Content tagged John Gruber

La Risposta
posted on 2021-05-08 00:47

Si iniziano a contare le Risposte alla Domanda.

Per Flurry Analytics, le persone che hanno escluso a priori il tracciamento della navigazione fuori luogo da parte delle app su iOS sono il novantasei percento.

Si deduce per complemento, perché il dato che mi riguarda – quelli che hanno lasciato la possibilità di chiedere ed eventualmente ragionano app per app – è al quattro percento.

John Gruber fa ironia sul novantasei percento, che gli sembra poco.

Certo, è un dato iniziale. Pronosticavo un rapporto tipo quattro a uno più che un ventiquattro a uno e per il momento ha ragione lui, ironia o meno.

I numeri potranno anche cambiare. Di certo la Risposta è netta. Non vogliamo essere tracciati da una app anche quando ne usciamo. Non ci va di essere tracciati da un sito quando ci troviamo su altri siti.

A tutti i soggetti in gioco tocca prendere atto e adeguare… tutto. Non sempre il cliente ha ragione; qui però si esprimono, a un livello di gerarchia superiore, gli individui.

Mentre approfondisco la faccenda dei commenti per il blog, chi vuole lasciare comunque un commento da qui può accedere liberamente alla pagina commenti di Muut per QuickLoox. Non è ancora (ri)collegata a questi post (è lo scopo di tutto l’esercizio). Però lo sarà.

Non succede spesso
posted on 2021-04-24 21:28

John Gruber fa notare su Daring Fireball come lo spessore dei nuovi iMac sia di 11,5 millimetri… e quello di un watch Series 6 sia di 10,7 millimetri.

Se ci chiedessero di percepire la differenza con il tatto, in uno di quei test comparativi da eseguire a occhi bendati, potremmo solo tirare a indovinare.

M1 permette soluzioni che nessuno avrebbe mai nemmeno scritto come fantascienza, tipo un computer desktop con undici milioni di pixel sottile – in sostanza – come un orologio da polso.

Mentre approfondisco la faccenda dei commenti per il blog, chi vuole lasciare comunque un commento da qui può accedere liberamente alla pagina commenti di Muut per QuickLoox. Non è ancora (ri)collegata a questi post (è lo scopo di tutto l’esercizio). Però lo sarà.

Caos calmo
posted on 2021-04-02 00:57

John Gruber ha ragione: la storia dell’automazione per macOS e iOS è semplicemente caotica e non pianificata.

Lo fa citando Jason Snell, che ha ragione pure lui, e spiega che Mac ha bisogno dei Comandi rapidi. Né Automator né AppleScript arriveranno mai su iOS, mentre i Comandi rapidi potrebbero tranquillamente compiere il percorso inverso.

I Comandi rapidi per Snell sono il futuro possibile dell’automazione su Mac, per Gruber – che peraltro non prende posizione – finora si è solo generato caos. Due torti non fanno una ragione, ma due ragioni fanno una ragione al quadrato.

Questo, unito al fatto che Apple sta effettivamente ragionando non su un unico sistema operativo per tutti gli apparecchi, ma su sistemi operativi separati e però sempre più integrati, potrebbe lasciare ben sperare per qualche novità interessante in tema di automazione a Wwdc.

Non c’è fretta. Ma chi ha la vista più lunga ha già cominciato a sfruttare i Comandi rapidi di iOS in modo massiccio e Snell porta esempi convincenti. Il passo successivo è logico, trova posto nelle logiche di Apple e porterebbe qualche ordine nel caos. Incrociamo le tastiere.

Mentre approfondisco la faccenda dei commenti per il blog, chi vuole lasciare comunque un commento da qui può accedere liberamente alla pagina commenti di Muut per QuickLoox. Non è ancora (ri)collegata a questi post (è lo scopo di tutto l’esercizio). Però lo sarà.

Gratis costa troppo
posted on 2021-03-10 02:03

Posso dire per una volta che John Gruber sia d’accordo con me, anche se non lo sa.

Nel riprendere un suo post del 2008 sulla novità che allora era App Store, commenta:

non avevo previsto come le app “gratis” avrebbero azzoppato/limitato/distorto il mercato.

