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Da zero a cento
posted on 2021-10-12 00:16

Proprio l’altro giorno, su stimolo di Edoardo, inserivo qui un vecchio articolo scritto molti anni fa per Macworld Italia, con riferimenti all’epoca in cui Apple chiudeva l’anno fiscale 1997 con un miliardo di dollari in perdite su sette miliardi di ricavi.

Stava tornando Steve Jobs e le cose cambiarono piega nel giro di pochi mesi.

Oggi leggo che Apple potrebbe chiudere l’anno fiscale 2021 con un attivo di cento miliardi di dollari.

Di fronte a una notizia come questa possono aprirsi numerosi fronti di discussione, di cui uno solo mi interessa: comunque vada, abbiamo vissuto un momento storico irripetibile.

Ieri pomeriggio mi occupavo di un libro che spiega come guadagnare un milione di follower sui social media nel giro di un mese. Fa impressione, sì. Convincere un miliardo e mezzo di persone della bontà del tuo prodotto, che si trova fuori dalla corrente e va scelto perché nessuno te lo fa trovare scontato sul tavolo, è davvero tutta un’altra impresa.

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Io speriamo che ci ripensi
posted on 2021-10-06 02:50

Fabio ha di nuovo scelto una data significativa e malinconica per annunciare l’abbandono del suo profilo Twitter e io spero che ci ripensi.

7Bit era in origine anche un sito. Doveva essere anche una carriera personale, che però non decollò secondo le aspettative di Fabio e ha cessato le pubblicazioni proprio con la morte di Steve Jobs, dieci anni fa.

Aspettative alte. Nel suo coprire il mondo Apple, Fabio non è mai stato accondiscendente né ha edulcorato il racconto delle cose. La sua narrazione era sempre entusiasta, a volte distaccata ma mai fredda, e comunque sincera.

Ha sempre denunciato, Fabio, un certo atteggiamento di Apple verso la stampa di settore e un ambiente dove vedeva favoritismi eccessivi, figli e figliastri, ipocrisie e ingiustizie. Come sempre ne ha parlato senza peli sulla lingua e certamente questo non ha aumentato la sua lista di amicizie, in Apple prima che fuori.

Ma lui è fatto così. Ci siamo frequentati poco e ho l’impressione che non abbia mai amato il proscenio e, per quanto desiderasse avere un giusto successo con 7Bit, non cercasse le luci della ribalta, piuttosto un’attenzione maggiore dal pubblico e da Apple.

Ignoro se ci siano ragioni più profonde per la sua decisione, oltre alla delusione personale. Spero di no e che tutto stia andando nel migliore dei modi. Le allusioni alla salute nella sua comunicazione dicono e non dicono; io conto che sia un non-issue e che tutto vada per il meglio.

In ogni caso, è una perdita. 7Bit somiglia nella sua parabola a MacJournals e si unisce a un gruppo di voci che dovrebbero restare vitali e presenti nelle timeline di tutti, in nome del bene comune. Per competenza, passione, umanità, profondità.

La mia forza contrattuale nei confronti di Fabio è sotto lo zero e non ho alcuna influenza sulle sue decisioni. Confido che prosegua a dispensarci analisi, approfondimenti, scoop, critiche, battute, tutto quello che abbiamo potuto leggere in questi anni e che davvero vorremmo continuare a vedere.

Perché di gente che si dice controcorrente e fuori dal coro ne abbiamo a montagne ed è il peggiore dei cori. Fabio non si è mai dato arie ed era, ed è veramente una voce alternativa, non allineata, un contraddittorio indispensabile proprio perché senza sconti.

Io speriamo che ci ripensi.

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Cinque ottobre
posted on 2021-10-05 00:28

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Il primo catalizzatore
posted on 2021-09-17 00:10

Tengo particolarmente al ricordo di Sir Clive Sinclair perché ho usato un Macintosh nel 1984.

Prima di Macintosh avevo già usato un Apple //, che mi piaceva moltissimo. Era un computer della redazione, che durante le vacanze di Natale mi portai a casa per giocarci a Lode Runner. Ero affascinato.

Poi però usai un Macintosh, il primo arrivato presso la casa editrice dove lavoravo. Fu uno shock culturale: improvvisamente diventata chiaro quanto fosse possibile superare i propri limiti con l’ausilio del computer e quanto potente fosse l’interfaccia grafica per stabilire il legame necessario.

Apple // era straordinario ma non mi aveva dato questa sensazione, intensa ai limiti dello sconvolgimento.

Solo un altro computer mi ha dato la stessa sensazione: ZX Spectrum. Lo comprai appena terminato il servizio militare; le vetrine dei negozi di elettronica di consumo erano pieni dei primi microcomputer, una grande novità.

Scoprii la programmazione, con il Basic dello Spectrum. Una sera andai a dormire pieno di curiosità: avevo lasciato lo Spectrum ad accendere sullo schermo pixel determinati a caso dal randomizzatore del Basic (l’ho già raccontato, ma oggi è morto Sir Clive ed è necessaria la replica). La mattina dopo ero metà incuriosito e metà deluso: lo schermo era attraversato da righe diagonali a distanza regolare. Avevo appena scoperto gli algoritmi pseudorandom.

