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E naufragar m’è dolce
posted on 2021-04-22 13:49

Venivo da un vecchio monitor Full HD, che peraltro simulava la risoluzione senza averla fisicamente a disposizione, con la conseguenza di una nitidezza relativa delle immagini. Ora scrivo guardando su un nuovo Philips 276E8VJSB/00 ordinato da un rivenditore terzo via Amazon e arrivato in tre giorni.

(Perché si sappia come funziona il mondo; ora che l’ho comprato, se torno sulla pagina, Amazon mi mostra il prezzo maggiorato di quaranta euro rispetto a quanto l’ho pagato).

Avevo iniziato la ricerca di un monitor molto largo e basso, tipo 21:9, ma ho ripiegato su un più convenzionale 16:9 da ventisette pollici. Se ci facessi la bocca, inizierei a considerare nel medio termine l’acquisto di un secondo monitor di taglia uguale, da affiancare al primo.

C’è tempo. Visto che mi sono tuffato in uno schermo più grande, ho deciso di viverlo all’estremo e così, delle numerose risoluzioni che ho a disposizione, ho impostato la massima, 3.840 x 2.160.

Shock culturale.

Venivo da un Full HD, 1.920 x 1.080. Fatti i conti, il mio nuovo spazio scrivania è circa quattro volte il precedente. Alcune finestre che erano a tutto schermo, di Safari, di Miro, di Pixelmator Pro, me lo hanno confermato empiricamente.

Come vivere in un tre locali e traslocare in un dodici locali.

È una condizione estrema, che non andrà bene per tutti. Ho una vista quasi perfetta e dunque, se c’è nitidezza, leggo tranquillamente anche caratteri microscopici.

Per dire: sulla barra dei menu avevo l’orologio analogico, con le lancette, perché si intonava meglio alle icone. Ora la barra è talmente sottile che con le lancette è impossibile discernere l’ora. Ho impostato la vista digitale.

Mail, con l’impostazione che avevo prima, mostra ventiquattro messaggi in arrivo, uno sotto l’altro. A ottanta caratteri per riga, questo punto del post riempie metà della finestra utile in BBEdit. La finestra di YouTube mostra in verticale diciotto video alternativi. Potrei avere affiancate quattro finestre di BBEdit come questa e avanzerebbe spazio. Sto scrivendo in corpo 18, per avere testo più agevolmente leggibile di quanto sia quello dell’interfaccia. Prima scrivevo in corpo 14.

Uno dice, se hai preso il monitor più grande per scrivere con caratteri più grandi, allora è tutto inutile. Non vero: i due incrementi sono tutt’altro che lineari. Ho alzato il carattere del trenta percento ma ho aumentato lo spazio scrivania del trecento percento. Il problema di ottimizzare le situazioni di lavoro per avere più finestre contemporaneamente visibili, non esiste più.

Questo in generale. Il monitor in sé? La robustezza dell’apparecchio è soddisfacente. La cornice è in materiale plastico, mentre il sostegno è in metallo. I bordi della cornice sono discreti e ragionevolmente stretti, l’insieme si inserisce bene in qualunque ambiente. Il piedistallo è un arco curvo, che occupa fisicamente pochissimo spazio sulla scrivania; il monitor si protende in avanti e, se il sostegno è appoggiato a una parete posteriore o arriva comunque al limite della scrivania, lo schermo si troverà una decina di centimetri più in avanti verso l’osservatore. Non esiste regolazione in altezza, mentre è possibile inclinare a piacere. Ovviamente il monitor è compatibile Vesa e può essere montato su una parete. Nella confezione il piedistallo è separato dal monitor; i due pezzi si mettono insieme in un secondo con una vite che, intelligentemente, si regola a mano grazie a un anello ripiegabile. Ci vogliono davvero cinque secondi.