Non lo posso linkare ora (i commenti sono una faccenda più spinosa di quello che pensavo e il tempo è poco), ma lo avevo scritto e ribadisco: App Store è anni luce davanti a Play Store per qualità e reputazione e la strada da percorrere è quella del migliore servizio, anche se dovesse perdersi qualche dollaro per strada.

Possono esistere app gratis se sono gratis. Niente pubblicità, niente acquisti in-app, niente abbonamenti, niente. Gratis è gratis.

Fuori da quello che è gratis, qualunque app deve presentare una barriera iniziale di pagamento. 0,99 va benissimo. Da lì in poi può succedere (ragionevolmente) tutto. Quello che non può esistere è lo scaricamento gratis di cose che poi cercano di farsi pagare nei modi più disparati.

Dà una immagine falsata, offre una esperienza torbida, affatica. Si avvisi il navigatore in forma chiara e precisa che quella app prevede qualche tipo di transazione in denaro e niente lo fa più che un prezzo di ingresso.

Al tempo stesso, si avvisi in maniera altrettanto netta che una app è gratis, facendo sì che sia assolutamente vero.

Così, quando scarichiamo una app, sappiamo perfettamente da subito come andranno le cose e tutto sarà più onesto e affidabile.

Il gratis che c’è ora su App Store costa troppo.

Mentre approfondisco la faccenda dei commenti per il blog, chi vuole lasciare comunque un commento da qui può accedere liberamente alla pagina commenti di Muut per QuickLoox. Non è ancora (ri)collegata a questi post (è lo scopo di tutto l’esercizio). Però lo sarà.

In cambio di che
posted on 2021-03-07 00:05

Si parla su KrebsOnSecurity di almeno trentamila organizzazioni, per centinaia di milioni di utenze individuali, colpite dall’attacco di un gruppo di pirati informatici cinesi ai server di Exchange.

Dove l’attacco ha avuto successo, i pirati hanno installato una shell web che consente accesso indiscriminato ai server. Tra le organizzazioni vittime, leggo, si trovano ricercatori medici, studi legali, istituzioni scolastiche, fornitori dell’esercito, think tank e organizzazioni non governative.

KrebsOnSecurity parla degli Stati Uniti, ma l’attacco è avvenuto a livello globale e non ci sono dati relativi all’impatto che potrebbe avere avuto in tutto il mondo. Probabilmente bisogna aggiungere un ordine di grandezza alle cifre americane e magari neanche basta.

Il tutto grazie a quattro falle nella sicurezza che Microsoft ha chiuso con un aggiornamento di emergenza.

Exchange è un sistema di amministrazione della posta con una architettura bizantina e una complicazione intrinseca che, a livello di sofferenza, fa preferire piuttosto un’unghia incarnita.

Se lo scopo della sofferenza non è almeno la sicurezza, qual è? Dice bene John Gruber:

Microsoft Windows e Exchange sono sempre stati insicuri e probabilmente sempre lo saranno. È sorprendente quante minacce informatiche ampiamente pubblicizzate si possano ignorare evitando Windows ed Exchange.

La logica sfugge. C’è chi si affida a un software bacato, difficile da usare e da manutenere, insicuro, e per avere questo paga.

Che cosa riceve in cambio da Microsoft chi paga Exchange, a parte un server di posta inutilmente involuto e penalizzante? Perché, se non c’è un extra, un benefit, un vantaggio non evidente, tocca porsi domande.

Mentre approfondisco la faccenda dei commenti per il blog, chi vuole lasciare comunque un commento da qui può accedere liberamente alla pagina commenti di Muut per QuickLoox. Non è ancora (ri)collegata a questi post (è lo scopo di tutto l’esercizio). Però lo sarà.

L’estinzione dei terzisti
posted on 2021-03-04 01:03

Lo scorso anno Apple ha annunciato la transizione di Mac ai processori Arm e a tutti è apparso evidente lo spessore dell’operazione, piena di complicazioni, rischi e azzardi, con decine di miliardi di dollari sul tavolo.

Ma è niente in confronto a quello che sta succedendo con iOS 14.5, che fa chiedere alle app il permesso di tracciare chi hanno davanti anche quando lasciano il sito in cui si trovano.

