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Un aggiornamento da incorniciare
posted on 2021-10-13 00:34

Federico Viticci ha pubblicato e reso liberamente disponibile Apple Frames 2.0, la testimonianza più evidente del potenziale insito nello scripting e nell’automazione.

Chi segua il suo sito MacStories sa che le schermate di sistema operativo e programmi vengono pubblicate nella cornice del prodotto: che io sappia, nessun altro lo fa. Tutti noi comuni mortali acquisiamo una schermata e pubblichiamo la schermata.

Lui no. Se la schermata arriva da un iPhone X, la vediamo dentro il telaio di un iPhone X, come se fosse stata fotografata la macchina mentre mostra la schermata.

Chi ha per le mani un grafico, provi a chiedergli quanto vuole per fare lo stesso lavoro. L’articolo di MacStories contiene ventotto schermate.

E per farlo più volte? Viticci ha creato un automatismo con i Comandi rapidi di iOS/iPadOS/macOS/watchOS. Questa versione 2.0 aggiorna le cornici disponibili, è più veloce, pesa meno e riconosce più lingue.

Non c’è che scaricarla. Su iPhone ho scoperto una cosa interessante: per poter installare Comandi rapidi provenienti da fonti non certificate, bisogna avere azionato almeno una volta un Comando rapido. Altrimenti il sistema inibisce l’accesso all’interruttore della preferenza.

Poi, la prossima volta che qualche frescone chiederà che cosa fa un Mac che non possa fare un PC, o rimarcherà che Android costa meno, ecco che cosa fargli vedere. Funziona su tutte le piattaforme di Apple con la sola eccezione di Apple TV (sì, compreso watch). Richiederebbe un lavoro di programmazione importante se non ci fossero i Comandi rapidi. Risolve un problema reale e, nel farlo, aumenta il valore dell’offerta di MacStories.

Chiedergli, al frescone, di fare la stessa cosa con Visual Basic, o con Android se è per quello, con i soli strumenti di sistema.

Se un esempio come questo non basta a fare venire la voglia di automatizzare, penso che niente ci riuscirebbe. Ed è un peccato, per chi si priva di un pezzo di autoformazione non banale.

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Guardare e non scattare
posted on 2021-09-28 01:33

Ogni volta che leggo come, sì, iPhone funzioni bene, ma per scattare foto veramente belle serva una vera fotocamera, vado a vedere una recensione di Austin Mann.

Quest’anno si è fatto un giro in Tanzania e francamente, per quanto abbia usato iPhone 13 Pro come fotocamera, sembra che qualche immagine bella l’abbia ottenuta.

Enunciato il truismo, ovvero basta dare un’occhiata alle ottiche di un iPhone per capire come una fotocamera abbia possibilità di partenza diverse, sarebbe ora di guardare al concreto, ovvero che scatti vengono davvero prodotti oltre la pura teoria.

Soprattutto, quanto influisce la fotografia computazionale nel risultato finale. Perché è vero che l’ottica di qualità ha sempre battuto l’elaborazione del computer; è anche vero che forse le cose iniziano a cambiare.

E ogni tanto quelli della fotocamera mi sembrano più snob che specialisti. Non tutti, eh, ci mancherebbe.

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Chi siamo, dove andiamo
posted on 2021-09-15 00:13

Sembra ieri e invece era il 2007 quando Steve Jobs annunciò il cambio della ragione sociale, da Apple Computer a Apple.

La cosa fece gran rumore. Avrebbe potuto farne molto di più, se non fosse stato che Jobs si esibì in uno dei suoi più formidabili campi di distorsione della realtà:

Mac, iPod, TV e iPhone. Solo uno di questi è un computer. Quindi cambiamo il nome.

Se avesse detto la verità, avrebbe suscitato un clamore superiore, ma forse Apple ne avrebbe risentito in modo anche ragguardevole. Perché erano tutti computer.

Jobs non poteva ammetterlo, perché tantissimi non avrebbero mai comprato un computer da tasca al posto di un telefono, mentre invece si sarebbero messi in fila per un telefono dotato di nuove possibilità.

E sapeva benissimo che ammetterlo sarebbe stato inutile, per un motivo: tempo qualche anno, a nessuno sarebbe più interessato alcunché di che cosa fossero quegli aggeggi in vendita con la mela sopra.

Eccoci al 2021. Apple distribuisce un aggiornamento di sicurezza straordinario, per chiudere la porta a un attacco piuttosto grave a cui è vulnerabile l’intera linea di prodotti (visto, che sono computer?).

Quando si parlava di computer, in un caso come questo fioccavano gli articoli divulgativi, le interviste, i disassemblaggi del malware da spiegare all’uomo della strada, cronistorie sulla sicurezza informatica, polemiche.

Oggi è rumore di fondo. Chi ci tiene aggiorna al volo, chi non ne sa aggiornerà quando glielo diranno i device, non succederà niente di drammatico.

Intanto Apple manda in onda uno show in diretta planetaria dedicato ai nuovi annunci di prodotto.

Invece di un amministratore delegato su un palco, abbiamo un maestro di cerimonia che dipana un filo rosso tra musicisti, illustratori, medici di pronto soccorso, rider, studenti, sportivi, uomini e donne della strada, cantanti, arrampicatori, ginecologi, trainer, videomaker, attori, allenatori, surfisti, impiegati e chissà quanti ne dimentico. L’umanità rappresentata mentre viene liberata di volta in volta grazie ad watch, iPhone, iPad (classico e mini), naturalmente iPhone 13 normale e Pro, tv+.

La tecnologia c’è e di eccellenza, ma sta immersa tra una serie TV e un trekking sulle colline, meditazioni in palestra e montaggi video, scogliere e quartieri urbani, maggioranze e minoranze, un caleidoscopio creato con dispendio immenso di mezzi e capacità.

Ci siamo arrivati. A nessuno interessa più la tecnologia in quanto tale, perché Jobs ha vinto, anzi, stravinto e il computer, da oggetto con cui interfacciarsi, è diventato oggetto della nostra vita, pervasivo come i rubinetti dell’acqua o le sedie o i pigiami.

L’amplificatore di intelligenza originale oggi svolge la stessa funzione per la salute, la forma fisica, la preparazione scolastica, le imcombenze d’ufficio, gli hobby e le aspirazioni, i rapporti umani e quelli da stampare per il capo, senza vincoli di distanza, difficoltà, peculiarità.

Il conglomerato Apple è un’impresa nell’impresa, impegnato nella sfida di trasformare in valore qualunque aspetto della vita quotidiana. La metafora della scrivania si è espansa all’universo conosciuto, almeno quello abitato.

Il computer, anche se nessuno più lo riconosce, è diventato l’ausilio prezioso che avrebbe già voluto essere dagli anni ottanta, che ci aiuta a definire chi siamo, che cosa vogliamo, dove andiamo, e anche a tradurre tutto questo in realtà.

La questione su quanto duri la batteria di watch o se iPad mini sia meglio con USB-C o Lightning, che una volta avrebbe appassionato intere mailing list, è risolta dall’esistenza stessa dell’oggetto, che si autolegittima.

Fu detto cambiare il mondo una persona alla volta. È questo. Psichedelico, rutilante, sopra le righe, sempre al limite della spacconata o del kitsch, sempre evitati con un cambio di scena che trasforma ogni sequenza in una celebrazione olistica con reminiscenze hippy della vita, delle persone, del talento di ciascuno.

