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E naufragar m’è dolce
posted on 2021-04-22 13:49

Venivo da un vecchio monitor Full HD, che peraltro simulava la risoluzione senza averla fisicamente a disposizione, con la conseguenza di una nitidezza relativa delle immagini. Ora scrivo guardando su un nuovo Philips 276E8VJSB/00 ordinato da un rivenditore terzo via Amazon e arrivato in tre giorni.

(Perché si sappia come funziona il mondo; ora che l’ho comprato, se torno sulla pagina, Amazon mi mostra il prezzo maggiorato di quaranta euro rispetto a quanto l’ho pagato).

Avevo iniziato la ricerca di un monitor molto largo e basso, tipo 21:9, ma ho ripiegato su un più convenzionale 16:9 da ventisette pollici. Se ci facessi la bocca, inizierei a considerare nel medio termine l’acquisto di un secondo monitor di taglia uguale, da affiancare al primo.

C’è tempo. Visto che mi sono tuffato in uno schermo più grande, ho deciso di viverlo all’estremo e così, delle numerose risoluzioni che ho a disposizione, ho impostato la massima, 3.840 x 2.160.

Shock culturale.

Venivo da un Full HD, 1.920 x 1.080. Fatti i conti, il mio nuovo spazio scrivania è circa quattro volte il precedente. Alcune finestre che erano a tutto schermo, di Safari, di Miro, di Pixelmator Pro, me lo hanno confermato empiricamente.

Come vivere in un tre locali e traslocare in un dodici locali.

È una condizione estrema, che non andrà bene per tutti. Ho una vista quasi perfetta e dunque, se c’è nitidezza, leggo tranquillamente anche caratteri microscopici.

Per dire: sulla barra dei menu avevo l’orologio analogico, con le lancette, perché si intonava meglio alle icone. Ora la barra è talmente sottile che con le lancette è impossibile discernere l’ora. Ho impostato la vista digitale.

Mail, con l’impostazione che avevo prima, mostra ventiquattro messaggi in arrivo, uno sotto l’altro. A ottanta caratteri per riga, questo punto del post riempie metà della finestra utile in BBEdit. La finestra di YouTube mostra in verticale diciotto video alternativi. Potrei avere affiancate quattro finestre di BBEdit come questa e avanzerebbe spazio. Sto scrivendo in corpo 18, per avere testo più agevolmente leggibile di quanto sia quello dell’interfaccia. Prima scrivevo in corpo 14.

Uno dice, se hai preso il monitor più grande per scrivere con caratteri più grandi, allora è tutto inutile. Non vero: i due incrementi sono tutt’altro che lineari. Ho alzato il carattere del trenta percento ma ho aumentato lo spazio scrivania del trecento percento. Il problema di ottimizzare le situazioni di lavoro per avere più finestre contemporaneamente visibili, non esiste più.

Questo in generale. Il monitor in sé? La robustezza dell’apparecchio è soddisfacente. La cornice è in materiale plastico, mentre il sostegno è in metallo. I bordi della cornice sono discreti e ragionevolmente stretti, l’insieme si inserisce bene in qualunque ambiente. Il piedistallo è un arco curvo, che occupa fisicamente pochissimo spazio sulla scrivania; il monitor si protende in avanti e, se il sostegno è appoggiato a una parete posteriore o arriva comunque al limite della scrivania, lo schermo si troverà una decina di centimetri più in avanti verso l’osservatore. Non esiste regolazione in altezza, mentre è possibile inclinare a piacere. Ovviamente il monitor è compatibile Vesa e può essere montato su una parete. Nella confezione il piedistallo è separato dal monitor; i due pezzi si mettono insieme in un secondo con una vite che, intelligentemente, si regola a mano grazie a un anello ripiegabile. Ci vogliono davvero cinque secondi.

