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Vive la difference
posted on 2021-09-11 00:32

Mi sembra che articoli come Luxury Surveillance passino il segno, nel loro associare watch o Fitbit a braccialetti di sorveglianza per condannati, solo più costosi e per gente che se li può permettere.

Le persone pagano di più per tecnologie di tracciamento che vengono imposte ad altri, non volenti.

L’idea di fondo è quella del capitalismo di sorveglianza che è certamente un problema; al tempo stesso, c’è un ampio insieme di persone che paga più volentieri per qualcosa che contenga la parola capitalismo all’interno e una sua critica. (Non sto facendo politica, constato un fatto).

I programmi di fitness indetti dalle aziende trendy sono al pari del sistema di controllo sociale cinese; indossare un braccialetto per tenere sotto controllo la frequenza cardiaca o il glucosio nel sangue è vicina alle dinamiche sociali del Grande Fratello (quello di Orwell).

Così non funziona. Esistono i problemi di sorveglianza, di tracciamento, di mancanza di privacy, ma esistono differenze tra questo e quel contesto, e non da poco. Accetteresti di equiparare casa tua a un carcere perché abiti a pianterreno e così ci sono sbarre alle finestre, esattamente come in una prigione? Scommetto di no e scommetto pure che la differenza tra un posto in cui si è liberi e un posto in cui si è costretti risulti evidente.

Esattamente come un braccialetto elettronico per detenuti non si può togliere e un watch invece sì. Si può spegnere, si può configurare, si può togliere, si può cambiare con qualcos’altro oppure farne a meno. Qui il capitalismo di sorveglianza c’entra niente.

Bisognerebbe aggiungere che i sistemi Apple hanno un approccio alla privacy un po’ diverso dal resto. I miei dati di frequenza cardiaca raccolti con watch e custoditi su iPhone li ha visti solo il mio medico.

Per quanto riguarda l’aspetto luxury, aspetto l’annuncio dei nuovi watch di settima o ottava generazione (ho perso il conto), concedendomi il lusso di comprarne uno dopo avere rottamato un modello di prima generazione, che non aveva alcun senso riparare. Comprarmi un nuovo watch a sette anni di distanza dal primo non mi sembra esattamente una ostentazione sprezzante verso chi non se lo può permettere (e nessuno mai che chieda se per caso quella somma ragguardevole raccolta per un watch sia magari il frutto di piccoli sacrifici o di scelte precise; non è il mio caso onestamente, ma le famiglie dove avere quella cosa al polso è una questione di salute e non è facile arrivarci, ma vale la fatica di farlo, esistono; ne conosco alcune e certo non sono le uniche).

Scrivi che sto pagando per usare la stessa tecnologia usata per sorvegliare le minoranze oppresse dal sistema, autore di Luxury Surveillance? Mi spiace, proprio no. Sento grande solidarietà per le minoranze oppresse dal sistema, ma dare un watch a tutte quelle persone sarebbe iniziare a liberarle, non il contrario.

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Giochi (più) intelligenti
posted on 2021-06-10 00:39

Una vita sui roguelike non è stata vissuta invano, se TechCrunch titola La pluridecennale avventura Ascii NetHack può suggerirci il futuro dell’intelligenza artificiale.

La lettura spiega che algoritmi e apprendimento meccanizzato possono fare a pezzettini qualsiasi giocatore umano di scacchi o di Go, così come di Dota 2 per fare un nome a caso.

Quando si arriva a NetHack, però, l’intelligenza artificiale si comporta molto peggio di un uomo. La ragione è la grande complessità interna del gioco, dovuta tra l’altro alla pazzesca varietà di interazioni tra i componenti del gioco.

Il team AI di Facebook ha allora deciso di organizzare una NetHack Challenge aperta fino al 15 ottobre a tutte le intelligenze artificiali, con premi per il migliore agente (entità software capace di progredire più di tutte le altre nel gioco), il migliore agente senza l’aiuto di una rete neurale e, ancora, il migliore agente creato da una università o da team indipendenti, che non producono giochi per mestiere, per capirci.

