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Scendere in campo
posted on 2021-07-03 00:40

Se a qualcuno capiterà di andare verso il Giardino delle Farfalle sopra Cessapalombo: qualunque cosa dicano le mappe, restare sulla strada asfaltata. Ci dicono che l’errore commesso da noi lo hanno compiuto in tanti per via di una particolarità del percorso e noi ce la siamo cavata bene, ma non è garantito.

Anche perché è un posto (delizioso) dove la frase non c’è campo ha ancora un significato concreto e, se capita di dover inviare un messaggio o telefonare prima di scendere in pianura, per farlo bisogna impegnarsi veramente.

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Uniti dal silicio
posted on 2021-07-02 00:29

La pubblicazione del blog riprenderà, con gli arretrati del caso, martedì 6 luglio.

È stato confortante leggere John Voorhees su MacStories che dà conto delle prime notizie interessanti sulla beta pubblica di Monterey. Meno rispetto alla mia tentazione di provare le beta stesse e più per il quadro di insieme.

Le prime impressioni di Voorhees si intitolano infatti l’inizio di una nuova era e fanno cenno a una sorta di trilogia dei sistemi, iniziata con Catalina e proseguita con Big Sur, che segnano la transizione di macOS verso una situazione nuova, in cui la maturazione di tutte le linee di prodotto porta verso la comparsa di migliorie significative in modo trasversale tra Mac, iPad e iPhone; al tempo stesso, è arrivato il momento in cui le migliorie stesse possono impattare in modo interessante anche sulle altre piattaforme, come succede per esempio per SharePlay o per i Comandi rapidi che, su Mac, riconoscono anche AppleScript e Automator, inverando le previsioni più ottimistiche di chi sperava in novità positiva sul fronte dell’automazione.

In più i problemi della beta pubblica sembrano marginali e comunque minori in confronto a quanto si era visto con Big Sur e Catalina, il che depone ulteriormente a favore della voglia di provare.

Certo che però, leggi di come i sistemi Apple si stanno preparando alla nuova epoca di Apple Silicon, di come collaborano insieme, di come le funzioni crescono e si compenetrano da una piattaforma all’altra… se vuoi provare una beta, non ha tanto senso, a meno che le provi tutte insieme. Il che facilita una certa ansia sottintesa.

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L’ora alfa per le beta
posted on 2021-07-01 01:50

Breve sondaggio: qualcuno ha intenzione di installare le beta pubbliche dei nuovi sistemi operativi per iPhone, iPad, Mac, watch…?

Apple mi ha colto un po’ di sorpresa perché sono ancora a lavorare in località amene con qualche vincolo al download di ingenti masse di dati. Ma appena torno sotto l’ombrello di una connessione stabile, la tentazione è forte.

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Realtà distanziata
posted on 2021-06-18 13:53

Ogni tanto fa bene alzare lo sguardo e puntare verso l’orizzonte. Articoli come Apple sta già costruendo un futuro di realtà aumentata, su The Motley Fool, fanno vagare la mente sul lungo periodo, che è una cosa buona.

In questi ultimi trimestri è diventato chiaro come Apple stia costruendo davanti ai nostri occhi le fondamenta della propria strategia di realtà aumentata. I Lidar presenti negli iPhone e iPad di oggi aumentano la precisione e la fedeltà della realtà aumentata sugli apparecchi e Apple sta già creando un ecosistema di app e strumenti per gli sviluppatori.

A leggerne così sembra una cosa grossa, molto grossa, che impatterà significativamente. Sono molto scettico sulla seconda parte e non credo che ci sarà tutto questo impatto. Concordo maggiormente sul fatto che sia una cosa grossa, solamente non destinata a spostare equilibri.

Devo tuttavia stare all’erta: se Asymco è d’accordo su una proiezione a lunga scadenza, quella proiezione merita doppia considerazione. E Asymco ha detto Yup.

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Il vitello dai piedi di bambù
posted on 2021-05-24 00:42

Fabio Massimo Biecher ha chiesto su LinkedIn all’amico Akko e a me una disamina laica del recente articolo del New York Times dedicato ai compromessi e alle contraddizioni sulla privacy che contraddistinguono il rapporto di Apple con la Cina.

