Avvicinandocisi al momento buono per le uova di Pasqua, ci si allontana per un momento da guerre pandemie e gossip sulla notte degli Oscar per trovare l’oblio sulla tastiera di iOS e di iPadOS.
Se in Messaggi scriviamo sulla tastiera Clarus oppure Moof, negli emoji suggeriti compaiono un cane e una mucca,
segnala 512 Pixels.
Ho verificato, è proprio così e non mi è mai passato per la testa che si potesse trovare un easter egg riferito al periodo glorioso in cui Clarus il dogcow, il cane-mucca, lavorava come
anteprima del comando di stampa del Mac OS di allora, mostrando con la sua posizione l’effetto che avrebbero avuto le modifiche ai parametri del comando (foglio orizzontale o verticale, immagine capovolta, negativa eccetera). Moof era il suo verso, ovviamente una sintesi di moo e woof.
Qualcuno avrà letto delle ultime imprese del gruppo di hacker Lapsus$, che farebbe capo a un adolescente inglese. Una delle loro bravate riguarda la violazione dei servizi di
Okta, una società specializzata in servizi di autenticazione, che a sua volta ha permesso l’intrusione nella rete interna di
Sitel, azienda di soluzioni per contact center.
Lapsus$ sarebbe entrato in possesso di
un file di password conservato dentro un foglio di calcolo. Si può facilmente immaginare quale foglio di calcolo sia esattamente.
Gli Oscar del cinema non contano più come una volta: hanno perso un tot di pubblico e di credibilità. Qualcosa però lo rappresentano ancora e
il primo produttore di opere trasmesse in streaming a vincere un Oscar per il miglior film è Apple.
La cosa da notare, più della vittoria, è che Apple
si applica in questo campo da un paio di anni, con un budget
inferiore a quello di Amazon e soprattutto di Netflix, che parrebbe investire il doppio. Un modo diverso di fare le cose e interpretare la qualità, evidentemente.
La comparazione è sicuramente sleale e parziale, perché lato Apple non fatico a individuare elementi da aggiungere alla tabella.
Però è interessante verificare sull’altra sponda, dove la classificazione è più puntuale, come sia andata finora. Ricordiamo, sarebbe l’azienda professionale, che nessuno è mai stato licenziato per avere scelto, che non sbaglia un colpo.
Progetti uccisi da Apple contro
progetti uccisi da Microsoft.
Ripeto: la pagina Apple è evidentemente incompleta. Nessun tentativo di dare credibilità al confronto così com’è. Comunque, sulle due pagine si può lavorare. Per esempio, aggiungo di mio
Cyberdog, che oggi non è neanche immediato da rintracciare perché corrisponde a un marchio di abbigliamento, e
Microsoft Network.
Ho anticipato – penso – Protocol nel
parlare del fenomeno Plain Text Sports, il sito solo testo dedicato agli sport americani.
Protocol naturalmente
allarga il discorso e aggiunge un paio di cose che meritano il rilancio.
La prima e più importante è che di siti solo testo ne esistono a bizzeffe e neanche mancano i browser solo testo, nessuna novità su questo.
Plain Text Sports si distingue però per avere un output semplice, semplicissimo, abbinato a una notevole complessità dietro le quinte. Il lavoro che permette al sito di esistere e continuare ad aggiungere nuovi sport non è affatto banale. Basta poi dare uno sguardo al codice per vedere che nelle pagine web c’è abbondanza di Css e di JavaScript: testo puro è diverso da dire Html base e può benissimo implicare la sofisticazione. Purché sia interna, nascosta, e che il visitatore possa beneficiare di un lavoro svolto per nascondere la complessità dell’organizzazione delle informazioni.
Antefatto: si lavora a circa tremilacinquecento post prodotti durante la prima incarnazione del blog, Ping!. La loro struttura va uniformata allo standard attuale prima di poterli rimettere online.
Erano altri tempi e, per tenerli organizzati, il nome file cominciava con tre lettere: il nome del primo post cominciava con aaa, il nome del secondo con aab, quello del terzo con aac e così via.
Arrivati a aaz, il post seguente iniziava con aba, e poi abb, abc… fino a che mettevo la prima serie di file in una cartella dal nome aaa-aaz. Poi arrivava la cartella aba-abz. Quella dopo era aca-acz eccetera.
Ci si abitua a dire con la morte nel cuore ma, nel caso degli eventi correnti, non ha alcun senso; la morte vera è là fuori e investe materialmente migliaia e migliaia di innocenti, di colpevoli, di ignari, tutti.
Si vorrebbe parlare di una eccezionale cover story sul sito del Financial Times, che
riassume l’andamento del conflitto e ne spiega le dinamiche. L’avremmo tutti gradita maggiormente se fosse stato possibile dedicarla ad altri argomenti.
Pur con qualche (notevole) eccezione come gran parte delle cellule cerebrali, non siamo gli stessi di un anno fa e neanche quelli di ieri. Nel nostro corpo cellule nuove sostituiscono quelle vecchie e gli organi rimangono sempre quelli, solo che delle cellule individuali perdiamo ogni traccia, e giustamente, essendo decine di migliaia di miliardi.
Lo stesso, su scala infinitamente e misericordiosamente più piccola, avviene nei nostri Mac. Un aggiornamento modifica file annidati nelle viscere del sistema, un elemento dell’interfaccia cambia impercettibilmente una sfumatura di colore, una plist guadagna o perde elementi secondo convenienza e così via.
C’è così poco materiale italiano decente su Apple che non sia copiato, tradotto, ripetuto. Eccezione che conferma la regola: Misterakko che su Quora
spiega in poche righe, con tutti i link del caso, la vicenda che ha scatenato l’ultima polemica sul supposto right to repair.
Lo YouTuber che compra due Mac Studio per smontare il disco da uno di essi e metterlo sull’altro, per avere un Mac Studio con due unità Ssd (oppure, più probabilmente, per guadagnare una manciata di visualizzazione con un contenuto di poco valore).
Giorni fa
spiegavo a un pubblico selezionato che siamo diventati tutti IT Manager e che la figura professionale stessa è da riconfigurare (cosa vera da almeno quindici anni). Uno dei motivi è che, se nella preistoria era tanto trovare un computer appoggiato sulla scrivania dell’ufficio, oggi viviamo con due, tre cinque computer intorno a noi, parlando solo di quelli personali. E andrà sempre peggio, ho chiosato.
Si prenda per esempio il nuovo
Studio Display di Apple. Un monitor? Dipende da come lo si guarda. Si potrebbe anche vederlo come
un device iOS equipaggiato con la versione 15.4 del sistema operativo e sessantaquattro gigabyte di disco (grazie a tf42 per la segnalazione), anche se sessantadue di questi sono inutilizzati. Per ora.