I connettori sono tutti sul retro dell’unità. Fortunatamente, per come è fatto il piedistallo, è un attimo inclinare il monitor in avanti e arrivare ai connettori. Che sono pochi, in un monitor che serve solo in quanto tale e non funge da hub Usb o altro come altri modelli più sofisticati. Qui ci sono due porte Hdmi 2.0, una DisplayPort, un jack audio e la presa per l’alimentazione. Dalla scatola escono un cavo Hdmi, il piccolo alimentatore esterno e il cavo di prolunga per arrivare a una presa di corrente.

Sotto lo schermo, in mezzo, sporge dal telaio un logo Philips in trasparenza. Allungando una mano lì sotto, sul retro, si trova il pulsante di accensione, che astutamente può essere premuto oppure inclinato nelle quattro direzioni. Così agisce come un nanojoystick per la configurazione dello schermo. All’accensione era tutto già ottimamente impostato per i miei gusti, a parte la luminosità, che da sempre tengo al minimo. Ho ridotto la luminosità e per il resto, sul monitor, non ho toccato alcunché.

Su Mac ho impostato la risoluzione massima. Onestamente non ricordo quale, di quelle intermedie, abbia trovato preimpostata.

Ho avuto qualche problema iniziale perché, in modo non proprio ortodosso, a Mac acceso ho staccato il cavo Hdmi dal vecchio monitor e l’ho attaccato a quello nuovo. Il Mac era a schermo spento e non so dire se ci fosse stato un crash di Big Sur o se il maneggio con il cavo video lo abbia indotto; di fatto il computer non rispondeva. A un certo punto è apparso il desktop, per sparire un secondo dopo. Mac era in crash, dato che non accettava connessioni ssh; l’ho riavviato ed è comparso lo schermo. Tutto regolare.

A sera, siccome è effettivamente molto luminoso anche con la mia impostazione (la base del monitor misura sessantotto centimetri e di superficie irradiante ce n’è), ho fatto una cosa che non faccio mai; ho messo il Mac in stop. La mattina dopo, premendo un tasto, Mac si è svegliato ma il monitor no. Ho accennato a effettuare una connessione da iPad con Chrome Remote Desktop e subito lo schermo si è acceso.

Non so ancora dire se sia un problema di Mac come hardware, di Big Sur, dello schermo. Difficile che sia un problema del cavo Hdmi perché ne ho provati due diversi e ho provato anche a cambiare la porta usata. Stasera provo a lasciare Mac acceso (come faccio sempre) ed eventualmente a spegnere il monitor. Vediamo che succede. Va detto che a questo momento ho totalizzato quasi due giorni di lavoro e a parte questi due momenti, tutto ha funzionato perfettamente; quando non sono alla scrivania, dopo qualche minuto lo schermo va in standby e, quando torno, tutto si riaccende regolarmente. Per un attimo ho pensato di comprare un cavo DisplayPort, ma in effetti sto lavorando.

La nitidezza e il contrasto sono ottimi per il mio gusto e specialmente proveniendo da tecnologia inferiore su tutto. La luminosità, sempre a mio gusto, è persino esagerata e certo l’utilizzatore medio che vuole uno schermo squillante si troverà a proprio agio. Il colore è precalibrato, da quanto ho capito, e a vedere lo sfondo standard di Big Sur, in modo soddisfacente. Non sono un grafico e accetto qualsiasi critica in proposito; per quello che serve a me quanto a precisione del colore e nitidezza del testo, la spesa vale abbondantemente la resa.

Ho provato la risoluzione massima anche per sperimentare che cosa può accadere dando in pasto otto milioni di pixel a un Mac mini con processore i3 e scheda video integrata, certo non un fulmine di guerra.

