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Un aggiornamento da incorniciare
posted on 2021-10-13 00:34

Federico Viticci ha pubblicato e reso liberamente disponibile Apple Frames 2.0, la testimonianza più evidente del potenziale insito nello scripting e nell’automazione.

Chi segua il suo sito MacStories sa che le schermate di sistema operativo e programmi vengono pubblicate nella cornice del prodotto: che io sappia, nessun altro lo fa. Tutti noi comuni mortali acquisiamo una schermata e pubblichiamo la schermata.

Lui no. Se la schermata arriva da un iPhone X, la vediamo dentro il telaio di un iPhone X, come se fosse stata fotografata la macchina mentre mostra la schermata.

Chi ha per le mani un grafico, provi a chiedergli quanto vuole per fare lo stesso lavoro. L’articolo di MacStories contiene ventotto schermate.

E per farlo più volte? Viticci ha creato un automatismo con i Comandi rapidi di iOS/iPadOS/macOS/watchOS. Questa versione 2.0 aggiorna le cornici disponibili, è più veloce, pesa meno e riconosce più lingue.

Non c’è che scaricarla. Su iPhone ho scoperto una cosa interessante: per poter installare Comandi rapidi provenienti da fonti non certificate, bisogna avere azionato almeno una volta un Comando rapido. Altrimenti il sistema inibisce l’accesso all’interruttore della preferenza.

Poi, la prossima volta che qualche frescone chiederà che cosa fa un Mac che non possa fare un PC, o rimarcherà che Android costa meno, ecco che cosa fargli vedere. Funziona su tutte le piattaforme di Apple con la sola eccezione di Apple TV (sì, compreso watch). Richiederebbe un lavoro di programmazione importante se non ci fossero i Comandi rapidi. Risolve un problema reale e, nel farlo, aumenta il valore dell’offerta di MacStories.

Chiedergli, al frescone, di fare la stessa cosa con Visual Basic, o con Android se è per quello, con i soli strumenti di sistema.

Se un esempio come questo non basta a fare venire la voglia di automatizzare, penso che niente ci riuscirebbe. Ed è un peccato, per chi si priva di un pezzo di autoformazione non banale.

Mentre approfondisco la faccenda dei commenti per il blog, chi vuole lasciare comunque un commento da qui può accedere liberamente alla pagina commenti di Muut per QuickLoox. Non è ancora (ri)collegata a questi post (è lo scopo di tutto l’esercizio). Però lo sarà.

La recensione è una severa maestra
posted on 2021-10-02 15:37

Riga più riga meno, sono finalmente arrivato in fondo alla recensione di iOS e iPadOS versione 15 scritta da Federico Viticci su MacStories.

E ho compreso quanto mi manchi per usare a imparare iPad (o iPhone, per quello) a un livello veramente competitivo.

Le ventitré paginate di recensione (Ok, una di credits, una introduttiva…) trattano tutti gli aspetti rilevanti dell’aggiornamento, Focus, Promemoria, Comandi Rapidi, estensioni di Safari, widget, schermata home e quant’altro. Mi rendo conto che, pur lavorando metà del tempo con iPad, in pratica lo uso come o quasi come il suo primo fratello maggiore del 2010.

Questo è grave, perché significa lavorare come lavorano tutti; per fare un passo avanti è necessario riuscire a lavorare come non tutti. Viticci riesce a lavorare su iPad come nessun altro e, guarda caso, è un’autorità mondiale la cui conoscenza di questo argomento è sufficiente a garantire reddito per sé e per una piccola azienda, quella che ruota attorno a MacStories.

Certo serve il tempo per leggere ventitré pagine e poi per approfondire le cose più promettenti, che servono, che potrebbero servire.

Come mi sfotteva amichevolmente kOoLiNuS giorni fa, poi rischi di passare una giornata per non automatizzare una cosa che ti avrebbe chiesto cinque minuti a mano, o automatizzarla così male da rendere controproducente l’automatismo. Eppure la vista a breve mostra – giustamente – la difficoltà a trovare il tempo necessario per fare quelle cose in modo più producente, mentre fatichiamo a guardare in là a distanza sufficiente per vedere il beneficio.

Alla fine il lavoro è sempre questione di risolvere un problema per conto di una comunità. Più la soluzione è geniale, più diventi bravo e più la tua comunità ne beneficia.

Sotto con i widget e grazie a Robert Heinlin per l’ispirazione.

