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Promossi e rimandati
posted on 2021-09-05 01:10

L’idea di creare un curricolo di studi digitali per elementari e medie continua anche se discontinua ed è il momento di ipotizzare attività per introdurre bambini all’ipertesto, trasversalmente nell’ambito di ciascuna materia convenzionale.

Mi ha lasciato un bel commento energio:

Non ricordo il nome, ma per iniziare la tesi (oramai una quindicina di anni fa) mi ero basato su un vocabolario in cui le parole presenti nello stesso erano evidenziate rispetto alle altre, in modo che si potessero creare “reti” tra le varie descrizioni e spiegazioni: da questo avevo costruito una mappa concettuale su tre livelli a partire dall'oggetto della mia ricerca. La cosa che mi aveva colpito era che l'umanità organizza naturalmente da sempre le informazioni e un “collegamento” tra fonti diverse era già presente prima dei “link”…

È uno spunto buono da cui si possono trarre molte variazioni sul tema.

In ordine sparso, in italiano si potrebbe ragionare su ciò che è ipertestuale nei media anche se nessuno ci pensa. Per esempio sommari e indici dei libri cartacei, o di riviste, sono ipertesti. Oppure la segnaletica per muoversi all’interno della scuola.

I più grandi potrebbero comporre delle semplici wiki contenenti lavoro scolastico.

I più piccoli potrebbero rappresentare la loro giornata disegnando i luoghi in cui si trovano per poi congiungerli in accordo agli itinerari reali: casa, scuola, giardinetti, palestra, casa di un amico. Trovando nodi comuni nelle rispettive rappresentazioni si potrebbe passare dai disegni individuali a quelli di classe.

Per l’inglese, oltre ovviamente a replicare tutto in lingua, ci si può soffermare sul concetto di link.

Un gioco che riporta all’ipertestualità è quello delle frasi composte a caso pescando in gruppi ordinari di bigliettini (nome, verbo, complemento eccetera).

Più ne scrivo più ne vengono in mente e ci si può fermare qui. L’idea è promuovere gli studenti insegnandogli anche la disciplina del rimando.

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Lavoretti di ipertesto
posted on 2021-08-26 01:14

La scuola dell’obbligo dovrebbe introdurre alle regole e agli standard di creazione di ipertesto.

La cosa difficile, dopo avere teorizzato, è sempre scendere nel pratico. Non ho il polso di una classe né la sensibilità di chi insegna da anni, quindi è possibile che ecceda in qualche direzione e presenti lavori troppo complicati, troppo semplici, inadatti per insegnare veramente eccetera.

Consapevole che niente è meglio di essere corretti e aiutati a imparare, ci provo lo stesso, in modo disordinato e sequenziale. Penso che sarebbe più corretto inquadrare tutto in una matrice, con le materie canoniche su un asse e la difficoltà del lavoro (quindi anche la fascia di età) sull’altro asse, però ci vuole tempo che mi prenderò più avanti.

Ciò che va fatto è esporre lavori possibili da eseguire in classe, di difficoltà adeguata alla materia tirata in ballo e all’età degli studenti, per tutte le materie.

Per esempio, cose facili, una prima media potrebbe studiare per italiano il funzionamento dell’ipertesto attraverso l’analisi e la mappatura di una avventura testuale come Avventura nel castello (giocabile nel browser, anche di un telefono); la stessa cosa, se si usasse Zork, potrebbe avvenire per inglese (anche qui, forse con un po’ troppa pubblicità, è comunque possibile giocare online). In terza media l’attività potrebbe diventare progettare l’ipertesto di una avventura originale.

Vorrei tirare fuori nei prossimi giorni circa due dozzine di esempi. Chi vorrà fornire feedback di qualsiasi tipo sarà ovviamente benemerito.

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Il transmogrificatore
posted on 2021-08-19 01:49

Al momento di insegnare a maneggiare testo e ipertesto con strumenti digitali, la scuola dovrebbe fare lavorare gli studenti con il testo puro e presentare loro le nozioni fondamentali sugli strumenti di marcatura. Il formato standard dei documenti scolastici dovrebbe essere HTML o al limite testo puro trattato con Markdown.

Per tutto il resto c’è Pandoc. È un sistema di conversione tra formati semplice da installare (ci sono riuscito anch’io), aperto alla personalizzazione, in continuo progresso. È software libero, installabile ovunque, che richiede potenza di elaborazione minima.

Da Pandoc escono, solo come esempio, file PDF oppure Word a partire da testo puro o testo marcato, in modo standard (Html) o pratico (Markdown). O viceversa, o altre combinazioni ancora. L’inglese ha una parola stupenda, transmogrification, per spiegare con spirito quello che fa Pandoc.

Consiglio la lettura dell’elenco di tutte le conversioni possibili, sulla pagina nome del suo sito. Forniranno anche un indizio prezioso per tutto il resto del lavoro sul nostro curricolo digitale per elementari e medie: il testo puro, con aggiunta di marcatura, serve a produrre molto più che documenti testuali.

