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L’abitudine non fa il monaco
posted on 2021-07-04 00:40

Praticamente tutti hanno criticato con forza il nuovo assetto di interfaccia di Safari per iOS 15 e macOS Monterey, perché la barra in basso non va bene, condensare schede e campo URL in una sola riga svantaggia chi usa tante schede, perché varie funzioni sono più difficili da trovare o più lontane da raggiungere in termini di clic eccetera.

Va segnalata l’eccezione che conferma la regola: M.G. Siegler su 500ish che si pronuncia in difesa del nuovo Safari.

La sua analisi è piuttosto articolata e approfondita, alla pari con le altre di segno opposto. La sostanza è questa:

All’inizio ho pensato che [spostare la barra strumenti in basso] fosse un errore. Ma l’ho fatto perché ero abituatissimo a come era prima. Dopo poche settimane di uso, mi piace di più averla in basso.

Siegler contesta ai contestatori di essere più contro il cambiamento in generale che contro questi cambiamenti in particolare.

Se ha ragione lui, per quanto le nuove versioni di Safari siano in beta e certe cose possano cambiare, cambierà poco o nulla, a significare che era una questione di abitudine e non di design.

Se hanno ragione gli altri, Safari farà molta marcia indietro (non tutta, non credo proprio, ma molta) e si riavvicinerà a come lo si è sempre usato.

Qualunque cosa succeda delle due, sarà interessante confrontare i giudizi degli esperti di interfaccia con quello che è successo davvero. E ricordarsene.

Mentre approfondisco la faccenda dei commenti per il blog, chi vuole lasciare comunque un commento da qui può accedere liberamente alla pagina commenti di Muut per QuickLoox. Non è ancora (ri)collegata a questi post (è lo scopo di tutto l’esercizio). Però lo sarà.

Con la maiuscola
posted on 2021-06-08 12:13

Mi piace molto questa evoluzione globale dell’ecosistema, dove i diversi apparecchi non sono isole di un arcipelago, ma tappe di un viaggio, e non c’è uno strumento unico per tutti ma versioni ideali di uno strumento per ciascuno.

È il keynote Wwdc più logisticamente complicato che ho vissuto, perché tra famiglia, lavoro, intoppi, imprevisti e sonno ho speso una volta e mezzo la sua durata e ancora devo vederlo tutto. Tuttavia la portante mi pare chiara.

È un ecosistema maturo, che si apre dove deve verso l’esterno, si arricchisce, si allarga, si raffina. Poco o nulla di quello che si è visto è mai-visto-prima e questo è un buon segno: difficilmente Apple inventa, bensì arriva a cambiare per il meglio qualcosa di esistente e normalmente migliorabile.

È un anno e mezzo che si invita la gente a parlare online; farlo con un FaceTime link sarà più immediato e veloce. A me è capitato di farlo con Zoom o con Teams ed è una pena; con iOS sarà molto meglio.

Durante le videoconferenze, l’audio è sempre uno dei punti dolenti, anche fisicamente quando la riunione dura molto o, come pretendono certi dirigenti ottusi, il giorno deve passare in riunione. Portare lo Spatial Audio dentro la videoconferenza migliora la vita di chi ci si trova.

E Spatial Audio è il pretesto per sottolineare una vera differenza che fa Apple. Traduzione del testo affidata al computer, l’abbiamo vista; riconoscimento del testo dentro una immagine, lo abbiamo visto; il drag and drop da uno schermo all’altro non è una novità; forse lo è da un computer a un altro, ma visivamente sembra qualcosa di già sperimentato.

Ma chi può offrire quello che si è visto ieri a livello di sistema? A disposizione di qualsiasi app? E chi può permetterlo con questo livello di semplicità?

La differenza che mette Apple è da sempre, per la parte fondamentale, questa. Quando Apple reinventa qualcosa di esistente e la trasforma in magia, it just works, dà il meglio. Per questo Wwdc comincia sotto ottimi auspici.