Celebrazione interessata, non c’è dubbio, non per questo meno vera. Apple manda in scena il più grande spettacolo del mondo, dedicato allo spettacolo del mondo.

Chi siamo e dove andiamo dipende da noi, ma anche da tutti noi, e anche da loro, i cui droni hanno tributato un omaggio vitale e quasi selvaggio alla California, dove non è cominciato tutto, ma si è girato un angolo che ha cambiato la storia dell’umanità.

Non sappiamo di preciso quando arrivano gli watch Serie 7, ma viene voglia di svegliarsi domani e mettersi in gioco su qualcosa di immensamente sfidante, armati di tecnologia sottile, leggera, fidata, a volte imprevedibile e incostante, sempre in sviluppo, come vorremmo potesse sempre essere l’oggi.

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Privacy e realtà: un attacco omologato e superficiale
posted on 2021-08-28 00:49

Ho illustrato ieri il contesto dentro il quale Edward Snowden ha duramente attaccato il sistema di Apple per salvare capra e cavoli, ossia salvaguardare la privacy delle persone e nel contempo individuare materiale fotografico abusivo di minori.

Lo riassumo rapidamente: Apple è nel mirino dei politici per non avere politiche di scansione becera del proprio cloud e, a causa di questo, effettuare una quantità risibile di segnalazioni alle autorità. Al tempo stesso non ha cifratura completa su iCloud, il che la espone ulteriormente alle richieste delle autorità. Quindi sta sviluppando un metodo per arrivare alla cifratura totale di iCloud e, nel contempo, dare comunque ai politici quello che vogliono e cioè un contributo percepibile all’individuazione di materiale abusivo di minori.

Snowden si inserisce qui, con un articolo intitolato La “i” che tutto vede: Apple ha appena dichiarato guerra alla tua privacy. Mi chiedo che cosa avrebbe scritto per commentare i metodi di sorveglianza Csam (Child Sexual Abuse Material) usati da Google o Microsoft o Facebook, che stanno a quello di Apple come un martello pneumatico sta a un cesello, ma da una ricerca abbastanza accurata non sono riuscito a trovare niente di altrettanto mirato e violento. Potrei semplicemente non averlo trovato. Intanto, mi resta l’impressione che il tema sia caldo unicamente perché se ne occupa Apple.

Potrebbe anche andare bene, se ci fosse un’analisi puntuale e precisa di che cosa succede. Andrebbe benissimo se una persona con la sua reputazione e il suo passato dicesse qualcosa di speciale, che aiuti a capire, faccia un passo avanti, proponga soluzioni cui nessuno ha pensato.

Invece il suo pezzo è costruito attorno a giochini verbali, opinioni precostituite, ipotetiche che lasciano il tempo che trovano e il dibattito sulla questione esattamente uguale a prima, solo con più amaro in bocca. C’è anche quella fastidiosa attitudine del tipo posso usare tecniche retoriche che il mio bersaglio non è legittimato a usare, irritanti perché inutili e vuote: criticare Apple che si sforza di parlare da un gradino che vorrebbe essere più in alto, da cui parlare in toni bassi e solenni va bene… a patto di scrivere un articolo non impostato su toni analoghi. Precisare che si rimane intenzionalmente lontani da toni tecnici e dettagli procedurali è OK… solo che poi non sei più legittimato a tenere una lezione sul significato di cifratura end-to-end.

Soprattutto, i dettagli tecnici, in questo caso, sono esattamente quelli che fanno la differenza. Toglierli di mezzo significa equiparare il sistema di Apple a quello degli altri. Potrebbe magari essere peggiore, ma di certo non è uguale. E allora i dettagli contano.

Anche perché, se non contano, finisci per scrivere cose come

Con il nuovo sistema, è il tuo telefono che cerca foto illegali per conto di Apple, prima ancora che le foto abbiano raggiunto i server iCloud, e – bla bla bla – se viene scoperto abbastanza “contenuto proibito”, parte una segnalazione alle autorità.

A voler giocare sui dettagli, 1) è indifferente quando parta la ricerca rispetto al lavoro dei server iCloud. È solo un espediente retorico per calcare la mano; 2) non parte affatto una segnalazione. Due inesattezze in tre righe? Sei Edward Snowden, mica il gelataio in piazza (onore e gloria ai gelatai, senza i quali non potrei esistere d’estate). Se devo essere convinto va bene, purché si usino precisione ed equilibrio.

Equilibrio usato invece per dare il colpo al cerchio e alla botte, per avere ragione da una parte e anche dalla parte opposta. Per avere sempre ragione. Senza scomodare Popper che oramai vien tirato in ballo anche per parlare del rigore della Salernitana, non puoi applicare metodi opposti e avere ragione sempre.

Di che cosa parlo? di frasi come

Apple intende imporre un nuovo e mai così intrusivo sistema di sorveglianza su molti degli oltre un miliardo di iPhone…

Insomma, farla franca è impossibile o quasi. Solo che poi:

Se sei un pedofilo professionista con una cantina piena di iPhone contaminati da Csam, Apple ti concede gentilmente di esentarti da queste scansioni semplicemente girando l’interruttore “Disabilita iCloud Photos”, un bypass che mostra come il sistema non sia mai stato progettato per proteggere i bambini, come vorrebbero farti credere, ma piuttosto il loro marchio. Fino a che tieni quella roba fuori dai loro server, e così tieni Apple fuori dai titoli sui giornali, Apple se ne disinteressa.

Questo argomentare è problematico. Mostra che Snowden conosce perfettamente il contesto che c’è dietro, ma lo ignora intenzionalmente. Peggio di questo, si fa passare il sistema per sorveglianza totale e ineludibile… che eludere è facilissimo, per i criminali. Se invece uno è una persona normale, no, l’interruttore non lo può girare. Snowden vuole avere ragione nel dire che è sorveglianza diffusa e capillare, e vuole avere ragione nel dire che è facile uscirne. Che sorveglianza è, allora? Come si può avere contemporaneamente ragione su tutto e sulla sua negazione?

In cauda venenum. Snowden si premura di fare sapere che il sistema è gravemente fallato. Peccato che si limiti a dare un paio di link e che il dibattito resti assolutamente dove si trovava prima. E che le obiezioni siano note ad Apple, e che il sistema ne tenga conto. Non è questo il momento di entrare nei dettagli; comunque c’è gente che si affanna a scrivere software per elaborare falsi positivi oppure immagini diverse con lo stesso hashing percettivo. Peccato che, per come ha congegnato le cose Apple, per condurre un attacco realmente pericoloso ci voglia molto di più. E nessuno, neanche Snowden, sappia se sia possibile condurlo nella pratica.

Ma naturalmente, sostiene Snowden, Apple crea un precedente che certamente porterà ad abusi del sistema da parte di governi male intenzionati.

Che cosa accadrà se, tra pochi anni al massimo, passa una legge che proibisce la disabilitazione di iCloud Photos, costringendo Apple a scandire foto che non sono copiate su iCloud?

A parte che si tratta di una situazione inconcepibile, se fosse proibito disabilitare iCloud Photos, tutte le foto finirebbero su iCloud. Così Apple scandirebbe le foto nel cloud… esattamente come oggi fanno Facebook, Microsoft, Google, TikTok, Amazon, chiunque. Apple avrebbe speso tempo e denaro per nulla. Ma questo significa anche che il sistema proposto da Apple, almeno sulla carta, è migliore della becera scansione del cloud.

Che accade quando un partito indiano domanda che vengano cercati meme associati a movimenti separatisti?