Un disclaimer doveroso: una volta sulle mailing list, ora sui social, vengo accusato circa una volta a bimestre di essere un agente al soldo di Apple e guadagnare dalla mia attività di blogger. Si sappia, lo avevo già detto, che anni fa ho acquistato una azione di Apple. L’investimento ha avuto un successo poderoso e, per esempio, lo scorso trimestre mi ha fruttato quarantatré centesimi. Per via di una scommessa ho comprato una seconda azione. Nel 2021 potrei pertanto intascare da Apple qualcosa come due o persino tre euro. Si capisce come potrei scrivere qualsiasi cosa, pur di accumulare denaro.

Prima di tornare in argomento, faccio notare che Akko ha già composto una risposta da tesi di laurea e in ambito fattuale è rimasto assai poco da dire. La sua conclusione è largamente condivisibile:

alla fin fine Apple non ne esce affatto bene, ma da dove sto seduto io non si vede come chiunque avrebbe potuto far meglio di Tim Cook a questo giro.

Si fa molto moralismo di maniera, ma non si sentono molte strategie alternative così migliori di quella attuale di Apple.

Quello che ho da aggiungere è in parte mutuato dal commento di John Gruber su Daring Fireball, di cui mi piace riportare una frase su un aspetto della questione che trovo sottovalutato.

Perfino alla luce dei molteplici e significativi compromessi accettati da Apple per rispettare la legge cinese, appare del tutto possibile che usare apparecchi Apple e iCloud sia una delle cose più private che chiunque, piramide di governo cinese a parte, possa fare in Cina.

Stiamo a parlare delle (non) alternative di Apple; e quelle delle persone? Il New York Times ha descritto anche la rete di sorveglianza che copre le città cinesi.

Una delle più grandi reti spionistiche al mondo prende di mira le persone ordinarie e nessuno la può fermare.

Il governo cinese non ha bisogno dei dati di iCloud; ha mille modi più pervasivi e invasivi di ottenere informazioni molto più compromettenti e decisive. Semplicemente, si adopera perché Apple si conformi o comunque non goda di troppa indipendenza sulla privacy degli utenti. Tim Cook non può essere messo a fare lo zerbino, neanche dai cinesi; troppi posti di lavoro, troppa economia che gira, troppa tecnologia avanzata. Xi non può neanche tollerare che Cook si prenda libertà non concesse a terzi.

Apple, è vero, scende a compromessi con il governo cinese. Ma non è compromessa con il governo cinese, come invece altri. Un iPhone può consentire una parvenza di privacy, dove l’alternativa è l’assenza. Un ritiro di Apple dal mercato cinese farebbe contenti tanti farisei della privacy e darebbe la stretta definitiva a milioni di persone già sotto strangolamento costante quotidiano, e certo non per farsi propinare pubblicità più personalizzata.

Mi accodo inoltre a quanto ha già scritto chiunque altro per fare notare che il manicheismo, tutto bianco o tutto nero, funziona male se bisogna spiegare interazioni e situazioni che implicano conseguenze per miliardi di persone e miliardi di dollari. Apple è una squadra molto vincente in questo momento e le squadre che dominano sono molto amate, e molto odiate. L’idea che, per parafrasare Elio, Apple abbia in effetti piedi di pane ricoperti da un sottile strato di cobalto, è irresistibile per i rosiconi, i vorrei ma non posso, quelli che dicono neolibberismo con due b, gli infastiditi dalla necessità di usare l’intelligenza prima di provare a dire cose intelligenti, per tutto questo popolino che vive strisciando nella polvere e si vendica con la gioia di vedere cadere nella polvere qualcun altro.

Se si sale appena di un gradino, si capisce che il mondo è complicato e le reti sono intricate. Apple deve poter contare sulla produttività unica al mondo delle fabbriche cinesi, per poter continuare a crescere con i numeri attuali. Le fabbriche cinesi le ho viste di persona, venti e passa anni fa, come giornalista, in occasione del ventennale della fondazione di Acer.

Notato niente? Acer è taiwanese. Nei discorsi ufficiali, la Cina considera Taiwan parte del proprio territorio, che si riprenderà con le buone o con le cattive. Il governo taiwanese, nelle manifestazioni più gentili dei cinesi, è illegittimo.