Un ecosistema, dove qui il cambiamento può essere più pronunciato (ma quanto sono belle le nuove mappe?), lì si insaporisce la ricetta che già di suo funziona (tutta la parte di SharePlay su iPhone, non cambia il mondo, ma introduce un sacco di cose piacevoli), altrove si inseriscono cambiamenti persino necessari (iPadOS deve evolvere ancora più di così e però il multitasking migliora), oppure si gettano ponti che ci volevano (Comandi rapidi anche su Mac, capacità di collegarsi con AppleScript; ne scrivevano in tanti, non si vedeva l’ora, è arrivato).

In quest’ottica, mettere sul bilancino watchOS per capire se le aggiunte meritano questo o quel voto in pagella è da Youtuber bolso, che deve parlare del keynote per quaranta minuti altrimenti non monetizza e deve inventarsi cose per arrivare in fondo ai quaranta minuti. Conta l’insieme, la coralità. La coralità viene evidenziata anche a livello di relatori e inizia persino a sembrare troppa; l’inclusione ci mancherebbe, la diversità è un bene, però quasi quasi preferirei che i relatori sotto i Vice President venissero estratti a sorte.

Un pensiero affettuoso e adorante a quanti iPad non è un computer perché non posso programmarci una applicazione per iPad, che poi sono passati alla compilazione in luogo della programmazione e ora hanno solo da ammettere che, persino per il loro filtro, iPad è un computer. O si inventeranno che non è un computer perché non passa da Xcode. Chissà come digeriscono oggi poi, al pensiero di Xcode su iCloud.

Un accenno alla privacy. L’ecosistema. L’argomento è trasversale, non riguarda l’apparecchio A o il sistema operativo B. Qualche settimana e salterà fuori qualche scandalo dovuto a funzioni che non saranno implementate o non funzioneranno in Cina o in Bielorussia. Eppure la direzione dell’azienda è oltremodo chiara: su Mail potremo nascondere l’indirizzo IP, non fare sapere che abbiamo letto un messaggio. Se lo vogliamo, naturalmente. A che pro darsi da fare per implementare la privacy quando sarebbe tanto comodo lasciar perdere tutto e avere sistemi perfetti per compiacere Xi e la compagnia dei dittatori? Ringraziare invece. Ogni tracker soffocato da Safari, ogni tracking pixel neutralizzato da Mail, ogni navigazione anonima è un passo verso più libertà, da cui domani sarà più difficile regredire nel caso che il nostro governo, o l’ineffabile unione, ci ripensi o provi a fare il furbo.

Mentre armeggiavo con una finestra di Terminale durante la visione di Wwdc, mi è scappato scritto Uptime al posto di uptime. Ho scoperto una nuova funzione di un comando Unix che pensavo di padroneggiare. Abbiamo tanto da imparare intanto che i sistemi si affinano.

Ne parlo perché la scoperta dell’esistenza di Uptime e questo Wwdc sono state ambedue esperienze con la maiuscola.

Perché non posso, sarò in giro a lavorare con iPad Pro senza attrezzature di backup… altrimenti, per la prima volta da anni, vorrei fortemente installarmi tutte le beta.

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L’appetito vien tutelando
posted on 2021-02-26 01:56

E se Apple, lanciata nel posizionamento come azienda che mette al primo posto la privacy degli utilizzatori, andasse oltre il blocco dei tracciamenti disonesti su Safari, per fornire un’edizione di Mail capace di bloccare i pixel di tracciamento e anche una Vpn per compiere in pace le operazioni che vogliamo restino confidenziali?

Sono due proposte di John Gruber, che mi trovano del tutto consenziente. Personalmente mi sforzo di inviare email solo Ascii, una cosa sempre più difficile per design. Mai come riceverne, comunque.

Se ci teniamo alla privacy, andiamo fino in fondo. Questo non ci impedirà di concedere dati personali a destra e a manca, se pensiamo valga la pena farlo. In compenso, nessuno potrà farlo di nascosto e senza il nostro permesso esplicito e informato. Dovrebbe funzionare così.

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Eleganza terminale
posted on 2021-01-20 00:35

Giusto ieri parlavo del mio tour tra Pages e WordPress per arrivare ad avere del testo Html editabile in BBEdit. Oggi è arrivato MacMomo a spiegarmi una cosa semplice, elegante, potente.