A seguito dell’iniziativa di Apple, qualcosa che mai sarebbe neanche minimamente successo senza iOS 14.5, Google ha annunciato che metterà gradualmente fine al tracciamento della navigazione sui siti terzi.

Ci sono anche qui decine di miliardi di dollari sul tavolo, solo che se li giocano tutti: Google, Facebook, Microsoft, centinaia di agenzie trafficanti di contatti e dati di privacy.

Non tutti ci credono; John Gruber, per esempio, è scettico e pensa che Google giochi con le parole per fare rientrare dalla finestra quello che esce dalla porta.

Tuttavia è già clamoroso che Google dirami un annuncio del genere.

Google ama la privacy come Microsoft l’open source. La tutela quando ha esaurito qualsiasi altro sistema per farne a meno.

Mentre approfondisco la faccenda dei commenti per il blog, chi vuole lasciare comunque un commento da qui può accedere liberamente alla pagina commenti di Muut per QuickLoox. Non è ancora (ri)collegata a questi post (è lo scopo di tutto l’esercizio). Però lo sarà.

L’appetito vien tutelando
posted on 2021-02-26 01:56

E se Apple, lanciata nel posizionamento come azienda che mette al primo posto la privacy degli utilizzatori, andasse oltre il blocco dei tracciamenti disonesti su Safari, per fornire un’edizione di Mail capace di bloccare i pixel di tracciamento e anche una Vpn per compiere in pace le operazioni che vogliamo restino confidenziali?

Sono due proposte di John Gruber, che mi trovano del tutto consenziente. Personalmente mi sforzo di inviare email solo Ascii, una cosa sempre più difficile per design. Mai come riceverne, comunque.

Se ci teniamo alla privacy, andiamo fino in fondo. Questo non ci impedirà di concedere dati personali a destra e a manca, se pensiamo valga la pena farlo. In compenso, nessuno potrà farlo di nascosto e senza il nostro permesso esplicito e informato. Dovrebbe funzionare così.

Mentre approfondisco la faccenda dei commenti per il blog, chi vuole lasciare comunque un commento da qui può accedere liberamente alla pagina commenti di Muut per QuickLoox. Non è ancora (ri)collegata a questi post (è lo scopo di tutto l’esercizio). Però lo sarà.

Intuitivo sarà lei
posted on 2021-02-04 01:51

È scioccante contare le persone che osservano un’interfaccia al lavoro con la competenza in design del pompiere, l’esperienza del surfista e la consapevolezza del bibliotecario, e decretano se e quanto sia intuitiva.

(Mestieri bellissimi, importanti, massimo rispetto, però il design c’entra fino a un certo punto e specialmente quello delle interfacce).

Più o meno il livello del giudizio sta attorno a io (non) ho capito subito e quindi.

Uno dei grandi designer italiani, Bruno Munari, ha lasciato testimonianze straordinarie del suo lavoro con i bambini.

Guarda caso, i bambini sono tra i più grandi collaudatori al mondo di interfacce. Perché le valutano senza pregiudizi. Qui si vede che il problema del pompiere o del surfista non sta nella competenza zero, in effetti, quanto nei pregiudizi. Un designer, quanto meno, li ha ma sulla questione ci lavora davvero. Mentre noi non ci lanciamo nella spiegazione di come avremmo saputo spegnere il rogo di Notre-Dame senza neanche conoscere i retroscena oppure cavalcare un’onda alta come un condominio a Mavericks, a meno di non voler fare la figura dei nullasenzienti su Facebook.

Gli altri grandi collaudatori di interfacce? Gli anziani. Perché sono fragili e faticano a cavarsela guardando al contesto.

In questi giorni ho appreso dall’esperienza con gli anziani come sia complicato progettare un’interfaccia realmente intuitiva.

Anche l’ignoranza (nel senso buono, la non-conoscenza) può fare molto. Molti anni fa, quando si andava a trovare gli amici con la borsa di Macintosh Plus a tracolla, vidi un amico e coetaneo, Paolo, alle prese con un programma di introduzione ad Apple II. (Devo averlo già raccontato, ma tanto devo ancora portare i vecchi post nella nuova struttura).

Paolo non aveva mai approcciato un computer. Si sedette, Valerio inserì il floppy in Apple II, digitò PR#6 e premette Invio. Paolo osservò ogni cosa.

