Content tagged Tim Cook

C’ero anch’io
posted on 2021-07-31 00:34

Non capita tutti i giorni che Luca Maestri, Chief Financial Officer di Apple, parli agli analisti di un caso di successo di Apple in azienda avente per protagonista una società italiana.

Capita anche meno spesso che il sottoscritto faccia parte del progetto.

Stavolta è capitato.

Non aggiungo altro per discrezione. La presentazione dei risultati finanziari agli analisti è disponibile pubblicamente a chi avesse tempo da perdere per cercare dettagli.

Festeggio orgoglioso con il ritorno a un monitor 4k dopo due mesi di metà HD, un tiramisù non previsto, una to do list da paura e un weekend che eccezionalmente lascerò libero dal lavoro.

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La luna e il boccione
posted on 2021-06-27 12:50

È arrivato persino il New York Times a porsi il problema della creatività aziendale stimolata, o meno, dalla presenza in ufficio e dagli incontri casuali davanti al boccione dell’acqua o alla macchinetta del caffè.

La risposta del quotidiano è, semplifico, non ci sono dati a sostegno della presenza in ufficio. Viene citata anche l’opinione di Tim Cook, con la quale veniva motivata la posizione Apple di richiedere la presenza per tre giorni la settimana, a parte eccezioni.

L’ho sentita anche da altri: una specie di aura circonderebbe gli incontri occasionali e non previsti, per corridoi e stanze relax, foriera di idee e pensiero anticonvenzionale.

La mia posizione è di scetticismo, per vari motivi. Si fa molto bene brainstorming anche a distanza. Da libero professionista, per la maggior parte del tempo lavoro da solo eppure di idee me ne vengono in continuazione (la loro qualità è un’altra questione). Mi è capitato spesso di avere un’idea e scrivere un messaggio o una email, anche ai tempi delle macchine del caffè.

A questo punto normalmente scatta l’esempio. Quella genialata saltata fuori in pausa pranzo, chiacchierando di tutt’altro, come avremmo fatto senza? È noto che in Apple l’idea di transitare da Motorola 680x0 a PowerPC nacque durante una vacanza sulla neve di alcuni ingegneri.

Certamente nascono idee davanti al distributore delle bibite. Ma anche altrove. Tutta la faccenda mi ricorda la convinzione di alcune ostetriche, secondo le quali la luna piena incoraggia la nascita dei bimbi. Funziona così: nasce un bimbo, guardano fuori dalla finestra, vedono la luna piena, se la ricordano. Quando nasce un bimbo e guardano fuori ma la luna non c’è, non fissano alcun ricordo speciale.

È anche tutto da dimostrare che la presenza in ufficio sia l’unico modo per suscitare idee creative. Magari ne esistono altri migliori, che però non sono mai stati esplorati in decenni di ufficio e boccioni dell’acqua.

Idea: provare davvero a raccogliere dei dati? E mi è venuta dal divano, eh.

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Metterci la faccina
posted on 2021-06-09 00:58

Nella finzione scenica di Wwdc, Tim Cook ha parlato davanti a una platea popolata di Memoji, a rappresentare gli sviluppatori idealmente presenti.

C’è chi l’ha presa per una baracconata o una profanazione di un luogo che alla fine dei conti è intitolato a Steve Jobs; una caduta di stile, un abbassamento del livello.

Ogni opinione è degna di rispetto: tutti sicuri però che la più profittevole azienda di tecnologia digitale al mondo, che mette insieme due miliardi di fatturato ogni tre giorni, decida a cuor leggero di esporsi a figuracce? Abbiamo la certezza che dove fino a ieri a dettare la line era il design, oggi si ceda al cattivo gusto semplicemente per essere alla moda o per fare i supergiovani?

Nei miei messaggi esagero con gli emoji, mentre i Memoji li riservo a pochissime occasioni e persone. Non sono quindi la persona più adatta a pronunciarsi. Tuttavia, un articolo di Angela Lashbrook su Medium porta in merito una serie di informazioni interessanti.