I connettori sono tutti sul retro dell’unità. Fortunatamente, per come è fatto il piedistallo, è un attimo inclinare il monitor in avanti e arrivare ai connettori. Che sono pochi, in un monitor che serve solo in quanto tale e non funge da hub Usb o altro come altri modelli più sofisticati. Qui ci sono due porte Hdmi 2.0, una DisplayPort, un jack audio e la presa per l’alimentazione. Dalla scatola escono un cavo Hdmi, il piccolo alimentatore esterno e il cavo di prolunga per arrivare a una presa di corrente.

Sotto lo schermo, in mezzo, sporge dal telaio un logo Philips in trasparenza. Allungando una mano lì sotto, sul retro, si trova il pulsante di accensione, che astutamente può essere premuto oppure inclinato nelle quattro direzioni. Così agisce come un nanojoystick per la configurazione dello schermo. All’accensione era tutto già ottimamente impostato per i miei gusti, a parte la luminosità, che da sempre tengo al minimo. Ho ridotto la luminosità e per il resto, sul monitor, non ho toccato alcunché.

Su Mac ho impostato la risoluzione massima. Onestamente non ricordo quale, di quelle intermedie, abbia trovato preimpostata.

Ho avuto qualche problema iniziale perché, in modo non proprio ortodosso, a Mac acceso ho staccato il cavo Hdmi dal vecchio monitor e l’ho attaccato a quello nuovo. Il Mac era a schermo spento e non so dire se ci fosse stato un crash di Big Sur o se il maneggio con il cavo video lo abbia indotto; di fatto il computer non rispondeva. A un certo punto è apparso il desktop, per sparire un secondo dopo. Mac era in crash, dato che non accettava connessioni ssh; l’ho riavviato ed è comparso lo schermo. Tutto regolare.

A sera, siccome è effettivamente molto luminoso anche con la mia impostazione (la base del monitor misura sessantotto centimetri e di superficie irradiante ce n’è), ho fatto una cosa che non faccio mai; ho messo il Mac in stop. La mattina dopo, premendo un tasto, Mac si è svegliato ma il monitor no. Ho accennato a effettuare una connessione da iPad con Chrome Remote Desktop e subito lo schermo si è acceso.

Non so ancora dire se sia un problema di Mac come hardware, di Big Sur, dello schermo. Difficile che sia un problema del cavo Hdmi perché ne ho provati due diversi e ho provato anche a cambiare la porta usata. Stasera provo a lasciare Mac acceso (come faccio sempre) ed eventualmente a spegnere il monitor. Vediamo che succede. Va detto che a questo momento ho totalizzato quasi due giorni di lavoro e a parte questi due momenti, tutto ha funzionato perfettamente; quando non sono alla scrivania, dopo qualche minuto lo schermo va in standby e, quando torno, tutto si riaccende regolarmente. Per un attimo ho pensato di comprare un cavo DisplayPort, ma in effetti sto lavorando.

La nitidezza e il contrasto sono ottimi per il mio gusto e specialmente proveniendo da tecnologia inferiore su tutto. La luminosità, sempre a mio gusto, è persino esagerata e certo l’utilizzatore medio che vuole uno schermo squillante si troverà a proprio agio. Il colore è precalibrato, da quanto ho capito, e a vedere lo sfondo standard di Big Sur, in modo soddisfacente. Non sono un grafico e accetto qualsiasi critica in proposito; per quello che serve a me quanto a precisione del colore e nitidezza del testo, la spesa vale abbondantemente la resa.

Ho provato la risoluzione massima anche per sperimentare che cosa può accadere dando in pasto otto milioni di pixel a un Mac mini con processore i3 e scheda video integrata, certo non un fulmine di guerra.

Ho avuto una bella sorpresa. La risposta è ottima. Certamente non è un setup indicato per fare elaborazione pesante con Photoshop. Nell’uso composito che faccio, veramente nessun problema. Qua e là mi è capitato di vedere un attimo di scattosità, il che mi fa pensare di essere ai limiti di quanto la macchina si possa permettere. Solo un attimo, comunque, e poi si lavora al cento percento. Immagino che basterebbe diminuire anche solo di uno scatto la risoluzione per eliminare qualsiasi ansia da prestazione. Oppure un processore i5, che nell’epoca di M1 è veramente un parente povero e però sarebbe più che adeguato.