La maggioranza dei nuovi adepti del microcomputer decantava i giochi, i colori, il sonoro di Commodore 64: intanto tutti i progressi significativi avvenivano su Spectrum, esattamente come in seguito la maggioranza vociante si sarebbe buttata su PC ignara del fatto che i programmi capaci di fare la storia arrivavano da Macintosh.

È su Spectrum che Psion ha pubblicato per la prima volta alcuni dei programmi più brillanti che abbia mai visto, a partire da Psion Chess (in redazione organizzai un torno di scacchi tra computer e Psion Chess si comportò mirabilmente, nonostante la potenza di elaborazione hardware a sua disposizione fosse la peggiore).

È su Spectrum che ho scoperto il linguaggio Lisp. A quei tempi si usavano le Lisp Machine, calcolatori dedicati di costo inavvicinabile a un privato. Spectrum aveva un interprete Lisp ineccepibile, persino con uno spazio di memoria per routine in linguaggio macchina ove servisse velocità.

È su Spectrum che è uscita una avventura testuale come The Hobbit, che faceva progressi mai visti prima nell’interpretazione del linguaggio parlato, oppure un gioco di strategia come Lords of Midnight, un capolavoro di programmazione che riusciva a inserire nei poco più di quaranta chilobyte a disposizione del programma mi pare dodicimila locazioni diverse, con relativa rappresentazione grafica, per quanto stilizzata.

Non ricordo il nome del word processor migliore per Spectrum (quasi inusabile sulla tastiera di gomma), ma riusciva ingegnosamente a presentare sessantaquattro caratteri per riga in luogo dei trentadue normalmente previsti.

Il mio primo lavoro da libero professionista, la traduzione di un libro, richiedeva non solo un word processor, ma anche una tastiera almeno decente. Per poterci lavorare acquistai un Ql, che aveva una tastiera decente al minor prezzo possibile, e un word processor notevole (programmato, tu guarda, da Psion).

Clive Sinclair non aveva solo progettato microcomputer, cosa certo non banale ma praticatissima nella prima metà degli anni ottanta; aveva progettato piattaforme catalizzatrici di talento, dove programmatori prodigiosi spostavano in avanti la frontiera di quello che poteva fare il software. Esattamente quello che accadde con Macintosh. Steve Jobs fu un grande catalizzatore di genio programmatorio, ma arrivò dopo Sinclair.

Il creatore di Spectrum e Ql (per tacere di tutto il resto) era anche uno sfidante dello status quo: le sue scelte hardware erano coraggiose e a volte genuinamente folli. Anche dove erano, oltre che folli, poco indovinate (una su tutte, i microdrive di Ql), si distinguevano per ingegno e creatività industriale. Come le meraviglie di Steve Wozniak e degli altri guru del team Macintosh.

Se vogliamo spingere oltre il lecito il parallelo, eccone uno oltraggiosamente paradossale: Sinclair produsse effettivamente l’auto elettrica, cui si dice che Apple stia lavorando da anni.

La quantità di cose che amo dell’informatica e che derivano dal lavoro di Sir Clive è davvero alta e a lui debbo molto della mia formazione.

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Chi siamo, dove andiamo
posted on 2021-09-15 00:13

Sembra ieri e invece era il 2007 quando Steve Jobs annunciò il cambio della ragione sociale, da Apple Computer a Apple.

La cosa fece gran rumore. Avrebbe potuto farne molto di più, se non fosse stato che Jobs si esibì in uno dei suoi più formidabili campi di distorsione della realtà:

Mac, iPod, TV e iPhone. Solo uno di questi è un computer. Quindi cambiamo il nome.

Se avesse detto la verità, avrebbe suscitato un clamore superiore, ma forse Apple ne avrebbe risentito in modo anche ragguardevole. Perché erano tutti computer.

Jobs non poteva ammetterlo, perché tantissimi non avrebbero mai comprato un computer da tasca al posto di un telefono, mentre invece si sarebbero messi in fila per un telefono dotato di nuove possibilità.

E sapeva benissimo che ammetterlo sarebbe stato inutile, per un motivo: tempo qualche anno, a nessuno sarebbe più interessato alcunché di che cosa fossero quegli aggeggi in vendita con la mela sopra.

Eccoci al 2021. Apple distribuisce un aggiornamento di sicurezza straordinario, per chiudere la porta a un attacco piuttosto grave a cui è vulnerabile l’intera linea di prodotti (visto, che sono computer?).

Quando si parlava di computer, in un caso come questo fioccavano gli articoli divulgativi, le interviste, i disassemblaggi del malware da spiegare all’uomo della strada, cronistorie sulla sicurezza informatica, polemiche.

Oggi è rumore di fondo. Chi ci tiene aggiorna al volo, chi non ne sa aggiornerà quando glielo diranno i device, non succederà niente di drammatico.

Intanto Apple manda in onda uno show in diretta planetaria dedicato ai nuovi annunci di prodotto.