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A proposito di schoolware
posted on 2021-08-15 02:45

Nel teorizzare il mio curricolo di skill digitali per il primo e il secondo ciclo della scuola primaria sono partito come un rullo compressore a parlare di ipertesto, solo che prima occorre qualche generalizzazione riguardante il software.

Più avanti spiegherò anche perché è opportuno lavorare, specie inizialmente, in assenza di software, a patto che il software arrivi, in quanto esiste una differenza tra fondamenta e anacronismi.

Però ora illustro le caratteristiche generali che dovrebbe avere idealmente il software nella scuola:

  • dovrebbe essere software libero ovunque possibile. Per chi crede ai principî, public money, public software: il denaro speso nella scuola è di tutti ed è brutto spenderlo su software proprietario.
  • dovrebbe essere software universale, disponibile su ogni e qualsiasi piattaforma. PC, Mac, Unix, Linux, Chromebook, iOS, Android, iPadOS come minimo. L’ipotesi di lavoro è che sia possibile, nei limiti del ragionevole, applicarsi con qualunque hardware, anche l’ultimo degli smartphone portato in classe da un ragazzo meno abbiente oppure il computer più vecchio presente nel vecchio laboratorio di informatica (che dovrebbe lasciare il passo all’applicazione trasversale dell’informatica stessa nelle materie tradizionali).
  • il requisito precedente è spesso utopico. Probabilmente le scelte andranno verso software basato su Java oppure webapp accessibili da browser, che creano meno problemi di compatibilità interpiattaforma. Su iOS e iPadOS vale solo la seconda ipotesi.
  • Per questo motivo, invece che ragionare per applicazioni sarebbe opportuno ragionare per formati e lavorare su quelli raggiungibili da tutti gli apparecchi a disposizione, o dal maggior numero di essi, importa poco con che strumento software. L’obiettivo non è insegnare lo strumento, ma padroneggiare il lavoro sul formato. Più il formato è elementare, più facilmente ci si lavorerà su qualunque apparecchio.

Ragionare per formato aggira inoltre il tentativo delle società Big Tech di intrappolare le scuole in una bolla tecnologica proprietaria e permette agli studenti di scoprire la varietà degli strumenti a disposizione, insospettabile per persone non addentro e che invece rappresenta un valore immenso. Per specializzarsi su (o chiudersi in) applicazioni o piattaforme specifiche gli studenti avranno tutto il tempo che vogliono durante gli studi superiori.

Il discorso cloud è complicato. Naturalmente una Google o una Microsoft hanno un grande interesse a vendere alle scuole cloud arredato con applicazioni e da qui nascono molti mali (nonché a volte scelte dettate da interesse privato).

L’Italia avrebbe invece interesse a valorizzare nel modo migliore il denaro destinato all’istruzione di base. Purtroppo il discorso si fa politico e lo si amministra in modi che tengono conto di tutto tranne l’interesse di chi studia.

In un mondo distopico, ciascuna scuola ha le competenze (molto prima delle risorse necessarie, che sarebbero minime) per allestire il proprio cloud privato, perfino tenendolo fuori da Internet per risparmiare denaro e lavorare in sicurezza.

In un mondo utopico, il Ministero dell’Istruzione attrezzerebbe un proprio cloud a disposizione delle scuole.

In un mondo ideale, sempre il Ministero finanzierebbe la libera iniziativa delle scuole nell’acquisto dello spazio cloud necessario a ciascuna, con precedenza a fornitori europei e prezzi calmierati.

In un mondo possibile, le scuole farebbero quello che vogliono, purché il risultato sia avere a disposizione un cloud puro, da popolare con strumenti aventi le caratteristiche di cui sopra.

In un altro mondo possibile, il Ministero (eh, quante cose NON fa!) acquista a buon prezzo spazio cloud da tutti, Amazon, Google, Microsoft eccetera, e poi dà alle scuole lo spazio che occorre.

Nel mondo che abbiamo, le scuole sono ostaggio dei cloud arredati e questo crea inevitabilmente sovrapposizioni tra il software che intendiamo usare per gli studenti e quello proprietario e pagato già dentro il cloud. Qui serve una prese di coscienza delle dirigenze e chi la attuerà porterà un gran beneficio ai propri studenti. Certo bisogna impegnarsi, ma la strada più larga è quella meno vantaggiosa già dai tempi del Vangelo.