Il programma partì e spiegò la prima cosa da capire: Apple II si governava attraverso la tastiera e, per fare eseguire un comando, occorreva premere il tasto Invio. Quello che Paolo aveva visto premere un minuto prima, allo stesso scopo.

Sullo schermo comparve una rappresentazione fedele della tastiera. Il tasto Invio lampeggiava. Sotto il disegno, la scritta premi Invio per continuare.

Ai miei occhi, dopo mesi di Sinclair Spectrum, Sinclair Ql, Olivetti M10, Z80 di Cambridge Computing, quella schermava gridava premi il tasto Invio, era la cosa più ovvia ed evidente del mondo.

Paolo guardava lo schermo divertito e sconcertato. E adesso? Ai suoi occhi, con esperienza di computing pari a zero, quella schermata gridava sono un disegno che lampeggia. Non aveva alcun collegamento mentale precostruito tra tastiera virtuale e tastiera fisica. Non aveva neanche l’idea di dover necessariamente fare qualcosa. Per quello che ne sapeva, quella era una animazione che probabilmente sarebbe andata avanti da sola, o forse no.

Era un’interfaccia intuitiva?

Veniamo all’oggi. Anziano (lucido, intelligente, istruito, consapevole) alle prese con iPhone. La prima volta nella vita alle prese con un cellulare diverso da quelli degli anni novanta.

Gli si spiega, lo si assiste. A un certo punto l’interfaccia mostra un messaggio. Che cosa faccio?, chiede l’anziano. Leggi con calma il messaggio e comprendilo.

In fondo al messaggio, un tasto OK azzurro fa contrasto corretto con il messaggio. Comunica di non fare parte del messaggio; ai nostri occhi esperiti, grida sono da toccare per confermare l’eliminazione del messaggio dallo schermo.

Agli occhi dell’anziano, è un’altra scritta. Chiede e adesso?. Devi toccare l’area colorata.

Niente, ai suoi occhi, mostra che quello sia un pulsante e che vada toccato. Venticinque anni dopo, la verità è che l’interfaccia più evoluta a nostra disposizione non è ancora in grado di parlare a una persona priva di una esperienza pregressa.

L’errore? Presupporre la conoscenza del meccanismo di feedback dell’interfaccia. L’interfaccia ti comunica, tu confermi di avere ricevuto. Naturale? Per niente. La verità è che su un iPhone si ragiona ancora come se fosse necessario dare conferma al computer di avere letto un messaggio. Come se stessimo usando il Terminale. l’OK di oggi come l’Invio degli anni ottanta.

È un’interfaccia intuitiva?

Una interfaccia veramente intuitiva non sarebbe così criticamente modale. Mostrerebbe il messaggio, senza alcuna richiesta implicita di feedback. Lo toglierebbe da sola se l’interazione con l’umano dimostrasse che il messaggio è stato recepito. In caso contrario, dopo un tempo di attesa accuratamente calibrato, cambierebbe messaggio per spiegare meglio che cosa fare, o per chiedere vuoi che lo faccia io al posto tuo e ti insegni a rifarlo?. Per dire.

John Gruber su Daring Fireball è lecitamente entusiasta dell’interfaccia usata da Apple per passare la riproduzione di un brano da iPhone a HomePod Mini e viceversa. Avvicini un apparecchio all’altro. Fatto. C’è feedback visivo, c’è feedback tattile, è una cosa fatta benissimo. Apple al suo meglio.

Forse sufficiente persino per un anziano. Avvicina il telefono alla palla è comprensibile da chiunque e soprattutto viene imparato istantaneamente. Non servono competenze particolari per riprodurre lo stesso gesto.

È abbastanza? È intuitivo? Attenzione a rispondere così, tanto per fare conversazione. Potresti trovarti a valutare il tuo punto di vista nella pratica, davanti a un collaudatore spietato.

Mentre approfondisco la faccenda dei commenti per il blog, chi vuole lasciare comunque un commento da qui può accedere liberamente alla pagina commenti di Muut per QuickLoox. Non è ancora (ri)collegata a questi post (è lo scopo di tutto l’esercizio). Però lo sarà.