Il terreno di sfida sarà una normalissima edizione di NetHack montata dentro un ambiente di machine learning, che permetterà la partecipazione di chi brilla per intelligenza (umana) e però scarseggia in risorse computazionali.

Dice molto sulla vera natura del valore degli umani e delle sedicenti intelligenze artificiali, che il computer abbia ancora moltissimo da imparare da un gioco disegnato con il testo, nato nel 1985 e più maturo di tanti dei programmatori che proveranno a batterlo.

La regolarità delle pubblicazioni potrebbe risentire nelle prossime settimane dei miei spostamenti per l’Italia.

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A Domanda rispondo
posted on 2021-05-05 00:33

Ho aperto la app di Facebook. È apparsa la schermata introduttiva alla Domanda. Facebook mi ha spiegato che permettere alla app di tracciare la mia navigazione su Internet esterna a Facebook

  • mi permette di avere pubblicità personalizzata;
  • aiuta Facebook a mantenere gratuito il suo servizio;
  • aiuta le piccole attività che vivono di pubblicità.

Il momento che aspettavo da mesi, di cui si parlava ultimamente con Flavio perché, pur avendo aggiornato iOS, le app non ponevano la Domanda.

Mi sono bloccato. Senza motivo; qualunque risposta dia alla Domanda, posso sempre tornare indietro e cambiare la mia impostazione. Non bastava. Dovevo pensarci bene. Questa situazione è senza precedenti e non riguarda la pubblicità, Facebook, o l’ecosistema su Internet. Forse non riguarda neppure me.

Pubblicità personalizzata. Ecco, credo di essere un po’ fuori dalla media. Non ricordo quando ho comprato l’ultimo paio di scarpe. Al mattino indosso una t-shirt qualunque, magari vecchia vent’anni. Non ricordo di avere mai posseduto un’auto con meno di centomila chilometri addosso. Compro Mac nuovi di zecca, iPad Pro carrozzati; poi però mi durano dieci anni.

Non è snobismo; al più, trasandatezza.

Un paragrafo fa ho già diffuso più profilazione di quanta sia riuscita a farmene Facebook. Il quale Facebook, funziona così. Per lavoro ho di recente chiacchierato con una giornalista-sommelier-consulente in comunicazione per aziende vinicole. La sorella di una mia ex collega di lavoro dirige il marketing di un importante venditore online di vino.

Nella mia timeline di Facebook compaiono pubblicità di vino. Che non bevo.

Rispetto la pubblicità e capisco il valore della pubblicità personalizzata. Ma questa non è personalizzazione; è un pasticcio maldestro. A questo livello, preferisco la pubblicità generica.

Servizio gratuito. Facebook a pagamento. Certo. Avanti il prossimo.

Piccole attività. Solidale, molto solidale. Sono un libero professionista; a mio modo, sono una piccola attività. Potrei guadagnare di più intercettando la posta elettronica di clienti potenziali? Seguendo manager di nascosto per capire se potrei offrire loro consulenze? Approfittando dell’accesso a reti aziendali in cerca di segreti da rivendere?

Probabilmente sì. Solo che, molto prima di essere illegale, è ingiusto. È scorretto. È sbagliato. È disonesto. (È anche stupido, eh). Mai.

La piccola attività può convincermi con una pubblicità creativa, un sito onesto, una newsletter ben scritta. Sono vulnerabile alla buona comunicazione.

La piccola attività vuole seguirmi dove e quando non la riguarda? Magari a mia insaputa? Come sopra. È sbagliato e poi anche tutto il resto. È sempre stato così? Pazienza. Il momento di portare una normalità in questo ambito non arriverà mai troppo tardi. Se la piccola attività si sostiene solo grazie al tracciamento inappropriato delle persone, mi dispiace e rimango solidale, ma c’è un problema da correggere. La mia piccola attività è onesta e preferisco giocare ad armi pari.

Tutto questo ancora non bastava. Perché non disinteressarsene? In fondo, che cosa mi può fare il tracciamento di Facebook? Quando mi collego fuori da iOS mi traccia ugualmente. Di enti che mi tracciano, a parte la protezione offerta da Safari, ce ne sono decine. Alla fine la Domanda somiglia a una goccia nel mare. Perché prendere posizione, senza guadagnarci niente?