La maggior parte delle persone non lo sa. Risparmierebbe tempo, soldi, fatica, sforzi di comprensione. Potrebbe lavorare con profitto maggiore su computer meno costosi. Dovrebbe impararlo a scuola e senza aspettare l’università, o rischierebbe nella vita di farsi dominare dagli strumenti, invece del viceversa.

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Collaborare come mai prima
posted on 2021-08-18 01:40

Se una scuola decidesse davvero di ragionare in modo moderno sull’insegnamento interdisciplinare degli skill digitali e chiedesse a me che conta di più in assoluto al momento di decidere il software da usare, risponderei le funzioni di collaborazione.

Questo perché il software mainstream odierno fa molto poco oltre al portare in digitale modi di lavorare che erano presenti anche prima dei computer. Chi mi ha rimproverato di pensare troppo presto ai computer nella scuola, dove si è dimostrato nel tempo più producente disegnare a mano più che usare il CAD o imparare a fare i conti prima di affidarsi alla calcolatrice, ha ragione da vendere.

Ma come faceva a collaborare?

Come nasceva nel mondo analogico uno scritto a dieci mani?

Qualunque fosse il modo e posto che ve ne fosse uno, le possibilità di collaborare simultaneamente attraverso computer e rete sono immensamente superiori sotto qualsiasi metrica, tempo, efficacia, precisione, tutto.

Non c’è confronto tra collaborazione digitale e collaborazione analogica.

Le prossime generazioni opereranno in un mondo ancora più digitalizzato dell’attuale. La collaborazione presenta vantaggi decisivi in numerose attività. Ne segue che una scuola coscienziosa deve trasmettere agli studenti le nozioni che servono per collaborare al meglio. Nozioni che, meglio chiarire, sono in gran parte non tecniche e attengono al lavoro in team.

Parlando di testo (siamo ancora a ragionare su come iniziare a insegnare a scrivere in digitale e comprendere l’ipertesto), i word processor nazionalpopolari comprendono tutti funzioni di collaborazione. Peccato che siano tutte un afterthought, un’aggiunta a posteriori, e che si veda, con la possibile eccezione dei Google Docs.

Perché allora non scegliere un sistema libero, nato per la collaborazione, semplice a sufficienza per dare zero problemi di accessibilità e supporto?

Ne esistono diversi. A me piace particolarmente Etherpad. Lavora perfettamente in tempo reale, chiede pochissime risorse, permette di sapere chi sta scrivendo che cosa, può essere provato senza impegno sui molteplici server pubblici che lo mettono a disposizione in mille varianti ed è facile da installare e da amministrare, volendolo, su un server locale, dove può essere utilizzato in una rete circoscritta (per esempio quella di una scuola) anche fuori da Internet. Costo, quello del software libero.

Una azienda astuta adotterebbe Etherpad con risparmi clamorosi rispetto a qualsiasi altra alternativa commerciale. Una scuola lungimirante, pure. Avrebbe l’ulteriore vantaggio di introdurre gli studenti alla collaborazione nella maniera più semplice ed efficace.

Ma gli altri formati? Se ci vogliono Pdf? E che dire di quelli che chiedono per forza Word altrimenti non sono capaci? (Un bel biglietto da visita per i sostenitori di Office, eh).

Prossima volta.

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Ci vuole un server
posted on 2021-08-17 01:41

Provo a dare qualche suggerimento concreto per una scuola lungimirante, tanto da insegnare a scrivere anche in versione digitale, trattando testo puro e arrivando in un secondo momento a generare HTML per dare tipografia ai contenuti.

L’ideale è avere requisiti talmente bassi da essere soddisfatti a costo zero su qualsiasi piattaforma. Di editor di testo elementari se ne trovano a manciate e ognuno ha il suo preferito. Nel lungo periodo sarebbe preferibile una scelta che consenta un minimo grado di automazione per l’inserimento di tag HTML, ma si fa sempre in tempo a cambiare programma più avanti se si crea questa situazione. Aggiungo che numerosi editor di testo validissimi sono open source e lecitamente scaricabili senza pagare.

Il lato etico del supportare materialmente il buon software libero, anche se non viene chiesto esplicitamente denaro per usarlo, è una questione importante. Se una scuola destinasse a supporto del software libero quello che pagherebbe altrimenti per un mese di Office 365, farebbe qualcosa di molto buono. E dal mese successivo non pagherebbe più. Immagino che il quadro legale sia tipicamente italiano e complichi la vita agli onesti; spero si limiti a questo anziché rendere l’operazione impossibile.

In qualche caso il software potrebbe essere proprietario, se lascia liberi di fare le cose bene. Su Mac, per esempio, BBEdit è scaricabile con licenza dimostrativa, che dopo trenta giorni consente l’uso ma disattiva le funzioni più specialistiche. Quello che rimane e rimane gratis per sempre è un ottimo editor di testo. Comprare magari licenze per i docenti e lasciare lavorare i ragazzi con la versione gratuita potrebbe essere un compromesso decente.

