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Il filesystem di Asimov
posted on 2021-10-03 16:27

Nel mio gruppo Slack (dove è possibile entrare facendone richiesta) si è discusso per merito di MailMasterC del perché i giovani d’oggi non siano familiari con le opzioni di file, cartelle e alberi gerarchici mentre ai miei tempi, signora mia, le informazioni si organizzavano come si deve, con tutte le sottocartelle e le alberature che servivano.

Il tema è meno dopolavoristico di come appare e crea questioni significative, per esempio, in ambito didattico. È anche facile immaginare come conti in ambiti più evidenti come aziende di informatica o aziende tout court, nelle quali sapere dove stanno i file cruciali è spesso faccenda impellente.

Da tempo ho personalmente rinunciato all’organizzazione di file e cartelle e ho dato preferenza a un approccio più disordinato, basato su tag, ricerca e – quando occorre – smart folder che si popolano da sole.

Si è parlato anche di come il lavoro per app, affermato da filosofie come quella di iOS e iPadOS, incoraggi a perdere di vista la strutturazione dello spazio di lavoro, nel momento in cui apri la app e si aprono i file su cui sei al lavoro.

Ho faticato a contribuire alla discussione mentre era viva e provo a dare un parere oggi, meno puntuale e più buttato avanti dove ancora facciamo fatica a vedere.

Ed è questo: manca un filesystem universale. Qualcosa che uno scrittore di fantascienza come Asimov potrebbe avere concepito se fosse nato venti anni dopo e avesse avuto più familiarità con la rete.

Quando il numero di utenti, di app, di file cresce spropositatamente, come al tempo attuale, la strutturazione gerarchica perde di significato.

Ma i miei file… appunto, sono i tuoi Quando eravamo pochi, con pochi programmi e pochi documenti (in senso relativo: oggi migliaia di documenti sono pochi), era facile e opportuno che ognuno tenesse ordinato il proprio giardino, per così dire. E i giardini restavano a distanza; tra essi si svolgeva un traffico discreto ed esterno di messaggi di posta, floppy disk o Cd-Rom.

Se oggi guardo il mio giardino, il numero di aiuole si è moltiplicato. Senza contare la famiglia e meno che mai la famiglia allargata, ho non meno di tre computer usati in continuazione, che si sincronizzano, si passano cose, si sovrappongono in parte. un file può essere creato su iPhone, passare da iPad, finire su Mac.

Le aiuole virtuali le vogliamo contare? iCloud Drive, Dropbox e poi tutto il resto. Quei file stanno sul mio computer, sui miei computer, o altrove, o tutto insieme? o ancora qualcosa di diverso? Il mio giardinetto somiglia a una giungla più che una aiuola ben organizzata.

E poi arrivano gli altri, quelli che un tempo potevano al massimo bussare con un floppy o una email. Devo tenere conto di file che esistono solo su Miro, Canva, Prezi, Google Documenti per fare solo pochi nomi. File di cui posso tenere localmente al massimo un backup, perché sono giardini condivisi, dove in più di una persona lavoriamo sulla stessa aiuola.

In situazioni come GitHub, capita che il file stia sì in locale, ma che io debba costantemente preoccuparmi di aggiornarlo con il lavoro degli altri che stanno altrove, con una copia su ciascun locale loro, e che tocchi anche a me proiettare aggiornamenti verso la comunità. Dove si trovi il file dentro il mio computer è una cosa profondamente secondaria rispetto alle attività che mi richiede. E se domani mi venisse l’uzzolo di cambiargli posto nel computer, o di cambiargli nome, o di mettere quella cartella dentro una nuova cartella, dovrei stare molto bene attento a non fare disastri.

Dove sta un file che ho creato con Canva, a cui devono accedere colleghi? Sta su Canva. Nella mia perfetta struttura di cartelle e sottocartelle potrei mettere al massimo un segnalibro per lanciare Safari e caricare il giusto Url.