Perché ho visto nascere Internet. Di recente citavo John Perry Barlow e la sua dichiarazione di indipendenza del ciberspazio. Per un attimo abbiamo visto barriere che si sbriciolavano, una nuova coscienza, la netiquette. Ho passato nottate su server Unix privi di interfaccia, con una connessione Internet rubata, grazie a un modem veloce come una pianta grassa, a chiacchierare senza scopo con sconosciuti di tutto il pianeta. Era l’alba di una nuova epoca, paragonabile a quando migliaia di navigatori hanno iniziato a bordeggiare nel Mediterraneo alla ricerca di chissà che e, con il commercio, con il dialogo, è fiorita la civiltà.

Il commercio. Niente in contrario che si possa vivere con Internet, anzi. La pubblicità rispettosa ha tutti i suoi perché. Ho comprato una ring light proprio grazie a una inserzione su Facebook.

È utopico e impossibile pretendere di avere tre miliardi di persone connesse e un ambiente medio da élite di intellettuali. Se Facebook riesce a raccogliere due miliardi di utenze attive, è un merito. Se coltiva una crescita a base di polarizzazione e valorizzazione di chi è inascoltabile, va deprecato. Ma stare su Facebook non è obbligatorio e nemmeno siamo obbligati a seguire gente che non si può ascoltare.

Il punto è esattamente l’opposto: essere obbligati a essere seguiti, senza che neanche lo sappiamo.

La Domanda, semplicemente, ripristina un frammento perduto di quelle aspirazioni che avevamo. Una nuova epoca, con più dialogo, più possibilità, più conoscenza reciproca. Internet come motore di un salto in avanti dell’umanità.

Ecco perché ho risposto Ask app not to track, chiedi alla app di non tracciarmi. È una cosa enorme, per i nostri tempi. Eppure è il minimo. Siamo stati abituati malissimo, Facebook davanti a tutti (parlo di Facebook, ma sono tanti). La Domanda è il primo passo, piccolo anche se immenso, per riportare su Internet il rispetto per ognuno. E sono mostruosamente orgoglioso questa notte di avere un device che pone la Domanda.

È perfino possibile dire sì, tracciami, non c’è problema. Per la prima volta da lustri, ritorniamo ad avere una parte di controllo dell’esperienza. Non è importante rispondere sì o no; è importante rispondere.

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Aziende planetarie al posto di stati nazionali
posted on 2021-05-03 00:57

Letto il post di Gianni Catalfamo sulle CorpoNazioni, come le ha definite? Queste sono le mie osservazioni a contorno, che dietro sua richiesta – generale – aggiungerò come commento sul suo blog dopo avere pubblicato qui.

Ci sarebbe spazio per dire e fare molto di più e molto meglio, solo che non c’è il tempo e chiedo pazienza, oltre che naturalmente domande e commenti.

§§§

L’azienda-nazione (d’ora in poi azienda) tende alla verticalità, a fornire principalmente un servizio, là dove lo stato-nazione (d’ora in poi stato) tende alla trasversalità, ovvero a occuparsi di tutto.

Gli stati adottano forme di interscambio di merci e servizi; le aziende tendono semplicemente a lavorare in parallelo, ciascuna sul proprio binario.

La vera differenza è nella cittadinanza, trasversale. Il cittadino aziendale, ipersemplifico, usa hardware Apple, software Microsoft, consegne Amazon, informazioni Google, socialità Facebook. Ci sono certo aree marginali di sovrapposizione e di concorrenza, che lasciano inalterato il quadro di insieme.

Il cittadino aziendale possiede non uno ma numerosi passaporti, o account, e utilizza l’uno o l’altro secondo convenienza per fruire dei servizi desiderati.

Non si resti sorpresi: si rilegga la Dichiarazione di indipendenza del ciberspazio, pubblicata da John Perry Barlow nel 1996.

[rivolto ai governi delle nazioni industrializzate] I vostri concetti legali di proprietà, espressione, identità, movimento e contesto non si applicano a noi [cittadini del ciberspazio]. Si basano tutti sulla materia e qui di materia non ce n’è.