Sul fronte open source si deve fare un discorso diverso. Fermo restando che qualsiasi progetto ha piacere nel ricevere denaro, ci sono tanti modi per procurare beneficio tangibile attraverso attività a costo quasi zero. Anche il solo menzionare il software sul sito della scuola e promuoverlo verso i genitori è moltissimo; poi è possibile impegnarsi a qualsiasi livello di profondità su software e contenuti, per migliorare una versione italiana, contribuire alla manualistica o anche, dove esistono risorse, di dare una mano a livello di codice. Qui non c’è una soglia minima da rispettare; qualsiasi attività diversa dall’indifferenza è preziosa.

C’è anche da chiedersi, per come deve essere organizzata una scuola, se sia meglio concentrarsi sulle scelte software locali oppure ignorarle e puntare tutto sull’uso via webapp. Ne parlo al prossimo giro.

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Fondamenta e anacronismi
posted on 2021-08-16 00:00

Ho ricevuto diverse obiezioni alla mia proposta di curricolo digitale per i due cicli della scuola primaria, che ruotano attorno a un argomento: l’opportunità di esporre bambini e ragazzi al computer in modalità che potrebbero essere troppo sofisticate per loro oppure arrivare troppo presto, o entrambe le cose.

Sono d’accordissimo nell’evitare di tirare in ballo i computer quando non serve o prima del tempo. Con un quaderno a quadretti si possono fare miracoli per introdurre idee di coding e certamente qualsiasi ragazzo dovrebbe imparare a tirare righe dritte a mano, con l’ausilio di un righello, prima di affidarsi a qualsiasi programma di disegno.

A un certo punto, tuttavia, il computer deve arrivare, perché i fondamenti sono una cosa diversa dagli anacronismi.

Un giorno i dirigenti della società sportiva dove giocavo a basket mi proposero di occuparmi del minibasket. Accettai e la faccenda implicava vari passaggi burocratici, nonché la redazione di documenti con una macchina per scrivere. Non ne avevo mai vista una e imparai, un foglio dopo l’altro.

Quella conoscenza tornò molto utile anni dopo, durante il servizio militare. Ma il punto è un altro; durante le elementari e le medie, non avevo mai visto una macchina per scrivere.

Le mie figlie non hanno mai visto una macchina per scrivere in funzione (conserviamo con rispetto una Olivetti di design). Ma le tastiere sono oggetti di familiarità quotidiana, su cui hanno messo le mani (giocando) già prima della scuola materna.

Sarebbe così strano se la scuola dell’obbligo prevedesse, quando è il momento, ore di dattilografia? Non mi pare. Siamo tutti d’accordo sul fatto che per prima cosa ci sia da imparare a scrivere a mano. È un fondamento. Ma se tenessi le tastiere fuori dalla scuola, causerei un anacronismo. Sono cresciuto senza tastiere; ma i tempi sono molto cambiati e oggi si deve crescere tenendo conto del fatto che le tastiere ci sono.

Altro esempio: sempre le mie figlie si sono prestate come attrici per girare un video di pochi secondi, con gli auguri di Ferragosto per i nonni lontani. I loro genitori hanno in tasca un iPhone a testa; che in certe situazioni vengano girati video o scattate delle foto è una normalità assoluta. Girato il video, vogliono vedere come è venuto. Se parlando viene fuori il ricordo di una cosa fatta insieme, può capitare che ci sfogli l’archivio per guardare insieme le foto relative.

Sarebbe così strano se a scuola ci fosse un momento in cui si impara qualcosa di basilare sulla fotografia o sul video? Lo troverei normale. Con Lidia abbiamo giocato a creare un piccolo racconto animato girato a passo uno. iPhone sul treppiede davanti alla scena, spostiamo appena quello che vogliamo fare muovere, uno scatto. E ripetiamo. Abbiamo girato pochi secondi, in pochi minuti. Poi, giustamente, è terminato lo spazio di attenzione e siamo passati ad altro. Ma lei era in età prescolare. In quinta elementare, un progetto di video a passo uno è improponibile? E in terza media?

Di sicuro, prima, abbiamo scoperto le animazioni come successione veloce di fogli. Il fondamento. Ma se lasciamo che ai nostri dodicenni finisca in tasca un aggeggio capace di riprendere, senza insegnargli nulla su come usarlo bene, anacronismo.

Un’ultima cosa, di cui si riparlerà. Quando la primogenita vuole sapere che aspetto abbia la cetonia dorata, per prima cosa prende – da sola – dal suo scaffale il libro degli insetti. Lo sfoglia, trova la cetonia dorata, legge, guarda, fa domande.

Poi viene dal papà e chiede di cercare immagini della cetonia dorata. Insieme apriamo iPad e le chiediamo a Google Immagini. Guardiamo decine di foto, i video se ce ne sono, soddisfiamo ogni curiosità visiva soddisfabile sulla cetonia dorata.