Succedesse, sugli iPhone comparirebbe un database di riferimento diverso dall’attuale. Se ne accorgerebbe il mondo in un quarto d’ora (su tutti gli iPhone del mondo viene installato lo stesso iOS e non esistono versioni personalizzate); la reputazione di Apple colerebbe a picco. Un suicidio commerciale in piena regola. A parte il fatto che, se per assurdo succedesse, Apple potrebbe sostenere ad libitum che nessun iPhone contiene quel materiale, perché nulla viene comunicato direttamente alle autorità.

Quanto tempo rimane prima che l’iPhone nella tua tasca inizi silenziosamente a compilare rapporti sul possesso di materiale politico “estremista” o sulla tua presenza in una manifestazione non autorizzata? O sulla presenza nel tuo iPhone di un video che contiene, o forse-contiene-forse-no, l’immagine sfocata di un passante che secondo un algoritmo somiglia a una “persona di interesse”?

Domande inquietanti. Che hanno nulla a che vedere con la situazione attuale, perché la loro traduzione in software è fantascienza. Il sistema annunciato da Apple non ha alcuna possibilità di eseguire alcuno di questi compiti. Se un domani lo fosse, sarebbe qualcosa di completamente diverso da quello che è stato annunciato. Vale a dire che questa preoccupazione è indipendente dall’annuncio di Apple.

Su queste premesse – che, con tutto il rispetto, la stima e la comprensione per quello che ha passato Snowden, sono giornalismo di seconda fascia e qualità scarsa – si avvia a nascere, conclude Snowden stesso,

una i che tutto vede, sotto il cui sguardo ogni iPhone cercherà da solo qualunque cosa Apple voglia o le venga ordinato di volere.

Un mondo in cui, semplicemente, non si venderebbe un iPhone che è uno.

O può darsi che mi confonda… o che io semplicemente pensi differente.

Ecco, io di differente dal dissenso che ho già letto sulla materia, non ho visto una riga.

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Privacy e realtà: un triplo salto mortale carpiato con avvitamento
posted on 2021-08-27 00:49

Prima di spiegare perché Edward Snowden ha attaccato in modo ingiusto e disonesto Apple rispetto al suo programma di individuazione di contenuti pedopornografici su iPhone, è necessario contestualizzare.

C’è un articolo di Mit Technology Review che chiarisce la situazione.

Le autorità di tutto il mondo fanno grande pressione sulle società di Big Tech perché lascino porte aperte dove c’è intenzione di cifrare comunicazioni e file e perché siano parte attiva per segnalare crimini perpetrati (anche) utilizzando sistemi di comunicazione digitale. In questo, la diffusione e la detenzione di materiale pedopornografico ha una fortissima priorità. Ecco che cosa può scrivere nel 2021 un senatore degli Stati Uniti:

L’esortazione al Congresso riguarda una proposta di legge molto controversa, che aumenta i poteri delle forze dell’ordine nel monitoraggio delle conversazioni online alla ricerca di tracce di abuso di minori.

Apple non si muove in a vacuum, come scriverebbero negli States, nel vuoto; c’è pressione da parte di autorità e governi. Ho già scritto che vorrei Apple disinteressata a quello che la gente memorizza sui propri apparecchi; questo, oggi, non è possibile. A meno che Apple chiuda o ridimensioni catastroficamente le proprie attività, per esempio smettendo di vendere computer, o eliminando iCloud.

Soprattutto, Apple si trova in una posizione doppiamente difficile. Nell’articolo di Mit Technology Review si accenna ai problemi di WhatsApp con i contenuti illegali (WhatsApp applica alla propria messaggistica cifratura end-to-end e in condizioni ordinarie non è in grado di spiare nei messaggi):

WhatsApp contiene funzioni di reportistica che permettono a qualsiasi utente di segnalare contenuti abusivi. Per quanto le capacità del sistema non siano affatto perfette, l’anno scorso WhatsApp ha segnalato a NCMEC oltre quattrocentomila casi.

(Ncmec è l’associazione americana di riferimento per le iniziative contro l’abuso e lo sfruttamento dei minori).

Quante segnalazioni di materiale abusivo di minori sono arrivate a Ncmec nel 2020? Ce lo ricorda iMore:

oltre 21 milioni da provider Internet. Venti milioni da Facebook, compresi Instagram e WhatsApp. Più di 546 mila da Google, oltre 144 mila da Snapchat, 96 mila da Microsoft, 65 mila da Twitter, 31 mila da Imagr, 22 mila da TikTok, 20 mila da Dropbox.

Da Apple? 265. Non 265 mila. Duecentosessantacinque.

Come si crede che Google possa mettere insieme oltre mezzo milione di segnalazioni? o Microsoft quasi centomila? O Facebook venti milioni? Hanno meccanismi di scansione dei rispettivi cloud e server, checché ne pensino i paladini della privacy.

E Apple? Come fa ad avere così poche segnalazioni? Ma prima di tutto, come fa ad averne, di segnalazioni?

Dal 2019 applica sistemi di identificazione delle foto abusive al traffico su iCloud Mail. Non su iCloud nel suo insieme; su iCloud Mail. La differenza è fondamentale perché, salvo eccezioni costituite da servizi relativamente piccoli oppure costosi, la posta elettronica viaggia universalmente in chiaro. Quella di tutti, non quella di iCloud. Se metto una foto in posta elettronica e spedisco il messaggio, chiunque sia in ascolto delle mie comunicazioni può vedere la foto. Chiunque.

Si capisce che l’email non sia un sistema ideale per fare viaggiare foto proibite. Quindi ne viaggiano poche. In chiaro; se cifro le foto prima di spedirle, rimangono inaccessibili a chiunque. Se criminali appena esperiti vogliono trasmettere foto proibite per email, le trasmettono cifrate. Oppure usano altri sistemi.

Mettiamoci nei panni del politico che vuole le Big Tech attive sulla lotta contro i materiali abusivi dei minori. Apple lavora diecimila volte meno di Facebook. Duemila volte meno di Google. quattrocento volte meno di Microsoft.

Il politico pensa che Apple non sta facendo la sua parte.

Non per niente, a un dirigente di Apple è scappato detto – in una conversazione privata divenuta atto giudiziario – che iCloud è oggi, involontariamente, la migliore piattaforma per detenere materiale abusivo di minori. Oppure, se vogliamo capovolgere la rappresentazione, quella che meglio protegge i dati dell’utente, persino quando questo sia un criminale.

Ora si dovrebbe avere capito perché si trova in una situazione di doppia difficoltà. Viene pressata dai politici, come tutte le altre, solo che non produce risultati.

Apple lo sa bene ed è per questo che la difficoltà è tripla. Perché ancora non dispone di una cifratura inviolabile su iCloud. Gli iPhone fisici non sono inviolabili (niente è inviolabile in assoluto), ma sono molto ben protetti. Servizi come iMessage sono analogamente molto ben protetti. Invece ci sono strati di iCloud che sono accessibili nel caso le autorità chiedano un mandato. La grandissima parte dei dati forniti alle autorità da Apple, sotto mandato, viene ottenuta bypassando gli apparecchi e accedendo a uno strato di iCloud non cifrato o di cui Apple possiede le chiavi.

Questo è dunque il triplo salto mortale: pressioni politiche, risultati pessimi, cifratura incompleta.