Eppure già negli anni novanta Taiwan apriva fabbriche in Cina, con il pieno favore delle autorità. In quelle fabbriche, già allora, veniva prodotta tutta la tecnologia informatica occidentale. Ho visto pile di portatili HP pronte per la spedizione oltreoceano. Sì, pile di computer HP, prodotte nelle fabbriche Acer. E pile di PowerBook Apple accanto a quelle di portatili HP. Tutti uguali perché prodotti nelle stesse fabbriche? No, tutti diversi, perché prodotti con disciplinari differenti. La differenza non la faceva la catena di montaggio ma la precisione, le tolleranze, la qualità (e il costo) del personale al lavoro, la qualità delle materie prime, la meticolosità (o meno) del controllo finale.

Ma divago. Voglio dire che il mondo aveva le sfumature di grigio già allora e i cretini sputavano sentenze già allora. Taiwan dava vitto, alloggio, istruzione, formazione professionale e stipendio a persone i cui figli o nipoti, in uniforme dell’Esercito Popolare di Liberazione, domani andranno a “liberare” in un modo o nell’altro Taiwan stessa.

L’impegno che Apple può mettere nella privacy a Nanchino è diverso da quello che può mettere a Cupertino. Contraddizione? Realtà delle cose. I nuovi, straordinari system-on-chip M1 sono fabbricati da Tsmc. Tsmc è taiwanese. Tsmc ha aperto fabbriche in Cina, esattamente come accadeva venticinque anni fa, a casa del lupo cattivo che aspetta solo di poterla mangiare. Il mondo è in scala di grigio. Apple non è il vitello dai piedi di balsa, semmai di bambù ed è il caso di seguire la vicenda con attenzione; non come tanti vitelli dai piedi tonnati che vogliono solo un’occasione per parlarne male, anche se a sproposito.

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Uscite di sicurezza
posted on 2021-05-23 23:33

Oggi dovevo accreditare un centinaio di euro sul sito del servizio mensa per la scuola della primogenita.

Ci si può registrare con nome e password oppure entrare con Spid. Preferisco quest’ultimo sistema perché, sì, registrarsi è un piacere pari a quello di una colonscopia e, se qualcosa si rompe nel meccanismo, meglio sei mesi di sedute dal dentista.

Nel mezzo di queste due parentesi, tuttavia, il servizio funziona bene e in questo è essenziale il potersi autenticare con FaceID al posto di scrivere l’ennesimo codice.

Entrato con Spid, che apre la porta al servizio mensa ma anche a qualunque servizio della pubblica amministrazione e come tale è considerato dall’Italia un sistema di identificazione assai sicuro, accredito il denaro e, per farlo, posso usare solo una carta di credito. Essere entrato con Spid non mi serve a niente: il sito demanda la sicurezza della transazione alla società che emette la carta. Ma allora, che sicurezza tutela l’accesso con Spid?

Le misure di sicurezza digitale della pubblica amministrazione non hanno alcun nesso con la sicurezza effettiva; sono pensate programmaticamente al solo scopo di ostacolare, rallentare, intralciare l’utente.

La banca (semplifico) dietro la carta di credito fa del suo meglio per rendere sgradevole l’operazione. Prima vogliono tutti i dati della carta, poi mandano l’Sms con il codice di approvazione, poi vogliono quello creato dall’utente. Qualcosa nel caso abbiano rubato la carta ma non il telefono, qualcosa se fosse stato rubato il telefono ma non la carta, qualcos’altro per evitare un attacco man-in-the-middle e così via.

La banca non pensa in termini di sicurezza globale, ma si accorge di un problema per volta e, invece di allestire una soluzione globale, accatasta una soluzione sull’altra per affrontare un problema dopo l’altro.

Non basta che io sia entrato via Spid sul sito? Se la transazione dipende da codici numerici, a che serve inviare la data di scadenza della carta? Perché non posso metterci la faccia e autenticarmi grazie a FaceID, più sicuro di qualsiasi Pin e controPin?