Ho avuto una bella sorpresa. La risposta è ottima. Certamente non è un setup indicato per fare elaborazione pesante con Photoshop. Nell’uso composito che faccio, veramente nessun problema. Qua e là mi è capitato di vedere un attimo di scattosità, il che mi fa pensare di essere ai limiti di quanto la macchina si possa permettere. Solo un attimo, comunque, e poi si lavora al cento percento. Immagino che basterebbe diminuire anche solo di uno scatto la risoluzione per eliminare qualsiasi ansia da prestazione. Oppure un processore i5, che nell’epoca di M1 è veramente un parente povero e però sarebbe più che adeguato.

Si accettano domande ove avessi dimenticato qualche dettaglio. Per curiosità, questo post – ottomilanovecentoventotto caratteri compresa l’intestazione necessaria al motore del blog – è interamente visibile nella finestra, sempre nel corpo 18 in cui l’ho scritto, ovviamente allargando la finestra stessa. E di fianco ci starebbe un’altra finestra uguale. Scorrimento zero, zoom zero. Il guadagno di produttività rispetto a come stavo prima è clamoroso.

Molti hanno un monitor moderno da tempo e sorridono all’ultimo arrivato. Ad altri, ancora con un monitor vecchio, posso solo consigliare il cambiamento. La spesa si sente, certo, ma è onesta per le prestazioni. Questo mare di pixel finirà per diventare abituale; intanto, me lo godo.

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Nel mood giusto per Doom
posted on 2021-04-12 01:04

Sì, beh, niente male approfittare del codice a disposizione degli sviluppatori per inserire un’istanza di Flappy Birds dentro le Notifiche di macOS.

Neil Sardesai, ingegnere iOS, ha già messo Pong dentro un’icona del Dock – riferisce Gizmodo – e Dino Runner nella barra dei menu.

Tuttavia sono solo exploit fini a se stessi e lui lo sa benissimo, tanto che perfino nel pezzo gliene chiedono conto: lo standard è farcela con Doom, che è arrivato persino sul display di un test di gravidanza.

Quando vedo Doom nelle Notifiche di Big Sur, ci provo di sicuro.

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Relazione stabile
posted on 2021-03-15 02:05

Big Sur tutto sommato mi piace. Dopo qualche settimana di utilizzo sono sicuro di considerarlo casa.

Certamente non è perfetto. Ammetto che parte delle obiezioni più comuni – per esempio la trasparenza della barra dei menu – per me sono plus, da vero bastian contrario, più che problemi. Immagino che sia perché ci vedo bene, la barra la uso poco (tastiera, tastiera, tastiera), non mi dispiace un ambiente che muta durante la giornata, almeno in modo ragionevole. Ho anche adottato lo sfondo scrivani dinamico, che mostra la location diversamente illuminata secondo l’ora del giorno. Eccetera.

Ciò detto, qualche cosina qua e là da aggiustare c’è di sicuro. Lato musicale, per esempio, la app Musica ha perso i comandi da tastiera per riprodurre i brani. A volte l’indicazione del brano in riproduzione è diversa tra app e menulet grafico, il che è ben strano.

Per il resto vivo tranquillo e lavoro bene. Ho un solo software critico che lavora a trentadue bit, impossibile da aggiornare, che ora vive dentro una macchina virtuale. Tutto il resto funziona.

Soprattutto funziona che è arrivato l’aggiornamento 11.2.3, sesto della serie. Non ho riscontri puntuali, solo una sensazione; trovo che questa versione del sistema sia finalmente vicina a quello che intendeva essere dall’inizio.

Il nostro rapporto è cominciato abbastanza bene e, superata qualche piccola asperità che capita anche nelle migliori famiglie, ora è più solido e appagante di prima.

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Il pagamento degli arretrati
posted on 2021-03-09 01:36

Si sa che la tecnologia ha un suo ciclo di adozione e vorrei dire qualcosa a proposito delle stampanti.

Nel 1985 Apple presentò LaserWriter e diede inizio al desktop publishing. La stampante cessava di essere un accessorio funzionale per stampare bozze, etichette e tabulati; diventava uno strumento di emancipazione. Consentiva di esprimersi e persino di avviare piccole imprese e carriere professionali (la zona degli innovatori nella curva del ciclo di adozione). La prima versione di PageMaker chiudeva il cerchio, nel consentire al contenuto digitale di avere anche una forma in stampa che poteva essere diversa dal semplice flusso di dati (il segmento early adopter).

