Ringrazio Mario che
mi ha messo sulle tracce dell’importante discorso di un senatore italiano
impegnato nella conferenza interparlamentare di Lubiana sulla trasformazione digitale nell’educazione.
Nell’intervento è stato infatti dichiarato:
[…] ovvio è che studenti e docenti dovranno sviluppare una competenza digitale […]
e, pochi istanti dopo, quest’altro:
Mac ha graziosamente comunicato la disponibilità di Monterey e così ho acconsentito all’installazione.
Non ci ho fatto gran caso perché mi sono semplicemente spostato su iPad Pro a lavorare; l’installazione ha richiesto meno di un’ora.
Nessun cambiamento significativo nella disponibilità di spazio su disco o nella velocità; le applicazioni di uso quotidiano girano tutte come da copione. Se mai ho avuto un aggiornamento pressoché invisibile come impatto sul funzionamento generale, è questo.
Non è tanto un discorso sul retrocomputing, ammirevole, sentimentalmente energico, bisognoso di passione e competenza che neanche una pianta carnivora in vaso.
Quanto su quella nostalgia dei vecchietti (mentali) per cui una volta i computer erano cose affascinanti, si poteva smanettare, potevi guardarci dentro, imparare, programmare da zero, cambiare un pezzo se non ti piaceva e tutto questo senso di avventura malriposta che sa molto del profumo della carta quando si parla di ebook.
Diciannovemila dollari di premi per risolvere
sfide non impossibili di cibersicurezza, affrontabili – senza premi, solo per il gusto – anche nel solo ambito delle
vulnerabilità del codice.
Invece che vincere premi si può decidere di pagare per ottenere
sfide (e soluzioni) su Css e JavaScript. Qualcosa di meno esoterico?
HTMHell, dall’aspetto più satanista. Ma è solo HTML da capire meglio. Un’altra chance di affrontare sfide JavaScript
si trova qui.
È sempre tempo di restituire alla comunità qualcosa di quello che abbiamo ricevuto in abbondanza, contribuendo a software libero e magari
facendolo tutti i giorni in via eccezionale.
Una delle promesse fondamentali della rete è la possibilità di rendere le operazioni quotidiane più lineari, semplici, leggere; evitare o minimizzare la burocrazia, portare razionalità e precisione in tante procedure inutilmente arzigogolate.
Qualcosa è andato storto però. Ultimamente ho ripreso in mano diversi account vecchi su altrettanti servizi trascurati e più spesso che no bisogna affrontare piccole odissee prima di ritornare operativi.
L’episodio più irritante riguarda eBay, dove mi sono registrato molti anni fa per provare come funzionasse. Giusto per provare, misi in vendita un Urania che avevo doppio; se lo aggiudicò qualcuno a due euro. Ci rimisi perché ingenuamente non avevo contemplato nell’entusiasmo del collaudo le spese di spedizione, ma ero soddisfatto; l’esperimento aveva funzionato.
La delizia dell’informatica è che esiste sempre la possibilità di osare, cambiare, provare, sperimentare. La sua croce è che il novanta percento delle persone vive sperando di trovare un programma e usare sempre quello, sempre uguale, per tutta la vita.
Se poi questo programma arriva da qualche multinazionale, è la fine; la stagnazione, la morte cerebrale dei polpastrelli, l’incapacità di concepire qualsiasi cosa di diverso, quindi qualsiasi cosa di migliore. Il progresso non sempre migliora, ma con il passare degli anni la probabilità che lo faccia tende all’aumento.
Sono su Mac e uso una famosa piattaforma di collaborazione, attraverso la sua app.
In un canale di chat viene depositato un documento. Nel menu associato al documento stesso scelgo il comando di download. Il documento non si scarica e ricevo un errore dalla app.
Riprovo con un altro documento per controprova. Stesso risultato.
Apro le preferenze della app e constato che manca qualsiasi possibilità di indicare dove scaricare i file.
Lancio
una istanza di Mac mini M1 dentro Elastic Cloud 2 di Amazon: un Mac immateriale che esiste fino a che lo uso e posso eventualmente salvare sul servizio per riaccenderlo un’altra volta.
Un Mac che
pago a tempo.
Dicono che i Mac siano computer chiusi? Beh, quello su Elastic Cloud lo configuri come ti pare e, se vuoi cambiare la quantità di Ram o di spazio di archiviazione, giri una (simbolica) manopola.
In poche righe Jason Snell mostra su Six Colors
il collegamento tra Terminale, AppleScript e Comandi rapidi.
Roba che su Windows te la sogni. Non perché manchi; i pezzi, volendo, si trovano. Perché l’integrazione è zero.
Su Mac, invece, non c’è soluzione di continuità tra un Comando rapido ad altissimo livello e un comando di Terminale a bassissimo livello, passando se necessario dal terreno di mezzo rappresentato da AppleScript.
Vale a dire che Apple non si è limitata a comprare
Workflow, la app che ha inventato i Comandi rapidi, ma ha anche provveduto a radicarla nel sistema operativo.
Quante volte ho sentito i profeti di sventura minacciare la scarsa propensione dei dati digitali a sopravvivere. E poi, sventura delle sventure, la mancanza di supporti capaci di leggere i vecchi formati. Poi le locuste, le inondazioni, la pioggia di rane, il gomito che fa contatto con il piede.
Perché un gruppo di appassionati (non un laboratorio di ricerca) nel giro di ventuno mesi (certo non due ore, ma fattibile)
ha decompilato Ocarina of Time.