Che cosa cerca di fare Apple? È abbastanza chiaro ora: rispondere efficacemente alle pressioni politiche e mettere in opera un sistema che le consenta di arrivare alla cifratura completa di iCloud ma avere comunque risultati da presentare. Il tutto – carpiato con avvitamento – rispettando in modo ragionevole la privacy di chi usa i suoi apparecchi. Dettaglio (dettaglio?) trascurato con disinvoltura da tutti gli altri soggetti.

Può non piacere; a me non piace. Però il piano di partenza è questo, non l’utopia da cui parte Snowden come se tutto quanto sopra non esistesse. Domani spiego perché la critica di Snowden è davvero molto sotto quello che ci si aspetterebbe da uno con la sua reputazione. A partire dal fatto che a volere mettere le mani sulle foto abusive sono i governi, non Apple.

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Uno schermo per tutti, tutti per una app
posted on 2021-08-13 00:57

Devo dare conto dell’arrivo in casa di una Apple TV 4K da 64 gigabyte.

Un acquisto del tutto esagerato dato che non abbiamo un televisore 4K né contiamo di averlo a breve, non abbiamo un impianto audio collegato al televisore e non siamo patiti di serie televisive. Però la Apple TV precedente è durata molti, molti anni e non so come si troverà a operare questa nel futuro.

Esteriormente i cambiamenti riguardano l’altezza (rispetto allo scatolino nero che avevamo, il nuovo scatolino ha la stessa superficie ma è alto quasi il doppio) e le porte di collegamento; la Apple TV precedente ne aveva una pletora, qui o è Hdmi o è Ethernet. Avevo irrazionalmente il timore che una Apple TV 4K facesse questioni per vedersi collegata a un televisore obsoleto e mi è passato. Nessun problema.

Avere un iPhone nella stessa rete Wi-Fi permette di configurare molto rapidamente l’apparecchio. iPhone fornisce il livello di sicurezza e confidenza per fare dare ad Apple TV molte cose per scontate e arrivare rapidamente a funzionare livello base. La configurabilità dell’apparecchio a parte le impostazioni fondamentali è veramente ampia e ci sono molte cose su cui chissà quando troverò il tempo di passare.

Poi c’è il telecomando. Quello nuovo è significativamente più grande, più spesso, con più pulsanti, anche se non passiamo la mezza dozzina di punti su cui mettere il dito, più il tasto laterale per chiamare in causa Siri. In più ci sono un pulsante di accensione e stop, di cui onestamente non si sentiva la mancanza, e i pulsanti per il volume, che bypassano il telecomando del televisore e per questo sono molto, molto comodi.

Il nuovo telecomando è anche a batteria ricaricabile via connettore Ligthning. Per giudicare questa scelta rispetto alle tradizionali batterie a perdere ci vorrà tempo; per ora registro l’arrivo di un ulteriore cavo Usb-Lightning che torna molto utile per i nostri iPhone.

Il telecomando ha il pulsante grande che è anche sensibile al tocco, ed è di fatto tutta una nuova interfaccia. Bisogna assolutamente abituarcisi, anche se ci vuole poco, e lo trovo piuttosto sensibile, forse un filo troppo rispetto alla mia esperienza. Però la sensazione dell’eccessiva sensibilità è già quasi svanita dopo due serate, forse è solo questione di prenderci il dito.

Il modo che abbiamo per sfruttare una parte minima delle notevoli possibilità della nuova Apple TV è usare l’abbonamento ad Apple Arcade per giocare davanti al televisore, usando il telecomando come controller.

Dopo averlo testato per il periodo di prova, ho convintamente accettato di versare 4,99 euro mensili per Apple Arcade. Forniscono alle figlie un ambiente con app di qualità, senza pubblicità, senza sorprese sgradevoli, disponibili su tutti gli apparecchi di casa compresa appunto Apple TV, il cui numero continua ad aumentare, di ogni genere. Certamente non è cosa per un vero gamer, ma per il nostro parterre di seienni-treenni è una buona scelta.

Buona, non ottima, perché vari giochi sono di complessità elevata oppure adatti a fasce di età superiori. Tutta roba che si dirime molto in fretta e con tranquillità.

A volte anche un gioco non-adatto può diventare un’occasione per stare insieme. La primogenita ha deciso di caricare Badland+ (fuori da Apple Arcade costa 2,99 euro), lo ha trovato troppo difficile (et pour cause) e ha chiesto a papà di provare a giocare lui, visto che voleva vedere che cosa succedeva. Anche secondogenita ha esclamato che voleva vedere e così abbiamo passato una mezz’ora di relax sul divano a risolvere livelli e commentare quello che si vedeva e che succedeva. Un’esperienza che vale decisamente la pena di alternare al gioco, diciamo, impegnato su iPad Pro. (Su Mac e su iPhone di fatto non ho mai scaricato nulla da Apple Arcade).

Mi ritrovo totalmente nella chiosa di John Gruber ad Apple TV e a come viene giudicata rispetto alla concorrenza:

Direi che Apple TV è la quintessenza di un prodotto Apple: il suo punto primario è offrire una esperienza di utilizzo superiore a quanti la desiderano e per averla sono disposti a pagare più di un prodotto concorrente.

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Grandi e piccine
posted on 2021-08-07 01:50

Ho iniziato a leggere tutta la documentazione tecnica legata all’annuncio della protezione allargata dei bambini annunciata da Apple. Una faticaccia, ma voglio capire molto bene ogni piega dell’annuncio.

Al momento capisco che sono stati fatti tutti gli sforzi possibili per tutelare la privacy. Molti dei commenti in merito all’annuncio sono inesatti quando non inventati di sana pianta: umani di Apple intervengono (e possono intervenire) solo e unicamente in casi di gravità clamorosa, che eccedono una soglia di tolleranza sotto la quale tutto resta invisibile come è giusto che sia. Il lavoro di identificazione dei contenuti pericolosi per i bambini viene svolto in locale da software di apprendimento meccanizzato. Il confronto con il materiale fotografico presente su iCloud – la funzione agisce solo se è attivo il servizio iCloud Photos – avviene attraverso hash che oscurano totalmente la sostanza del materiale. Eccetera.

Le nuove funzioni di protezione inizialmente avranno seguito solo negli Stati Uniti e verrà valutata con attenzione ogni espansione internazionale, per non dare a sistemi repressivi l’occasione di abusarne. Eccetera.

A parole funziona tutto e Apple, che lo scrive, si rende conto della grande ambizione dietro un programma con questi obiettivi, quindi del potenziale di rischio che presenta se male attuato.

Grande ambizione di Apple. Mia piccola, piccolissima obiezione: ad Apple dovrebbe importare zero di che contenuti tiene la gente sui propri apparecchi.

Tutto il resto arriva dopo. I reati, fuori dalla fantascienza di Minority Report, si perseguono dopo che sono stati commessi e nelle nostre case non avvengono perquisizioni periodiche per verificare che riviste leggiamo o che cosa mostra il calendario appeso al muro.

Apple dovrebbe essere totalmente indifferente a quello che tengo e scambio attraverso il mio iPhone. Dovrebbe inoltre difendere con le unghie e con i denti la mia possibilità di essere l’unico a sapere che cosa tengo e che cosa scambio. Tutto il resto percorre la proverbiale strada lastricata di buone intenzioni, che porta sai bene dove.

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Non dissaldarti
posted on 2021-08-06 01:51

Il cavo Pantone 3 in 1 è proprio una bella idea.

Da una parte è USB 2/3. Dall’altra è nativamente MicroUSB e così carica un sacco di aggeggi come dischi, luci da lettura, ventilatori da scrivania, accessori a non finire.

