Oggi
BBEdit compie trentuno anni, che per un software, per giunta indipendente, per giunta al quadrato solo Mac, equivarrebbero forse a centocinquanta per un umano.
Però preferisco pensarlo come se fosse un umano, nel fiore degli anni, con un grande avvenire davanti.
Auspico che metta infine la testa a posto, si prenda le sue responsabilità e nel dovuto tempo di gestazione ci faccia nascere una bella versione per iPad, che la aspetto da sempre.
In un’epoca altra l’Italia più attenta ai Mac vide nelle edicole qualcosa di anomalo. Un terzo mensile a sfidare i campioni di sempre, Macworld e Applicando. Esistevano piccole testate alternative al duopolio, ma nessuna capace di impensierirlo facendo numeri consistenti.
Per i venditori di spazi pubblicitari era una follia, perchè a loro dire non c’era sufficiente domanda per tutti. Era una follia anche la rivista in quanto tale, che scommetteva su un aumento consistente del numero di lettori di riviste Mac in Italia una volta messo in conto un modesto travaso di lettori dalle due testate tradizionali a quella nuova. Per la vita della rivista era necessario raccogliere un bacino di lettori che, fino a quel momento, proprio non lo erano.
Uno non ci pensa proprio, sono cose che passano largamente inosservate. Eppure, su Mac si mostrano un sacco di puntatori diversi.
La cosa interessante è che la
pagina ufficiale Apple potrebbe avere bisogno di pagine indipendenti come
macOS Cursors per offrire un elenco veramente completo. O viceversa, dipende da come uno la vede.
È un periodo intenso e sono un po’ indietro con il blog. Tanti post aperti e pochi chiusi, per mancanza di tempo o impellenza di questa o quell’altra distrazione.
Però da qualche parte devo mettergli, gli auguri di Pasqua, per le grandi persone più brave di me al punto di trovare il tempo di seguire questa pagina.
Allora li metto subito gli auguri e poi continuerò a recuperare fino a riempire la cronologia dei post sulle date mancanti. Nessuna ingegneria del contenuto: i post esistono già, vanno solo completati.
A chi ritiene che AutoCad abbia ragioni fondate nell’arrivare con ritardo abbondante al
supporto di Apple Silicon (per quanto buona notizia, alla fine), proporrei un confronto con
Blender sulla base di indicatori qualunque come frequenza degli aggiornamenti, ampiezza della comunità di supporto, livello di compatibilità.
Tralasciamo pure la comparazione dei prezzi di vendita, che non avrebbe senso. Anche se, almeno secondo logica, gente pagata per farlo dovrebbe essere più sollecita e precisa di chi lo fa gratuitamente.
ChatGPT non parteciperà a questa
competizione.
Si tratta di ARCathon, una gara creata per incoraggiare il fiorire di intelligenze artificiali autentiche, capaci di risolvere una batteria di test chiamata Abstraction and Reasoning Corpus e messa a punto da François Chollet, figura di punta nel settore.
Ogni tanto si fa il giro del software open source, per via degli obiettivi a lunga scadenza. Nel caso di
Scribus, l’obiettivo è liberarsi dalla schiavitù e dai metodi commerciali molto discutibili di Adobe.
Purtroppo l’obiettivo si allontana; la nuova versione, su un macOS aggiornato, mostra il divieto di accesso sopra l’icona Neanche parte.
Parrebbe che il problema sia l’architettura a trentadue bit.
Non so quanta difficoltà ci sia effettivamente nel convertire il codice a sessantaquattro bit. Su questo Apple fa propaganda, ovviamente, e i suoi proclami sono certamente veri solo e soltanto sulle app di cui parla esplicitamente. Una app che si è convertita a sessantaquattro bit con minimo sforzo e grande facilità, sì, si può convertire in quei termini. Le altre, bisogna vedere.
Ci eravamo
lasciati in sospeso un anno e mezzo fa sulla questione della possibile compatibilità Mac della versione 3.0 di FreeCiv e se ne può annunciare la conclusione positiva:
dal 20 marzo è ripresa la produzione della versione Mac.
Agli ostinati e agli ingegnosi non è mai mancata veramente la possibilità di giocare, grazie anche alla versione solo web del programma; chiaro che una app da far partire con un normale doppio clic è tutt’altro, se parliamo di esperienza utente.
Il 23 agosto 1976 il giornalista e scrittore Tom Wolfe pubblicò sul New York Magazine
Il decennio dell’io, un report che era praticamente un libro su quello che lui chiamò il (terzo) grande risveglio (religioso) americano, dove la religione sulla cresta dell’onda era quella del sé.
Da diversi anni utilizzo il testo di Wolfe (anche
tradotto in italiano per i tipi di Castelvecchi a una cifra modestissima per il suo valore) all’interno di corsi e conferenze. La ragione è semplice: Wolfe vedeva un decennio, ma la verità è che tra poco siamo al mezzo secolo e la religione del sé non mostra alcun segno di tramontare, anzi. È di una attualità tragica e scandalosamente sottovalutata. Forse anche incomprensibile all’interno di certe fasce d’età, che si trovano nella condizione dei pesci a nuoto in una boccia e si fanno domande sul mondo. Che ci sia un fuori dalla boccia, neanche gli passa per la testa.
Capita anche che Apple faccia cose buone e non lo sappia, oppure le tenga nascoste in posti improbabili del sistema.
Ne è prova che bisogna appoggiarsi a persone intelligenti esterne, per esempio Cabel Sasser di Panic Software, quando sostiene che
la gestione delle password di Apple merita una app. Il perché è presto detto, con le sue parole:
Sappiamo tutti che Apple possiede una buona gestione incorporata delle password in macOS e iOS. Ma pochi, molto pochi sanno che la gestione suddetta può anche: autocompletare i codici di autenticazione a due fattori, che si possono agevolmente aggiungere con la scansione di un codice QR; tenere un campo Note in cui aggiungere dati supplementari, per esempio codici di backup, per ciascuna password; e importare password esportati da un’altra app, come 1Password! E tutto si sincronizza attraverso i tuoi apparecchi, gratis?!