Invece di un amministratore delegato su un palco, abbiamo un maestro di cerimonia che dipana un filo rosso tra musicisti, illustratori, medici di pronto soccorso, rider, studenti, sportivi, uomini e donne della strada, cantanti, arrampicatori, ginecologi, trainer, videomaker, attori, allenatori, surfisti, impiegati e chissà quanti ne dimentico. L’umanità rappresentata mentre viene liberata di volta in volta grazie ad watch, iPhone, iPad (classico e mini), naturalmente iPhone 13 normale e Pro, tv+.

La tecnologia c’è e di eccellenza, ma sta immersa tra una serie TV e un trekking sulle colline, meditazioni in palestra e montaggi video, scogliere e quartieri urbani, maggioranze e minoranze, un caleidoscopio creato con dispendio immenso di mezzi e capacità.

Ci siamo arrivati. A nessuno interessa più la tecnologia in quanto tale, perché Jobs ha vinto, anzi, stravinto e il computer, da oggetto con cui interfacciarsi, è diventato oggetto della nostra vita, pervasivo come i rubinetti dell’acqua o le sedie o i pigiami.

L’amplificatore di intelligenza originale oggi svolge la stessa funzione per la salute, la forma fisica, la preparazione scolastica, le imcombenze d’ufficio, gli hobby e le aspirazioni, i rapporti umani e quelli da stampare per il capo, senza vincoli di distanza, difficoltà, peculiarità.

Il conglomerato Apple è un’impresa nell’impresa, impegnato nella sfida di trasformare in valore qualunque aspetto della vita quotidiana. La metafora della scrivania si è espansa all’universo conosciuto, almeno quello abitato.

Il computer, anche se nessuno più lo riconosce, è diventato l’ausilio prezioso che avrebbe già voluto essere dagli anni ottanta, che ci aiuta a definire chi siamo, che cosa vogliamo, dove andiamo, e anche a tradurre tutto questo in realtà.

La questione su quanto duri la batteria di watch o se iPad mini sia meglio con USB-C o Lightning, che una volta avrebbe appassionato intere mailing list, è risolta dall’esistenza stessa dell’oggetto, che si autolegittima.

Fu detto cambiare il mondo una persona alla volta. È questo. Psichedelico, rutilante, sopra le righe, sempre al limite della spacconata o del kitsch, sempre evitati con un cambio di scena che trasforma ogni sequenza in una celebrazione olistica con reminiscenze hippy della vita, delle persone, del talento di ciascuno.

Celebrazione interessata, non c’è dubbio, non per questo meno vera. Apple manda in scena il più grande spettacolo del mondo, dedicato allo spettacolo del mondo.

Chi siamo e dove andiamo dipende da noi, ma anche da tutti noi, e anche da loro, i cui droni hanno tributato un omaggio vitale e quasi selvaggio alla California, dove non è cominciato tutto, ma si è girato un angolo che ha cambiato la storia dell’umanità.

Non sappiamo di preciso quando arrivano gli watch Serie 7, ma viene voglia di svegliarsi domani e mettersi in gioco su qualcosa di immensamente sfidante, armati di tecnologia sottile, leggera, fidata, a volte imprevedibile e incostante, sempre in sviluppo, come vorremmo potesse sempre essere l’oggi.

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Gli estremi non si toccano
posted on 2021-04-21 01:03

Prima di tutto: più si affina la ricetta, più amo il format online degli eventi Apple. Riescono a evitare manierismi, dare freschezza e ritmo, contestualizzare, giocare anche attorno al già eventualmente visto, alternare serietà a trovate surreali e però mai eccessive. Il filmato di promozone di AirTag è carino; la parodia di Mission Impossible che fa infilare il chip M1 dentro iPad Pro all’agente segreto Tim Cook, dopo il furto con destrezza da MacBook Pro, riesce a essere persino leggera nonostante il profluvio di effetti speciali. Applauso. Senza parlare della copertura dei prodotti, essenziale e studiatissima. C’è gente molto brava dietro queste produzioni e onestamente credo che preferirei un altro evento online a una seduta nello Steve Jobs Theater.

Dei prodotti non saprei parlare. Mi viene da parlare del complesso e questa è già una recensione. Questa organizzazione fattura duecentosettantaquattro miliardi in un anno e riesce ad andare contro il consenso comune, i pareri degli esperti, l’ovvio.

Quanti articoli ho letto sulla inevitabilità di fusione tra macOS e iPadOS (ieri iOS)? Numerosi. Quanti articoli ho letto sull’arrivo di M1 su iPad Pro? Zero. Che cosa ha fatto Apple? Ecco. Invece di unificare il sistema operativo, unifica la piattaforma hardware. Significa economie di scala folli e intanto prestazioni di eccellenza. Il massimo con il minimo.

Quando è uscito Pro Display Xdr, sembrava che la parte importante fosse lo stand da novecentonovantanove dollari, buono per le battute e gli sfottó. Chi ha annunciato l’arrivo di quel calibro di schermo su iPad Pro? Nessuno. (Breaking: lo schermo di iPad Pro, come specifiche, è migliore).