Rileggere Perry Barlow un quarto di secolo dopo è capire che da subito lui aveva intuito l’incapacità strutturale da parte della politica e dei governi di affrontare la novità.

In questi venticinque anni il vuoto conseguente è stato colmato dalle aziende, non tanto per particolare genio o intuizione (Bill Gates aveva snobbato la nascente Internet, prima di capovolgere idea e strategia) quanto per la loro naturale inclinazione a crescere e generare profitto.

Le aziende hanno trovato nuovi settori di fornitura ai cittadini, che gli stati non potevano intrinsecamente comprendere e nei quali quindi non operavano, e hanno iniziato a fornire servizi su scala planetaria. Questa nuova dimensione ha portato le aziende più grandi ed efficienti ad acquisire la medesima scala. Il fatturato di Apple ha lo stesso ordine di grandezza di tanti prodotti interni lordi di nazioni ragionevolmente moderne e sviluppate.

È abbastanza noto che Internet favorisca la disintermediazione, come ha scoperto per esempio e amaramente l’editoria. Le aziende su scala planetaria, semplicemente, disintermediano lo stato.

Questa disintermediazione ha successo perché rimuove vari livelli di frizione introdotti artificiosamente dagli stati.

Si può giocare all’infinito alle differenze e similitudini, ma le due cose che più contano sono queste:

  • la tassazione di uno stato è slegata dalla sua fornitura di servizi, è indifferente alla soddisfazione del cittadino e serve ad alimentare la sopravvivenza dell’apparato statale stesso, mentre nell’azienda la soddisfazione del cliente-cittadino è fondamentale e c’è una corrispondenza diretta tra contributo finanziario e servizio fornito, senza il livello intermedio della burocrazia;
  • l’azienda lavora per offrire servizi capaci di agevolare e facilitare la vita del cittadino, nonché aumentare la sua capacità di sostenersi economicamente. Lo stato è indifferente alla crescita del reddito del cittadino, a parte la richiesta di una tassazione proporzionata.

Le aree di servizio dove non sono apparse aziende planetarie in sostituzione degli stati sono quelle dove, semplicemente, la presenza attuale degli stati è più radicata e monopolista. Nessuno stato consentirebbe, oggi, a un’azienda di proporre servizi alternativi in tema di istruzione, difesa, salute, per dire i principali.

Tuttavia la direzione è chiara e alcuni vecchi capisaldi, per esempio il servizio postale rispetto ad Amazon e alla posta elettronica, sono già saltati.

Se la direzione è chiara, non altrettanto è la previsione dell’assetto futuro che potrebbe prendere la situazione. È indubbio che Internet provochi la disintermediazione dello stato. Altrettanto indubbiamente, nel lunghissimo termine gli stati nazionali sono destinati a scomparire, sostituiti da forniture di servizi a livello planetario (forniture che potrebbero essere gestite da aziende come le vediamo oggi o da strutture interamente nuove). Tuttavia esistono regimi autoritari disposti a minare il funzionamento generale di Internet pur di conservare il loro potere. Anche i regimi democratici iniziano a intraprendere azioni tese a limitare e sminuire la portata dei servizi offerti dalle aziende planetarie. Che cosa succederà nel medio e lungo termine, quindi, è un’incognita sottoposta a molte variabili. Dalla persecuzione fiscale alla nazionalizzazione alla messa fuorilegge dell’azienda, le tattiche a disposizione di uno stato che voglia opporsi alle aziende planetarie sono numerose e potenti.

L’anno appena passato ha aperto comunque una finestra importante sulla concretezza della transizione, che prima della pandemia era oggetto di analisi – ho scritto diversi pezzi in proposito negli ultimi anni – ma rimaneva largamente un fenomeno teorizzato o anticipato con logica un po’ da fantascienza.