Alla fine la pagina mostra un gateway error 504 o qualcosa del genere. Per esperienza so che la transazione è riuscita, perché alla fine della transazione su quel sito con quella banca esce sempre quell’errore. Sospetto che un hacker ben motivato, su questa circostanza, andrebbe a nozze, alla faccia di codici e password.

Il sito è sempre molto meno sicuro di quanto lasci intendere il suo sistema di autenticazione, che serve solo a salvare le apparenze ed eventualmente scaricare eventuali responsabilità.

Neanche mi ricollego al sito per controllare che davvero la transazione sia avvenuta. Arriva una email di conferma, con dentro tutti i dettagli della transazione e due terzi del numero della carta di credito. La email viaggia in chiaro. Anche qui, per un hacker motivato, poter collegare con certezza una transazione a un utente è una bella occasione di divertimento.

Il responsabile della sicurezza è sempre una persona solitaria, intorno alla quale l’azienda commette qualsiasi errore possa giustificare una cospicua ignoranza interna di che cosa implichi garantire la sicurezza.

Alla fine arriva sempre qualcuno a dire sì, ma ti conviene usare 1Password (sostituire con il password manager prediletto). Certamente è molto comodo; poi consolida i mille punti deboli della mia sicurezza personale (perchè ogni Pin, ogni codice, ogni password, ogni autenticazione è un punto critico suscettibile di attacco) in un unico punto debole, la cui eventuale caduta significa la resa incondizionata al pirata di turno.

Alla fine dei conti, qualunque procedura di sicurezza ruota attorno a un singolo codice.

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Da telefono a webcam
posted on 2021-05-01 01:06

Un nuovo monitor più grande di quello prima, su cui stanno più cose, mi ha fatto venire voglia di usare iPhone come webcam di Mac.

Normalmente preferisco collegarmi a riunioni e occasioni online direttamente con iPhone, mentre effettuo un secondo collegamento con Mac se devono condividere schermate o comunque lavorare su dati e usare la chat della riunione. Tuttavia non è sempre necessario e, qualche volta, risulta persino controproducente: per esempio, durante le nostre sessioni di Dungeons & Dragons su Roll20 è una cosa senza senso. Tutta l’interazione avviene sulla mappa, mentre la stessa piattaforma provvede all’interconnessione audiovideo. Avere una webcam sul Mac basterebbe e avanzerebbe, se il mio Mac non fosse un Mac mini.

Così ho preso una decisione di impulso e ho scaricato EpocCam, software per iPad e iPhone che costruisce un collegamento con Mac, divenendone appunto la periferica audiovideo.

EpocCam funziona grazie allo scaricamento di un driver da installare su Mac, dopo di che l’obiettivo è raggiunto. Il driver può essere scaricato direttamente da dentro la app, via AirDrop, oppure autonomamente da web. Titubavo all’idea di installare un software del genere su Mac e sono stato rinfrancato dall’etichetta della app con i suoi valori di privacy: App Store dice che EpocCam non raccoglie dati dell’utente e allora ho proceduto a cuore leggero.

Ho installato il driver tramite AirDrop in un attimo, proprio in vista della sessione serale su Roll20. Tutto ha funzionato bene nel complesso, con un po’ di confusione mia per trovare la configurazione giusta. Per vari motivi volevo gestire l’audio dagli auricolari collegati direttamente a Mac e avere da iPhone il solo feed video. Alla fine ce l’ho fatta però e l’insieme ha funzionato.

La non-recensione si ferma qui perché ho avuto solo il tempo di installare il software e trovare la quadra prima di mettermi a giocare. Il programma offre una milionata di funzioni, tra cui persino il chromakey, che devo approfondire. In più ignoro totalmente a che punto sia la concorrenza e se l’acquisto sia stato azzeccato. EpocCam si installa gratis e si usa seppure con limitazioni; la spesa di otto euro e novantanove centesimi sblocca la situazione.

Complessivamente sono soddisfatto, ma durante la nostra sessione di gioco – circa tre ore – è accaduto che la connessione si perdesse e quindi Mac rimanesse senza feed video. EpocCam si collega via Wi-Fi oppure via cavo Usb. Ho scelto la prima opzione ed è successo che si perdesse il contatto. Riattivare la connessione con intervento manuale è un momento e ha funzionato per le poche volte che è successo. Però, per esempio, mi capita di partecipare a dirette Facebook a scopo professionale; vista questa esperienza, non credo che mi collegherò usando EpocCam via Wi-Fi.