Sul connettore MicroUSB si può attaccare un convertitore che lo trasforma in Lightning. Così si caricano innumerevoli iPhone, per esempio. Il convertitore è attaccato al cavo principale tramite un filo di plastica, così è sempre a disposizione. Quando esco e devo portarmi un cavo da ricarica, questa è davvero una buona soluzione.

Anzi, ottima soluzione. Un altro filo di plastica tiene infatti attaccato al cavo principale un convertitore USB-C. Perfetto per il mio iPad Pro, per dire.

A inizio giugno, prima di partire per il mare, ho reperito un cavo Pantone 3 in 1 grazie a una raccolta punti di un ipermercato. Neanche sapevo che i cavi Pantone esistessero. L’ho usato tutti i giorni sulla scrivania, perfetto per caricare a fasi alterne iPhone e iPad Pro.

Ieri era il 5 agosto, poco meno di due mesi di utilizzo. Il filo del convertitore Lightning si è rotto da solo. Nessun trauma, nessun maltrattamento, nessun utilizzo borderline. Si è rotto e basta.

Sipario.

Musica, maestro.

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Scendere in campo
posted on 2021-07-03 00:40

Se a qualcuno capiterà di andare verso il Giardino delle Farfalle sopra Cessapalombo: qualunque cosa dicano le mappe, restare sulla strada asfaltata. Ci dicono che l’errore commesso da noi lo hanno compiuto in tanti per via di una particolarità del percorso e noi ce la siamo cavata bene, ma non è garantito.

Anche perché è un posto (delizioso) dove la frase non c’è campo ha ancora un significato concreto e, se capita di dover inviare un messaggio o telefonare prima di scendere in pianura, per farlo bisogna impegnarsi veramente.

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Uniti dal silicio
posted on 2021-07-02 00:29

La pubblicazione del blog riprenderà, con gli arretrati del caso, martedì 6 luglio.

È stato confortante leggere John Voorhees su MacStories che dà conto delle prime notizie interessanti sulla beta pubblica di Monterey. Meno rispetto alla mia tentazione di provare le beta stesse e più per il quadro di insieme.

Le prime impressioni di Voorhees si intitolano infatti l’inizio di una nuova era e fanno cenno a una sorta di trilogia dei sistemi, iniziata con Catalina e proseguita con Big Sur, che segnano la transizione di macOS verso una situazione nuova, in cui la maturazione di tutte le linee di prodotto porta verso la comparsa di migliorie significative in modo trasversale tra Mac, iPad e iPhone; al tempo stesso, è arrivato il momento in cui le migliorie stesse possono impattare in modo interessante anche sulle altre piattaforme, come succede per esempio per SharePlay o per i Comandi rapidi che, su Mac, riconoscono anche AppleScript e Automator, inverando le previsioni più ottimistiche di chi sperava in novità positiva sul fronte dell’automazione.

In più i problemi della beta pubblica sembrano marginali e comunque minori in confronto a quanto si era visto con Big Sur e Catalina, il che depone ulteriormente a favore della voglia di provare.

Certo che però, leggi di come i sistemi Apple si stanno preparando alla nuova epoca di Apple Silicon, di come collaborano insieme, di come le funzioni crescono e si compenetrano da una piattaforma all’altra… se vuoi provare una beta, non ha tanto senso, a meno che le provi tutte insieme. Il che facilita una certa ansia sottintesa.

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L’ora alfa per le beta
posted on 2021-07-01 01:50

Breve sondaggio: qualcuno ha intenzione di installare le beta pubbliche dei nuovi sistemi operativi per iPhone, iPad, Mac, watch…?

Apple mi ha colto un po’ di sorpresa perché sono ancora a lavorare in località amene con qualche vincolo al download di ingenti masse di dati. Ma appena torno sotto l’ombrello di una connessione stabile, la tentazione è forte.

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Realtà distanziata
posted on 2021-06-18 13:53

Ogni tanto fa bene alzare lo sguardo e puntare verso l’orizzonte. Articoli come Apple sta già costruendo un futuro di realtà aumentata, su The Motley Fool, fanno vagare la mente sul lungo periodo, che è una cosa buona.

In questi ultimi trimestri è diventato chiaro come Apple stia costruendo davanti ai nostri occhi le fondamenta della propria strategia di realtà aumentata. I Lidar presenti negli iPhone e iPad di oggi aumentano la precisione e la fedeltà della realtà aumentata sugli apparecchi e Apple sta già creando un ecosistema di app e strumenti per gli sviluppatori.

A leggerne così sembra una cosa grossa, molto grossa, che impatterà significativamente. Sono molto scettico sulla seconda parte e non credo che ci sarà tutto questo impatto. Concordo maggiormente sul fatto che sia una cosa grossa, solamente non destinata a spostare equilibri.

Devo tuttavia stare all’erta: se Asymco è d’accordo su una proiezione a lunga scadenza, quella proiezione merita doppia considerazione. E Asymco ha detto Yup.

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Il vitello dai piedi di bambù
posted on 2021-05-24 00:42

Fabio Massimo Biecher ha chiesto su LinkedIn all’amico Akko e a me una disamina laica del recente articolo del New York Times dedicato ai compromessi e alle contraddizioni sulla privacy che contraddistinguono il rapporto di Apple con la Cina.

Un disclaimer doveroso: una volta sulle mailing list, ora sui social, vengo accusato circa una volta a bimestre di essere un agente al soldo di Apple e guadagnare dalla mia attività di blogger. Si sappia, lo avevo già detto, che anni fa ho acquistato una azione di Apple. L’investimento ha avuto un successo poderoso e, per esempio, lo scorso trimestre mi ha fruttato quarantatré centesimi. Per via di una scommessa ho comprato una seconda azione. Nel 2021 potrei pertanto intascare da Apple qualcosa come due o persino tre euro. Si capisce come potrei scrivere qualsiasi cosa, pur di accumulare denaro.

Prima di tornare in argomento, faccio notare che Akko ha già composto una risposta da tesi di laurea e in ambito fattuale è rimasto assai poco da dire. La sua conclusione è largamente condivisibile:

alla fin fine Apple non ne esce affatto bene, ma da dove sto seduto io non si vede come chiunque avrebbe potuto far meglio di Tim Cook a questo giro.

Si fa molto moralismo di maniera, ma non si sentono molte strategie alternative così migliori di quella attuale di Apple.

Quello che ho da aggiungere è in parte mutuato dal commento di John Gruber su Daring Fireball, di cui mi piace riportare una frase su un aspetto della questione che trovo sottovalutato.

Perfino alla luce dei molteplici e significativi compromessi accettati da Apple per rispettare la legge cinese, appare del tutto possibile che usare apparecchi Apple e iCloud sia una delle cose più private che chiunque, piramide di governo cinese a parte, possa fare in Cina.

Stiamo a parlare delle (non) alternative di Apple; e quelle delle persone? Il New York Times ha descritto anche la rete di sorveglianza che copre le città cinesi.

Una delle più grandi reti spionistiche al mondo prende di mira le persone ordinarie e nessuno la può fermare.

Il governo cinese non ha bisogno dei dati di iCloud; ha mille modi più pervasivi e invasivi di ottenere informazioni molto più compromettenti e decisive. Semplicemente, si adopera perché Apple si conformi o comunque non goda di troppa indipendenza sulla privacy degli utenti. Tim Cook non può essere messo a fare lo zerbino, neanche dai cinesi; troppi posti di lavoro, troppa economia che gira, troppa tecnologia avanzata. Xi non può neanche tollerare che Cook si prenda libertà non concesse a terzi.