Come siano andate le cose lo sappiamo. Alle persone servivano improvvisamente strumenti per lavorare, imparare e comunicare a distanza, informazioni costanti, consegne a domicilio. Tutto questo è stato fornito dalle aziende, non dallo stato. Gli stessi vaccini sono nati per iniziativa privata e forniti su scala planetaria dalle aziende che li hanno messi a punto. Per quanto non abbiano avuto particolare successo, le app di ausilio alle strategie di tracciamento dei contagi si sono basate su un framework offerto su scala planetaria da Apple e Google, implementato su apparecchi iOS e Android.

Fuori dal campo sanitario, la ripresa dei programmi spaziali e la colonizzazione futura di Luna e perfino Marte mostrano la fine del monopolio delle aziende spaziali di stato. SpaceX e Blue Origin erano impensabili ai tempi di un programma Apollo; oggi testimoniano addirittura una concorrenza in atto.

È stata una dimostrazione plastica della validità del principio di sussidiarietà: lo stato ha ragione di esistere nei settori dove manca una iniziativa non statale che, dove sussiste, è in generale più efficiente ed efficace e, dove non lo è, viene spinta a diventarlo, pena essere rimpiazzata dall’iniziativa di una azienda planetaria.

Nessuno stato può raggiungere a livello trasversale l’efficacia e l’efficienza, nonché la salute economica, di una azienda planetaria specialista in un settore. Si può discutere all’infinito di teoria, ma questo è un fatto concreto innegabile che provoca l’evoluzione attuale e potrà essere contrastato anche pesantemente, ma mai contraddetto.

Non credo che le mie figlie vedranno la fine degli stati nazionali, ma l’inizio del loro sfaldarsi sì; queste sono le avvisaglie. Neanche i miei eventuali nipoti lo vedranno, immagino. Spero che invece i miei pronipoti cresceranno ben preparati a questa eventualità.

§§§

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L’estinzione dei terzisti
posted on 2021-03-04 01:03

Lo scorso anno Apple ha annunciato la transizione di Mac ai processori Arm e a tutti è apparso evidente lo spessore dell’operazione, piena di complicazioni, rischi e azzardi, con decine di miliardi di dollari sul tavolo.

Ma è niente in confronto a quello che sta succedendo con iOS 14.5, che fa chiedere alle app il permesso di tracciare chi hanno davanti anche quando lasciano il sito in cui si trovano.

A seguito dell’iniziativa di Apple, qualcosa che mai sarebbe neanche minimamente successo senza iOS 14.5, Google ha annunciato che metterà gradualmente fine al tracciamento della navigazione sui siti terzi.

Ci sono anche qui decine di miliardi di dollari sul tavolo, solo che se li giocano tutti: Google, Facebook, Microsoft, centinaia di agenzie trafficanti di contatti e dati di privacy.

Non tutti ci credono; John Gruber, per esempio, è scettico e pensa che Google giochi con le parole per fare rientrare dalla finestra quello che esce dalla porta.

Tuttavia è già clamoroso che Google dirami un annuncio del genere.

Google ama la privacy come Microsoft l’open source. La tutela quando ha esaurito qualsiasi altro sistema per farne a meno.

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Sembra facile
posted on 2021-01-29 02:09

Quando uscirà la versione di iOS che obbliga le app a chiedere il consenso per il tracciamento a fini pubblicitari da parte di chi le usa, Google non mostrerà la richiesta di consenso.

Perché le sue app smetteranno di raccogliere quei dati e la richiesta non sarà necessaria.

Google sta avvisando partner e sviluppatori che la mossa di Apple potrebbe causare diminuzioni nel fatturato delle app.

Apple sta avvisando le persone che il tracciamento della navigazione a scopo pubblicitario diventerà una questione trasparente e che le app potranno tracciare solo chi dà esplicitamente il proprio consenso.

Tim Cook ha definito la privacy una delle questioni fondamentali di questo secolo.

Google non è contenta, chiaramente. Ma, rispetto alla reazione scomposta di Facebook, che è arrivata a assegnarsi il ruolo di portavoce dell’interesse delle piccole imprese, giganteggia.

Sembra così facile. Chi naviga ha diritto a sapere che uso viene fatto dei dati che lasciasse lungo la via. Eppure si pone come una svolta di cui si parlerà molto a lungo.

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