Si accettano domande ove avessi dimenticato qualche dettaglio. Per curiosità, questo post – ottomilanovecentoventotto caratteri compresa l’intestazione necessaria al motore del blog – è interamente visibile nella finestra, sempre nel corpo 18 in cui l’ho scritto, ovviamente allargando la finestra stessa. E di fianco ci starebbe un’altra finestra uguale. Scorrimento zero, zoom zero. Il guadagno di produttività rispetto a come stavo prima è clamoroso.

Molti hanno un monitor moderno da tempo e sorridono all’ultimo arrivato. Ad altri, ancora con un monitor vecchio, posso solo consigliare il cambiamento. La spesa si sente, certo, ma è onesta per le prestazioni. Questo mare di pixel finirà per diventare abituale; intanto, me lo godo.

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E io ci lavoro pure
posted on 2021-02-06 01:50

Come pensiero della notte, questa considerazione di Matt Birchler:

Il mio lavoro quotidiano è un misto tra designer e product owner e non sarei in grado di svolgerlo da un iPad. […] Inoltre mi occupo di un canale YouTube e, mentre posso fare sul mio iPad la maggior parte del lavoro necessario, mi ritrovo a gravitare verso il mio vecchio Mac mini. Potrei svolgere il lavoro da iPad, eppure scelgo di farlo su un Mac molto più lento.

Tutto questo sembra condannare iPad, ma ecco che cosa succede: fuori da questi due ambiti, mi godo molto più iPad di Mac. Praticamente ogni altra cosa che faccio, che ammetto essere attività di tipo più leggero, accade su iPad. Scrivere questo post, leggere le notizie, sbrigare la posta, scrivere da freelance, modificare le foto in Lightroom, registrare e modificare audio, creare la mia newsletter, gestire le attività relative ai miei progetti YouTube, guardare video YouTube, parlare con gli amici, organizzare l’agenda e perfino rifinire il mio codice per questo sito: tutto avviene su iPad.

Ammetto che la mia suddivisione dei compiti sia più equilibrata: grosso modo sto metà del tempo su Mac e metà su iPad. L’essenza della constatazione di Birchler, tuttavia, si applica anche al mio fare. Su Mac avvengono le attività più impegnative, sicuramente, ma lo svolgere le attività più leggere è più piacevole su iPad.

E il lavoro che non posso tecnicamente svolgere su iPad, a differenza sua, sarà forse il cinque percento del totale.

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La regola dei terzi
posted on 2021-01-31 01:52

La versione di lusso del mio Mac mini 2018, con processore i7, da nullafacente consuma 19,9 watt; a piena potenza, arriva a 122. Il calore emesso è di 68 British Thermal Unit orarie (Btu/h) a riposo, 417 Btu/h sotto stress.

Lo dice una pagina di supporto Apple dedicata al consumo energetico di Mac mini.

Un Mac mini M1 del 2020 consuma, da nullafacente, 6,8 watt: un terzo. A piena potenza, 39 watt. Sempre un terzo. Il calore emesso a riposo ammonta a 23,2 Btu/h; immagina quanto potrebbe essere, sì, è un terzo. Al massimo arriva a 133 Btu/h. Meno di un terzo.

Sembrerebbe, il nuovo Mac mini, la versione risparmiosa di chi pensa più alla bolletta che alle prestazioni. Non fosse che, oltre a consumare un terzo dell’energia, va (molto arrotondato) un terzo più veloce.

Macchine più frugali ne abbiamo; macchine più potenti ne abbiamo; macchine che sono contemporaneamente più frugali e più potenti, beh, dobbiamo ancora renderci pienamente conto di come M1 rovesci il tavolo di gioco e cambi bruscamente le regole.