Quanti hanno sbeffeggiato watch alla sua uscita? Oggi è una componente notevole del bilancio aziendale. Ora già girano i meme parodistici su AirTag. Vedremo. Bluetooth, accelerometro, chip U1 (quello degli AirPods) e non ricordo che cosa ancora. Il rapporto tra tecnologia e volume dell’oggetto è mostruoso. E la batteria si cambia in un attimo…

A quanta gente ho sentito dire che a Mac manca lo schermo touch. Non capiscono che ce l’ha iPad. Il percorso diventa chiaro ed evidente oggi così come era stato chiaramente tracciato in anticipo. Messi vicino, con una tastiera addosso a iPad, che differenza c’è tra lui e MacBook Pro? Il touch. Lo schermo. Il sistema operativo. Apple Pencil. Due linee di prodotto che si completano e supportano a vicenda, ampiamente diversificate per persone con esigenze ampiamente diverse. E dietro la catena di produzione è per molti versi unica. Un capolavoro di design industriale.

Capolavoro. Design. Può esserci un dubbio qualunque sulla paternità dei nuovi iMac colorati, quasi metafisici in quello spessore che vorrebbe essere zero, scomparire, come è stato anche detto durante la presentazione? Se ne è andato, ma questo iMac è firmato Jonathan Ive da capo a piedi. Steve Jobs avrebbe amato follemente questo iMac.

Da Steve Jobs a Tim Cook. A parte guardarlo sessantenne e in gran forma sulle stradine di Apple Park in t-shirt nera, da dieci anni timona – dicono – senza genio, senza colpi d’ala, tutta organizzazione e politica interna per tenere l’ambiente tranquillo e escludere le teste calde.

Fosse anche vero, fosse Cook il vigile urbano di Cupertino, dirige il traffico più imponente del mondo. E continuano a uscire prodotti nuovi nonostante Apple Park ospiti al momento quattro gatti e quasi tutti lavorino da casa. Giusto perché il lavoro remoto non è produttivo come quello dell’ufficio.

Al termine di un evento come questo mi dispiace solo di essere già a posto lato hardware. Mi piace, molto, seguire questa traiettoria di progresso tecnologico al servizio dell’individuo. Arrivo alla fine e mi ritrovo stupito da tanti dettagli, piccole e grandi sorprese, particolari inaspettati. Il colosso della tecnologia che vince grazie all’essere bastian contraria rispetto al senso comune, esattamente come quando inalberava la bandiera dei pirati su un anonimo edificio di Bandley Drive. La chiacchiera va da una parte, Apple dalla parte opposta. E non si incontrano mai.

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La parola agli esperti
posted on 2021-03-20 02:00

È normalissimo trovare vantaggi nel condurre attività produttive fianco a fianco con i colleghi e altrettanto lo è trovare vantaggi equivalenti nel condurre attività analoghe da una postazione remota. Dopo un anno di pandemia bisognerebbe averlo capito; invece ci troviamo con un sacco di gente bravissima e competente, che però sa funzionare solo in un modo.

La nuova normalità ha già mostrato da un pezzo che verrà richiesto di funzionare in più modi e il virus non c’entra: ha solo sbattuto l’evidenza in faccia a chi resisteva a un cambiamento che ha basi ben più profonde dell’evitare il contagio.

Verremo vaccinati o il virus si attenuerà o tutte e due le cose, ma non si tornerà indietro. Settimana scorsa mi hanno chiesto di presenziare a una riunione importante in sede. Ho risposto che quel giorno sarei stato felice di intervenire per un’ora ma l’agenda non consentiva altro spazio.

Non si può allungare un po’?, mi hanno chiesto.

Certo, ho risposto. Possiamo tenere la riunione online e sono a disposizione per tre ore, visto che risparmio un’ora di macchina all’andata e altrettanto al ritorno.

La riunione si è tenuta online ed è riuscita benissimo. Abbiamo anche concluso in due ore soltanto.

Ma sono solo un qualunque professionista. Ci sono imprenditori, uomini d’affari, dirigenti di alto livello convinti di sapere perfettamente perché è necessario che tutto torni come prima, negli stessi modi di prima, nell’errata convinzione che il lavoro remoto sia frutto dell’emergenza invece che dell’ingresso del digitale nella vita quotidiana, anche lavorativa.

Ci sono anche persone come Tim Cook, a capo di un’azienda capitalizzata quanto il prodotto interno lordo italiano, con una sede centrale da dodicimila posti, che a queste problematiche ha dovuto pensare su un poco. Lo ha intervistato di recente People e ha detto cose poco interessanti, ma terribilmente concrete. Se Steve Jobs, quando esagerava, fuggiva in avanti dove nessuno riusciva a seguirlo, Cook quando esagera diventa l’impiegato della porta accanto, che snocciola ovvietà disarmanti tanto quanto ineludibili.

La pancia mi dice che, per noi, è ancora molto importante essere fisicamente in contatto, perché la collaborazione non è sempre un’attività pianificata.

Gente che vorrebbe lavorare tutta la vita senza mai mettere più piede in ufficio: è improbabile. Dipende dall’azienda, ma è improbabile. E chi ha già pianificato tutto per il momento del ritorno, invece, quando tutto tornerà come prima?

