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Si tagghi chi può
posted on 2021-05-16 14:17

Mi sono ritrovato a farlo, non l’ho deciso. È iniziato anni fa, quando macOS ha introdotto la finestra Recenti. Quando aprivo una nuova finestra, vedevo quella.

Apri oggi, apri domani, mi sono reso conto che nove volte su dieci, o forse anche più di così, la vista standard della finestra mi mostrava i file che mi servivano.

Allargare appena la finestra mi avvicinava al cento percento. Poi Spotlight trova i file facilmente. Ho cominciato a capire che una organizzazione in cartelle mi faceva solo perdere tempo.

Le eccezioni ci sono sempre, chiaro. Però, una volta applicata la cura ai salvataggi, penso di averle eliminate.

Quando salvo, oltre a dare un nome esplicativo (cosa che ho sempre fatto), inserisco anche i tag.

A questo punto, se mi serve una cartella per avere una visione dei file di un progetto, la cartella la faccio smart: tra nomi file, date, tag, tipi di file, poche regole e la cartella si riempie da sola. Non solo, si aggiorna da sola.

Non basta? Molti programmi, per esempio BBEdit, hanno una vista a progetto: una sola finestra dove nella barra laterale si raccolgono tutti i file necessari e, di volta in volta, si visualizza quello che serve.

Aggiungo che su iPhone e iPad, dove un filesystem è rudimentale a dire poco, l’organizzazione gerarchica è persino impossibile. Le cose funzionano grazie alla ricerca e alle app.

Anni dopo, non saprei neanche considerare l’alternativa. E il tempo perso a salvare con l’aggiunta dei tag?

Eh. Anni fa, quando ho iniziato a rendermi conto, si faceva il Salva paranoico. Per non perdere dati, per il backup, perché non sai mai.

Oggi, 2021, quando salvi? Praticamente tutti i programmi lo fanno in automatico. Quelli che non lo fanno – ancora BBEdit – tengono nota internamente del lavoro fatto, anche se non è salvato. Può saltare la corrente e, quando riaccendo il computer, i file sono tutti lì, non importa se siano stati salvati. Non c’è neanche bisogno che abbiano un nome. L’attività di salvataggio, oggi è marginale. L’attività di backup è automatica.

Ecco perché, mi ci è voluto tempo ma ci sono arrivato, quando mi dicono delle migliorie al Finder tendo a stringermi nelle spalle. Vale sempre la pena, ma nella maggior parte dei casi per me il Finder è questione di visualizzare una finestra e aprire qualche file.

Il tempo aggiunto per scrivere qualche tag è ampiamente compensato da quello risparmiato a creare alberi di cartelle sempre più frondosi. Gli alberi li preferisco quando passeggio al parco; per lavorare, mi serve il file che mi serve, subito.

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Come un ombrello su una macchina da cucire
posted on 2021-02-09 02:39

A un certo punto arriva comunque quello che deve modificare il file Pdf. Un po’ come al ristorante quando vede il pesce spada grigliato e chiede di averlo come sashimi.

In qualche modo, con LibreOffice, si riesce anche a fare qualcosa di buono se la codifica del Pdf è misericordiosa a sufficienza e ci risparmia i problemi di font. Sono rimasto sorpreso dalla bontà della funzione, che ovviamente fa quello che può; non era scontato, comunque. Rispetto a Inkscape, che può fare le stesse cose, è un bel po’ avanti.

Quello della modifica, però, vuole di più. Per modificare il Pdf vuole convertirlo in Word. Vuole avere il sashimi dello spada grigliato dentro la cotoletta impanata.

Qui ho scoperto che, tra i millanta servizi gratuiti su web che promettono di farlo, ci sono anche quelli di Adobe. Convertire un Pdf in Word è assurdo in partenza ma, se proprio bisogna, almeno facciamolo con quelli che lo hanno inventato. Il bello è che ero rimasto ai tempi della bisnonna e pensavo fosse obbligatorio passare da Acrobat a pagamento.

Ma quello della modifica ha come obiettivo ultimo la conquista della galassia. Vuole usare Word per distribuire file .zip. Affascinante e, appunto, fuori posto come un ombrello su una macchina da cucire.

Un file Word, come un file Pages, è un realtà un file .zip con una estensione ingannevole e basta rinominarlo per vederne le interiora.

Uno .zip dentro uno .zip? Si può fare. Gli autori di Word, che si sono messi a programmare per curare la dipendenza da Settimana Enigmistica, si sono anche divertiti a cambiare in .bin l’estensione di tutto quello che si trovasse nella pancia della balena. Così, se non hai indizi sulla consistenza del file che cerchi, puoi passare del tempo in allegria a provare questo o quell’altro file.