Ci sono studi che mostrano come l’aspetto degli avatar influenzi il comportamento online delle persone e come le persone stesse si identifichino più volentieri in un avatar idealizzato, che le rende più gradevoli, di uno fotografico.

Chi vede un avatar di aspetto simpatico o piacevole tende a riporre più fiducia nell’interlocutore che lo adotta. I Memoji costituiscono un surrogato, certo limitato, del linguaggio del corpo e dell’espressività che portiamo nel mondo fisico. Limitato vale comunque più di nullo.

In altre parole, il come le persone si rappresentano in forma grafica e il come considerano le altre persone tramite le loro rappresentazioni è un dettaglio; un dettaglio importante in una faccenda delicata come la comunicazione interpersonale. Comunicando con il suo pubblico di Memoji, Tim Cook certamente dava risalto alle novità annunciate per iMessage; contemporaneamente trasmetteva tutta una serie di messaggi al pubblico non sviluppatore interessato all’apertura del convegno mondiale degli sviluppatori. Sì, il keynote è nominalmente per gli sviluppatori e di fatto parla al più grande pubblico degli appassionati. La vera comunicazione rivolta agli sviluppatori è il Platforms State of the Union, la prima cosa da guardare dopo il keynote.

Che si possa parlare del keynote Wwdc in termini semplici non implica che la sua preparazione sia semplicistica. Apple ci mette la faccia e pure le faccine sempre a ragion veduta, magari sbagliando, per carità, però con un’idea precisa.

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Il vitello dai piedi di bambù
posted on 2021-05-24 00:42

Fabio Massimo Biecher ha chiesto su LinkedIn all’amico Akko e a me una disamina laica del recente articolo del New York Times dedicato ai compromessi e alle contraddizioni sulla privacy che contraddistinguono il rapporto di Apple con la Cina.

Un disclaimer doveroso: una volta sulle mailing list, ora sui social, vengo accusato circa una volta a bimestre di essere un agente al soldo di Apple e guadagnare dalla mia attività di blogger. Si sappia, lo avevo già detto, che anni fa ho acquistato una azione di Apple. L’investimento ha avuto un successo poderoso e, per esempio, lo scorso trimestre mi ha fruttato quarantatré centesimi. Per via di una scommessa ho comprato una seconda azione. Nel 2021 potrei pertanto intascare da Apple qualcosa come due o persino tre euro. Si capisce come potrei scrivere qualsiasi cosa, pur di accumulare denaro.

Prima di tornare in argomento, faccio notare che Akko ha già composto una risposta da tesi di laurea e in ambito fattuale è rimasto assai poco da dire. La sua conclusione è largamente condivisibile:

alla fin fine Apple non ne esce affatto bene, ma da dove sto seduto io non si vede come chiunque avrebbe potuto far meglio di Tim Cook a questo giro.

Si fa molto moralismo di maniera, ma non si sentono molte strategie alternative così migliori di quella attuale di Apple.

Quello che ho da aggiungere è in parte mutuato dal commento di John Gruber su Daring Fireball, di cui mi piace riportare una frase su un aspetto della questione che trovo sottovalutato.

Perfino alla luce dei molteplici e significativi compromessi accettati da Apple per rispettare la legge cinese, appare del tutto possibile che usare apparecchi Apple e iCloud sia una delle cose più private che chiunque, piramide di governo cinese a parte, possa fare in Cina.

Stiamo a parlare delle (non) alternative di Apple; e quelle delle persone? Il New York Times ha descritto anche la rete di sorveglianza che copre le città cinesi.

Una delle più grandi reti spionistiche al mondo prende di mira le persone ordinarie e nessuno la può fermare.

Il governo cinese non ha bisogno dei dati di iCloud; ha mille modi più pervasivi e invasivi di ottenere informazioni molto più compromettenti e decisive. Semplicemente, si adopera perché Apple si conformi o comunque non goda di troppa indipendenza sulla privacy degli utenti. Tim Cook non può essere messo a fare lo zerbino, neanche dai cinesi; troppi posti di lavoro, troppa economia che gira, troppa tecnologia avanzata. Xi non può neanche tollerare che Cook si prenda libertà non concesse a terzi.