A essere onesti, stiamo ancora pensando a come organizzarci.

La collaborazione non è sempre un’attività pianificata. Nemmeno la postazione di lavoro può più esserlo. Ma parlarsi e vedersi dal vivo è sempre e comunque preferibile, giusto?

Abbiamo imparato che ci sono alcune cose perfette da fare in virtuale via Zoom, WebEx, FaceTime o quello che è a disposizione. Per questo penso che [quando i dipendenti rientreranno negli uffici] allestiremo un ambiente ibrido per un po’.

Ma la produttività? Come ci si può fidare di gente che lavora altrove senza controllo, capace di distrarsi o di fare finta di lavorare? L’azienda non funziona meglio in presenza?

Dopo la chiusura degli uffici a metà marzo, abbiamo avuto questo periodo enormemente prolifico con [la presentazione del] primo iPhone 5G. Abbiamo introdotto il chip M1 nei Mac. Sono traguardi importanti.

Ecco. Ascoltiamo i so-tutto sul digitale e l’analogico; poi però seguiamo quelli che affrontano sul serio la situazione e organizzano decine di migliaia di persone per occuparsi di un business da duecento miliardi l’anno, con successo. Magari qualcosa hanno capito.

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La seconda Olanda
posted on 2021-02-23 00:19

Gli analisti si aspettano che Apple nel 2020 abbia fatturato nell’intorno dei 333 miliardi di dollari (che per qualcuno sono troppo pochi).

Sono numeri vertiginosi. Quando Steve Jobs ritornò come interim Ceo in Apple un quarto di secolo fa, mise a punto un piano che avrebbe consentito la sopravvivenza dell’azienda a patto che fatturasse sei miliardi di dollari l’anno, l’1,8 percento della cifra di oggi.

Ora Horace Dediu di Asymco prevede in un tweet che il valore delle transazioni dell’ecosistema Apple raggiungerà il trilione (all’americana, mille miliardi) entro il 2024.

È cosa ben diversa dal fatturato, ma fa ugualmente impressione. È circa dire che il prodotto interno lordo della nazione-Apple pareggerà quello olandese.

Scrivendola Dediu, prendo la cosa sul serio; fosse chiunque altro la definirei una sparata.

Citare l’Olanda è interessante perché è una nazione che ha costruito la propria ricchezza sui commerci e su collegamenti con ogni luogo nel mondo. Una specie di startup del Rinascimento basata sull’Internet delle navi.

È ancora molto presto per parlarne seriamente, ma le organizzazioni come Apple sono la prima avvisaglia di quello che sostituirà gli stati-nazione nei decenni a venire. Chiaramente la solidità economica è uno dei primi parametri da considerare. Un altro è una influenza a livello planetario.

Come Apple sceglierà di esercitare la propria influenza, e che tipo di relazione gli stati-nazione decideranno di stabilire o meno con Apple, sono due macrotemi che è già tempo di iniziare a sviscerare.

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Un addio esagerato
posted on 2021-02-22 02:54

Addio, AppleScript.

Lo scriveva The Eclectic Light Company nel novembre 2016 e, come già fecero Mark Twain e Steve Jobs, oggi AppleScript potrebbe commentare che la notizia del suo abbandono è stata leggermente esagerata.

Molti punti dell’articolo sono indubbiamente validi. Apple non sembra dedicare grande attenzione ad AppleScript (non che sia la prima volta), molte risorse di programmazione sono andate nello sviluppo di Swift e, aggiungerei, l’uso di linguaggi di scripting più vicini a un linguaggio di programmazione classico (Python, per non fare nomi) è letteralmente esploso. Proprio AppleScript, dopotutto, può essere impostato per l’uso di JavaScript al posto di se stesso.

Ciononostante, la tesi di fondo del pezzo è errata, o almeno in cospicuo ritardo:

Mi aspetto che nel 2017 verranno confermate la morte di AppleScript e la sua sostituzione a opera di un nuovo sistema di scripting basato sui playground Swift, che non solo funzionerà su macOS ma offrirà nuove possibilità a chi usa iOS.

Ciononostante, mi piace pensare che Apple sia poco motivata su AppleScript ma una lezione o due l’abbia imparata. E stia sviluppando lentamente qualcosa di meglio del semplice abbandono di AppleScript.

Dalla profezia funesta sono passati più di quattro anni e potrebbe sembrare anche un buon segno. Magari ci fosse una strategia di scripting ad ampio raggio e a regola d’arte, che si sta sviluppando anche se richiede molto tempo per via delle tante considerazioni di cui tenere conto, relativamente al passato, alla compatibilità, all’opportunità di creare ponti tra apparecchi diversi.

Voglio pensare che AppleScript abbia cose utili da dire, anche attraverso una trasformazione radicale, perché no?, e che il momento dell’end tell sia ancora lontano.