Certo che si va per prima cosa a cercare sui libri. È un fondamento. Ma se poi non si familiarizza con un motore di ricerca, si cade nell’anacronismo. Lidia sa molto bene che si possono cercare foto su Internet. Insegnarle come si cerca, ovviamente al momento giusto, dovrebbe essere un dovere.

Ecco perché a un certo punto l’ipertesto, Html, gli editor di testo a scuola ci vogliono. Si può discutere, si deve, del quando. Non del se.

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A proposito di schoolware
posted on 2021-08-15 02:45

Nel teorizzare il mio curricolo di skill digitali per il primo e il secondo ciclo della scuola primaria sono partito come un rullo compressore a parlare di ipertesto, solo che prima occorre qualche generalizzazione riguardante il software.

Più avanti spiegherò anche perché è opportuno lavorare, specie inizialmente, in assenza di software, a patto che il software arrivi, in quanto esiste una differenza tra fondamenta e anacronismi.

Però ora illustro le caratteristiche generali che dovrebbe avere idealmente il software nella scuola:

  • dovrebbe essere software libero ovunque possibile. Per chi crede ai principî, public money, public software: il denaro speso nella scuola è di tutti ed è brutto spenderlo su software proprietario.
  • dovrebbe essere software universale, disponibile su ogni e qualsiasi piattaforma. PC, Mac, Unix, Linux, Chromebook, iOS, Android, iPadOS come minimo. L’ipotesi di lavoro è che sia possibile, nei limiti del ragionevole, applicarsi con qualunque hardware, anche l’ultimo degli smartphone portato in classe da un ragazzo meno abbiente oppure il computer più vecchio presente nel vecchio laboratorio di informatica (che dovrebbe lasciare il passo all’applicazione trasversale dell’informatica stessa nelle materie tradizionali).
  • il requisito precedente è spesso utopico. Probabilmente le scelte andranno verso software basato su Java oppure webapp accessibili da browser, che creano meno problemi di compatibilità interpiattaforma. Su iOS e iPadOS vale solo la seconda ipotesi.
  • Per questo motivo, invece che ragionare per applicazioni sarebbe opportuno ragionare per formati e lavorare su quelli raggiungibili da tutti gli apparecchi a disposizione, o dal maggior numero di essi, importa poco con che strumento software. L’obiettivo non è insegnare lo strumento, ma padroneggiare il lavoro sul formato. Più il formato è elementare, più facilmente ci si lavorerà su qualunque apparecchio.

Ragionare per formato aggira inoltre il tentativo delle società Big Tech di intrappolare le scuole in una bolla tecnologica proprietaria e permette agli studenti di scoprire la varietà degli strumenti a disposizione, insospettabile per persone non addentro e che invece rappresenta un valore immenso. Per specializzarsi su (o chiudersi in) applicazioni o piattaforme specifiche gli studenti avranno tutto il tempo che vogliono durante gli studi superiori.

Il discorso cloud è complicato. Naturalmente una Google o una Microsoft hanno un grande interesse a vendere alle scuole cloud arredato con applicazioni e da qui nascono molti mali (nonché a volte scelte dettate da interesse privato).

L’Italia avrebbe invece interesse a valorizzare nel modo migliore il denaro destinato all’istruzione di base. Purtroppo il discorso si fa politico e lo si amministra in modi che tengono conto di tutto tranne l’interesse di chi studia.

In un mondo distopico, ciascuna scuola ha le competenze (molto prima delle risorse necessarie, che sarebbero minime) per allestire il proprio cloud privato, perfino tenendolo fuori da Internet per risparmiare denaro e lavorare in sicurezza.

In un mondo utopico, il Ministero dell’Istruzione attrezzerebbe un proprio cloud a disposizione delle scuole.

In un mondo ideale, sempre il Ministero finanzierebbe la libera iniziativa delle scuole nell’acquisto dello spazio cloud necessario a ciascuna, con precedenza a fornitori europei e prezzi calmierati.

In un mondo possibile, le scuole farebbero quello che vogliono, purché il risultato sia avere a disposizione un cloud puro, da popolare con strumenti aventi le caratteristiche di cui sopra.

In un altro mondo possibile, il Ministero (eh, quante cose NON fa!) acquista a buon prezzo spazio cloud da tutti, Amazon, Google, Microsoft eccetera, e poi dà alle scuole lo spazio che occorre.

Nel mondo che abbiamo, le scuole sono ostaggio dei cloud arredati e questo crea inevitabilmente sovrapposizioni tra il software che intendiamo usare per gli studenti e quello proprietario e pagato già dentro il cloud. Qui serve una prese di coscienza delle dirigenze e chi la attuerà porterà un gran beneficio ai propri studenti. Certo bisogna impegnarsi, ma la strada più larga è quella meno vantaggiosa già dai tempi del Vangelo.

