A DuckDuckGo, il motore di ricerca alternativo che protegge la privacy di chi lo consulta, hanno deciso di
appoggiarsi alle Mappe di Apple per cercare luoghi e locali.
All’insegna della massima privacy: Apple non riceve i dati della ricerca, né li ricevono terzi qualsiasi. Appena usati i dati necessari a soddisfare la ricerca, DuckDuckGo li dimentica. Nessuno oltre a noi saprà in che ristorante volevamo andare questa sera.
Sarà un caso che Apple sia l’unica multinazionale della tecnologia con un forte ed effettivo impegno a rispettare la privacy di chi usa i suoi prodotti e trovi una sinergia con DuckDuckGo? No, non lo è. E probabilmente tra cinque anni avrà fatto una differenza notevole nel valore di quello che vende, a prescindere dal prezzo.
Rileggevo Fraser Speirs che parla del suo
passaggio da iPad e MacBook a un Pixelbook, sulla base di quanto è divenuto importante per la sua attività il software Google e quanto iOS manchi di usabilità e completezza quando si voglia usarlo “come un computer”.
Prima di rileggerlo ho passato una giornata di intenso lavoro su Google Sheets sul mio iPad Pro, collegato a una tastiera Bluetooth fisica. La quantità di cose che Google Sheets fa su iPad e NON fa tramite una tastiera collegata a iPad è ingente.
Non ho pensato abbastanza in piccolo, quando
ho scartato l’idea di un browser su watch.
Non me ne ero accorto, infatti, ma watchOS 5 ha portato
WebKit, il motore Html che sta sotto Safari,
anche sugli watch dalla serie 3 compresa in su. E nel giro di neanche tre mesi siamo già ai
consigli per ottenere il meglio con le immagini.
Certo, non c’è il browser vero e proprio, si potrebbe cavillare. Tuttavia è chiaro che Apple considera ragionevole presentare contenuto web su watch. In effetti, uno dei link sopra porta a un articolo di MacRumors che spiega come accedere a una pagina web arbitraria via computer da polso. A leggerla, effettivamente suona tutto ragionevole e avevo proprio sbagliato io.
Con buona pace dei
darwinisti fuori epoca, il valore di una piattaforma continua a essere quello che semplifica più di quello che consente.
A dimostrazione il
post di Zoë Smith, una cosa talmente corta e sintetica che spiace citarla; ne dai via metà. Eppure è un diamante perfetto.
[Mio marito Fabio] è appena passato a Mac da Windows. È stato deliziato da così tante possibilità che io do per scontate.
L’elenco lo lascio al curioso. La parte importante è il commento. Il grassetto è mio.
Tra fine anno e inizio anno le congiunzioni astrali hanno fatto sì che mi occupassi simultaneamente di rinnovo patente, rinnovo passaporto e fatturazione elettronica.
I pregi dell’Italia e degli italiani si notano in molte situazioni diverse. Per vedere il peggio dell’Italia e degli italiani, basta e avanza la burocrazia.
Le procedure a spirale, i controsensi, i paradossi, il lessico, il tempo bloccato e la voglia tignosa di complicare e prevaricare senza mai pagare pegno. La ricerca dell’incomprensibilità e dell’inefficienza come strumento di conservazione del potere. Lo stesso potere che hanno il tarlo sul mobile, la muffa nell’angolo, il frutto che marcisce per primo nella cesta.
Spider-Mac
ha replicato al mio
commento del suo
editoriale sul ribasso delle previsioni di fatturato di Apple.
Sarebbe facile controreplicare, perché la risposta è piena di parecchi spunti gustosi, ma appunto; troppo facile.
Invece ne ho approfittato per leggere un po’ di commenti.
Uno specchio fedele della Rete di oggi, polarizzato, basato sulle simpatie e sul partito preso, dove la razionalità è un optional e prevale la reazione istintiva. Con eccezioni, naturalmente.
Avevo accennato alla presenza di pubblicità sul sito ed è sintomatica l’obiezione: un’elencazione del numero di banner presenti nella home o nella pagina dell’articolo, con l’invito a riflettere se siano pochi o tanti.
Ho già parlato dell’assurdità di tanti codici numerici e alfanumerici
inutilmente obesi rispetto al compito che devono sopportare, con spreco immane di banda, tempo macchina, archivi e pazienza di chi li deve subire.
Concludevo che i codici bisognerebbe lasciarli generare e maneggiare al computer, che con la complessità non ha problemi. E riportare la semplicità e la mnemonicità agli umani, che lavorano meglio e più contenti.
Ne ho avuto la riprova in una recente sosta a McDonald’s. Gli scontrini adesso portano un identificatore unico; quello del mio snack, salvo errori, è