Insomma, non c’è niente di male nelle organizzazioni personali del filesystem. Solo che funzionano meglio con pochi file, con pochi scambi di file, con pochi tipi di file eccetera. Più tutte queste quantità crescono e si diversificano, più il concetto entra in crisi, più arriva la tentazione di saltare a pié pari la cosa. C’è gente oggi che lavora, nel senso pieno e professionale, e non ha mai visto un Mac, o un PC se per quello. Se non ha lo stimolo a crearsi una struttura perfettamente ordinata di sottocartelle, lo capisco.

Diverso sarebbe se operassimo in un fantascientifico filesystem universale, un OpenZFS del Tremila per capirci. Dove il mio giardino è una piccola parte del grande giardino globale. Dove, ovviamente con i permessi e le sicurezze opportune, passare un file a un amico significherebbe aprire la mia cartella e passarlo nella sua. Senza app di trasmissione, con protocolli trasparenti, la fine dell’idea stessa di download o upload, quando un file semplicemente si sposta da una parte all’altra del filesystem come oggi faremmo noi su Mac, solo che l’altra parte del filesystem può trovarsi in Terra del Fuoco. E tutto, tutto, dal file sul mio disco rigido a quello che ho appena creato su Miro, stesse nella stessa struttura di file e cartelle.

Allora le cartelle, i percorsi, gli alberi, avrebbero (di nuovo) un senso.

Ora come ora, ho appena ricevuto una foto dalla famiglia. È arrivata con Messaggi e ho fatto clic su Salva. Se apro Foto la vedo come più recente, mentre silenziosamente la foto si propaga su iPhone e iPad Pro.

Dove sta? Non lo so. Non ne ho la minima idea. Quello che mi interessa è vederla subito.

Non è un caso che su Mac possa trovare software come Obsidian, una potente base di conoscenza assisa su una cartella locale di file scritti in Markdown. La cartella qui esiste solo per dargli un confine e poi ci pensa lui.

In attesa del genio che ci porterà il filesystem universale e che probabilmente sta ancora succhiando il biberon in qualche sobborgo del villaggio globale.

Mentre approfondisco la faccenda dei commenti per il blog, chi vuole lasciare comunque un commento da qui può accedere liberamente alla pagina commenti di Muut per QuickLoox. Non è ancora (ri)collegata a questi post (è lo scopo di tutto l’esercizio). Però lo sarà.

Detenuti e tiranni
posted on 2021-03-12 00:26

C’è un seguito alla vicenda dell’attacco informatico che ha fatto strage di server negli Stati Uniti e nel mondo (sessantamila solo quelli ufficiali e chissà quanti ancora) grazie a falle storiche presenti in Microsoft Exchange e chiuse in emergenza solo pochi giorni fa.

Come succede di regola nella cibersicurezza, ora che il problema è stato arginato, un ricercatore ha pubblicato su GitHub una proof of concept dell’attacco: un esempio funzionante ma innocuo (per esempio, che lavora su un server configurato apposta per lasciarsi colpire e mostrare gli effetti dell’attacco stesso).

GitHub ha rimosso il codice.

La cosa ha fatto scalpore perché è inusuale; le proof of concept sono strumenti a disposizione dei ricercatori. I pirati che volevano usare l’exploit, come viene chiamato il software capace di portare a segno un attacco informatico, lo hanno già fatto e certamente hanno bisogno di conoscenze complessive ben superiori a quella del codice in sé.

Il problema è che l’attacco è stato devastante per i server Microsoft Exchange, non altri; e che GitHub è proprietà di Microsoft. È da escludere che la seconda abbia ordinato alla prima di censurare, mentre invece lo zelo spontaneo per compiacere il padrone è considerabile.

Uno dirà che GitHub, in quanto casa di innumerevoli sviluppatori e progetti di software libero, non possa piegarsi troppo ai voleri di Microsoft; se delude la comunità, è l’argomento standard, la comunità se ne va.

Il problema è che la comunità inizia a essere una comunità Microsoft, di gente che programma con l’ambiente Microsoft, pubblica il software in un repository di proprietà Microsoft, accende istanze di cloud Microsoft eccetera.