Penso che il collegamento via cavo Usb possa restituire una situazione diversa; lo vedrò una prossima volta.

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Quello che voglio(no)
posted on 2021-04-09 00:16

I tempi eroici del jailbreaking, quando aprivano la sicurezza degli iPhone per poter caricare app non previste da App Store.

L’ho fatto anch’io: avevo ottenuto un iPhone di prima generazione, che senza jailbreak non avrebbe mai potuto funzionare fuori dagli Stati Uniti e senza un contratto con At&T.

C’era chi sosteneva che il jailbreak fosse una questione di libertà dell’utente. Perché l’ho comprato e ho il diritto di farci quello che voglio.

Ci parlerei volentieri oggi, quando sono cambiate un po’ di cose e, per esempio, Procter & Gamble partecipa in Cina a test di una tecnologia di tracciamento pubblicitario in grado di acquisire dati delle persone senza il loro consenso e in barba alle prossime nuove regole di Apple.

La mossa rientra in una iniziativa più ampia del colosso nella vendita al dettaglio di beni di consumo, che vuole prepararsi per un’epoca nella quale nuove regole e preferenza del consumatore limitano i dati a disposizione dei reparti marketing.

Un jailbreak di oggi potrebbe certo consentire l’installazione di app che scavalcano le regole di Apple per tracciare senza consenso del tracciato.

L’ho comprato e ho il diritto di fargli fare quello che vogliono. Senza neppure sapere bene che cosa facciano. Un po’ meno accattivante, come slogan.

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LG, il prezzo è giusto
posted on 2021-04-06 00:40

LG è uscita dal business dei computer da tasca insegnandoci diverse lezioni.

La prima sembra ovvia, ma palesemente va ricordata: è poco saggio investire denaro su prodotti di aziende che lavorano in perdita. LG è un colosso globale in salute, eppure la sua divisione mobile era in rosso da più di cinque anni in misura disastrosa, con fatturati da quattro-cinque miliardi di dollari e margine negativo di settecento-ottocento milioni (750 milioni nel 2020, 850 nel 2019). Una situazione che difficilmente può durare a lungo.

La seconda lezione è quella sul valore delle trovate tecnologiche fini a se stesse.

Essere disposti a provare cose nuove, anche se non funzionano, vuol dire fare esperimenti con il portafogli dei clienti paganti. LG sarebbe stata la prima a introdurre fotocamere ultrawide; ha proposto design ricurvi e flessibili, schermi rotanti, modelli arrotolabili. Mancano solo le alabarde spaziali.

Il lettore di bocca buona si stupisce, pensa innovazione! e si chiede perché queste cose non le faccia Apple. In generale, se Apple non le fa, è perché non sono ancora pronte, o non piacciono alla gente che dovrebbe comprarle. Qui si preferisce una azienda che si faccia gli esperimenti nella propria stanzetta, in senso figurato, e proponga unicamente cose che funzionano e possono davvero essere utili, dopo avere scartato le idee simpatiche ma impraticabili.

Terza lezione: secondo una narrativa molto diffusa, gli smartphone costano cifre esagerate e, in particolare, gli iPhone più di tutti. La realtà è diversa: per produrre oggetti tecnologicamente evoluti come quelli attuali in termini di miniaturizzazione, autonomia, potenza, e farlo su un percorso di miglioramento costante negli anni, molto probabilmente i prezzi che ne conseguono sono necessari. Si può obiettare magari sull’entità dei margini di profitto; la base dei costi, tuttavia, è una dura evidenza per le aziende non preparate. Nel mercato attuale fanno soldi Apple, Samsung e poi rimangono le briciole.

L’ultima lezione.

Il prodotto è un pretesto. Nel 2021 si compra un ecosistema, di cui lo hardware è semplicemente l’aggancio materiale, come già scrivevo a proposito delle stampanti. LG poteva avere gli schermi delle meraviglie, ma il suo ecosistema tende a zero. Non stupisce che i profitti seguissero la stessa traiettoria.