John Gruber su Daring Fireball mostra una versione più leggibile della tabella dei consumi, che comprende più modelli. C’è da stropicciarsi gli occhi.

Interessante è il commento di Gruber, secondo il quale la cronologia degli ultimi modelli di Mac mini, in breve, racconta la storia di come i processori Intel siano arrivati a sviluppare troppo calore per gli standard di Apple, nel tentativo di generare prestazioni all’altezza delle aspettative e di come Apple si sia resa conto di avere bisogno di una generazione extra di Mac da scrivania prima di poter contare su Apple Silicon.

Il che spiegherebbe la lunga attesa di un Mac mini tra 2014 e 2018; Intel non riusciva a tirare fuori processori adeguati e Apple contava su Apple Silicon, che però non era ancora pronto. Per cui, diciamo nel 2017, ha deciso di fare uscire comunque un nuovo Mac mini, seppure ancora Intel.

Il mio Mac mini è stato un riempitivo nella linea di prodotto. E poi uno si chiede perché affrontare una transizione di architettura così impegnativa.

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Eleganza terminale
posted on 2021-01-20 00:35

Giusto ieri parlavo del mio tour tra Pages e WordPress per arrivare ad avere del testo Html editabile in BBEdit. Oggi è arrivato MacMomo a spiegarmi una cosa semplice, elegante, potente.

§§§

Penso che una soluzione semplice sia usare il comando da Terminale textutil, che permette di elaborare i vari formati di testo.

L’idea è questa:

  • selezioni e copi il testo dal file di Pages (ma potrebbe anche essere Word o TextEdit);
  • esegui questo comando da Terminale: pbpaste | textutil -stdin -convert html -stdout | pbcopy;
  • incolli l’HTML ottenuto dove ti pare.

Il comando in pratica incolla il testo copiato e lo passa direttamente a textutil che lo converte in HTML e lo ri-copia negli appunti.

In questo modo penso sia più rapido ed eviti il problema delle foto, che vengono bypassate.

Chiaramente poi non è detto che l’HTML così ottenuto sia perfetto per i propri scopi, ma nel caso penso basti BBEdit per editarlo come si preferisce… ;)

P.S.: il comando può anche essere salvato come alias all’interno del file .bash_profile, così da averlo rapidamente con un scorciatoia a piacere.

Tipo: alias 2html='pbpaste | textutil -stdin -convert html -stdout | pbcopy'

§§§

Se serviva spiegare a chiare lettere come l’interfaccia grafica sia un grande aiuto, ma il Terminale è un’arma formidabile, ecco fatto. Grazie!

Il test del documento formattato
posted on 2021-01-19 01:57

Procedo con l’esperienza in Big Sur, che per il momento trovo neutra. Qualcosa forse era meglio prima, qualcosa forse è meglio adesso, almeno rispetto alle parti evidenti del sistema.

Sotto il cofano invece… uno dei lavori che svolgo prevede la pubblicazione di articoli su WordPress. Capita, anche nel 2021, che arrivi un file Pages (quantomeno Pages e non Word, già qualcosa) con tutta una serie di formattazioni interne e anche le foto.

Non esiste al mondo che io faccia editing dentro WordPress, quando ho a disposizione BBEdit. Quindi la prima cosa da fare è disporre del testo in formato testo, preferibilmente Html.

Il punto è che molte delle formattazioni presenti nel sorgente sono utili e, con sforzo minimo, sono già una parte di lavoro fatto. Se esporto da Pages posso tutt’al più ottenere un file ePub, che mi porta di parecchio fuori strada.

Quello che posso fare è selezionare tutto il testo su Pages e incollarlo sull’editor Visuale di WordPress (lo ammetto: WordPress serve di sicuro almeno a una cosa). Poi commuto la visione in quella di Testo e, direbbe il milanese imbruttito, taaac!, ho pronto il mio Html da riversare in BBEdit dove posso editarlo come si deve, con tutti gli strumenti che servono per fare prima, meglio e in fretta.