La regola dei terzi
posted on 2021-01-31 01:52

La versione di lusso del mio Mac mini 2018, con processore i7, da nullafacente consuma 19,9 watt; a piena potenza, arriva a 122. Il calore emesso è di 68 British Thermal Unit orarie (Btu/h) a riposo, 417 Btu/h sotto stress.

Lo dice una pagina di supporto Apple dedicata al consumo energetico di Mac mini.

Un Mac mini M1 del 2020 consuma, da nullafacente, 6,8 watt: un terzo. A piena potenza, 39 watt. Sempre un terzo. Il calore emesso a riposo ammonta a 23,2 Btu/h; immagina quanto potrebbe essere, sì, è un terzo. Al massimo arriva a 133 Btu/h. Meno di un terzo.

Sembrerebbe, il nuovo Mac mini, la versione risparmiosa di chi pensa più alla bolletta che alle prestazioni. Non fosse che, oltre a consumare un terzo dell’energia, va (molto arrotondato) un terzo più veloce.

Macchine più frugali ne abbiamo; macchine più potenti ne abbiamo; macchine che sono contemporaneamente più frugali e più potenti, beh, dobbiamo ancora renderci pienamente conto di come M1 rovesci il tavolo di gioco e cambi bruscamente le regole.

John Gruber su Daring Fireball mostra una versione più leggibile della tabella dei consumi, che comprende più modelli. C’è da stropicciarsi gli occhi.

Interessante è il commento di Gruber, secondo il quale la cronologia degli ultimi modelli di Mac mini, in breve, racconta la storia di come i processori Intel siano arrivati a sviluppare troppo calore per gli standard di Apple, nel tentativo di generare prestazioni all’altezza delle aspettative e di come Apple si sia resa conto di avere bisogno di una generazione extra di Mac da scrivania prima di poter contare su Apple Silicon.

Il che spiegherebbe la lunga attesa di un Mac mini tra 2014 e 2018; Intel non riusciva a tirare fuori processori adeguati e Apple contava su Apple Silicon, che però non era ancora pronto. Per cui, diciamo nel 2017, ha deciso di fare uscire comunque un nuovo Mac mini, seppure ancora Intel.

Il mio Mac mini è stato un riempitivo nella linea di prodotto. E poi uno si chiede perché affrontare una transizione di architettura così impegnativa.

Mentre approfondisco la faccenda dei commenti per il blog, chi vuole lasciare comunque un commento da qui può accedere liberamente alla pagina commenti di Muut per QuickLoox. Non è ancora (ri)collegata a questi post (è lo scopo di tutto l’esercizio). Però lo sarà.