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L’insolita zuppa
posted on 2021-02-18 02:39

Ora non trovo link e probabilmente se li trovassi non funzionerebbero più, tuttavia ricordo distintamente diverse critiche rivolte ad Apple per la decisione di non divulgare il codice sorgente di Newton una volta chiusa la sua produzione.

La verità è che, del tutto involontariamente, Newton è stato il banco di prova per arrivare a iPhone. L’interazione tramite schermo, il riconoscimento della scrittura a mano, la miniaturizzazione e molto altro sono tutte tecnologie precise oppure di area che in prima battuta o in un tempo successivo sono tornate tutte.

Anche quando sono state poco fortunate. 512 Pixels ha ricordato il venticinquesimo anniversario di Newton Press, un sistema che riceveva documentazione da Macintosh e la trasformava in materiale fruibile su MessagePad, pronto da consultare, distribuire, stampare, inviare via fax (sì, era il 1996).

Non mi stupirei se frammenti di quel codice si fossero infiltrati negli anni dentro iBooks Author o nella funzione di macOS che permette di acquisire all’istante una scansione o una foto da un iDevice.

Una cosa che non è riemersa, non ancora, è la soup, il sistema di immagazzinamento e consultazione dati che usava Newton. Qualcosa di nettamente diverso dalle abitudini del tempo e che ha trovato pochi riscontri altrove.

Non ho la preparazione tecnica per valutare le sue caratteristiche, ma so bene che la risposta di Newton a livello di sistema, quando chiedevi un dato, era sempre pronta e molto funzionale. So che le soup si comportavano molto bene se una memoria di massa veniva rimossa dal sistema e che potevano miscelarsi quando un certo insieme di dati era suddiviso tra memorie di massa diverse, niente di più.

Unix ha certamente una portata e una stabilità che le soup non hanno mai avuto; però il concetto di un filesystem diverso dall’ordinario starebbe bene su un iPhone, o un watch, o domani qualcos’altro, chissà. Su Newton si erano viste cose interessanti, per esempio il motore di ricerca Hemlock, che salvava i propri dati di interesse in due soup distinte.

Quando parliamo di innovazione dobbiamo ricordare anche quello che non ha funzionato, o funzionava ma non ha trovato applicazione, o ha trovato applicazione ma non interesse. Quello che trasforma le nostre vite è una frazione di quello che nasce nei laboratori di ricerca.

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Intuitivo sarà lei
posted on 2021-02-04 01:51

È scioccante contare le persone che osservano un’interfaccia al lavoro con la competenza in design del pompiere, l’esperienza del surfista e la consapevolezza del bibliotecario, e decretano se e quanto sia intuitiva.

(Mestieri bellissimi, importanti, massimo rispetto, però il design c’entra fino a un certo punto e specialmente quello delle interfacce).

Più o meno il livello del giudizio sta attorno a io (non) ho capito subito e quindi.

Uno dei grandi designer italiani, Bruno Munari, ha lasciato testimonianze straordinarie del suo lavoro con i bambini.

Guarda caso, i bambini sono tra i più grandi collaudatori al mondo di interfacce. Perché le valutano senza pregiudizi. Qui si vede che il problema del pompiere o del surfista non sta nella competenza zero, in effetti, quanto nei pregiudizi. Un designer, quanto meno, li ha ma sulla questione ci lavora davvero. Mentre noi non ci lanciamo nella spiegazione di come avremmo saputo spegnere il rogo di Notre-Dame senza neanche conoscere i retroscena oppure cavalcare un’onda alta come un condominio a Mavericks, a meno di non voler fare la figura dei nullasenzienti su Facebook.

Gli altri grandi collaudatori di interfacce? Gli anziani. Perché sono fragili e faticano a cavarsela guardando al contesto.

In questi giorni ho appreso dall’esperienza con gli anziani come sia complicato progettare un’interfaccia realmente intuitiva.

Anche l’ignoranza (nel senso buono, la non-conoscenza) può fare molto. Molti anni fa, quando si andava a trovare gli amici con la borsa di Macintosh Plus a tracolla, vidi un amico e coetaneo, Paolo, alle prese con un programma di introduzione ad Apple II. (Devo averlo già raccontato, ma tanto devo ancora portare i vecchi post nella nuova struttura).