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Gli skill che non si insegnano
posted on 2021-08-09 00:25

Sono passati dieci anni da quando parlai di iPad e uso della tecnologia per l’apprendimento ai docenti di un istituto tecnico piuttosto grosso in provincia di Trento.

Erano anni eroici. Avevo un iPad di prima generazione, inadatto a tenere una presentazione in modo adeguato. Chiesi in prestito ad Apple Italia un iPad di seconda generazione, uscito da poco, e andai con quello.

Fu una bella giornata, difficile e stimolante. Difficile per trovarsi di fronte insegnanti innamorati di lavagne e gessetti, stimolante per tutto quello che si faceva nella scuola e l’attenzione che comunque ricevetti. Non sai mai quanto effettivamente delle tue parole rimane veramente quando parli alle persone e quella volta ebbi una delle mie maggiori soddisfazioni lavorative di sempre.

Durante la presentazione e poi la visita alla scuola, in conversazione con il bravissimo dirigente dell’istituto e con gli insegnanti illuminati, capitò di parlare anche di Wikipedia. Mi infervorai e mi cacciai nei guai come altre volte: dissi la verità. Wikipedia Italia era in mano a una congrega di mandarini egoriferiti. (Penso lo sia ancora, ma non lo so e nemmeno mi interessa; l’unica cosa che faccio con Wikipedia è linkarla quando proprio veramente non c’è altro di decente per evitarlo).

Dissi che, in una scuola, l’uso di Wikipedia per cercare informazioni era una follia e una negazione del buon insegnamento (e apprendimento). In una scuola, leggere Wikipedia è il male assoluto. In una scuola, Wikipedia va scritta.

Recuperare informazioni dalle fonti autentiche. Distillarne quello che costituisce una buona voce per Wikipedia e organizzarlo. Prendere familiarità con il sistema di markup. Collaborare con i coautori e rispettare le regole. Tutto questo è un eccellente metodo per imparare e per imparare a imparare.

Una scuola deve scrivere Wikipedia, non leggerla, dissi. Se abbastanza scuole scrivono Wikipedia, arriverà abbastanza materiale da impedire ai mandarini di crogiolarsi nel loro piccolo potere, perché non riusciranno a controllarlo.

Tutto ciò potrebbe svanire come lacrime nella pioggia. Anni dopo, tuttavia, mi imbattei per caso in un telegiornale che dedicava spazio alla didattica digitale nelle scuole, mostrava sequenze di quella scuola e ne parlava per via di come incoraggiava il lavoro attivo su Wikipedia nell’ambito del processo didattico.

Qualcosa di quanto avevo detto aveva germogliato.

Conservo la presentazione tenuta quel giorno, in cui a un certo punto accenno ai nuovi skill messi all’incrocio di tecnologia e arti liberali, che è necessario insegnare ai ragazzi per il loro futuro e che i programmi scolastici tradizionali ignorano. Questa era la lista dei tech skill, che chiamai così per distinguerli dagli hard skill, quelli classici, e dai soft skill di cui si parla fin troppo e da troppo tempo:

  • Ipertesto
  • Edizione e montaggio multimediale
  • Modellazione 3D
  • Condivisione e lavoro di gruppo in rete
  • Ricerca e analisi di informazioni e dati

Queste potrebbero essere le basi di un curricolo di studi alternativo per il triennio che completa il primo ciclo della primaria e per quello che lo segue (le medie inferiori di una volta). Probabilmente va limato qualcosa e immagino che si evidenzierà lavorandoci.

La prossima fase consiste nel delineare gli obiettivi parziali all’interno di ciascuno di questi obiettivi globali. Poi si tratterà di inserire gli obiettivi parziali nell’ambito delle materie tradizionali e, per farlo, trovare progetti ed esercizi che possano inserirsi con profitto nel programma canonico.

Come sto andando?

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Un curricolo per l’estate
posted on 2021-08-08 23:25

Nelle prossime due settimane credo che darò spazio a un’urgenza personale. Settembre è infatti vicino. Settembre 2022.

Da qui a un anno la figlia più grande inizierà il triennio che completa il primo ciclo di scuola primaria. E, se nessuno fa qualcosa, comincerà ad affrontare l’informatica a scuola; le insegneranno… a usare Office.

Devo fare qualcosa anche a costo di buttare via del tempo e voglio abbozzare un curricolo di studi tecnologici alternativo, che si basi sugli standard e sugli skill prima che sulle applicazioni, sia trasversalmente applicabile a tutte le materie e che insegni ai ragazzi qualcosa di interessante, utile e accessibile per la loro età.

L’obiettivo è passare agli insegnanti una proposta che, se fossimo in un mondo ideale, avrebbero un anno di tempo per valutare ed eventualmente recepire, anche solo in minima parte.

Il mondo ideale non è questo è la fine più probabile di uno sforzo come questo sarà il dimenticatoio. Devo essere però capace di cogliere la ricompensa insita nel viaggio (the journey is the reward) ed essere consapevole che a mia figlia daranno in pasto Office ma io potrei comunque uscirne con tante idee più chiare e tante risorse più visibili.