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L’abitudine non fa il monaco
posted on 2021-07-04 00:40

Praticamente tutti hanno criticato con forza il nuovo assetto di interfaccia di Safari per iOS 15 e macOS Monterey, perché la barra in basso non va bene, condensare schede e campo URL in una sola riga svantaggia chi usa tante schede, perché varie funzioni sono più difficili da trovare o più lontane da raggiungere in termini di clic eccetera.

Va segnalata l’eccezione che conferma la regola: M.G. Siegler su 500ish che si pronuncia in difesa del nuovo Safari.

La sua analisi è piuttosto articolata e approfondita, alla pari con le altre di segno opposto. La sostanza è questa:

All’inizio ho pensato che [spostare la barra strumenti in basso] fosse un errore. Ma l’ho fatto perché ero abituatissimo a come era prima. Dopo poche settimane di uso, mi piace di più averla in basso.

Siegler contesta ai contestatori di essere più contro il cambiamento in generale che contro questi cambiamenti in particolare.

Se ha ragione lui, per quanto le nuove versioni di Safari siano in beta e certe cose possano cambiare, cambierà poco o nulla, a significare che era una questione di abitudine e non di design.

Se hanno ragione gli altri, Safari farà molta marcia indietro (non tutta, non credo proprio, ma molta) e si riavvicinerà a come lo si è sempre usato.

Qualunque cosa succeda delle due, sarà interessante confrontare i giudizi degli esperti di interfaccia con quello che è successo davvero. E ricordarsene.

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Uniti dal silicio
posted on 2021-07-02 00:29

La pubblicazione del blog riprenderà, con gli arretrati del caso, martedì 6 luglio.

È stato confortante leggere John Voorhees su MacStories che dà conto delle prime notizie interessanti sulla beta pubblica di Monterey. Meno rispetto alla mia tentazione di provare le beta stesse e più per il quadro di insieme.

Le prime impressioni di Voorhees si intitolano infatti l’inizio di una nuova era e fanno cenno a una sorta di trilogia dei sistemi, iniziata con Catalina e proseguita con Big Sur, che segnano la transizione di macOS verso una situazione nuova, in cui la maturazione di tutte le linee di prodotto porta verso la comparsa di migliorie significative in modo trasversale tra Mac, iPad e iPhone; al tempo stesso, è arrivato il momento in cui le migliorie stesse possono impattare in modo interessante anche sulle altre piattaforme, come succede per esempio per SharePlay o per i Comandi rapidi che, su Mac, riconoscono anche AppleScript e Automator, inverando le previsioni più ottimistiche di chi sperava in novità positiva sul fronte dell’automazione.

In più i problemi della beta pubblica sembrano marginali e comunque minori in confronto a quanto si era visto con Big Sur e Catalina, il che depone ulteriormente a favore della voglia di provare.

Certo che però, leggi di come i sistemi Apple si stanno preparando alla nuova epoca di Apple Silicon, di come collaborano insieme, di come le funzioni crescono e si compenetrano da una piattaforma all’altra… se vuoi provare una beta, non ha tanto senso, a meno che le provi tutte insieme. Il che facilita una certa ansia sottintesa.

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L’ora alfa per le beta
posted on 2021-07-01 01:50

Breve sondaggio: qualcuno ha intenzione di installare le beta pubbliche dei nuovi sistemi operativi per iPhone, iPad, Mac, watch…?

Apple mi ha colto un po’ di sorpresa perché sono ancora a lavorare in località amene con qualche vincolo al download di ingenti masse di dati. Ma appena torno sotto l’ombrello di una connessione stabile, la tentazione è forte.

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Il sistema del vicino è sempre meno open
posted on 2021-06-17 13:53

Mi tira le orecchie mmanighe con piena giustificazione perché ho effettivamente esagerato nel dare iOS 4 per open source.

Nella pagina dell’open source di Apple, effettivamente, per iOS 4 sono aperti solo alcuni componenti che certo non formano il sistema operativo.

La situazione non migliora né peggiora andando avanti, nel complesso. Apple, come tutte le grandi aziende, ha cercato nel tempo di distanziarsi dal software con licenza open source Gplv3, perché troppo libera. Altre cose sono open source, per esempio il kernel Darwin-XNU da cui prendono vita tutti i sistemi operativi sotto la Mela e però non escono dal principio guida di commoditization of the complement ben descritto, a tutti i livelli, in questo articolo.

In pratica, ciò che è vitale per il proprio business resta proprietario e ciò che non lo è diventa libero. Questa regola si applica anche in altri settori. Si potrebbe osservare che Microsoft è ancora più avanti; oltre a rendere libero quello che non le è strategico, si preoccupa di colonizzare e invadere qualsiasi progetto non suo che possa recarle nocumento, in modo che resti libero – non può essere altrimenti – e intanto si diriga dove lei preferisce.