Paolo non aveva mai approcciato un computer. Si sedette, Valerio inserì il floppy in Apple II, digitò PR#6 e premette Invio. Paolo osservò ogni cosa.

Il programma partì e spiegò la prima cosa da capire: Apple II si governava attraverso la tastiera e, per fare eseguire un comando, occorreva premere il tasto Invio. Quello che Paolo aveva visto premere un minuto prima, allo stesso scopo.

Sullo schermo comparve una rappresentazione fedele della tastiera. Il tasto Invio lampeggiava. Sotto il disegno, la scritta premi Invio per continuare.

Ai miei occhi, dopo mesi di Sinclair Spectrum, Sinclair Ql, Olivetti M10, Z80 di Cambridge Computing, quella schermava gridava premi il tasto Invio, era la cosa più ovvia ed evidente del mondo.

Paolo guardava lo schermo divertito e sconcertato. E adesso? Ai suoi occhi, con esperienza di computing pari a zero, quella schermata gridava sono un disegno che lampeggia. Non aveva alcun collegamento mentale precostruito tra tastiera virtuale e tastiera fisica. Non aveva neanche l’idea di dover necessariamente fare qualcosa. Per quello che ne sapeva, quella era una animazione che probabilmente sarebbe andata avanti da sola, o forse no.

Era un’interfaccia intuitiva?

Veniamo all’oggi. Anziano (lucido, intelligente, istruito, consapevole) alle prese con iPhone. La prima volta nella vita alle prese con un cellulare diverso da quelli degli anni novanta.

Gli si spiega, lo si assiste. A un certo punto l’interfaccia mostra un messaggio. Che cosa faccio?, chiede l’anziano. Leggi con calma il messaggio e comprendilo.

In fondo al messaggio, un tasto OK azzurro fa contrasto corretto con il messaggio. Comunica di non fare parte del messaggio; ai nostri occhi esperiti, grida sono da toccare per confermare l’eliminazione del messaggio dallo schermo.

Agli occhi dell’anziano, è un’altra scritta. Chiede e adesso?. Devi toccare l’area colorata.

Niente, ai suoi occhi, mostra che quello sia un pulsante e che vada toccato. Venticinque anni dopo, la verità è che l’interfaccia più evoluta a nostra disposizione non è ancora in grado di parlare a una persona priva di una esperienza pregressa.

L’errore? Presupporre la conoscenza del meccanismo di feedback dell’interfaccia. L’interfaccia ti comunica, tu confermi di avere ricevuto. Naturale? Per niente. La verità è che su un iPhone si ragiona ancora come se fosse necessario dare conferma al computer di avere letto un messaggio. Come se stessimo usando il Terminale. l’OK di oggi come l’Invio degli anni ottanta.

È un’interfaccia intuitiva?

Una interfaccia veramente intuitiva non sarebbe così criticamente modale. Mostrerebbe il messaggio, senza alcuna richiesta implicita di feedback. Lo toglierebbe da sola se l’interazione con l’umano dimostrasse che il messaggio è stato recepito. In caso contrario, dopo un tempo di attesa accuratamente calibrato, cambierebbe messaggio per spiegare meglio che cosa fare, o per chiedere vuoi che lo faccia io al posto tuo e ti insegni a rifarlo?. Per dire.

John Gruber su Daring Fireball è lecitamente entusiasta dell’interfaccia usata da Apple per passare la riproduzione di un brano da iPhone a HomePod Mini e viceversa. Avvicini un apparecchio all’altro. Fatto. C’è feedback visivo, c’è feedback tattile, è una cosa fatta benissimo. Apple al suo meglio.

Forse sufficiente persino per un anziano. Avvicina il telefono alla palla è comprensibile da chiunque e soprattutto viene imparato istantaneamente. Non servono competenze particolari per riprodurre lo stesso gesto.

È abbastanza? È intuitivo? Attenzione a rispondere così, tanto per fare conversazione. Potresti trovarti a valutare il tuo punto di vista nella pratica, davanti a un collaudatore spietato.

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