Da lì in avanti una stampante laser arrivò in tutti gli uffici (early majority) e successivamente anche nelle case (late majority) che la preferivano al più tradizionale modello a getto di inchiostro.

A quel punto iniziò anche lo spostamento verso la digitalizzazione totale; una stampante, in verità, serviva sempre meno. Apparivano gli aneddoti di gente un po’ indietro nella curva di adozione mentale, che stampava la posta elettronica, cose così.

Quando succedono queste cose significa che la curva del ciclo di adozione è arrivata in fondo, ai laggard, gli ultimi, quelli che hanno resistito veramente fino alla fine.

Dopo avere posseduto vari modelli di stampante a getto di inchiostro, da molti anni ne ho fatto a meno; le situazioni professionali in cui serve stampare, nel mio caso, si sono azzerate.

Ma la serrata delle scuole a causa della terza ondata del virus mi farà comprare una piccola stampante laser, poiché le maestre assegnano lavori da stampare e incollare sul quaderno. A mio giudizio si tratta di arretratezza; quello che è creatività e libera espressione, i bambini possono e devono farlo a mano libera. Quello che è modulistica travestita da compito – completa la parola, trova l’intruso, esegui le operazioni – si dovrebbe fare in digitale. Stampare è un vicolo cieco, una dimenticanza nel camminare tutti insieme verso il progresso. Ma tant’è.

Così sono il più laggard dei laggard mentre consulto il web per selezionare una stampante laser che possa togliere di impaccio la famiglia quelle volte che ci si misura con le arretratezze della scuola. Per modelli semplici, adatti alla situazione, la spesa è una preoccupazione modesta… molto più modesta della preoccupazione della compatibilità.

Con Mac? No, quei tempi tristi sono cambiati per sempre, a parte qualche ufficio dove ancora azienda e dipendenti sono ostaggi della loro chiusura mentale.

Con Big Sur. Che una stampante laser normalmente sul mercato sia compatibile con macOS 11.x, non è affatto scontato. Devi guardare con attenzione e approfondire sempre, dato che è un attimo scoprire modelli fermi a Catalina anche se non sembrava.

Torno al ciclo di adozione della tecnologia. Quando siamo ai laggard, o perfino oltre, che la curva ce la dobbiamo dissotterrare da soli da quanto si è azzerata, non vuol dire che la tecnologia sia matura; significa che nemmeno si tratta più di tecnologia. Sono oggetti scontati, in vendita in modo scontato per situazioni scontate e non sto parlando dei prezzi. Oggi una stampante si compra un po’ come un asciugacapelli; lo accendi e funziona. Non c’è più nulla da scoprire, a parte qualche funzione esoterica di differenziazione.

E allora il driver per il sistema uscito un quadrimestre fa, annunciato due quadrimestri fa, ci deve essere.

Altrimenti, arretratezza per arretratezza, si potrebbe fare che compro la stampante, ma pago quando arriva il driver per il mio sistema operativo.

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La forza dell’idea
posted on 2021-03-03 10:29

La storia della nuvoletta con cui scompaiono gli elementi asportati dal Dock si è chiusa dopo vent’anni; Big Sur fa semplicemente svanire l’elemento.

Però la nuvoletta c’è stata e una storia ce l’ha, meno complicata e avvincente di altre del mondo Apple, non meno stimolante.

Racconta Tech Reflect che l’animazione, insolitamente rozza per lo standard di pulizia grafica che contraddistingueva l’interfaccia grafica Aqua del primo Mac OS X, era nient’altro che un bozzetto realizzato in forma provvisoria da un disegnatore.