Apple, è vero, scende a compromessi con il governo cinese. Ma non è compromessa con il governo cinese, come invece altri. Un iPhone può consentire una parvenza di privacy, dove l’alternativa è l’assenza. Un ritiro di Apple dal mercato cinese farebbe contenti tanti farisei della privacy e darebbe la stretta definitiva a milioni di persone già sotto strangolamento costante quotidiano, e certo non per farsi propinare pubblicità più personalizzata.

Mi accodo inoltre a quanto ha già scritto chiunque altro per fare notare che il manicheismo, tutto bianco o tutto nero, funziona male se bisogna spiegare interazioni e situazioni che implicano conseguenze per miliardi di persone e miliardi di dollari. Apple è una squadra molto vincente in questo momento e le squadre che dominano sono molto amate, e molto odiate. L’idea che, per parafrasare Elio, Apple abbia in effetti piedi di pane ricoperti da un sottile strato di cobalto, è irresistibile per i rosiconi, i vorrei ma non posso, quelli che dicono neolibberismo con due b, gli infastiditi dalla necessità di usare l’intelligenza prima di provare a dire cose intelligenti, per tutto questo popolino che vive strisciando nella polvere e si vendica con la gioia di vedere cadere nella polvere qualcun altro.

Se si sale appena di un gradino, si capisce che il mondo è complicato e le reti sono intricate. Apple deve poter contare sulla produttività unica al mondo delle fabbriche cinesi, per poter continuare a crescere con i numeri attuali. Le fabbriche cinesi le ho viste di persona, venti e passa anni fa, come giornalista, in occasione del ventennale della fondazione di Acer.

Notato niente? Acer è taiwanese. Nei discorsi ufficiali, la Cina considera Taiwan parte del proprio territorio, che si riprenderà con le buone o con le cattive. Il governo taiwanese, nelle manifestazioni più gentili dei cinesi, è illegittimo.

Eppure già negli anni novanta Taiwan apriva fabbriche in Cina, con il pieno favore delle autorità. In quelle fabbriche, già allora, veniva prodotta tutta la tecnologia informatica occidentale. Ho visto pile di portatili HP pronte per la spedizione oltreoceano. Sì, pile di computer HP, prodotte nelle fabbriche Acer. E pile di PowerBook Apple accanto a quelle di portatili HP. Tutti uguali perché prodotti nelle stesse fabbriche? No, tutti diversi, perché prodotti con disciplinari differenti. La differenza non la faceva la catena di montaggio ma la precisione, le tolleranze, la qualità (e il costo) del personale al lavoro, la qualità delle materie prime, la meticolosità (o meno) del controllo finale.

Ma divago. Voglio dire che il mondo aveva le sfumature di grigio già allora e i cretini sputavano sentenze già allora. Taiwan dava vitto, alloggio, istruzione, formazione professionale e stipendio a persone i cui figli o nipoti, in uniforme dell’Esercito Popolare di Liberazione, domani andranno a “liberare” in un modo o nell’altro Taiwan stessa.

L’impegno che Apple può mettere nella privacy a Nanchino è diverso da quello che può mettere a Cupertino. Contraddizione? Realtà delle cose. I nuovi, straordinari system-on-chip M1 sono fabbricati da Tsmc. Tsmc è taiwanese. Tsmc ha aperto fabbriche in Cina, esattamente come accadeva venticinque anni fa, a casa del lupo cattivo che aspetta solo di poterla mangiare. Il mondo è in scala di grigio. Apple non è il vitello dai piedi di balsa, semmai di bambù ed è il caso di seguire la vicenda con attenzione; non come tanti vitelli dai piedi tonnati che vogliono solo un’occasione per parlarne male, anche se a sproposito.

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Uscite di sicurezza
posted on 2021-05-23 23:33

Oggi dovevo accreditare un centinaio di euro sul sito del servizio mensa per la scuola della primogenita.

Ci si può registrare con nome e password oppure entrare con Spid. Preferisco quest’ultimo sistema perché, sì, registrarsi è un piacere pari a quello di una colonscopia e, se qualcosa si rompe nel meccanismo, meglio sei mesi di sedute dal dentista.

Nel mezzo di queste due parentesi, tuttavia, il servizio funziona bene e in questo è essenziale il potersi autenticare con FaceID al posto di scrivere l’ennesimo codice.

Entrato con Spid, che apre la porta al servizio mensa ma anche a qualunque servizio della pubblica amministrazione e come tale è considerato dall’Italia un sistema di identificazione assai sicuro, accredito il denaro e, per farlo, posso usare solo una carta di credito. Essere entrato con Spid non mi serve a niente: il sito demanda la sicurezza della transazione alla società che emette la carta. Ma allora, che sicurezza tutela l’accesso con Spid?

Le misure di sicurezza digitale della pubblica amministrazione non hanno alcun nesso con la sicurezza effettiva; sono pensate programmaticamente al solo scopo di ostacolare, rallentare, intralciare l’utente.

La banca (semplifico) dietro la carta di credito fa del suo meglio per rendere sgradevole l’operazione. Prima vogliono tutti i dati della carta, poi mandano l’Sms con il codice di approvazione, poi vogliono quello creato dall’utente. Qualcosa nel caso abbiano rubato la carta ma non il telefono, qualcosa se fosse stato rubato il telefono ma non la carta, qualcos’altro per evitare un attacco man-in-the-middle e così via.

La banca non pensa in termini di sicurezza globale, ma si accorge di un problema per volta e, invece di allestire una soluzione globale, accatasta una soluzione sull’altra per affrontare un problema dopo l’altro.

Non basta che io sia entrato via Spid sul sito? Se la transazione dipende da codici numerici, a che serve inviare la data di scadenza della carta? Perché non posso metterci la faccia e autenticarmi grazie a FaceID, più sicuro di qualsiasi Pin e controPin?

Alla fine la pagina mostra un gateway error 504 o qualcosa del genere. Per esperienza so che la transazione è riuscita, perché alla fine della transazione su quel sito con quella banca esce sempre quell’errore. Sospetto che un hacker ben motivato, su questa circostanza, andrebbe a nozze, alla faccia di codici e password.

Il sito è sempre molto meno sicuro di quanto lasci intendere il suo sistema di autenticazione, che serve solo a salvare le apparenze ed eventualmente scaricare eventuali responsabilità.

Neanche mi ricollego al sito per controllare che davvero la transazione sia avvenuta. Arriva una email di conferma, con dentro tutti i dettagli della transazione e due terzi del numero della carta di credito. La email viaggia in chiaro. Anche qui, per un hacker motivato, poter collegare con certezza una transazione a un utente è una bella occasione di divertimento.

Il responsabile della sicurezza è sempre una persona solitaria, intorno alla quale l’azienda commette qualsiasi errore possa giustificare una cospicua ignoranza interna di che cosa implichi garantire la sicurezza.

Alla fine arriva sempre qualcuno a dire sì, ma ti conviene usare 1Password (sostituire con il password manager prediletto). Certamente è molto comodo; poi consolida i mille punti deboli della mia sicurezza personale (perchè ogni Pin, ogni codice, ogni password, ogni autenticazione è un punto critico suscettibile di attacco) in un unico punto debole, la cui eventuale caduta significa la resa incondizionata al pirata di turno.

Alla fine dei conti, qualunque procedura di sicurezza ruota attorno a un singolo codice.