Nel dubbio, sostengo sempre l’opportunità di una iscrizione a LibreItalia. E poi, ricordiamoci di quanto codice ci è comunque utile, è comunque libero (o ancora veramente libero) e si meriterebbe una volta l’anno gli euro di un caffè con cornetto, anche se nessuno ha chiesto denaro direttamente e in forma vincolante, o detraibile come spesa.

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Con la maiuscola
posted on 2021-06-08 12:13

Mi piace molto questa evoluzione globale dell’ecosistema, dove i diversi apparecchi non sono isole di un arcipelago, ma tappe di un viaggio, e non c’è uno strumento unico per tutti ma versioni ideali di uno strumento per ciascuno.

È il keynote Wwdc più logisticamente complicato che ho vissuto, perché tra famiglia, lavoro, intoppi, imprevisti e sonno ho speso una volta e mezzo la sua durata e ancora devo vederlo tutto. Tuttavia la portante mi pare chiara.

È un ecosistema maturo, che si apre dove deve verso l’esterno, si arricchisce, si allarga, si raffina. Poco o nulla di quello che si è visto è mai-visto-prima e questo è un buon segno: difficilmente Apple inventa, bensì arriva a cambiare per il meglio qualcosa di esistente e normalmente migliorabile.

È un anno e mezzo che si invita la gente a parlare online; farlo con un FaceTime link sarà più immediato e veloce. A me è capitato di farlo con Zoom o con Teams ed è una pena; con iOS sarà molto meglio.

Durante le videoconferenze, l’audio è sempre uno dei punti dolenti, anche fisicamente quando la riunione dura molto o, come pretendono certi dirigenti ottusi, il giorno deve passare in riunione. Portare lo Spatial Audio dentro la videoconferenza migliora la vita di chi ci si trova.

E Spatial Audio è il pretesto per sottolineare una vera differenza che fa Apple. Traduzione del testo affidata al computer, l’abbiamo vista; riconoscimento del testo dentro una immagine, lo abbiamo visto; il drag and drop da uno schermo all’altro non è una novità; forse lo è da un computer a un altro, ma visivamente sembra qualcosa di già sperimentato.

Ma chi può offrire quello che si è visto ieri a livello di sistema? A disposizione di qualsiasi app? E chi può permetterlo con questo livello di semplicità?

La differenza che mette Apple è da sempre, per la parte fondamentale, questa. Quando Apple reinventa qualcosa di esistente e la trasforma in magia, it just works, dà il meglio. Per questo Wwdc comincia sotto ottimi auspici.

Un ecosistema, dove qui il cambiamento può essere più pronunciato (ma quanto sono belle le nuove mappe?), lì si insaporisce la ricetta che già di suo funziona (tutta la parte di SharePlay su iPhone, non cambia il mondo, ma introduce un sacco di cose piacevoli), altrove si inseriscono cambiamenti persino necessari (iPadOS deve evolvere ancora più di così e però il multitasking migliora), oppure si gettano ponti che ci volevano (Comandi rapidi anche su Mac, capacità di collegarsi con AppleScript; ne scrivevano in tanti, non si vedeva l’ora, è arrivato).

In quest’ottica, mettere sul bilancino watchOS per capire se le aggiunte meritano questo o quel voto in pagella è da Youtuber bolso, che deve parlare del keynote per quaranta minuti altrimenti non monetizza e deve inventarsi cose per arrivare in fondo ai quaranta minuti. Conta l’insieme, la coralità. La coralità viene evidenziata anche a livello di relatori e inizia persino a sembrare troppa; l’inclusione ci mancherebbe, la diversità è un bene, però quasi quasi preferirei che i relatori sotto i Vice President venissero estratti a sorte.

Un pensiero affettuoso e adorante a quanti iPad non è un computer perché non posso programmarci una applicazione per iPad, che poi sono passati alla compilazione in luogo della programmazione e ora hanno solo da ammettere che, persino per il loro filtro, iPad è un computer. O si inventeranno che non è un computer perché non passa da Xcode. Chissà come digeriscono oggi poi, al pensiero di Xcode su iCloud.