Si intende che qualsiasi feedback, in qualunque forma, sarà oltremodo gradito. Se invece il progetto finisse nel nulla, magari tra due giorni ci si troverà a parlare di Runescape ora che è vivo su iPad, chi lo sa. Ho sempre preferito la serendipità alla programmazione ossessiva.

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La scuola facile
posted on 2021-04-08 00:39

Accennavo ieri a come le maestre di mia figlia abbiano affrontato più che validamente la faccenda delle lezioni remote.

Disclaimer: quell’esperienza omogenea, uguale ovunque e comunque di cui scrivono i media classici, non esiste. Ogni classe, ogni scuola, ogni indirizzo ha le proprie specificità e indicare una ricetta come se andasse bene o male per tutti è sbagliato.

Ciò detto, si può comunque trarre ispirazione generale da alcuni aspetti. Si tenga presente che vale per un primo anno della primaria, con tutti i pro e contro applicabili se si pensa ad altre annate.

Le nostre maestre hanno fatto poche cose, semplici, valide e a costo zero o quasi zero rispetto alla lezione in aula:

  • lezioni da quarantacinque minuti;
  • gruppi da sette bambini;
  • dirette con esercitazioni pratiche e attività materiali;
  • pochissima lezione frontale e tanta interazione;
  • riduzione delle ore.

Da un orario in aula di otto ore giornaliere, l’orario online è stato ridotto a “sole” due ore. Molti genitori non hanno capito e si sono anche lamentati; sono quelli che poi nei sondaggi bocciano la Dad. In verità, quei novanta minuti complessivi sono il massimo che si possa chiedere a bambini di sei anni, quindi con una soglia di attenzione bassa; fare di più sarebbe controproducente.

Invece, le lezioni a sette bambini hanno aumentato clamorosamente l’efficacia e la quantità di lavoro svolto. Le maestre hanno demandato alle famiglie una quantità elevata di compiti, esercizi, attività che altrimenti si sarebbero svolte in classe. Senza entrare nelle ovvie implicazioni sociali della questione, che però non dipendono dall’apprendimento digitale bensì da come siamo sempre stati abituati a organizzarci, la risultante è stata che per un mese il lavoro di classe:

  • è progredito alla stessa velocità di quello in aula;
  • tra lezioni su Meet e compiti, ha richiesto meno tempo, con un aumento dell’efficienza dell’insegnamento;
  • ha portato a un aumento del dialogo, seppure online, tra maestre e genitori.

Naturalmente i bambini non hanno socializzato. Ma siamo in zona rossa e non è colpa della telescuola se i bambini non hanno socializzato. Anche in questo caso, la nostra organizzazione sociale è di un certo tipo e per vari aspetti si è adattata piuttosto bene alla convivenza con il virus; per altri aspetti, no.

Invece di manifestare per riaprire le scuole, senza che sia stato fatto nulla per consentire di farlo in sicurezza, lo scettico dovrebbe invece capire che oggi il lavoro dell’insegnante deve riverberarsi anche attraverso il mondo digitale, specialmente oggi che siamo in condizioni di emergenza, ma poi sempre; in certe situazioni la lavagna batte lo schermo, in altre vale il viceversa; la scuola vincente miscela il meglio delle due esperienze, invece che perdersi in manicheismi.

Le persone di buona volontà, docenti e genitori, possono trovare risorse, esperienze, pareri, creatività e conforto nel gruppo Facebook La classe capovolta o presso Insegnanti 2.0. I protestatari potrebbero anche usare più spesso i cappelli a cono d’asino che esibiscono nelle piazze. In fondo, si capisce bene perché li maneggino con tanta familiarità.

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Renitente all’apprendimento
posted on 2021-04-07 03:45

La primogenita al suo primo anno di scuola primaria torna in aula dopo un mesetto di blocco e di lezioni a casa.

Questo post doveva contenere una serie di elogi, spiegati, alle maestre per come hanno organizzato l’attività e tenuto vivo l’interesse di bambini di sei anni senza alienarli con videolezioni scervellate. Hanno lavorato davvero bene, con semplicità ed efficacia.

Invece lo scrivo domani, perché la società che fornisce la piattaforma di registro elettronico alla scuola della primogenita è stata attaccata da pirati informatici che hanno cifrato i contenuti della piattaforma e chiesto un riscatto; il classico ransomware.

Per portare a segno un attacco di questo tipo, occorrono debolezze di piattaforma e ingenuità nelle persone. In ogni caso, non dovrebbe essere una minaccia capace di impattare significativamente su un’azienda; e, se lo fa, dovrebbe esistere una procedura apposita di disaster recovery per liberarsi del problema.

Invece, no. In questo momento la home di Axios Italia riporta quanto segue:

§§§

06/04/2021 - Ore 08:45


Gentili Clienti,

a seguito delle approfondite verifiche tecniche messe in atto da Sabato mattina in parallelo con le attività di ripristino dei servizi, abbiamo avuto conferma che il disservizio creatosi è inequivocabilmente conseguenza di un attacco ransomware portato alla nostra infrastruttura.