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De gustibus
posted on 2021-01-26 00:31

The Verge pubblica un articolo dedicato ai retroappassionati di Zune radunati su Reddit e riporta questo passaggio:

Microsoft ha trascorso gli anni Duemila qualche passo dietro Apple. L’azienda rivale era perennemente un po’ più avanti, elegante e raffinata rispetto all’endemica squadratura di casa Gates. Zune veniva spesso considerato l’esempio supremo di questa subalternità. Il prodotto era del tutto funzionale, certo, ma per ragioni che resta difficile descrivere – le decorazioni da videogame, il trackpad surdimensionato, l’ingombro sconcertante – era anche un milione di volte meno chic di iPod. (Lo stesso imperscrutabile problema contraddistingue Bing, Cortana, lo sfortunato Windows Phone eccetera). [Traduzione migliorata con il contributo di carolus]

Ragioni che resta difficile descrivere. Problema imperscrutabile. Come se Steve Jobs non fosse mai passato di qui. Eccolo:

Il solo problema di Microsoft è la semplice mancanza di gusto. Assolutamente non hanno gusto. Non in piccolo, ma in grande, nel senso che non pensano idee originali e non portano molta cultura dentro i loro prodotti.

La differenza tra una mentalità Microsoft e una mentalità Apple è che nella prima tutti i gusti sono giusti. Peggio ancora, sono equivalenti. Nella seconda esistono il gusto e la sua mancanza. Per ragioni che resta difficile articolare, l’informatica continua a prosperare nella mancanza di gusto; per fortuna, abbiamo un’eccezione.

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E hanno troppo rispetto per lo status quo
posted on 2021-01-25 00:55

Perché usare brutto software imbruttisce.

Dopo anni e anni di logoramento, finalmente Adobe ha staccato la spina a Flash. Hanno cominciato a farlo cinque anni dopo che Steve Jobs aveva pubblicato i suoi Thoughts on Flash e ci hanno messo altri cinque anni. La malapianta aveva messo radici fin troppo diffuse e ramificate.

Ora finalmente Flash, a parte la doverosa conservazione museale, è morto.

Invece no.

A me verrebbe da non crederci e non conosco il cinese, ma non capisco il perché dovrebbe essere scritta una fake news a questo proposito e così prendo per buona la versione inglese di questo articolo di AppleDaily secondo il quale una rete ferroviaria cinese veniva controllata da un sistema scritto in Flash.

I funzionari di China Railway Shenyang (che esiste, almeno in Wikipedia; dovevo verificare, per forza) hanno avuto cinque anni di tempo per passare a qualche altro sistema e così, quando Adobe ha spento anche l’ultimo server, c’è stata una transizione, a suo modo, ordinata: il traffico ferroviario si è bloccato per venti ore.

Colpa di Adobe, certo. Come quando aggiorni macOS e il driver della stampante smette di funzionare: colpa di Apple.

Si sono riscattati in fretta, comunque: hanno trovato il modo di rimettere in piedi l’infrastruttura.

Con una copia pirata di Flash. Che così vivrà, in una nicchia ecologica tutta particolare, per anni ancora.

Steve Jobs aveva dichiarato ai tempi della creazione di Macintosh meglio essere un pirata che arruolarsi in Marina.

Poi, però, con la campagna Think Different, aveva anche posizionato Apple come un marchio per chi non ha rispetto per lo status quo.

Il software brutto imbruttisce. Il sintomo più pericoloso e invalidante per la mente è cercare la conservazione dello status quo, oltre ogni limite di ragionevolezza.

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Azioni e reazioni
posted on 2018-06-30 14:33

L’articolo che segue è stato scritto per Macworld Italia a fine 2004. Lo ripropongo perché tornano periodicamente interpretazioni libere dell’investimento di Microsoft in Apple del 1997 e altre amenità.

Passare all’azione

Attualità, passati, futuri e demistificazioni sulla misteriosa azienda AAPL

È passato il tempo in cui si facevano fruttare i risparmi investendoli i buoni del Tesoro. Ora a pagare è il rischio, e il rischio, recita la saggezza popolare del Bar Sport, significa investire in azioni.

La si può vedere in altri modi. Per esempio qualcuno pensa che il mercato azionario sia gioco sì di azzardo, ma l’unico in cui il banco non ha vantaggio e quindi quello dove è veramente possibile vincere nel lungo termine.

Ecco qualche domanda e qualche risposta per quando si intende passare all’azione e l’azione è rappresentata dal simbolo AAPL.

Non intendo occuparmi di banali dettagli pratici come trovare un broker o quale sia il modo più conveniente per aprire un conto corrente bancario negli Stati Uniti. Uno che fa pensieri su AAPL ma non sa come procedere è meglio che non proceda; si farà meno male.

La madre di tutte le sciocchezze

Un sacco di sempliciotti è ancora convinto che Microsoft abbia comprato AAPL. Nel 1997 Microsoft comprò azioni AAPL per 150 milioni di dollari: una frazione minuscola dell’azionariato complessivo della società, che in quel momento aveva oltre due miliardi di dollari in cassa tra denaro liquido e a breve termine.