Avrebbe dovuto essere ripresa, curata, uniformata allo stile Aqua. Invece piaceva così tanto ed era così tanto perfetta per lo scopo, anche se bozza, che venne lasciata nel suo stato originale.

Una bella lezione di design. Quell’abbozzo conteneva dentro tutti gli intangibili che contribuiscono al successo di un elemento di interfaccia. Era un’idea forte, abbastanza da superare la sua provvisorietà nativa.

Mi sono sforzato di pensare ad altri esempi, ma non ne ho trovato nessuno ugualmente intenso. La nuvoletta del Dock, graficamente parlando, è anche durata più di qualunque altro elemento sulla schermata tipo del sistema operativo.

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It (Still) Doesn’t Suck
posted on 2021-02-27 01:50

Avendo saltato Catalina, sono stato per due anni senza pensare troppo agli aggiornamenti di sistema e non mi ricordavo più di quanto possano essere numerosi, specialmente nei primi mesi. Big Sur ha appena ricevuto l’aggiornamento .2.2, il quinto dalla sua uscita, e questo la dice lunga sulla frequenza: grosso modo, è un riavvio al mese.

A seconda di come si sia lasciato Mac e delle sue impostazioni, i programmi potrebbero riaprirsi o meno e, in caso positivo, riaprire automaticamente i documenti che erano rimasti aperti, oppure no.

Ma BBEdit riapre in ogni caso i documenti rimasti aperti, anche se non sono stati salvati.

E consente di recuperare quelli che per errore sono stati chiusi senza essere stati prima salvati. Per quanto ne so, nessun altro fa una cosa del genere.

Naturalmente, questo comportamento è personalizzabile e può essere inibito se risulta sgradevole.

È il parametro della pace dei sensi, della tranquillità assoluta, del Nirvana del testo. Comunque vada, BBEdit ti supporta attivamente. Ed è proprio vero che it (still) doesn’t suck.

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La vita segreta del software
posted on 2021-01-23 01:55

Dentro Big Sur (forse anche in precedenza, non so), nella sezione di Mission Control dentro le Preferenze di Sistema si trova una casella per richiedere il riordinamento automatico degli spazi di scrivania a seconda di come procede l’uso del computer. Uso diversi spazi di scrivania dedicati a clienti, hobby, giochi e sono abituatissimo a distribuire pagine web e documenti in questo o quello spazio. In breve ho identificato i miei spazi preferiti, che hanno assunto posizioni mnemoniche. Ho provato a spuntare la casella e Mac ha cominciato a mischiarle a capriccio. A un certo punto non capivo più niente e mi stavo quasi preoccupando, prima di rendermi conto. La peggiore preferenza di sistema di cui abbia memoria.

Sta arrivando Beeper, una app di chat che promette compatibilità praticamente con tutte le piattaforme più diffuse e anche quelle meno. Una rivisitazione di idee già viste in Adium (ancora vive!) o Trillian, in un progetto che era già noto come NovaChat, ma su scala mai vista prima. Sarebbe un toccasana, solo che richiede un certo sforzo di implementazione da parte dell’utilizzatore. L’ambizione tuttavia è notevole. Mi sono registrato per saperne di più appena possibile.

A questo proposito, ho scoperto che emacs contiene un client Internet Relay Chat (Irc): Erc. Mi hanno già fatto notare che sarebbe più veloce, a questo punto, elencare quello che non sta dentro emacs.

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In carica per un tempo limitato
posted on 2021-01-22 00:42

C’è stato il tempo in cui andavo regolarmente in giro per lavoro con un PowerBook 100 nello zaino e due batterie, una installata e una di ricambio. La volta che dimenticai il portatile alla fermata dell’autobus lo recuperai grazie a una striscia di nastro adesivo presente sulla batteria di ricambio, che serviva a distinguerla dall’altra, e di cui riportai l’esistenza alla gentile ma diffidente signora che lo aveva ritrovato.