Selezionare tutto il testo in Pages, però, significa copiare e incollare in WordPress anche le immagini. Queste mi dimentico sempre di eliminarle prima di passare da Visuale a Testo; nel passaggio a Testo diventano codifica binaria lunga poco più delle dimensioni native dell’immagine. Se ci sono tre immagini nel testo, significa aggiungere tipo mezzo milione di caratteri all’articolo.

Arrivo finalmente al punto. Sul mio Mac mini, Safari ha sempre boccheggiato nel passare questo test. Ci mette del tempo ed è ragionevole, ma poi capita che si pianti oppure addirittura che si chiuda. Molte volte sono passato da questo workflow lavorando per scelta su iPad Pro, dove l’operazione ha più probabilità di riuscita.

Fino a ieri. Oggi Safari su Mac mini ha completato l’operazione nel giro di un paio di minuti e poi mi ha restituito il controllo con noncuranza. Nessun problema. Il file era sui duecentoquarantamila caratteri, certo non uno dei più grossi, ma perfettamente in grado di creare problemi nella mia esperienza.

Tutto ha funzionato. L’unica cosa differente rispetto a prima delle vacanze, nella mia configurazione, è che ora lavoro su Big Sur. Prima ero fermo a Mojave. In qualche modo, l’impalcatura sottostante Safari – quindi a un sacco di componenti del sistema – è più solida.

Shopping selvaggio
posted on 2021-01-17 01:22

Oggi ben due acquisti: un hard disk Toshiba portatile da due terabyte da usare come Time Machine per Mac mini e un bundle di giochi Toca Boca per il sollazzo della primogenita su iPad.

Da molto tempo non acquistavo dischi rigidi, grazie a babbo Natale; questo è il primo sopra il terabyte, costato una sessantina di euro su Amazon, scelto senza particolari criteri tra una gamma assai numerosa.

Collegato, formattato Mac, in opera. Niente da segnalare, cosa che per un hard disk destinato al backup è un grande complimento. Nota di merito, l’assenza di inutilware dentro il disco: mai sopportate le utility incorporate, che servono a niente e chiedono solo di essere cancellate alla svelta. Un hard disk degno di questo nome si può amministrare con le utility di sistema, senza bisogno di altro.

Il bundle Toca Boca si compone di otto app a diciotto euro; due le avevo già ma il prezzo valeva comunque la pena. Spendere qualche soldo in buone app per una seienne è rinfrancante; sono sempre alla ricerca di buone app giocose gratuite e disposto ad accettare una presenza pubblicitaria decorosa oppure la presenza di acquisti in-app (la seienne in questione, a prescindere dalla protezione offerta da Face ID contro gli acquisti indebiti, sa di non dover spendere soldi veri e lo mette perfettamente in pratica) e ultimamente rimango spesso deluso.

È diventato esageratamente facile trovare su App Store app-clone fatte in serie, ripetitive in modo disturbante nel gameplay, che si pubblicizzano a vicenda in modo ossessivo, con trailer continui che prendono più tempo del gioco vero e proprio. È una deriva simile a quella dei video su YouTube dove si aprono uova con sorpresa o si colorano disegni e spero che sfiorisca prima possibile. Scegliere software gratuito comporta ovviamente un tasso molto elevato di cancellazione di app non adatte o non all’altezza delle aspettative, ma queste non sono più app fatte in economia, bensì puri vettori di pubblicità fini a se stessi, senza la minima attenzione verso il pubblico.

Stiamo parlando del miglior store di app al mondo e mi vengono i brividi pensando a che cosa possa essere in corso su Play Store, se App Store indulge in questo livello infimo di qualità, che non è così da sempre e però non è mai stato così diffuso, a giudicare dalla facilità con cui capita di imbattersi in questi prodotti.

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