[Aggiornamento: non erano due miliardi come ho erroneamente scritto nell’articolo, ma 1,459 miliardi di dollari, come descritto nella documentazione fiscale depositata da Apple alla chiusura dell’anno fiscale 1997. Nell’anno fiscale precedente, la cassa di Apple era di 1,745 miliardi. La situazione non era certo rosea e Apple chiuse il 1997 con un passivo di un miliardo di dollari su sette di fatturato. Nondimeno, nel gennaio del 1998 Jobs annunciò il primo trimestre in positivo dell’azienda dopo un lungo periodo, con quarantaquattro milioni di dollari nel segno più. L’annuncio dell’accordo con Microsoft fu dato in agosto 1997]

Le azioni comprate da Microsoft erano senza diritto di voto, e comprate per cinque anni. Nel 2002 sono state vendute e oggi Microsoft non possiede neanche un centesimo di AAPL, né l’ha salvata da alcunché (AAPL aveva già in tasca tutti i soldi che le servivano), né ha mai avuto la possibilità di far pesare neanche un singolo voto su una singola decisione.

Chi ci crede ci guadagna

Scrivo queste note il 12 dicembre 2004. Non lo sa praticamente nessuno, ma esattamente 24 anni fa, nel 1980, AAPL divenne società per azioni. 10 mila dollari investiti in azioni AAPL il 12 dicembre 1980 equivalevano, il 29 novembre 2004, a 95.220,87 dollari, con un guadagno dell’852,21 percento sull’investimento iniziale.

Chi non ci avesse creduto dall’inizio ma lo avesse fatto dal ritorno di Steve Jobs, e avesse investito 10 mila dollari in AAPL il 28 novembre 1997, si sarebbe ritrovato sette anni dopo con 77.115,49 dollari in saccoccia.

Qualcuno ricorderà che, a fine 1997, il valore delle azioni AAPL era intorno ai dieci-undici dollari. Sulla stampa cosiddetta specializzata e secondo molti analisti il titolo più ricorrente era Apple is doomed, Apple è spacciata. Altri, forse meno specializzati ma più sensati, si fidarono a investire in azioni evidentemente sottovalutate, che con ottima probabilità avrebbero potuto solo aumentare di valore. I fatti dimostrano che avevano ragione i sensati e non gli specializzati.

C’è chi non crede se non vede

Non è semplicissimo trovare gratis uno storico completo dell’andamento delle azioni AAPL dall’inizio a oggi. Yahoo offre un ottimo servizio a http://finance.yahoo.com/q/hp?s=AAPL, che però parte solo dal 7 luglio 1984 [Aggiornamento: il link attuale è questo]. La risposta completa si trova in un indirizzo semisconosciuto e lungo. Ma mai come a questo riguardo… vale la pena di trascriverlo: http://www.corporate-ir.net/ireye/ir_site.zhtml?ticker=aapl&script=345&layout=7&item_id=aapl.

Quando ci sono i record

Il 30 novembre 2004 la quotazione AAPL era a 68,95 dollari per azione, il quinto valore più alto nella storia della società, il massimo degli ultimi quattro anni. Il primato assoluto è di 72,10 dollari per azione, registrato il 22 marzo del 2000.

Quando ci sono gli split

Qualcuno si chiederà come sia possibile che il valore più alto di AAPL sia stato di settantadue dollari, visto che a memoria di uomo si sono raggiunti anche i cento. Il fatto è che le aziende americane usano effettuare il cosiddetto split. Quando il prezzo delle azioni ai aggira su quota cento, le azioni stesse vengono spezzate in due e un titolo da cento si trasforma in due titoli da cinquanta. Non cambia assolutamente nient’altro, se non per il fatto che il numero delle azioni esistenti raddoppia e che i numeri a due cifre sono più comodi da trattare di quelli a tre. Nella storia di AAPL si sono verificati esattamente due split.

Chi comanda in AAPL

È opinione comune che chi ha più azioni in mano comandi la società. Non è propriamente vero. Steve Jobs, comandante in capo di AAPL, possiede l’1,26 percento delle azioni AAPL e letteralmente nessuno può contraddirlo, almeno fino a che non ricevesse la sfiducia del consiglio di amministrazione. Nella tabella che compare in queste pagine ci sono maggiori particolari. Tutto è molto più complicato di così. Esistono tipi diversi di azioni, esistono le stock option (diritto e non è sempre semplice capire in modo immediata l’intera distribuzione delle quote tra gli azionisti, ma in concreto detenere azioni AAPL è un fatto di potere solo fino a un certo punto.

Quando comprare e quando vendere

Vuoi comprare azioni AAPL? Bravo, bella scelta. Intanto deve passare abbastanza tempo. Se vuoi guadagnarci sopra a un mese o a sei mesi, non sei un investitore ma uno speculatore e allora devi rovinarti la vita a leggere ricerche di mercato, studi di settore e documentazione burocratica aziendale di una noia pazzesca.

Se invece sei una persona seria, cerca di individuare la fine di un ciclo fisiologico di discesa del valore delle azioni. Compra a quel punto e poi aspetta pazientemente di vedere i frutti dell’investimento.

Le persone che comprano azioni sono, quanto a emotività, peggiori di quelle che giocano al lotto. Quelli del lotto credono che un numero in ritardo debba uscire più sicuramente di un numero appena uscito, e tendono a rovinarsi. Ma, se non interpretano i sogni, il ritardo è l’unico criterio (sbagliato) di valutazione che hanno.