Più avanti, capitava di abbassare la luminosità del monitor per strappare qualche minuto in più di autonomia. Il disco rigido veniva fermato appena possibile, per i momenti in cui il computer poteva lavorare senza dovervi accedere. In caso di emergenza imparavi a scommettere sulla quantità di lavoro che conveniva produrre senza salvare, per prolungare il tempo a disposizione, e però a salvare davvero prima che l’autonomia terminasse.

Oggi si discetta sull’amministrazione automatica della batteria da parte di Big Sur a partire dal fatto che il software tende a concentrare lo stato di carica operativo attorno all’ottanta percento, visto che andare a cento può ridurre la vita complessiva della batteria.

Ci si lamenta inoltre della scarsa accessibilità ai parametri di controllo della carica. La mia modesta opinione è che gli ingegneri Apple sappiano molto meglio di me come funzionano le batterie dei Mac e come trattarle nel modo dovuto.

D’altronde ci sono i Mac M1. Per principio non incrocio le informazioni di questo blog con quelle che girano nel mio gruppo Slack, salvo eccezioni, e faccio eccezione per Marco (grazie!) che ha appena scritto:

Aggiornamento velocissimo sul nuovo MacBook Air M1. Oggi è stato usato dalle 8 alle 18 e la batteria segnava ancora 78%. È vero, non uso intensivo. Solo tabelle, gestionale, AirDrop, messaggi e Safari, ma con il mio Pro di tre anni fa me lo sogno di stare due o tre giorni senza caricare la batteria.

Così abbiamo portatili che possono tirare una giornata consumando un quarto della batteria se il carico di lavoro è leggero.

Così abbiamo il sottosistema di alimentazione che punta a caricare la batteria a quattro quinti e poi si rilassa, rallenta, riduce lo stress sull’apparecchiatura. La batteria, oltre ad avere un’autonomia senza rivali, avrà vita più lunga.

Tutto ciò dall’azienda che, si legge nei giorni dispari, ha cessato di innovare e indulge nell’obsolescenza programmata.

Eleganza terminale
posted on 2021-01-20 00:35

Giusto ieri parlavo del mio tour tra Pages e WordPress per arrivare ad avere del testo Html editabile in BBEdit. Oggi è arrivato MacMomo a spiegarmi una cosa semplice, elegante, potente.

§§§

Penso che una soluzione semplice sia usare il comando da Terminale textutil, che permette di elaborare i vari formati di testo.

L’idea è questa:

  • selezioni e copi il testo dal file di Pages (ma potrebbe anche essere Word o TextEdit);
  • esegui questo comando da Terminale: pbpaste | textutil -stdin -convert html -stdout | pbcopy;
  • incolli l’HTML ottenuto dove ti pare.

Il comando in pratica incolla il testo copiato e lo passa direttamente a textutil che lo converte in HTML e lo ri-copia negli appunti.

In questo modo penso sia più rapido ed eviti il problema delle foto, che vengono bypassate.

Chiaramente poi non è detto che l’HTML così ottenuto sia perfetto per i propri scopi, ma nel caso penso basti BBEdit per editarlo come si preferisce… ;)

P.S.: il comando può anche essere salvato come alias all’interno del file .bash_profile, così da averlo rapidamente con un scorciatoia a piacere.

Tipo: alias 2html='pbpaste | textutil -stdin -convert html -stdout | pbcopy'

§§§

Se serviva spiegare a chiare lettere come l’interfaccia grafica sia un grande aiuto, ma il Terminale è un’arma formidabile, ecco fatto. Grazie!

Il test del documento formattato
posted on 2021-01-19 01:57

Procedo con l’esperienza in Big Sur, che per il momento trovo neutra. Qualcosa forse era meglio prima, qualcosa forse è meglio adesso, almeno rispetto alle parti evidenti del sistema.