This blog covers 1Writer, 276E8VJSB, 512 Pixels, Adium, Adobe, AirPods, AirPort Express, AirPort Extreme, AirTable, AirTag, All About Apple, All About Apple Museum, Altroconsumo, Amazon, Amd, Android, Andy Hertzfeld, App Store, App Tracking Transparency, Apple, Apple Arcade, Apple Distinguished School, Apple Gazette, Apple II, Apple Park, Apple Silicon, Apple Store, AppleDaily, AppleScript, Aqua, Aqueux, Arm, Ars Technica, Ascii, Asymco, Audion, Automator, Axios, BBEdit, Backblaze, Bandley Drive, Basecamp, Beeper, Bell Labs, Big Sur, Bing, BirchTree Mac, BlastDoor, Bruno Munari, Cartoonito, Catalina, Cbs, Chaplin, Cheetah, China Railway Shenyang, Clubhouse, Coleslaw, Comandi rapidi, Come un ombrello su una macchina da cucire, Common Lisp, CorpoNazione, Cortana, Covid, Covid-19, DaD, Dad, Dalian, Dan Peterson, Daring Fireball, Dediu, Dell, DisplayPort, Disqus, Dock, Doom, Dortmund, Drafts, DuckDuckGo, Edimburgo, Edinburgh Learns for Life, Editorial, EpocCam, Erc, Everyone Can Create, Excel, Exchange, ExtremeTech, Eyepatch Wolf, Facebook, Federico Viticci, Feedly, Flappy Birds, Flash, Flavio, Flurry Analytics, Fondazione, Franco Battiato, Frix, Fsf, Fëarandil, G3, Geneforge 1 - Mutagen, Gianni Catalfamo, GitHub, Gizmodo, Gnu, Google, Google Play, HP, HP Smart, Hafnium, Happy Scribe, Hdmi, Hemlock, Hey, Hii, HomePod Mini, Horace Dediu, Html, Il ritorno del Re, Incunabolo, Insegnanti 2.0, Intel, Internet Explorer, Internet Relay Chat, Irc, Isaac Asimov, It is better to be a pirate than join the Navy, Ivacy, Jacob Kaplan-Moss, Jason Snell, JavaScript, Jeff Bezos, Jeff Vogel, Joanna Stern, John Gruber, John Perry Barlow, Jonathan Ive, Kansas City Chiefs, Krebs, LG, La classe capovolta, Larry Wall, LaserWriter, LibreItalia, LibreOffice, Lightroom, Liguria, Linux, Lisp, Luca Bonissi, M1, M118dw, Mac, Mac OS X, Mac mini, MacBook Pro, MacMomo, MacSparky, MacStories, Macintosh, Macintosh Plus, Mail, MarK Twain, Marco, Markdown, MarsEdit, Martin Peers, Matt Birchler, Matthew Cassinelli, Mavericks, Mediaworld, Meet, MessagePad, Microsoft, Mike D’Antoni, Mission Control, Mission Impossible, Model One Digital+, Mojave, Mount Sinai, Muut, Nasa, NetNewsWire, Newton, Newton Press, Nicola D’Agostino, Nokia, Notifiche, Notre-Dame, NovaChat, OBS Camera, OBS Studio, OS X, Olimpia, OpenDocument, OpenDocument Reader, Ordine dei Giornalisti, P3, PageMaker, Pages, Panic, Paolo Attivissimo, Parallels, Patreon, Patrick Mahomes, Pdf, Penn, People, Perl, Perseverance, Pfizer, Philip Elmer-DeWitt, Philips, Photoshop, Pixel Envy, Plan 9, Play Store, Playdate, PowerBook Duo, PowerPC, PowerPoint, Preferenze di Sistema, Pro Display Xdr, Procter & Gamble, Project Zero, Python, Queen, QuickLoox, Radio.Garden, Rai, RaiPlay Yoyo, Raspberry Pi, Raymond, Reddit, Richard Stallman, Rss, Ryzen, Safari, Samsung, Sars, Savona, Scott Forstall, Scripting, Shortcuts, Shortcuts Catalog, Simone Aliprandi, Six Colors, SkilledObject, South African Revenue Service, Spaces, Spiderweb Software, St. Therese Catholic Primary School, Steve Jobs, Stevie Wonder, Storie di Apple, Sudafrica, Super Bowl, Super Mario Bros, Swift, Taio, Tampa Bay Buccaneers, Tech Reflect, Teller, Tempi moderni, Tesla, TextEdit, Textastic, The Briefing, The Eclectic Light Company, The Information, The Verge, Think Different, Thoughts on Flash, Tim Cook, Tivoli, Tivoli Audio Art, Toca Boca, Tom Brady, Tom Taschke, Tommaso, Toshiba, Trillian, Trilogia Galattica, Tweetbot, Twitter, TypeScript, U1, Unix, Utf-8, Vesa, Visual Studio, Visual Studio Code, Vpn, VxWorks, West Coast, Windows, Windows Phone, Wired, Wishraiser, Word, WordPress, Wwdc, Xdr, Yoda, YouTube, Zune, adware, cookie, coronavirus, desktop publishing, ePub, emacs, hyper key, i3, iBooks Author, iMac, iMessage, iMovie, iOS, iOS 14, iOS 14.5, iOS 14.5.1, iPad, iPad Pro, iPadOS macOS, iPhone, iPhone 12 mini, iPhone 6, iPhone 6s, iPhone SE, iPod, isso, jailbreak, macOS, malware, npm, privacy, programmazione, rsync, sandbox, scuola, setteBit, software, soup, walled garden, x86, zip, Arcade, tv, watch, watch SE

View content from 2021-05, 2021-04, 2021-03, 2021-02, 2021-01


Unless otherwise credited all material Creative Commons License by lux