Dagli accertamenti effettuati, al momento, non ci risultano perdite e/o esfiltrazioni di dati.

Stiamo lavorando per ripristinare l'infrastruttura nel più breve tempo possibile e contiamo di iniziare a rendere disponibili alcuni servizi a partire dalla giornata di mercoledì.

Sarà nostra cura tenervi costantemente aggiornati.

05/04/2021 – Ore 18:20


Gentili Clienti,

nello scusarci per il protrarsi del disservizio, teniamo a informarVi che stiamo lavorando alacremente con l’obiettivo di rendere disponibili tutti i servizi web entro pochi giorni. Sarà nostra cura aggiornarVi al loro ripristino.

05/04/2021 – Ore 13:20


Gentili Clienti,

a seguito di un improvviso malfunzionamento tecnico occorso durante la notte, si è reso necessario un intervento di manutenzione straordinaria.

Sarà nostra cura darVi comunicazione alla ripresa del servizio.

Scusandoci per il disagio, per qualsiasi necessità rimaniamo a Vostra completa disposizione attraverso l’indirizzo mail contatti@axiositalia.com

03/04/2021 – Ore 11:00

§§§

Mentre scrivo, sono tre giorni che i servizi sono fermi. Soprattutto, il tentativo iniziale di fare passare per malfunzionamento tecnico un attacco ransomware fa cadere le braccia.

Questa azienda ha i requisiti per fornire il registro elettronico alla scuola pubblica italiana? Registro che, stante l’ordinamento della scuola pubblica suddetta, è di importanza critica (almeno burocratica)?

Perché non si riesce mai con la scuola a fare una cosa come si deve fino in fondo? Perché la scuola insegna ma sembra che mai riesca a imparare pienamente?

Vediamo intanto se oggi tornano su.

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Analogici con il digitale degli altri
posted on 2021-03-18 01:45

Si è costituita pochi giorni fa una Rete Nazionale Scuola in Presenza la quale, come dice il nome, si batte per la riapertura delle scuole… errore: l’iniziativa, per come è scritto nella pagina del gruppo Facebook, serve a raccogliere e diffondere le iniziative contro la DAD a livello nazionale.

C’è una sottile differenza e significativa, nell’ambito di una tendenza che durante quest’anno è stata segnalata più volte: il vero centro di interesse non è affatto la riapertura della scuola, ma la lotta contro l’uso del digitale, di cui chiaramente le lezioni remote sono la manifestazione più evidente. Nonché l’unico modo di fare scuola che per mesi abbiamo avuto a disposizione e senza il quale ci sarebbe stato il vuoto assoluto.

Sarebbe facile fare ironia sul fatto che la rete contro la didattica a distanza si nutre di Facebook e web; invece la questione è più seria perché si tratta di persone disposte alla manipolazione e alla distorsione dei fatti pur di prevalere.

La Rete si compone di più gruppi in giro per l’Italia, compreso A scuola! che gravita su Milano e lancia una manifestazione per domenica 21 marzo in piazza Duomo, dove esibire bandiere bianche perché la scuola non ha colore, maschere integrali bianche a testimoniare l’alienazione dei nostri figli, cappelli a cono d’asino per denunciare la dispersione scolastica, campanelle da suonare, zaini da disporre a scacchiera, disegni dei ragazzi da esporre sugli zaini e… ragazzi seduti vicino al loro zaino, elencati nella lista al pari delle bandiere e delle campanelle.

Che tuo figlio sia uno strumento di protesta da esibire in piazza è discutibile e l’idea di affollare una piazza in una giornata in cui moriranno tipo quattrocento persone per via di una pandemia molto contagiosa mi sembra poco qualificante; tuttavia il confronto delle idee è sacro e guai a chi volesse censurare un’idea, per quanto reprensibile.

Però non puoi barare al gioco. False informazioni, pseudoverità, mezze bugie non sono ammesse. E qui cascano alcuni asini, anche senza cappello a cono.

Leggo la pagina e, nonostante un link interno non funzionante (forse l’Html non è materia degna di apprendimento nel 2021?), vedo che si appropriano dell’articolo 34 della Costituzione. Avrebbero ragione loro perché, citano, la scuola è aperta a tutti. Ecco, il senso di quella frase è un altro. Non so, di notte le scuole sono chiuse, o la domenica. Non ci si riferisce all’apertura fisica.

Rigettano l’uso prolungato e indiscriminato della Didattica a Distanza. Anch’io, e chi non lo farebbe? Ma posso sapere che cosa vuole dire prolungato e indiscriminato? La scuola di mia figlia quest’anno ha fatto i salti mortali per aprire in sicurezza e per restare aperta. Un venerdì pomeriggio sono uscite da scuola tre classi su diciannove; le altre sedici erano in quarantena per contagi di bambini, genitori, parenti. Nessuno voleva chiudere. Ora hanno chiuso, mia figlia fa lezione in remoto e le insegnanti stanno facendo un lavoro spettacolare. Chiaro che in altri posti andrà magari meno bene, per mille ragioni, o ancora meglio, per mille altre. Dove sta però il prolungamento, dove sta l’indiscriminazione? Vedo della farneticazione, piuttosto.

