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Spacciatori di comodità
posted on 2021-02-25 00:00

Sono alle prese con diverse situazioni di migrazione a Mac che vedono come denominatore comune la difficoltà di fare giustizia di vecchie app che parrebbero imprescindibili, accomunate da sue caratteristiche comuni: sono Windows e non prevedono una via di uscita semplice per iniziare a usare gli stessi dati con un altro programma.

Ci ho pensato leggendo questa riflessione su come, con poche mosse strategiche bene assestate, Microsoft abbia eliminato di fatto la comunità open source attorno a JavaScript per assumere il controllo assoluto delle direzioni di sviluppo. In modo morbido, amichevole, amorevole, legale, armonioso, spietato e definitivo.

Che cos’hanno in comune le due situazioni? La comodità.

Il vecchio programma faceva il suo mestiere, funzionava bene, faceva quello che gli si chiedeva, era tanto comodo. Nessuno che abbia fatto uno sforzo per porsi una domanda sul dopo, sui formati usati, sull’interoperabilità, niente. Risolto il problema contingente, tutti gli altri sono spariti dal radar.

Nel caso di JavaScript, Microsoft ha messo in campo strumenti vecchi e nuovi. Ha creato TypeScript, un clone di JavaScript compatibile (embrace) capace però di fare più cose (extend). Poi ha comprato gli strumenti di distribuzione (npm) oltre a quelli di reperimento (GitHub) del software.

JavaScript è uno standard neutrale e certificato, con un comitato apposito a curarsene. Non se lo fila più nessuno; TypeScript è tanto supportato, fa alcune cose meglio, cresce molto in fretta, Microsoft è una garanzia. È comodo.

Se vuoi fare sviluppo serio, hai convenienza e comodità a usare TypeScript. Che è open source ovviamente, solo che va esattamente dove vuole Microsoft. A differenza di JavaScript, che è standard a prescindere dalle aziende.

Ecco. Certo, la comodità è tutto. Chiedo però una piccola riflessione a chi non si pone il problema di usare una cosa buona per l’oggi senza pensare al domani. È comodo anche buttare la cartaccia per terra invece di cercare con pazienza un cestino.

Nel software, la comodità è tossica. Fa stare tanto bene, poi non ne esci più e sei controllato da qualcun altro che ti passa tutto quello che ti serve.

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Di male in peggio
posted on 2021-02-24 03:34

Il principio della richiedibilità di un rimborso per l’acquisto forzato di una licenza Windows è assodato da anni.

Mai peraltro come nel caso di Luca Bonissi, qui riassunto da Simone Aliprandi, il giudice ha determinato altrettanto esattamente dove si trovi il merito.

Bonissi ha comprato un computer Lenovo nel 2018 e ha chiesto formalmente il rimborso per la licenza di Windows inclusa e non evitabile nel prezzo di vendita: Lenovo ha fatto di tutto per non pagare, ma lui è arrivato fino al giudice di pace, presso il quale è stato imposto all’azienda il pagamento di 42 euro come rimborso della licenza più 130 euro di spese processuali.

Lenovo si è impuntata e, oltre a rifiutarsi di pagare, ha impugnato la sentenza presentando cinquantanove pagine di obiezioni (motivi per obbligare la gente a pagare per Windows anche se non voleva farlo).

Il Tribunale di Monza ha dato ragione a Bonissi e ha anche imposto a Lenovo il pagamento di ventimila euro aggiuntivi come punizione:

[per avere] abusato dello strumento impugnatorio costringendo la controparte […] a replicare […] ad una produzione difensiva assolutamente sproporzionata […] esemplificativa della prepotenza e prevaricazione di un colosso commerciale nei confronti di un modesto consumatore.

Ora è chiarissimo e pure quantificato il problema di Windows per gli individui e la società: un bene di pochissimo valore intrinseco, la cui imposizione genera danni enormi, cinquecento volte lo scarso valore di base.

Spendi male e riesci a farti molto peggio senza accorgertene, insomma, salvo eccezioni illuminate.

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