Infatti sono sorte voci in difesa del provvedimento; una delle motivazioni è che ci sono ancora cinquantamila server non aggiornati, vulnerabili all’attacco.

Il problema dunque non è più avere server non aggiornati, ma fare sì che possano restarlo senza conseguenze.

Questa cultura è tossica e difatti ancora a livello planetario non siamo riusciti a estirpare completamente Internet Explorer 6, come del resto vale per Flash.

I portatori di questa cultura detengono il software (lo fanno loro); detengono lo spazio di pubblicazione del software indipendente; detengono le menti di chi è stato assimilato e asseconda questa strategia.

La filosofia open source è abituata alla figura del benevolent dictator, il plenipotenziario che ha l’ultima parola sullo sviluppo del software. Questa dittatura è tuttavia molto più subdola e mira a sterilizzare l’open source, che deve diventare un parco giochi innocuo per gli interessi di Microsoft, pronto a sterzare dove serve quando serve grazie al controllo di tutti gli strumenti e di una comunità assuefatta a pensare a Microsoft tutte le volte che si parla di software libero.

Una comunità di detenuti allevata da un tiranno amorevole, morbido, simpatico, che ama tanto Linux, vende strumenti tanto comodi. E fa sparire il codice scomodo all’occorrenza.

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Spacciatori di comodità
posted on 2021-02-25 00:00

Sono alle prese con diverse situazioni di migrazione a Mac che vedono come denominatore comune la difficoltà di fare giustizia di vecchie app che parrebbero imprescindibili, accomunate da sue caratteristiche comuni: sono Windows e non prevedono una via di uscita semplice per iniziare a usare gli stessi dati con un altro programma.

Ci ho pensato leggendo questa riflessione su come, con poche mosse strategiche bene assestate, Microsoft abbia eliminato di fatto la comunità open source attorno a JavaScript per assumere il controllo assoluto delle direzioni di sviluppo. In modo morbido, amichevole, amorevole, legale, armonioso, spietato e definitivo.

Che cos’hanno in comune le due situazioni? La comodità.

Il vecchio programma faceva il suo mestiere, funzionava bene, faceva quello che gli si chiedeva, era tanto comodo. Nessuno che abbia fatto uno sforzo per porsi una domanda sul dopo, sui formati usati, sull’interoperabilità, niente. Risolto il problema contingente, tutti gli altri sono spariti dal radar.

Nel caso di JavaScript, Microsoft ha messo in campo strumenti vecchi e nuovi. Ha creato TypeScript, un clone di JavaScript compatibile (embrace) capace però di fare più cose (extend). Poi ha comprato gli strumenti di distribuzione (npm) oltre a quelli di reperimento (GitHub) del software.

JavaScript è uno standard neutrale e certificato, con un comitato apposito a curarsene. Non se lo fila più nessuno; TypeScript è tanto supportato, fa alcune cose meglio, cresce molto in fretta, Microsoft è una garanzia. È comodo.

Se vuoi fare sviluppo serio, hai convenienza e comodità a usare TypeScript. Che è open source ovviamente, solo che va esattamente dove vuole Microsoft. A differenza di JavaScript, che è standard a prescindere dalle aziende.

Ecco. Certo, la comodità è tutto. Chiedo però una piccola riflessione a chi non si pone il problema di usare una cosa buona per l’oggi senza pensare al domani. È comodo anche buttare la cartaccia per terra invece di cercare con pazienza un cestino.

Nel software, la comodità è tossica. Fa stare tanto bene, poi non ne esci più e sei controllato da qualcun altro che ti passa tutto quello che ti serve.

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L’interim alle comunicazioni
posted on 2021-01-21 01:01

Mi scuso per non avere ancora i commenti in ordine. Non è una cosa facile per le mie capacità, ma ci tengo e infatti tutto il resto, che sarebbe più facile, è dietro nella lista delle priorità.

Coleslaw contiene di suo gli agganci per usare Disqus oppure isso. Il primo, da utente, lo detesto e non voglio infliggerlo ad altri, anche se mi risolverebbe tutti i problemi con un nome utente e una password. Oltretutto non mi piacciono cose che leggo in giro a suo riguardo. Il secondo dovrei installarlo da qualche parte per poi innestarlo sul blog. Nessun problema tecnico sull’installazione, che è banale persino per me; però poi divento un portatore sano di dati altrui e non è il mio mestiere.