Sotto il cofano invece… uno dei lavori che svolgo prevede la pubblicazione di articoli su WordPress. Capita, anche nel 2021, che arrivi un file Pages (quantomeno Pages e non Word, già qualcosa) con tutta una serie di formattazioni interne e anche le foto.

Non esiste al mondo che io faccia editing dentro WordPress, quando ho a disposizione BBEdit. Quindi la prima cosa da fare è disporre del testo in formato testo, preferibilmente Html.

Il punto è che molte delle formattazioni presenti nel sorgente sono utili e, con sforzo minimo, sono già una parte di lavoro fatto. Se esporto da Pages posso tutt’al più ottenere un file ePub, che mi porta di parecchio fuori strada.

Quello che posso fare è selezionare tutto il testo su Pages e incollarlo sull’editor Visuale di WordPress (lo ammetto: WordPress serve di sicuro almeno a una cosa). Poi commuto la visione in quella di Testo e, direbbe il milanese imbruttito, taaac!, ho pronto il mio Html da riversare in BBEdit dove posso editarlo come si deve, con tutti gli strumenti che servono per fare prima, meglio e in fretta.

Selezionare tutto il testo in Pages, però, significa copiare e incollare in WordPress anche le immagini. Queste mi dimentico sempre di eliminarle prima di passare da Visuale a Testo; nel passaggio a Testo diventano codifica binaria lunga poco più delle dimensioni native dell’immagine. Se ci sono tre immagini nel testo, significa aggiungere tipo mezzo milione di caratteri all’articolo.

Arrivo finalmente al punto. Sul mio Mac mini, Safari ha sempre boccheggiato nel passare questo test. Ci mette del tempo ed è ragionevole, ma poi capita che si pianti oppure addirittura che si chiuda. Molte volte sono passato da questo workflow lavorando per scelta su iPad Pro, dove l’operazione ha più probabilità di riuscita.

Fino a ieri. Oggi Safari su Mac mini ha completato l’operazione nel giro di un paio di minuti e poi mi ha restituito il controllo con noncuranza. Nessun problema. Il file era sui duecentoquarantamila caratteri, certo non uno dei più grossi, ma perfettamente in grado di creare problemi nella mia esperienza.

Tutto ha funzionato. L’unica cosa differente rispetto a prima delle vacanze, nella mia configurazione, è che ora lavoro su Big Sur. Prima ero fermo a Mojave. In qualche modo, l’impalcatura sottostante Safari – quindi a un sacco di componenti del sistema – è più solida.

Il giovedì delle ceneri
posted on 2021-01-14 00:54

È destino che questo blog debba risorgere dalle sue ceneri ogni tanto e stavolta è merito, per modo di dire, dell’aggiornamento a Big Sur. Sembra impossibile ricostruire il vecchio Octopress; ogni volta qualcosa manca, quello va compilato non compila, l’installazione dà errore, ho girato a vuoto per ore e la materia non sembra di interesse estremo su Internet.

Così, la rinascita dalle ceneri avviene grazie a Coleslaw, mio vecchio pallino. Coleslaw non ha particolari meriti se non l’essere sviluppato in linguaggio Lisp. Una occasione unica per imparare qualcosa in più e in meglio riguardo al mio linguaggio di programmazione preferito.

La base di partenza di Coleslaw è meno completa di quella di Octopress e mancano tante cose. Ora mi interessa solo pubblicare. Tutto quello che sta intorno a questo post è provvisorio, frutto dell’installazione standard. Ci sono cose senza senso, cose da aggiornare, cose da correggere.

Bisogna poi importare tutti i post precedenti, aggiungere i commenti, fare un sacco di cose. Lo so. Ma prima di tutto, pubblicare.

Il resto arriva un passo per volta.

Se qualcuno morisse dalla voglia di commentare o dirmi qualcosa, posso solo pregarlo di pazientare e intanto magari chiedermi un invito per il gruppo Slack parallelo a questo blog. Qualunque conoscenza di Coleslaw è benvenuta!

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