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Da telefono a webcam
posted on 2021-05-01 01:06

Un nuovo monitor più grande di quello prima, su cui stanno più cose, mi ha fatto venire voglia di usare iPhone come webcam di Mac.

Normalmente preferisco collegarmi a riunioni e occasioni online direttamente con iPhone, mentre effettuo un secondo collegamento con Mac se devono condividere schermate o comunque lavorare su dati e usare la chat della riunione. Tuttavia non è sempre necessario e, qualche volta, risulta persino controproducente: per esempio, durante le nostre sessioni di Dungeons & Dragons su Roll20 è una cosa senza senso. Tutta l’interazione avviene sulla mappa, mentre la stessa piattaforma provvede all’interconnessione audiovideo. Avere una webcam sul Mac basterebbe e avanzerebbe, se il mio Mac non fosse un Mac mini.

Così ho preso una decisione di impulso e ho scaricato EpocCam, software per iPad e iPhone che costruisce un collegamento con Mac, divenendone appunto la periferica audiovideo.

EpocCam funziona grazie allo scaricamento di un driver da installare su Mac, dopo di che l’obiettivo è raggiunto. Il driver può essere scaricato direttamente da dentro la app, via AirDrop, oppure autonomamente da web. Titubavo all’idea di installare un software del genere su Mac e sono stato rinfrancato dall’etichetta della app con i suoi valori di privacy: App Store dice che EpocCam non raccoglie dati dell’utente e allora ho proceduto a cuore leggero.

Ho installato il driver tramite AirDrop in un attimo, proprio in vista della sessione serale su Roll20. Tutto ha funzionato bene nel complesso, con un po’ di confusione mia per trovare la configurazione giusta. Per vari motivi volevo gestire l’audio dagli auricolari collegati direttamente a Mac e avere da iPhone il solo feed video. Alla fine ce l’ho fatta però e l’insieme ha funzionato.

La non-recensione si ferma qui perché ho avuto solo il tempo di installare il software e trovare la quadra prima di mettermi a giocare. Il programma offre una milionata di funzioni, tra cui persino il chromakey, che devo approfondire. In più ignoro totalmente a che punto sia la concorrenza e se l’acquisto sia stato azzeccato. EpocCam si installa gratis e si usa seppure con limitazioni; la spesa di otto euro e novantanove centesimi sblocca la situazione.

Complessivamente sono soddisfatto, ma durante la nostra sessione di gioco – circa tre ore – è accaduto che la connessione si perdesse e quindi Mac rimanesse senza feed video. EpocCam si collega via Wi-Fi oppure via cavo Usb. Ho scelto la prima opzione ed è successo che si perdesse il contatto. Riattivare la connessione con intervento manuale è un momento e ha funzionato per le poche volte che è successo. Però, per esempio, mi capita di partecipare a dirette Facebook a scopo professionale; vista questa esperienza, non credo che mi collegherò usando EpocCam via Wi-Fi.

Penso che il collegamento via cavo Usb possa restituire una situazione diversa; lo vedrò una prossima volta.

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Quello che voglio(no)
posted on 2021-04-09 00:16

I tempi eroici del jailbreaking, quando aprivano la sicurezza degli iPhone per poter caricare app non previste da App Store.

L’ho fatto anch’io: avevo ottenuto un iPhone di prima generazione, che senza jailbreak non avrebbe mai potuto funzionare fuori dagli Stati Uniti e senza un contratto con At&T.

C’era chi sosteneva che il jailbreak fosse una questione di libertà dell’utente. Perché l’ho comprato e ho il diritto di farci quello che voglio.

Ci parlerei volentieri oggi, quando sono cambiate un po’ di cose e, per esempio, Procter & Gamble partecipa in Cina a test di una tecnologia di tracciamento pubblicitario in grado di acquisire dati delle persone senza il loro consenso e in barba alle prossime nuove regole di Apple.

La mossa rientra in una iniziativa più ampia del colosso nella vendita al dettaglio di beni di consumo, che vuole prepararsi per un’epoca nella quale nuove regole e preferenza del consumatore limitano i dati a disposizione dei reparti marketing.

Un jailbreak di oggi potrebbe certo consentire l’installazione di app che scavalcano le regole di Apple per tracciare senza consenso del tracciato.

L’ho comprato e ho il diritto di fargli fare quello che vogliono. Senza neppure sapere bene che cosa facciano. Un po’ meno accattivante, come slogan.

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LG, il prezzo è giusto
posted on 2021-04-06 00:40

LG è uscita dal business dei computer da tasca insegnandoci diverse lezioni.

La prima sembra ovvia, ma palesemente va ricordata: è poco saggio investire denaro su prodotti di aziende che lavorano in perdita. LG è un colosso globale in salute, eppure la sua divisione mobile era in rosso da più di cinque anni in misura disastrosa, con fatturati da quattro-cinque miliardi di dollari e margine negativo di settecento-ottocento milioni (750 milioni nel 2020, 850 nel 2019). Una situazione che difficilmente può durare a lungo.

La seconda lezione è quella sul valore delle trovate tecnologiche fini a se stesse.

Essere disposti a provare cose nuove, anche se non funzionano, vuol dire fare esperimenti con il portafogli dei clienti paganti. LG sarebbe stata la prima a introdurre fotocamere ultrawide; ha proposto design ricurvi e flessibili, schermi rotanti, modelli arrotolabili. Mancano solo le alabarde spaziali.

Il lettore di bocca buona si stupisce, pensa innovazione! e si chiede perché queste cose non le faccia Apple. In generale, se Apple non le fa, è perché non sono ancora pronte, o non piacciono alla gente che dovrebbe comprarle. Qui si preferisce una azienda che si faccia gli esperimenti nella propria stanzetta, in senso figurato, e proponga unicamente cose che funzionano e possono davvero essere utili, dopo avere scartato le idee simpatiche ma impraticabili.

Terza lezione: secondo una narrativa molto diffusa, gli smartphone costano cifre esagerate e, in particolare, gli iPhone più di tutti. La realtà è diversa: per produrre oggetti tecnologicamente evoluti come quelli attuali in termini di miniaturizzazione, autonomia, potenza, e farlo su un percorso di miglioramento costante negli anni, molto probabilmente i prezzi che ne conseguono sono necessari. Si può obiettare magari sull’entità dei margini di profitto; la base dei costi, tuttavia, è una dura evidenza per le aziende non preparate. Nel mercato attuale fanno soldi Apple, Samsung e poi rimangono le briciole.

L’ultima lezione.

Il prodotto è un pretesto. Nel 2021 si compra un ecosistema, di cui lo hardware è semplicemente l’aggancio materiale, come già scrivevo a proposito delle stampanti. LG poteva avere gli schermi delle meraviglie, ma il suo ecosistema tende a zero. Non stupisce che i profitti seguissero la stessa traiettoria.

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L’insolita zuppa
posted on 2021-02-18 02:39

Ora non trovo link e probabilmente se li trovassi non funzionerebbero più, tuttavia ricordo distintamente diverse critiche rivolte ad Apple per la decisione di non divulgare il codice sorgente di Newton una volta chiusa la sua produzione.

La verità è che, del tutto involontariamente, Newton è stato il banco di prova per arrivare a iPhone. L’interazione tramite schermo, il riconoscimento della scrittura a mano, la miniaturizzazione e molto altro sono tutte tecnologie precise oppure di area che in prima battuta o in un tempo successivo sono tornate tutte.