Invece sto studiando per portare Muut, il motore della precedente incarnazione del blog. Per due ragioni: lo trovo gradevole da usare e, secondo, potrei portarmi dietro tutti i commenti precedenti una volta inseriti nel nuovo blog tutti i vecchi post. Sarebbe una cosa bella.

Solo che Coleslaw non prevede in partenza un plugin per Muut. Lo devo sviluppare.

È un problema risolvibile. Il plugin tipico è composto da una manciata di righe. Posso guardare a come sono fatti i plugin di Disqus e isso, per poi scrivere qualcosa di simile, che tratti Muut.

Prima però mi è necessario capire l’infrastruttura del blog dietro all’utilizzo dei plugin. Ci sto arrivando; il tempo è a tratti poco e la materia è a tratti densa. Una volta capita la teoria, aggiungo alla mia installazione locale un paio di file Lisp ben formati e da lì si dovrebbe funzionare come prima. Vorrei anche fare le cose per bene e poi presentare su GitHub una soluzione che tutti possano usare, ma questo arriva dopo. Insomma, sono in cammino e le cose procedono, solo lentamente.

Nel frattempo.

Non penso che tutti fremano ansiosi di scrivermi. Tuttavia è bello e utile scambiarsi opinioni. E poi capita che sia io a fremere ansioso di poter leggere qualcosa. Così, ecco che cosa si può fare durante l’interim.

Il canale Slack è un posto accogliente, con traffico più che ragionevole, persone tranquille. Chi mi manda un indirizzo email verrà invitato senza problemi.

Per mandarmi un indirizzo email, si può usare l’email. lux at mac punto com, lvcivs at gmail punto com. Anche direttamente per scrivere e basta, senza inviti e canali alternativi.

Un metodo più veloce ancora è ricorrere alla messaggistica. Su Messaggi, Telegram e Signal esisto come Lucio Bragagnolo; se bisogna cercarmi per email, gli indirizzi sono sempre uno dei due sopra. Sorry, WhatsApp zero, ne ho già fin troppo. Accetto volentieri Google Chat ma mi serve un avviso, perché normalmente è spento. Previo avviso, a malincuore ma cosa non si fa per un contatto umano, posso accendere anche Skype o Teams e pensare a come è cattivo il mondo, ma esserci ugualmente.

I sistemi di messaggistica permettono di creare gruppi ma non sono interessato; c’è già quello Slack che è perfetto.

Sui più comuni social sono presente, solo che non mi sembrano il massimo per parlarsi in maniera occasionale. Niente in contrario, comunque.

Grazie per la pazienza e per la gentilezza che ho visto in tutti quelli che mi hanno contattato in questi giorni di transizione.

P.S.: comunicazione di servizio che non c’entra niente ma riguarda comunque la comunicazione in un certo qual modo. Come scritto in passato, recluto sempre persone disposte a giocare a Battle for Polytopia, giochino di strategia a turni molto carino, privo di pubblicità, semplice ma tutt’altro che banale, gratuito da giocare individualmente e che, se convinti, con 1,09 euro si apre al gioco multiplayer. Siamo un gruppo di una manciata di persone, teniamo in vita una manciata di partite, ogni tanto ne finiamo una, ne lanciamo un’altra, turni da ventiquattr’ore, nessun obbligo, tutto molto tranquillo. (Se qualcuno vuole invitarmi in un gruppo proprio, il mio alias è lvcivs).

marcomassa e elring86 si sono aggiunti al gruppo ma non ho ancora chiesto loro se vogliono entrare in un gruppo Telegram chiamato Battlers for Polytopia, dove sostanzialmente facciamo le congratulazioni a chi vince, ci accordiamo su chi lancia una nuova partita e pochissimo altro. Il traffico è veramente basso e il disturbo minimo. Su richiesta, li invito.

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