Perché Minecraft, perché Roblox, perché Pornhub, quando puoi usare Word come piattaforma per dare vita a qualsiasi perversione?

L’errore nel titolo arriva dall’autore del brano.

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Eleganza terminale
posted on 2021-01-20 00:35

Giusto ieri parlavo del mio tour tra Pages e WordPress per arrivare ad avere del testo Html editabile in BBEdit. Oggi è arrivato MacMomo a spiegarmi una cosa semplice, elegante, potente.

§§§

Penso che una soluzione semplice sia usare il comando da Terminale textutil, che permette di elaborare i vari formati di testo.

L’idea è questa:

  • selezioni e copi il testo dal file di Pages (ma potrebbe anche essere Word o TextEdit);
  • esegui questo comando da Terminale: pbpaste | textutil -stdin -convert html -stdout | pbcopy;
  • incolli l’HTML ottenuto dove ti pare.

Il comando in pratica incolla il testo copiato e lo passa direttamente a textutil che lo converte in HTML e lo ri-copia negli appunti.

In questo modo penso sia più rapido ed eviti il problema delle foto, che vengono bypassate.

Chiaramente poi non è detto che l’HTML così ottenuto sia perfetto per i propri scopi, ma nel caso penso basti BBEdit per editarlo come si preferisce… ;)

P.S.: il comando può anche essere salvato come alias all’interno del file .bash_profile, così da averlo rapidamente con un scorciatoia a piacere.

Tipo: alias 2html='pbpaste | textutil -stdin -convert html -stdout | pbcopy'

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Se serviva spiegare a chiare lettere come l’interfaccia grafica sia un grande aiuto, ma il Terminale è un’arma formidabile, ecco fatto. Grazie!

Il test del documento formattato
posted on 2021-01-19 01:57

Procedo con l’esperienza in Big Sur, che per il momento trovo neutra. Qualcosa forse era meglio prima, qualcosa forse è meglio adesso, almeno rispetto alle parti evidenti del sistema.

Sotto il cofano invece… uno dei lavori che svolgo prevede la pubblicazione di articoli su WordPress. Capita, anche nel 2021, che arrivi un file Pages (quantomeno Pages e non Word, già qualcosa) con tutta una serie di formattazioni interne e anche le foto.

Non esiste al mondo che io faccia editing dentro WordPress, quando ho a disposizione BBEdit. Quindi la prima cosa da fare è disporre del testo in formato testo, preferibilmente Html.

Il punto è che molte delle formattazioni presenti nel sorgente sono utili e, con sforzo minimo, sono già una parte di lavoro fatto. Se esporto da Pages posso tutt’al più ottenere un file ePub, che mi porta di parecchio fuori strada.

Quello che posso fare è selezionare tutto il testo su Pages e incollarlo sull’editor Visuale di WordPress (lo ammetto: WordPress serve di sicuro almeno a una cosa). Poi commuto la visione in quella di Testo e, direbbe il milanese imbruttito, taaac!, ho pronto il mio Html da riversare in BBEdit dove posso editarlo come si deve, con tutti gli strumenti che servono per fare prima, meglio e in fretta.

Selezionare tutto il testo in Pages, però, significa copiare e incollare in WordPress anche le immagini. Queste mi dimentico sempre di eliminarle prima di passare da Visuale a Testo; nel passaggio a Testo diventano codifica binaria lunga poco più delle dimensioni native dell’immagine. Se ci sono tre immagini nel testo, significa aggiungere tipo mezzo milione di caratteri all’articolo.

Arrivo finalmente al punto. Sul mio Mac mini, Safari ha sempre boccheggiato nel passare questo test. Ci mette del tempo ed è ragionevole, ma poi capita che si pianti oppure addirittura che si chiuda. Molte volte sono passato da questo workflow lavorando per scelta su iPad Pro, dove l’operazione ha più probabilità di riuscita.

Fino a ieri. Oggi Safari su Mac mini ha completato l’operazione nel giro di un paio di minuti e poi mi ha restituito il controllo con noncuranza. Nessun problema. Il file era sui duecentoquarantamila caratteri, certo non uno dei più grossi, ma perfettamente in grado di creare problemi nella mia esperienza.

Tutto ha funzionato. L’unica cosa differente rispetto a prima delle vacanze, nella mia configurazione, è che ora lavoro su Big Sur. Prima ero fermo a Mojave. In qualche modo, l’impalcatura sottostante Safari – quindi a un sacco di componenti del sistema – è più solida.

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