Dicono che la tutela della salute psicofisica [è] gravemente minacciata in bambini e adolescenti. Vero. E poi:

La prolungata mancanza di socialità e di una sana relazionalità didattica sta determinando tra i giovanissimi un allarmante aumento dei casi di tentato suicidio e di autolesionismo, mentre la scarsa attività fisica e il dilatarsi del tempo trascorso davanti a tablet e PC inducono l’aumento dei casi di pubertà precoce.

Nel primo caso si fa riferimento a un articolo di Huffington Post su cui ci sarebbe da scrivere un post dedicato. Il tema è delicato anche se riguarda numeri piccoli rispetto alla popolazione scolastica, ma anche un solo ragazzo in difficoltà merita rispetto. Solo un commento a margine: le scuole sono definite gli spazi in cui si possono infrangere le regole sotto lo stretto controllo dell’adulto. Insomma.

La manipolazione più grave è quella del secondo caso. La scarsa attività fisica e il dilatarsi del tempo trascorso davanti a tablet e PC inducono l’aumento dei casi di pubertà precoce.

Sarebbe una questione esplosiva. Disgraziatamente, lo studio scientifico cui si fa riferimento esplora un aumento dei casi di pubertà precoce a causa del lockdown; non a causa dei tablet o della mancanza di attività fisica. Certamente, durante le chiusure succede anche questo; ma sono semmai concause e non i primi responsabili, come si lascia intendere.

E poi che cosa c’entra questo con la scuola in presenza? Mia figlia, nell’orario in presenza, fa attività motoria un’ora alla settimana. Questa è esattamente scarsa attività fisica; la mancanza di attività fisica degna di questo nome è un danno grave che la scuola in presenza infligge ai bambini. I quali, per la maggior parte del tempo, passano la scuola in presenza seduti.

Ah, lo studio copre il periodo da marzo a settembre 2020; in altre parole, per metà dell’arco di tempo coperto le scuole erano chiuse. Tutte, in presenza e pure online. Alla fine dello studio si legge che, per stabilire veramente una correlazione tra fattori patogeni specifici e pubertà precoce, occorrono altri studi e campioni più numerosi. Ovvero, si fa dare per scontata allo studio una semplice ipotesi di lavoro.

Questi sono i passaggi più gravi. Ci sarebbe da scrivere per ore. Questo, per esempio:

Le Istituzioni si devono adoperare per mettere in atto rapidamente tutte le misure necessarie allo svolgimento delle lezioni in sicurezza e in presenza per ogni ordine e grado di istruzione.

[Risate amare] È un anno che siamo in pandemia. Rapidamente? Forse il problema non è proprio la Dad, ma chi prende decisioni inefficaci e sconsiderate. Se scendono in piazza per mandare a casa il ministro della Salute, mi metto in prima fila. Se invece manifestano contro la Dad, come facciamo a salvare il salvabile, senza lezioni online e con governanti incapaci di mettere le scuole in sicurezza?

Tutti vogliamo che riaprano le scuole. Io non voglio che riaprano per tornare indietro di cinquant’anni. La scuola deve offrire il meglio dell’analogico e il meglio del digitale, armonizzati e bilanciati. Perché esiste una didattica sola, a volte in presenza e altre volte a distanza. Tutti i compiti che doveva sbrigare mia figlia a casa dopo otto ore di scuola in aula mi sembravano un’idiozia ed erano didattica a distanza bella e buona, anche se interamente analogica.

Chi vuole fare l’analogico con il digitale degli altri si faccia le sue di scuole, già ce ne sono di bellissime, la Costituzione non batte ciglio. Non si ha l’idea di quanto e bene si possa imparare online con buoni docenti e buoni metodi. La socialità, certo. È una foglia di fico. Si mettano in sicurezza le palestre per poter fare tutto quello sport, necessario, che la scuola schifa, e che sviluppa la socialità assai meglio delle lezioni frontali d’antan.

Visto infine che questa è gente che gioca sporco, un paragrafo insinuante me lo concedo. Non voglio neanche approfondire, ma sono convinto che dietro al sito di A scuola! ci sia una persona che di mestiere fa la creative strategist di una agenzia molto digitale e molto creativa.

Tutti volontari, eh. Ma per fare guerra al digitale nella scuola, qualcuno mette soldi per pagare competenze.

Mentre approfondisco la faccenda dei commenti per il blog, chi vuole lasciare comunque un commento da qui può accedere liberamente alla pagina commenti di Muut per QuickLoox. Non è ancora (ri)collegata a questi post (è lo scopo di tutto l’esercizio). Però lo sarà.

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