Quelli delle azioni, d’altro canto, fanno di qualsiasi cosa un criterio (sbagliato) di valutazione. Ogni azienda ha le sue indiosincrasie e AAPL non fa eccezione. Per esempio, dopo Macworld Expo il prezzo delle azioni tende a deprimersi. Non importa che i risultati siano buoni, i prodotti esistenti siano bene accolti e vengano presentati nuovi prodotti molto appetibili. Siccome AAPL non ha presentato il teletrasporto di Star Trek oppure il mouse antigravità, regolarmente annunciati sui siti di gossip informatico, il prezzo scende.

Gli analisti

Molti danno ascolto all’opinione degli analisti di mercato. Sono sedicenti specialisti, spesso aziende prestigiose nel campo, che assegnano un rating, ossia una valutazione di quello che conviene fare con questo o quel titolo.

Nel caso di AAPL, gli analisti che ne sanno veramente qualcosa sono due o tre. Gli altri non capiscono assolutamente niente di come fa i soldi AAPL e quindi sparano nel buio, applicando ciecamente criteri che ritengono validi solo perché “funzionano” su un’altra azienda, che fa i soldi in modo diverso.

C’è chi si fida degli analisti. Il mio parere molto personale si basa sulla radice del nome, che potrebbe avere attinenza con la parte del corpo utilizzata per eseguire le analisi stesse.

((( firma )))
Lucio Bragagnolo (lux@mac.com) avrebbe voluto avere più soldi da investire in AAPL a fine 1997.
((( fine firma )))

((( tabella )))

Azionisti e dirigenti

Numero di azioni in mano alle persone più influenti in AAPL:

Steve Jobs, capo supremo 5.060.002
Fred Anderson, ex Chief Financial Officer 2.672
Bill Campbell, consigliere di amministrazione 100.502
Tim Cook, sovrintendente alla logistica 5.903
Al Gore, già vicepresidente degli Stati Uniti, consigliere di amministrazione 10.000
Millard Drexler, consigliere di amministrazione 100.000
Jon Rubinstein, responsabile dell’hardware 161.087
Avie Tevanian, responsabile del software 1.501.252
Totale delle 16 persone che contano in Apple tra dirigenti e consiglieri 10.203.443

I cinque milioni di azioni in mano a Steve Jobs corrispondono all’1,26 percento dell’azienda. Le sedici persone che contano detengono in totale il 2,51 percento di AAPL.
((( fine tabella )))

((( box 1 )))

Come diventare un analista (truffatore) di successo

Si raccoglie un indirizzario di potenziali investitori ricchi di denaro, diciamo diecimila. Si scrive a cinquemila di essi affermando che il titolo salirà e agli altri cinquemila sostenendo che scenderà. Passata la scadenza, si scrive di nuovo ai cinquemila. A metà di questi si scrive che il titolo salirà, agli altri che scenderà. 2.500 investitori avranno a questo punto ricevuto due previsioni corrette consecutive. Continuando, si può avere un centinaio di persone che avranno ricevuto sei o sette previsioni esatte consecutive. Gli si propone un abbonamento al nostro servizio di previsioni e si diventa ricchi.
Ovviamente è solo una storiella e non si diventa analisti così. Il fatto vero è che nessuno controlla la precisione degli analisti nel tempo…
((( fine box 1 )))

((( box 2 )))

Un’azione simbolica

Chi stima particolarmente AAPL per la sua tecnologia può compiere un atto simbolico: comprare una singola azione, magari per incorniciarla, o per mostrarla agli amici. Lo si può fare da http://www.oneshare.com. ((( schermata del sito, possibilmente scegliendo lo stock Apple )))
[Aggiornamento: Oneshare non esiste più, anche perché qualunque banca oramai consente l’acquisto di azioni estere. Il sottoscritto è in possesso di una azione Apple, per esempio]. ((( fine box 2 )))

(((box 3 )))

Materiale per secchioni

Chi volesse diventare veramente specialista AAPL inizi dai cosiddetti moduli 10-K della Securities & Exchange Commission e consulti il motore Edgar. Ogni azienda statunitense deve compilare periodicamente il modulo e c’è dentro veramente tutto quello che è possibile sapere senza essere nel consiglio di amministrazione. Per farsi un’idea dei pareri degli analisti si può partire da newratings.
((( fine box 3 )))

((( box 4 )))

C’è da pagare il ticker?

Un ticker è un programmino che aggiorna in tempo il più possibile reale sull’andamento di uno o più titoli. Su Versiontracker (http://www.versiontracker.com/macosx) basta cercare ticker per avere più scelta di quella che è umanamente immaginabile. Il ticker è il complemento indispensabile per chi ha perso la testa e deve controllare le azioni AAPL ogni mezzo minuto.
[Aggiornamento: Versiontraker non esiste più. Una ricerca analoga su App Store o su Google porta alla luce innumerevoli alternative. Lo stesso Google fornisce quotazioni azionarie in tempo semireale].
((( fine box 4 )))

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