Quando solcavo gli oceani del computing personale a bordo del mio
Power Mac 7500/100 neanche lontanamente potevo immagine che un parente strettissimo del mio processore avrebbe lasciato un giorno l’atmosfera terrestre, per
dare vita al James Webb Telescope.
Quanti modi possibili per provare a migliorare le proprie capacità di programmare?
Uno è partecipare all’aggiornamento dei giochi contenuti nel mitico
Basic Computer Games, libro uscito nel 1973 e contenente appunto una serie di giochi per i computer di allora, utili per imparare a programmare in linguaggio Basic.
Visti oggi sono programmini, tutti con input da tastiera alla riga di comando, indovina il numero, l’allunaggio del Lem, Mastermind, la dama e mille altre cosette che qualcuno reduce dagli anni ottanta avrà magari digitato da qualche rivista dentro un Commodore 64 o uno Spectrum.
Dai, l’esistenza di
Wordle è di dominio pubblico e non serve dilungarsi.
Probabilmente va spesa una parola sul fatto che la
legge di Sturgeon regge perfettamente anche su Internet:
App Store va riempiendosi di cloni-spazzatura che scopiazzano indecentemente Wordle e cercano persino di farsi pagare. La spazzatura su Internet va combattuta senza quartiere: se incappiamo in un clone-cacca, va segnalato ad Apple o a chi per lei e boicottato senza eccezioni. L’unico Wordle sicuro, autentico, genuino è quello linkato nella prima riga di questo post.
Abbiamo
la prima app per iOS creata e pubblicata su App Store interamente con iPad via Swift Playgrounds.
Quanti spiegavano piccati in punta di forchetta che iPad non è un vero computer perché non consente di programmare app per iPad, dal 2022 possono liberamente fare spallucce e commentare seccati che non sprecano tempo con queste minuzie, come invece amavano tantissimo fare quando ritenevano di avere ragione.
Dovrebbero piuttosto essere contenti: si ritrovano un computer al prezzo pagato per un tablet.
Quindici anni dopo l’
annuncio di iPhone (
il più grande annuncio di prodotto di tutti i tempi, dice John Gruber), va notato l’ordine in cui Jobs elencò i tre famosi componenti: un iPod, un telefono, un Internet communicator.
Il primo era l’evoluzione che tutti si attendevano, di un apparecchio consolidato ed esistente. Il secondo, la novità che tutti volevano sentire. Il terzo, una formula strana per un qualcosa di cui nessuno aveva effettivamente una idea chiara.
Due cose che mi sono dimenticato parlando del
Mac mini M1 preso per il 2022.
La macchina regge senza alcun problema la risoluzione massima del monitor (3.840 x 2.160). La specifica sarebbe teoricamente uguale a quella del vecchio mini, solo che quest’ultimo lavorava al limite; a volte cliccavo la barra spazio per svegliare il computer, in stop con monitor in standby, e lo schermo non si riaccendeva. C’era forse anche qualche problema di software, perché talvolta le ventole si imbizzarrivano e dietro le quinte succedeva certamente qualcosa. Senza che tornasse l’immagine; dovevo tornare in un altro momento oppure provare a chiudere qualcosa a caso via controllo remoto con iPad.
Posso vantare una certa esperienza, diretta e indiretta, nel computing. Per questo mi sento in diritto di esortare ciascuno a proteggere i propri dati, con il backup.
Un backup ha costi irrisori rispetto ai benefici. Alla gran parte delle persone non succede niente se il computer dà qualche errore, ma in pochi casi sfortunati le conseguenze possono essere molto gravi e si può arrivare perfino alla perdita totale e irreversibile dei dati.
Dovevo accennare a questa novità. Apparentemente c’è poco da dire: ho preso un
Mac mini M1 con sedici gigabyte di memoria e un terabyte di disco, per sostituire un Mac mini Intel i3 con la stessa memoria ma la metà dello spazio. Un i3 funzionava e funziona a meraviglia, ma è bastato un minimo incremento delle necessità di grafica e video per metterlo in crisi. Mi ha fatto sballare l’inizio di una presentazione in diretta e, quando ho premuto il tasto per avviare Keynote, lui ha iniziato a fare cose sue, rotella, ventole sbuffanti e scarsa risposta sul multitasking.
Si ricomincia a dibattere di chiusure, aperture, didattica a distanza, baluardi da difendere, simboli, funzioni sociali, figure professionali a rischio, come se in questi due anni la scuola fosse cambiata zero di fronte alla sfida del virus.
Notizia shock: in questi due anni, è cambiata zero. Così come detrattori e tifosi, una compagnia di giro mortificante.
Su questo si innesta naturalmente la crociata contro il digitale. La scuola delle mie figlie, per altri versi eccellente, ha una riflessione in corso ma intanto non permette di sostituire i libri di scuola con un tablet contenente tutti i libri di scuola.
Come passa in fretta il tempo quando si digita: la mia veneranda
Apple Wireless Keyboard compie dodici anni e me ne sono reso conto solo ora che non si abbina – non in modo ovvio, almeno – al mio nuovo
Mac mini.
Neanche mi sogno di buttarla via; funziona egregiamente con iPad Pro e con il vecchio Mac mini, che probabilmente diventerà macchina di appoggio per la primogenita quando il prossimo autunno si affaccerà sulla terza elementare. Dire che in questi anni sia stata quasi una prostesi un’estensione delle dita delle mani, è sottovalutare il suo ruolo. Potrei averci digitato tipo cinque milioni di caratteri, con amplissimo margine di errore.