Apple, è vero, scende a compromessi con il governo cinese. Ma non è compromessa con il governo cinese, come invece altri. Un iPhone può consentire una parvenza di privacy, dove l’alternativa è l’assenza. Un ritiro di Apple dal mercato cinese farebbe contenti tanti farisei della privacy e darebbe la stretta definitiva a milioni di persone già sotto strangolamento costante quotidiano, e certo non per farsi propinare pubblicità più personalizzata.

Mi accodo inoltre a quanto ha già scritto chiunque altro per fare notare che il manicheismo, tutto bianco o tutto nero, funziona male se bisogna spiegare interazioni e situazioni che implicano conseguenze per miliardi di persone e miliardi di dollari. Apple è una squadra molto vincente in questo momento e le squadre che dominano sono molto amate, e molto odiate. L’idea che, per parafrasare Elio, Apple abbia in effetti piedi di pane ricoperti da un sottile strato di cobalto, è irresistibile per i rosiconi, i vorrei ma non posso, quelli che dicono neolibberismo con due b, gli infastiditi dalla necessità di usare l’intelligenza prima di provare a dire cose intelligenti, per tutto questo popolino che vive strisciando nella polvere e si vendica con la gioia di vedere cadere nella polvere qualcun altro.

Se si sale appena di un gradino, si capisce che il mondo è complicato e le reti sono intricate. Apple deve poter contare sulla produttività unica al mondo delle fabbriche cinesi, per poter continuare a crescere con i numeri attuali. Le fabbriche cinesi le ho viste di persona, venti e passa anni fa, come giornalista, in occasione del ventennale della fondazione di Acer.

Notato niente? Acer è taiwanese. Nei discorsi ufficiali, la Cina considera Taiwan parte del proprio territorio, che si riprenderà con le buone o con le cattive. Il governo taiwanese, nelle manifestazioni più gentili dei cinesi, è illegittimo.

Eppure già negli anni novanta Taiwan apriva fabbriche in Cina, con il pieno favore delle autorità. In quelle fabbriche, già allora, veniva prodotta tutta la tecnologia informatica occidentale. Ho visto pile di portatili HP pronte per la spedizione oltreoceano. Sì, pile di computer HP, prodotte nelle fabbriche Acer. E pile di PowerBook Apple accanto a quelle di portatili HP. Tutti uguali perché prodotti nelle stesse fabbriche? No, tutti diversi, perché prodotti con disciplinari differenti. La differenza non la faceva la catena di montaggio ma la precisione, le tolleranze, la qualità (e il costo) del personale al lavoro, la qualità delle materie prime, la meticolosità (o meno) del controllo finale.

Ma divago. Voglio dire che il mondo aveva le sfumature di grigio già allora e i cretini sputavano sentenze già allora. Taiwan dava vitto, alloggio, istruzione, formazione professionale e stipendio a persone i cui figli o nipoti, in uniforme dell’Esercito Popolare di Liberazione, domani andranno a “liberare” in un modo o nell’altro Taiwan stessa.

L’impegno che Apple può mettere nella privacy a Nanchino è diverso da quello che può mettere a Cupertino. Contraddizione? Realtà delle cose. I nuovi, straordinari system-on-chip M1 sono fabbricati da Tsmc. Tsmc è taiwanese. Tsmc ha aperto fabbriche in Cina, esattamente come accadeva venticinque anni fa, a casa del lupo cattivo che aspetta solo di poterla mangiare. Il mondo è in scala di grigio. Apple non è il vitello dai piedi di balsa, semmai di bambù ed è il caso di seguire la vicenda con attenzione; non come tanti vitelli dai piedi tonnati che vogliono solo un’occasione per parlarne male, anche se a sproposito.