Un accenno alla privacy. L’ecosistema. L’argomento è trasversale, non riguarda l’apparecchio A o il sistema operativo B. Qualche settimana e salterà fuori qualche scandalo dovuto a funzioni che non saranno implementate o non funzioneranno in Cina o in Bielorussia. Eppure la direzione dell’azienda è oltremodo chiara: su Mail potremo nascondere l’indirizzo IP, non fare sapere che abbiamo letto un messaggio. Se lo vogliamo, naturalmente. A che pro darsi da fare per implementare la privacy quando sarebbe tanto comodo lasciar perdere tutto e avere sistemi perfetti per compiacere Xi e la compagnia dei dittatori? Ringraziare invece. Ogni tracker soffocato da Safari, ogni tracking pixel neutralizzato da Mail, ogni navigazione anonima è un passo verso più libertà, da cui domani sarà più difficile regredire nel caso che il nostro governo, o l’ineffabile unione, ci ripensi o provi a fare il furbo.

Mentre armeggiavo con una finestra di Terminale durante la visione di Wwdc, mi è scappato scritto Uptime al posto di uptime. Ho scoperto una nuova funzione di un comando Unix che pensavo di padroneggiare. Abbiamo tanto da imparare intanto che i sistemi si affinano.

Ne parlo perché la scoperta dell’esistenza di Uptime e questo Wwdc sono state ambedue esperienze con la maiuscola.

Perché non posso, sarò in giro a lavorare con iPad Pro senza attrezzature di backup… altrimenti, per la prima volta da anni, vorrei fortemente installarmi tutte le beta.

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Dieci in distacco
posted on 2021-05-09 01:13

È stata una giornata molto intensa per una miriade di motivi, nessuno dei quali legato ai temi che è opportuno trattare qui.

L’unica cosa che serve ora è rilassarsi. Esamino i dieci giochi minimalisti per iOS di Apple Gazette e se sembra un obiettivo semplicistico, è assolutamente vero. Spina staccata fino a domattina.

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Valori postali
posted on 2021-04-27 18:18

Questi giorni rimarranno nella storia, in un modo o nell’altro, perché esce iOS 14.5, assieme a iPadOS stesso numero. Perché da oggi su iPhone e iPad un business che vuole fare soldi registrando il tuo percorso di navigazione su Internet, dovrà chiederti il permesso di farlo.

Storica perché finora questo è accaduto essenzialmente di nascosto. Doppiamente storica perché chi vuole potrà dire sì, seguimi pure. La scelta, il controllo della privacy personale viene lasciato alla persona. Non ci saranno più scuse, in qualsiasi direzione.

La cosa importante da capire è quella espressa molto bene da Pixel Envy:

mi sovviene l’idea della privacy non come qualcosa che si ha e che invece bisogna comprare; un componente tra i tanti in una lista.

Apple ha pubblicato un video di due minuti a illustrare il concetto di App Tracking Transparency. Due minuti, no, un minuto e cinquantasei. Chi abbia dubbi, lo guardi.

Craig Federighi, responsabile software di Apple, spiega in un video basilare di otto minuti che è l’inizio di una partita tra gatti e topi: le aziende provano e proveranno ad aggirare le restrizioni al tracciamento indesiderato.

Senza contare che, fuori dall’infrastruttura di Apple, ci si trova di nuovo in mare aperto, dove vale tutto. Insomma è un inizio, non una conclusione, di un processo che sarà come quello della sicurezza, dove il problema non si risolve mai in modo definitivo e piuttosto si mira a raggiungere livelli di elevati di protezione grazie a una attenzione costante.

In uno svolgersi di eventi apparentemente slegato da questi, Federico Viticci ha deciso di abbandonare il servizio di posta Hey di Basecamp, che usava – lui e tutto lo staff che gravita attorno a MacStories – per rivolgersi ad altri.

Il motivo? Basecamp ha deciso (oltre a varie altre cose) che sull’account aziendale non si parla di politica o di problematiche sociali.

A Viticci interessa (e ci mancherebbe) avere per la propria attività un servizio di eccellenza. Al tempo stesso, desidera che chi glielo fornisce si trovi sulla sua linea rispetto a certi valori.

Si noti come il torto o la ragione, qui, siano nozioni irrilevanti. Il punto focale è questo: unire la valutazione professionale a quella su valori altri.

Qui il cerchio si chiude. Arriverà il momento in cui si sceglierà un servizio (anche) sulla base del rispetto della privacy.

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Nel mood giusto per Doom
posted on 2021-04-12 01:04

Sì, beh, niente male approfittare del codice a disposizione degli sviluppatori per inserire un’istanza di Flappy Birds dentro le Notifiche di macOS.