Anche quando sono state poco fortunate. 512 Pixels ha ricordato il venticinquesimo anniversario di Newton Press, un sistema che riceveva documentazione da Macintosh e la trasformava in materiale fruibile su MessagePad, pronto da consultare, distribuire, stampare, inviare via fax (sì, era il 1996).

Non mi stupirei se frammenti di quel codice si fossero infiltrati negli anni dentro iBooks Author o nella funzione di macOS che permette di acquisire all’istante una scansione o una foto da un iDevice.

Una cosa che non è riemersa, non ancora, è la soup, il sistema di immagazzinamento e consultazione dati che usava Newton. Qualcosa di nettamente diverso dalle abitudini del tempo e che ha trovato pochi riscontri altrove.

Non ho la preparazione tecnica per valutare le sue caratteristiche, ma so bene che la risposta di Newton a livello di sistema, quando chiedevi un dato, era sempre pronta e molto funzionale. So che le soup si comportavano molto bene se una memoria di massa veniva rimossa dal sistema e che potevano miscelarsi quando un certo insieme di dati era suddiviso tra memorie di massa diverse, niente di più.

Unix ha certamente una portata e una stabilità che le soup non hanno mai avuto; però il concetto di un filesystem diverso dall’ordinario starebbe bene su un iPhone, o un watch, o domani qualcos’altro, chissà. Su Newton si erano viste cose interessanti, per esempio il motore di ricerca Hemlock, che salvava i propri dati di interesse in due soup distinte.

Quando parliamo di innovazione dobbiamo ricordare anche quello che non ha funzionato, o funzionava ma non ha trovato applicazione, o ha trovato applicazione ma non interesse. Quello che trasforma le nostre vite è una frazione di quello che nasce nei laboratori di ricerca.

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Intuitivo sarà lei
posted on 2021-02-04 01:51

È scioccante contare le persone che osservano un’interfaccia al lavoro con la competenza in design del pompiere, l’esperienza del surfista e la consapevolezza del bibliotecario, e decretano se e quanto sia intuitiva.

(Mestieri bellissimi, importanti, massimo rispetto, però il design c’entra fino a un certo punto e specialmente quello delle interfacce).

Più o meno il livello del giudizio sta attorno a io (non) ho capito subito e quindi.

Uno dei grandi designer italiani, Bruno Munari, ha lasciato testimonianze straordinarie del suo lavoro con i bambini.

Guarda caso, i bambini sono tra i più grandi collaudatori al mondo di interfacce. Perché le valutano senza pregiudizi. Qui si vede che il problema del pompiere o del surfista non sta nella competenza zero, in effetti, quanto nei pregiudizi. Un designer, quanto meno, li ha ma sulla questione ci lavora davvero. Mentre noi non ci lanciamo nella spiegazione di come avremmo saputo spegnere il rogo di Notre-Dame senza neanche conoscere i retroscena oppure cavalcare un’onda alta come un condominio a Mavericks, a meno di non voler fare la figura dei nullasenzienti su Facebook.

Gli altri grandi collaudatori di interfacce? Gli anziani. Perché sono fragili e faticano a cavarsela guardando al contesto.

In questi giorni ho appreso dall’esperienza con gli anziani come sia complicato progettare un’interfaccia realmente intuitiva.

Anche l’ignoranza (nel senso buono, la non-conoscenza) può fare molto. Molti anni fa, quando si andava a trovare gli amici con la borsa di Macintosh Plus a tracolla, vidi un amico e coetaneo, Paolo, alle prese con un programma di introduzione ad Apple II. (Devo averlo già raccontato, ma tanto devo ancora portare i vecchi post nella nuova struttura).

Paolo non aveva mai approcciato un computer. Si sedette, Valerio inserì il floppy in Apple II, digitò PR#6 e premette Invio. Paolo osservò ogni cosa.

Il programma partì e spiegò la prima cosa da capire: Apple II si governava attraverso la tastiera e, per fare eseguire un comando, occorreva premere il tasto Invio. Quello che Paolo aveva visto premere un minuto prima, allo stesso scopo.

Sullo schermo comparve una rappresentazione fedele della tastiera. Il tasto Invio lampeggiava. Sotto il disegno, la scritta premi Invio per continuare.

Ai miei occhi, dopo mesi di Sinclair Spectrum, Sinclair Ql, Olivetti M10, Z80 di Cambridge Computing, quella schermava gridava premi il tasto Invio, era la cosa più ovvia ed evidente del mondo.

Paolo guardava lo schermo divertito e sconcertato. E adesso? Ai suoi occhi, con esperienza di computing pari a zero, quella schermata gridava sono un disegno che lampeggia. Non aveva alcun collegamento mentale precostruito tra tastiera virtuale e tastiera fisica. Non aveva neanche l’idea di dover necessariamente fare qualcosa. Per quello che ne sapeva, quella era una animazione che probabilmente sarebbe andata avanti da sola, o forse no.

Era un’interfaccia intuitiva?

Veniamo all’oggi. Anziano (lucido, intelligente, istruito, consapevole) alle prese con iPhone. La prima volta nella vita alle prese con un cellulare diverso da quelli degli anni novanta.

Gli si spiega, lo si assiste. A un certo punto l’interfaccia mostra un messaggio. Che cosa faccio?, chiede l’anziano. Leggi con calma il messaggio e comprendilo.

In fondo al messaggio, un tasto OK azzurro fa contrasto corretto con il messaggio. Comunica di non fare parte del messaggio; ai nostri occhi esperiti, grida sono da toccare per confermare l’eliminazione del messaggio dallo schermo.

Agli occhi dell’anziano, è un’altra scritta. Chiede e adesso?. Devi toccare l’area colorata.

Niente, ai suoi occhi, mostra che quello sia un pulsante e che vada toccato. Venticinque anni dopo, la verità è che l’interfaccia più evoluta a nostra disposizione non è ancora in grado di parlare a una persona priva di una esperienza pregressa.

L’errore? Presupporre la conoscenza del meccanismo di feedback dell’interfaccia. L’interfaccia ti comunica, tu confermi di avere ricevuto. Naturale? Per niente. La verità è che su un iPhone si ragiona ancora come se fosse necessario dare conferma al computer di avere letto un messaggio. Come se stessimo usando il Terminale. l’OK di oggi come l’Invio degli anni ottanta.

È un’interfaccia intuitiva?

Una interfaccia veramente intuitiva non sarebbe così criticamente modale. Mostrerebbe il messaggio, senza alcuna richiesta implicita di feedback. Lo toglierebbe da sola se l’interazione con l’umano dimostrasse che il messaggio è stato recepito. In caso contrario, dopo un tempo di attesa accuratamente calibrato, cambierebbe messaggio per spiegare meglio che cosa fare, o per chiedere vuoi che lo faccia io al posto tuo e ti insegni a rifarlo?. Per dire.

John Gruber su Daring Fireball è lecitamente entusiasta dell’interfaccia usata da Apple per passare la riproduzione di un brano da iPhone a HomePod Mini e viceversa. Avvicini un apparecchio all’altro. Fatto. C’è feedback visivo, c’è feedback tattile, è una cosa fatta benissimo. Apple al suo meglio.

Forse sufficiente persino per un anziano. Avvicina il telefono alla palla è comprensibile da chiunque e soprattutto viene imparato istantaneamente. Non servono competenze particolari per riprodurre lo stesso gesto.

È abbastanza? È intuitivo? Attenzione a rispondere così, tanto per fare conversazione. Potresti trovarti a valutare il tuo punto di vista nella pratica, davanti a un collaudatore spietato.

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