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Gli estremi non si toccano
posted on 2021-04-21 01:03

Prima di tutto: più si affina la ricetta, più amo il format online degli eventi Apple. Riescono a evitare manierismi, dare freschezza e ritmo, contestualizzare, giocare anche attorno al già eventualmente visto, alternare serietà a trovate surreali e però mai eccessive. Il filmato di promozone di AirTag è carino; la parodia di Mission Impossible che fa infilare il chip M1 dentro iPad Pro all’agente segreto Tim Cook, dopo il furto con destrezza da MacBook Pro, riesce a essere persino leggera nonostante il profluvio di effetti speciali. Applauso. Senza parlare della copertura dei prodotti, essenziale e studiatissima. C’è gente molto brava dietro queste produzioni e onestamente credo che preferirei un altro evento online a una seduta nello Steve Jobs Theater.

Dei prodotti non saprei parlare. Mi viene da parlare del complesso e questa è già una recensione. Questa organizzazione fattura duecentosettantaquattro miliardi in un anno e riesce ad andare contro il consenso comune, i pareri degli esperti, l’ovvio.

Quanti articoli ho letto sulla inevitabilità di fusione tra macOS e iPadOS (ieri iOS)? Numerosi. Quanti articoli ho letto sull’arrivo di M1 su iPad Pro? Zero. Che cosa ha fatto Apple? Ecco. Invece di unificare il sistema operativo, unifica la piattaforma hardware. Significa economie di scala folli e intanto prestazioni di eccellenza. Il massimo con il minimo.

Quando è uscito Pro Display Xdr, sembrava che la parte importante fosse lo stand da novecentonovantanove dollari, buono per le battute e gli sfottó. Chi ha annunciato l’arrivo di quel calibro di schermo su iPad Pro? Nessuno. (Breaking: lo schermo di iPad Pro, come specifiche, è migliore).

Quanti hanno sbeffeggiato watch alla sua uscita? Oggi è una componente notevole del bilancio aziendale. Ora già girano i meme parodistici su AirTag. Vedremo. Bluetooth, accelerometro, chip U1 (quello degli AirPods) e non ricordo che cosa ancora. Il rapporto tra tecnologia e volume dell’oggetto è mostruoso. E la batteria si cambia in un attimo…

A quanta gente ho sentito dire che a Mac manca lo schermo touch. Non capiscono che ce l’ha iPad. Il percorso diventa chiaro ed evidente oggi così come era stato chiaramente tracciato in anticipo. Messi vicino, con una tastiera addosso a iPad, che differenza c’è tra lui e MacBook Pro? Il touch. Lo schermo. Il sistema operativo. Apple Pencil. Due linee di prodotto che si completano e supportano a vicenda, ampiamente diversificate per persone con esigenze ampiamente diverse. E dietro la catena di produzione è per molti versi unica. Un capolavoro di design industriale.

Capolavoro. Design. Può esserci un dubbio qualunque sulla paternità dei nuovi iMac colorati, quasi metafisici in quello spessore che vorrebbe essere zero, scomparire, come è stato anche detto durante la presentazione? Se ne è andato, ma questo iMac è firmato Jonathan Ive da capo a piedi. Steve Jobs avrebbe amato follemente questo iMac.

Da Steve Jobs a Tim Cook. A parte guardarlo sessantenne e in gran forma sulle stradine di Apple Park in t-shirt nera, da dieci anni timona – dicono – senza genio, senza colpi d’ala, tutta organizzazione e politica interna per tenere l’ambiente tranquillo e escludere le teste calde.

Fosse anche vero, fosse Cook il vigile urbano di Cupertino, dirige il traffico più imponente del mondo. E continuano a uscire prodotti nuovi nonostante Apple Park ospiti al momento quattro gatti e quasi tutti lavorino da casa. Giusto perché il lavoro remoto non è produttivo come quello dell’ufficio.

Al termine di un evento come questo mi dispiace solo di essere già a posto lato hardware. Mi piace, molto, seguire questa traiettoria di progresso tecnologico al servizio dell’individuo. Arrivo alla fine e mi ritrovo stupito da tanti dettagli, piccole e grandi sorprese, particolari inaspettati. Il colosso della tecnologia che vince grazie all’essere bastian contraria rispetto al senso comune, esattamente come quando inalberava la bandiera dei pirati su un anonimo edificio di Bandley Drive. La chiacchiera va da una parte, Apple dalla parte opposta. E non si incontrano mai.