§§§

Penso che una soluzione semplice sia usare il comando da Terminale textutil, che permette di elaborare i vari formati di testo.

L’idea è questa:

  • selezioni e copi il testo dal file di Pages (ma potrebbe anche essere Word o TextEdit);
  • esegui questo comando da Terminale: pbpaste | textutil -stdin -convert html -stdout | pbcopy;
  • incolli l’HTML ottenuto dove ti pare.

Il comando in pratica incolla il testo copiato e lo passa direttamente a textutil che lo converte in HTML e lo ri-copia negli appunti.

In questo modo penso sia più rapido ed eviti il problema delle foto, che vengono bypassate.

Chiaramente poi non è detto che l’HTML così ottenuto sia perfetto per i propri scopi, ma nel caso penso basti BBEdit per editarlo come si preferisce… ;)

P.S.: il comando può anche essere salvato come alias all’interno del file .bash_profile, così da averlo rapidamente con un scorciatoia a piacere.

Tipo: alias 2html='pbpaste | textutil -stdin -convert html -stdout | pbcopy'

§§§

Se serviva spiegare a chiare lettere come l’interfaccia grafica sia un grande aiuto, ma il Terminale è un’arma formidabile, ecco fatto. Grazie!

Il test del documento formattato
posted on 2021-01-19 01:57

Procedo con l’esperienza in Big Sur, che per il momento trovo neutra. Qualcosa forse era meglio prima, qualcosa forse è meglio adesso, almeno rispetto alle parti evidenti del sistema.

Sotto il cofano invece… uno dei lavori che svolgo prevede la pubblicazione di articoli su WordPress. Capita, anche nel 2021, che arrivi un file Pages (quantomeno Pages e non Word, già qualcosa) con tutta una serie di formattazioni interne e anche le foto.

Non esiste al mondo che io faccia editing dentro WordPress, quando ho a disposizione BBEdit. Quindi la prima cosa da fare è disporre del testo in formato testo, preferibilmente Html.

Il punto è che molte delle formattazioni presenti nel sorgente sono utili e, con sforzo minimo, sono già una parte di lavoro fatto. Se esporto da Pages posso tutt’al più ottenere un file ePub, che mi porta di parecchio fuori strada.

Quello che posso fare è selezionare tutto il testo su Pages e incollarlo sull’editor Visuale di WordPress (lo ammetto: WordPress serve di sicuro almeno a una cosa). Poi commuto la visione in quella di Testo e, direbbe il milanese imbruttito, taaac!, ho pronto il mio Html da riversare in BBEdit dove posso editarlo come si deve, con tutti gli strumenti che servono per fare prima, meglio e in fretta.

Selezionare tutto il testo in Pages, però, significa copiare e incollare in WordPress anche le immagini. Queste mi dimentico sempre di eliminarle prima di passare da Visuale a Testo; nel passaggio a Testo diventano codifica binaria lunga poco più delle dimensioni native dell’immagine. Se ci sono tre immagini nel testo, significa aggiungere tipo mezzo milione di caratteri all’articolo.

Arrivo finalmente al punto. Sul mio Mac mini, Safari ha sempre boccheggiato nel passare questo test. Ci mette del tempo ed è ragionevole, ma poi capita che si pianti oppure addirittura che si chiuda. Molte volte sono passato da questo workflow lavorando per scelta su iPad Pro, dove l’operazione ha più probabilità di riuscita.

Fino a ieri. Oggi Safari su Mac mini ha completato l’operazione nel giro di un paio di minuti e poi mi ha restituito il controllo con noncuranza. Nessun problema. Il file era sui duecentoquarantamila caratteri, certo non uno dei più grossi, ma perfettamente in grado di creare problemi nella mia esperienza.

Tutto ha funzionato. L’unica cosa differente rispetto a prima delle vacanze, nella mia configurazione, è che ora lavoro su Big Sur. Prima ero fermo a Mojave. In qualche modo, l’impalcatura sottostante Safari – quindi a un sacco di componenti del sistema – è più solida.

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