Neil Sardesai, ingegnere iOS, ha già messo Pong dentro un’icona del Dock – riferisce Gizmodo – e Dino Runner nella barra dei menu.

Tuttavia sono solo exploit fini a se stessi e lui lo sa benissimo, tanto che perfino nel pezzo gliene chiedono conto: lo standard è farcela con Doom, che è arrivato persino sul display di un test di gravidanza.

Quando vedo Doom nelle Notifiche di Big Sur, ci provo di sicuro.

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Caos calmo
posted on 2021-04-02 00:57

John Gruber ha ragione: la storia dell’automazione per macOS e iOS è semplicemente caotica e non pianificata.

Lo fa citando Jason Snell, che ha ragione pure lui, e spiega che Mac ha bisogno dei Comandi rapidi. Né Automator né AppleScript arriveranno mai su iOS, mentre i Comandi rapidi potrebbero tranquillamente compiere il percorso inverso.

I Comandi rapidi per Snell sono il futuro possibile dell’automazione su Mac, per Gruber – che peraltro non prende posizione – finora si è solo generato caos. Due torti non fanno una ragione, ma due ragioni fanno una ragione al quadrato.

Questo, unito al fatto che Apple sta effettivamente ragionando non su un unico sistema operativo per tutti gli apparecchi, ma su sistemi operativi separati e però sempre più integrati, potrebbe lasciare ben sperare per qualche novità interessante in tema di automazione a Wwdc.

Non c’è fretta. Ma chi ha la vista più lunga ha già cominciato a sfruttare i Comandi rapidi di iOS in modo massiccio e Snell porta esempi convincenti. Il passo successivo è logico, trova posto nelle logiche di Apple e porterebbe qualche ordine nel caos. Incrociamo le tastiere.

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Bovi d’aprile
posted on 2021-04-01 00:57

Suppongo che voglia essere uno scherzo.

L’idea è che uno pensi che sia vero, scopra che non lo è e ci si facciano grasse risate sopra: gli scherzi funzionano all’incirca così.

A parte l’idea insinuata sotto sotto che telemetria significhi per forza minaccia alla privacy, un pochino forzata, un altro messaggio che passa con lo scherzone è che iOS e Android siano in fin dei conti equivalenti.

Poi lo scherzo finisce, quando si apre Ars Technica e si legge Uno studio sostiene che Android invii a Google venti volte più dati di quanti ne invii iOS ad Apple.

Ma più che ai pesci, per la profondità dell’analisi, viene da pensare ai ruminanti, semplicemente alle prese con balle di news più che trifogli nel prato.

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Senti questa
posted on 2021-03-21 02:17

Nuova funzione di Twitter che debutta solo su iOS prima di diffondersi nel resto del mondo:

Superiorità nelle interfacce di programmazione, nell’affidabilità, nell’autorevolezza. Inferiorità nella diffusione e interessa nulla a nessuno. iOS, quattordici anni più tardi, è sempre avanti tecnologicamente. Inoltre la windowsvizzazione del mercato (Android al novantacinque percento e iOS le briciole) predetta da infiniti commentatori non solo non è avvenuta; iOS continua a pagare di più gli sviluppatori e a conservare una diffusione del tutto sana e soddisfacente per chi lo produce.

Così per entrare in primavera con qualcosa di rasserenante, nel nostro piccolo.

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Sembra facile
posted on 2021-01-29 02:09

Quando uscirà la versione di iOS che obbliga le app a chiedere il consenso per il tracciamento a fini pubblicitari da parte di chi le usa, Google non mostrerà la richiesta di consenso.

Perché le sue app smetteranno di raccogliere quei dati e la richiesta non sarà necessaria.

Google sta avvisando partner e sviluppatori che la mossa di Apple potrebbe causare diminuzioni nel fatturato delle app.

Apple sta avvisando le persone che il tracciamento della navigazione a scopo pubblicitario diventerà una questione trasparente e che le app potranno tracciare solo chi dà esplicitamente il proprio consenso.

Tim Cook ha definito la privacy una delle questioni fondamentali di questo secolo.

Google non è contenta, chiaramente. Ma, rispetto alla reazione scomposta di Facebook, che è arrivata a assegnarsi il ruolo di portavoce dell’interesse delle piccole imprese, giganteggia.

Sembra così facile. Chi naviga ha diritto a sapere che uso viene fatto dei dati che lasciasse lungo la via. Eppure si pone come una svolta di cui si parlerà molto a lungo.

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