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La parola agli esperti
posted on 2021-03-20 02:00

È normalissimo trovare vantaggi nel condurre attività produttive fianco a fianco con i colleghi e altrettanto lo è trovare vantaggi equivalenti nel condurre attività analoghe da una postazione remota. Dopo un anno di pandemia bisognerebbe averlo capito; invece ci troviamo con un sacco di gente bravissima e competente, che però sa funzionare solo in un modo.

La nuova normalità ha già mostrato da un pezzo che verrà richiesto di funzionare in più modi e il virus non c’entra: ha solo sbattuto l’evidenza in faccia a chi resisteva a un cambiamento che ha basi ben più profonde dell’evitare il contagio.

Verremo vaccinati o il virus si attenuerà o tutte e due le cose, ma non si tornerà indietro. Settimana scorsa mi hanno chiesto di presenziare a una riunione importante in sede. Ho risposto che quel giorno sarei stato felice di intervenire per un’ora ma l’agenda non consentiva altro spazio.

Non si può allungare un po’?, mi hanno chiesto.

Certo, ho risposto. Possiamo tenere la riunione online e sono a disposizione per tre ore, visto che risparmio un’ora di macchina all’andata e altrettanto al ritorno.

La riunione si è tenuta online ed è riuscita benissimo. Abbiamo anche concluso in due ore soltanto.

Ma sono solo un qualunque professionista. Ci sono imprenditori, uomini d’affari, dirigenti di alto livello convinti di sapere perfettamente perché è necessario che tutto torni come prima, negli stessi modi di prima, nell’errata convinzione che il lavoro remoto sia frutto dell’emergenza invece che dell’ingresso del digitale nella vita quotidiana, anche lavorativa.

Ci sono anche persone come Tim Cook, a capo di un’azienda capitalizzata quanto il prodotto interno lordo italiano, con una sede centrale da dodicimila posti, che a queste problematiche ha dovuto pensare su un poco. Lo ha intervistato di recente People e ha detto cose poco interessanti, ma terribilmente concrete. Se Steve Jobs, quando esagerava, fuggiva in avanti dove nessuno riusciva a seguirlo, Cook quando esagera diventa l’impiegato della porta accanto, che snocciola ovvietà disarmanti tanto quanto ineludibili.

La pancia mi dice che, per noi, è ancora molto importante essere fisicamente in contatto, perché la collaborazione non è sempre un’attività pianificata.

Gente che vorrebbe lavorare tutta la vita senza mai mettere più piede in ufficio: è improbabile. Dipende dall’azienda, ma è improbabile. E chi ha già pianificato tutto per il momento del ritorno, invece, quando tutto tornerà come prima?

A essere onesti, stiamo ancora pensando a come organizzarci.

La collaborazione non è sempre un’attività pianificata. Nemmeno la postazione di lavoro può più esserlo. Ma parlarsi e vedersi dal vivo è sempre e comunque preferibile, giusto?

Abbiamo imparato che ci sono alcune cose perfette da fare in virtuale via Zoom, WebEx, FaceTime o quello che è a disposizione. Per questo penso che [quando i dipendenti rientreranno negli uffici] allestiremo un ambiente ibrido per un po’.

Ma la produttività? Come ci si può fidare di gente che lavora altrove senza controllo, capace di distrarsi o di fare finta di lavorare? L’azienda non funziona meglio in presenza?

Dopo la chiusura degli uffici a metà marzo, abbiamo avuto questo periodo enormemente prolifico con [la presentazione del] primo iPhone 5G. Abbiamo introdotto il chip M1 nei Mac. Sono traguardi importanti.

Ecco. Ascoltiamo i so-tutto sul digitale e l’analogico; poi però seguiamo quelli che affrontano sul serio la situazione e organizzano decine di migliaia di persone per occuparsi di un business da duecento miliardi l’anno, con successo. Magari qualcosa hanno capito.

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